-Giovanni Di Benedetto-
Cercherò, allora, di dimostrare in che senso per il sottoscritto, interessato da anni alla critica dell’economia politica, questa impresa può avere un senso e un valore. Vorrei sottolineare cosa può significare, oggi, entrare ancora più in profondità dentro il laboratorio marxiano per prendere contezza della sua cassetta degli attrezzi, ossia delle sue categorie e del suo modo di utilizzarle. Si è discusso molto, a mio avviso giustamente, dell’esigenza di proporre una nuova traduzione del Capitale aggiornata alla nuova edizione storico-critica delle opere di Marx ed Engels, per l’appunto la seconda Marx-Engels-Gesamtausgabe. Sono sostanzialmente d’accordo con chi sostiene che un’operazione di questa natura risponderebbe all’esigenza di riproporre un grande classico del sapere della civiltà mondiale. I classici sono quei libri che non tramontano mai, quei monumenti del sapere che veicolano un messaggio universale e senza tempo e che, perciò stesso, contribuiscono a relativizzare e a relegare allo statuto della cronaca molti dei fatti e degli eventi che rimandano allo spirito del nostro tempo presente. Tuttavia, la prima considerazione che mi verrebbe da fare è che, a mio avviso, Il Capitale, non è soltanto un classico del sapere filosofico o economico o sociologico etc. Attribuire al Capitale la patente del classico porta con sé il rischio di relegarlo, quasi posteggiarlo, in un ipotetico pantheon e tenerlo lì fermo, facendone un monumento da imbalsamare e celebrare. Se Il Capitale è un classico, direi, è un classico che continua a fare paura perché Il Capitale, e con esso tutta l’immensa opera di scrittura marxiana, è dinamite.
Ma per sviluppare e esaltare la natura esplosiva del Capitale, e farne materia viva da impiegare, con le opportune articolazioni e declinazioni, nella lotta viva, ci si può limitare, per citare il celebre titolo del libro di Althusser e Balibar, a Leggere il Capitale? Io direi che occorre studiare Il Capitale. Purtroppo, o per fortuna, chissà, occorre rompersi la testa sul Capitale. Perché come dice il caro vecchio Spinoza le cose più belle sono quelle più difficili. Vorrei al riguardo narrare una mia esperienza personale. Nel mio percorso di studio delle opere e dei testi di Marx, ogni tanto, periodicamente, mi prendo qualche pausa dedicandomi alla lettura di altro: dalla narrativa alla sociologia, dalla antropologia alla psicologia, dalla storia all’epistemologia. Ebbene, sempre, sento poi il bisogno di ritornare a Marx. Questa mia personale esigenza scaturisce dal fatto che nel suo pensiero ritrovo, in un modo che nessun altro riesce a proporre alla stesso livello e con la stessa profondità e la stessa densità, quella capacità di offrire le adeguate categorie per comprendere il presente attraverso l’elaborazione di un sistema coerente dell’intero, ossia di un’articolata teoria sistematica dello sviluppo naturale e storico della società moderna, cercando di individuarne le leggi di movimento e di trasformazione. È un po’ quello che scrive Roberto Fineschi quando asserisce, nella sua introduzione al testo, che il merito di Marx consiste nel suo tentativo di «delineare la struttura di funzionamento della società moderna nel suo complesso», definendone non solo le categorie economiche principali ma anche i soggetti storici che agiscono in essa, le forme di coscienza, ossia l’ideologia che sviluppano, i criteri che determinano il cambiamento storico (una teoria della storia) e infine una metodologia scientifica (ivi: XVI).
E veniamo, allora, al lavoro di Fineschi sull’opera marxiana. Perché di questo penso si debba parlare. In conseguenza di ciò mi sono domandato: qual è la natura dell’operazione di scavo filologico operata da Fineschi? Mi limito a fare una breve premessa: anche se ogni lavoro di traduzione presuppone inevitabilmente, a priori, una griglia interpretativa, l’impresa di Fineschi è tale perché mette il lettore nelle condizioni di adoperare, in autonomia, un ampio ventaglio di scelte e di strumenti per farsi una propria idea indipendente dell’oggetto di studio. Indipendente, beninteso, anche dal traduttore stesso. Tuttavia, occorre ribadire, e questo è bene sottolinearlo, che ogni traduzione è anche un’interpretazione: se ho capito bene, secondo Fineschi, Marx si pone il problema di spiegare scientificamente la struttura logica del concetto di capitale e delle sue leggi di movimento. Che vuol dire tutto questo? Significa innanzitutto che, anche se è possibile, forse non è utile estrapolare qua e là dal Capitale concetti e riflessioni per calarle nell’analisi di una determinata realtà storica. È possibile che mi sbagli ma a me sembra che Fineschi suggerisca, in alcuni luoghi dei suoi scritti anche esplicitamente, come non si debba leggere Il Capitale. Al contrario, occorrerebbe chiedersi: quanto occorre prendere sul serio, come scrive Marx nel postscritto alla seconda edizione, il lascito hegeliano? E questo anche quando viene esplicitato, dallo stesso Fineschi, che quello che secondo Marx dice Hegel non è detto che trovi conferma nei testi di Hegel. Certo, Il Capitale è tutto intessuto del linguaggio filosofico dell’idealismo tedesco. Tuttavia, qui non si tratta di rintracciare questa eredità analizzando la questione dell’alienazione o del rovesciamento dei rapporti di predicazione. Piuttosto, si tratta di desumere da Hegel il vero metodo scientifico. Scrive Marx nel postscritto alla seconda edizione: «la ricerca deve appropriarsi della materia nei particolari, analizzare le sue diverse forme di sviluppo e rintracciarne l’interno legame» (ivi: 17).
