- Aurelio Angelini -
In ginocchio, con le fascette ai polsi mentre suona l’inno di Israele: ignobile
Guardatele, queste immagini. Attivisti civili uomini e donne che trasportavano farina, medicinali, speranza, costretti a stare in ginocchio sul ponte di una nave militare, le mani legate dietro la schiena con fascette di plastica. E in sottofondo, come colonna sonora scelta con precisione sadica, l’inno nazionale israeliano: Hatikvah. La Speranza. Non esiste parola più profanata di questa, in questo momento.
Il ministro che irride
Itamar Ben Gvir, ministro condannato in passato per incitamento al razzismo e sostegno a un’organizzazione terroristica, oggi membro a pieno titolo del governo israeliano, ha accolto gli arrestati con un benvenuto beffardo: «Benvenuti, siamo i proprietari di questa casa». Quale casa, ministro Ben Gvir? Il Mediterraneo? Le acque internazionali a centinaia di chilometri dalle vostre coste, dove le vostre forze militari hanno speronato imbarcazioni civili, aperto il fuoco, sequestrato parlamentari stranieri e giornalisti? Se il Mediterraneo è casa vostra, allora abbiamo capito tutto. Non si tratta di difesa, non si tratta di sicurezza. Si tratta di dominio. Di un progetto di espansione della sovranità israeliana esercitata con le armi e derisa con le parole di un ministro che ride mentre i suoi soldati mettono in ginocchio i civili. Questa non è una dichiarazione incauta. È una dichiarazione di politica.

Il vocabolario del fascismo
C’è un momento in cui il rigore intellettuale impone di chiamare le cose con il loro nome. Civili disarmati catturati in mare, portati a terra, costretti a inginocchiarsi con i polsi legati mentre risuona l’inno dei loro catturatori: questo è il vocabolario visivo del fascismo. Non è un’iperbole. È una descrizione. Chiunque abbia studiato le immagini dei rastrellamenti nei territori occupati durante la Seconda Guerra Mondiale riconosce quella grammatica visiva senza bisogno di didascalie. Le fascette al posto delle corde. Le navi militari al posto dei camion. Ma la sostanza è identica: la messa in scena pubblica e deliberata del dominio assoluto sul corpo dell’altro. Nei territori occupati della Cisgiordania quella grammatica è quotidiana da decenni. Adesso è arrivata in Mediterraneo. Adesso è arrivata su un deputato italiano.
La parola “democrazia” e chi la usa ancora
Voglio rivolgermi direttamente a chi ancora difende Israele come “l’unica democrazia del Medio Oriente”. Guardate quelle immagini. Una democrazia non mette in ginocchio gli attivisti umanitari. Non spara su imbarcazioni civili in acque internazionali. Non arresta parlamentari stranieri che trasportano cibo. Non ha un ministro condannato per sostegno al terrorismo che irride i prigionieri sui social media. Chiamarlo ancora “democrazia” non è un giudizio politico. È una bugia. E chi quella bugia continua a ripetere, nei parlamenti europei, nelle cancellerie, nei talk show, si assume la responsabilità morale di ciò che quelle immagini mostrano. La copertura diplomatica ha un prezzo. Quel prezzo lo stanno pagando quattrocento civili in ginocchio.
Cosa deve fare l’Italia. Adesso
Il governo italiano non può più nascondersi dietro la “via diplomatica riservata”. Un deputato della Repubblica è stato arrestato da una forza militare straniera in acque internazionali. È stato messo in ginocchio. Ha le fascette ai polsi. Richieste semplici e non negoziabili. Ritiro immediato dell’ambasciatore italiano da Tel Aviv. Gli ambasciatori si richiamano quando i rapporti tra Stati entrano in crisi grave. Questa è una crisi grave. Azione immediata in sede europea per l’irrogazione di sanzioni. Sospensione dell’accordo di associazione Ue-Israele, blocco delle forniture militari, congelamento dei rapporti commerciali preferenziali. Non sono risposte sproporzionate: sono la risposta minima a un atto di pirateria di Stato che ha coinvolto cittadini europei.
Sostegno esplicito alla Corte Penale Internazionale
Il mandato di arresto contro Netanyahu e Gallant deve essere rispettato e sostenuto attivamente. Non si può invocare il primato del diritto internazionale sull’Ucraina e ignorarlo nel Mediterraneo. Quello che Israele ha compiuto è pirateria. La Convenzione Onu sul Diritto del Mare stabilisce con precisione quando uno Stato può esercitare poteri in acque internazionali. Nessuna di quelle condizioni era soddisfatta. La flottiglia non trasportava armi. Navigava in acque libere. L’Europa deve decidere se riconosce il diritto internazionale o le pretese di Ben Gvir sul Mediterraneo, perché le due cose non sono compatibili. C’è qualcosa di insopportabile in quelle immagini che va oltre l’indignazione politica. Il popolo ebraico conosce meglio di chiunque altro cosa significhi essere messi in ginocchio con le mani legate mentre chi ti ha catturato celebra la propria potenza. Quella memoria è stata tradita stanotte da chi governa in suo nome. Non lo diciamo per strumentalizzare la Shoah. Lo diciamo perché negarlo sarebbe un’altra menzogna. Le fascette ai polsi si possono tagliare. Il danno a ciò che quelle immagini rappresentano è più difficile da riparare. Dipende dai governi che eleggiamo, dalle piazze che riempiamo, dalle parole che usiamo o non usiamo. Il silenzio di adesso è la storia di domani.