Il punto è che il metodo scientifico, di cui si serve Marx, non è quello risalente alla scienza classica, newtoniana e galileiana, e alla sua esposizione, ma quello dialettico, che secondo Marx va individuato nello svolgimento della cosa stessa, a partire da una categoria che possa essere basilare, che possa fare da fondamento e dalla quale possa poi essere sviluppata quella successiva. Se in Hegel questo svolgimento logico va fatto a partire dall’idea, in Marx la categoria che funge da cellula elementare è quella della merce. Da lì occorre ricostruire tutto lo svolgimento logico che conduce alla contraddizione tra valore e valore d’uso e poi tra lavoro concreto e lavoro astratto e via via fino ad arrivare ai temi più criptici, perché meno elaborati da Marx, del terzo libro del Capitale, del capitale produttivo d’interesse e del feticismo del capitale, del credito commerciale e bancario e del capitale fittizio. A me pare, infatti, che Fineschi voglia fare vedere come, nonostante l’incompiutezza dell’opera, perché troppo grande era la mole di lavoro da svolgere, Marx abbia avuto in mente la ricostruzione di una complessa architettura che spiegasse in modo processuale e sistemico il funzionamento del capitale. Come amo dire, il capitale come flusso (e quindi la storicità) e come totalità. Secondo Fineschi Marx lavorerebbe a questa operazione intervenendo ad un livello di elevatissima astrazione teorica che non può coincidere con l’individuazione dei singoli capitalismi storici, ossia con le diversificate formazioni economico-sociali.
A questo punto, tuttavia, occorre procedere oltre il primo libro, per verificare se e come sia possibile mostrare la logica del capitale come un sistema coerente e compiuto. E, dunque, soffermarsi ad analizzare oltre il processo di produzione, il processo di circolazione e il sistema complessivo della combinazione di produzione e circolazione. E qui veniamo ad un’altra questione importante, quella del secondo e terzo libro del Capitale. L’auspicio è che Fineschi e i suoi collaboratori possano procedere, con la benedizione dell’Einaudi, nell’arco di alcuni anni, alla pubblicazione del secondo e del terzo volume. Tuttavia, resta il problema di capire se si tratta di fare l’operazione analoga a quella fatta per il primo libro. Il problema è che, come già scrisse Rosa Luxemburg, il secondo e il terzo libro curati da Engels sono, nella loro forma originale di manoscritti, estratti, appunti e citazioni, dei torsi in larga parte incompiuti. E allora, suppongo, si tratterebbe di mettere mano anche a quegli abbozzi e a quei manoscritti della MEGA2 non contemplati all’interno dei libri curati da Engels e la cui mole di pagine sembra essere molto più consistente di quella che compone il secondo volume e il terzo volume.
Marx, dunque, non è morto, al contrario di quanto certi luoghi comuni tutt’altro che disinteressati andavano ripetendo, lo ricordiamo tutti vividamente, all’indomani della fine del socialismo reale. Anzi, alcuni hanno compreso che proprio quel crollo apriva nuove possibilità per liberare il suo capolavoro, Il Capitale, dalle maglie soffocanti di una certa ortodossia che oramai sapeva di stantio e di muffa. E siccome sembra che esso sia in grado di offrire feconde griglie di lettura per cercare di capire l’attuale capitalismo mondializzato, vengo adesso ad alcuni dei nodi concettuali dell’analisi marxiana che possono essere di grande utilità per comprendere processi economici e sociali nel nostro tempo presente. Precisando tuttavia che, per declinare il livello dell’analisi dalla dimensione astratta della logica del capitale all’analisi concreta della situazione concreta, occorre fare sempre un complesso lavoro di mediazione.
Innanzitutto, vorrei soffermarmi sul prezioso lavoro di ricostruzione teorica riguardante il tema della forma di valore e del rapporto sociale, della forma di merce e della reificazione. Si tratta di questioni che attraversano tutta la modernità e che fanno di Marx un attentissimo osservatore delle tendenze dello sviluppo capitalistico. Da qualche tempo, nell’analisi fenomenologica della nostra società, in particolar modo in quella delle società capitalisticamente più avanzate, trovo che la riduzione delle forme della relazione sociale alla forma merce-denaro, ossia alla rappresentazione astratta e perciò universale della ricchezza materiale, sia diventata oggi ancora più totalizzante che ai tempi di Marx. Essa determina conseguenze in alcuni casi esiziali, riguardanti la tendenziale scomparsa di tutte quelle forme della relazione sociale non sussumibili dentro il rapporto di merce. O, per meglio dire, a fronte della rappresentazione del rapporto sociale come di un rapporto mediato da cose, sembra emergere quella condizione del moderno in cui tutto diventa cosa, oggetto senza anima. Mi pare che si tratti di una questione drammatica, strettamente legata alla tendenziale scomparsa del legame comunitario e all’affiorare, dentro i nostri contesti sociali, di una generalizzata condizione di anomia, di sradicamento, di disgregazione e di impazzimento sociale. Ne possiamo riconoscere gli effetti nella sempre crescente violenza e tossicità delle dinamiche comportamentali, affettive e relazionali che ci attraversano quotidianamente.
La seconda questione su cui ritengo opportuna una riflessione è relativa al tema della contraddittorietà del rapporto tra sviluppo delle forze produttive e rapporti di produzione. Desidererei porre questo tema facendolo interagire con la considerazione dei limiti della natura e del carattere bulimico di questo capitalismo storico. Non solo il nostro modo di produzione non è riducibile a quei tentativi di naturalizzazione che hanno caratterizzato i sistemi dell’economia politica classica, da Smith a Ricardo, ma, per giunta, esso, nel suo carattere artificiale di incessante estrazione e accumulazione allargata di plusvalore, finisce per scontrarsi con la naturale finitezza delle risorse del pianeta.
La terza e ultima questione riguarda il tema della concentrazione e della centralizzazione del capitale, questione che risale al problema della sovrapproduzione, del disequilibrio della domanda e dell’offerta e della caduta tendenziale del saggio di profitto. L’instabilità politica e le guerre che stanno devastando mezzo mondo, l’Iran e il Medio Oriente ma non solo, le aggressioni alla Palestina, a Gaza e alla Westbank, il conflitto bellico in Ucraina e quello in Sudan, ci parlano del fatto che a fronte di una crisi che si dispiega su scala mondiale si alimentano processi di concentrazione e di centralizzazione che fomentano guerre e conflitti bellici di estrema gravità.
Ci sarebbe ancora altro su cui discutere: dalla mondializzazione alla crescita della produttività, con la correlata diminuzione del lavoro necessario, dalla formazione dei monopoli sulla base della legge della libera concorrenza ai processi di finanziarizzazione, dal progresso tecnologico dell’automazione al conflitto tra le classi che supera l’approccio borghese dell’individualismo metodologico. Tuttavia occorre avviarsi a concludere: già Rosa Luxemburg ai primi del secolo scorso si interrogava sulla validità euristica di quelle letture degli epigoni marxisti che si limitavano a ripetere giaculatorie preconfezionate e sostanzialmente dogmatiche. Non è certamente questo il Marx da fare entrare in corto circuito con le contraddizioni del presente. Sebbene la storia del marxismo sia costellata da letture apologetiche e interpretazioni consolatorie poco adeguate a interpretare produttivamente la realtà dei processi sociali ed economici, sono del parere che il Marx che conoscevamo, quello delle traduzioni di Cantimori e Maffi, non sia affatto tutto da buttare.
Tuttavia, l’approccio interpretativo che scaturisce dal lavoro di traduzione di Fineschi sembra gettare una luce nuova sul Capitale, una maggiore chiarezza capace di ricostruire nessi logici e dispositivi teorici, facendo piazza pulita di teorie che non trovano riscontro nella lettera del testo (penso alla teoria del valore-lavoro) o che impostano certi problemi in modo fuorviante (penso al problema della trasformazione dei valori di mercato in prezzi di produzione). E soprattutto, nel fare tesoro del lavoro dell’edizione critica della MEGA 2, la maggiore completezza delle fonti sembra restituire quel carattere di lavoro mai concluso, di work in progress, che rappresenta una delle cifre più significative del lascito marxiano. Tramite questa consapevolezza Marx ci aiuta, a mio avviso, non solo a elaborare una teoria generale della modernità ma, anche, a porre razionalmente le condizioni di possibilità logica di fuoriuscita dal modo di produzione capitalistico. Si badi bene, le condizioni di possibilità, senza nessun determinismo finalistico o palingenetico. Sta a noi, alle nostre limitate capacità, entro i vincoli e i limiti del sistema, provare a costruire un altro mondo possibile.



