giovedì 1 gennaio 2026

QUANDO IL DELIRIO BELLICISTA SEDUCE ANCHE LA SINISTRA

- Silvano Fusco -


Auspicare l’avvento di “un’Europa armigera”, di “uomini risoluti a uccidere e a morire” e ritenere che la pace intorpidisca sono affermazioni terrificanti, al limite del delirio. La sinistra deve riscoprire la sua tradizione pacifista e rigettare ogni tentazione bellicista. Se così non sarà, ci attende un futuro cupo e piuttosto inquietante_

Il 14 dicembre 2025, alla chiusura della kermesse “Atreju”, la premier Giorgia Meloni ha affermato testualmente che la pace «non si costruisce con le canzoni di John Lennon ma con la deterrenza». La presidente del Consiglio è poi tornata sull’argomento il 22 dicembre, durante una visita al Comando operativo di vertice interforze, dove ha partecipato a un collegamento in videoconferenza per rivolgere gli auguri ai Contingenti militari italiani impegnati nei teatri di operazioni internazionali. In quell’occasione ha ribadito che: «è la forza degli eserciti e la loro credibilità lo strumento più efficace per combattere le guerre. Il dialogo, la diplomazia, le buone intenzioni certo servono ma devono poggiare su basi solide. […] Solo una forza militare credibile allontana la guerra. Perché la pace non arriva spontaneamente: è soprattutto un equilibrio di potenze. La debolezza invita l’aggressore, la forza allontana l’aggressore».

Sulla stessa lunghezza d’onda si è espresso il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, durante la cerimonia per gli auguri di fine anno con i rappresentanti delle Istituzioni, delle forze politiche e della società civile, svoltasi il 19 dicembre. In tale occasione Mattarella ha dichiarato che: «La spesa per dotarsi di efficaci strumenti che garantiscano la difesa collettiva è sempre stata comprensibilmente poco popolare. Anche quando, come in questo caso, si perseguono finalità di tutela della sicurezza e della pace, nel quadro di una politica rispettosa del diritto internazionale. E tuttavia, poche volte come ora, è necessario. Anche per dare il nostro decisivo contributo alla realizzazione della difesa comune europea, strumento di deterrenza contro le guerre e, insieme, salvaguardia dello spazio condiviso di libertà e di benessere. Sicurezza nazionale e sicurezza europea sono oggi indivisibili, qualunque sia la prospettiva con la quale affrontiamo il tema della protezione della libertà e dello sviluppo delle nostre società». Non sono da meno praticamente tutti i leader europei che hanno votato concordi su un programma di colossale riarmo nei prossimi anni. Solo il premier spagnolo Pedro Sanchez ha preso le distanze sull’aumento al 5% del Pil delle spese militari.

In questo desolante panorama un solo capo di Stato europeo ha avuto il coraggio di esprimere una chiara voce contraria: Papa Leone XIV. Nel suo messaggio per la LIX giornata mondiale della pace (“La pace sia con tutti voi. Verso una pace disarmata e disarmante”), senza mezze parole ha scritto:

La forza dissuasiva della potenza, e, in particolare, la deterrenza nucleare, incarnano l’irrazionalità di un rapporto tra popoli basato non sul diritto, sulla giustizia e sulla fiducia, ma sulla paura e sul dominio della forza. […] Alle nuove sfide pare si voglia rispondere, oltre che con l’enorme sforzo economico per il riarmo, con un riallineamento delle politiche educative: invece di una cultura della memoria, che custodisca le consapevolezze maturate nel Novecento e non ne dimentichi i milioni di vittime, si promuovono campagne di comunicazione e programmi educativi, in scuole e università, così come nei media, che diffondono la percezione di minacce e trasmettono una nozione meramente armata di difesa e di sicurezza. […] Occorre denunciare le enormi concentrazioni di interessi economici e finanziari privati che vanno sospingendo gli Stati in questa direzione; ma ciò non basta, se contemporaneamente non viene favorito il risveglio delle coscienze e del pensiero critico.

Al contrario di quello che è accaduto per Meloni e Mattarella, ben pochi media hanno dato risalto alle parole di Papa Leone XIV, nonostante la maggior parte di loro sia sempre pronta ad occuparsi del Pontefice per mille altre questioni, che non riguardino però le questioni legate a pace e riarmo. Lo stesso era già accaduto con il predecessore Papa Francesco, che era stato oggetto di una vera censura per le sue posizioni dichiaratamente pacifiste.

Purtroppo la logica alla base dello slogan si vis pacem, para bellum (se vuoi la pace prepara la guerra) continua a prevalere nella nostra sciagurata classe politica che, oltretutto, dimostra di essere affetta da una profonda ignoranza nei confronti della oramai vasta letteratura che afferma il contrario di quello che essa sostiene (https://journals.openedition.org/qds/5090). Quella della deterrenza è infatti una teoria la cui validità non è mai stata dimostrata da nessuno. Anzi, guardando la storia sembra proprio vero l’opposto: più i paesi si sono armati e più è aumentata la probabilità che scoppiasse una guerra. Se ne era reso conto, già nel V secolo a. C., lo storico e militare ateniese Tucidide. Egli infatti, ipotizzò lo scoppio della guerra del Peloponneso tra Atene e Sparta, guerra che si verificò puntualmente a causa dal timore spartano per la crescente egemonia territoriale ateniese. Il politologo americano Graham Allison, nel 2012, introdusse l’espressione “Trappola di Tucidide” per indicare la tendenza che porta le tensioni politiche tra potenze rivali a sfociare in guerre reali ( G. Allison, Destinati alla guerra: possono l’America e la Cina sfuggire alla trappola di Tucidide?, Fazi, Roma, 2018). Se due potenze si trovano intrappolate in una spirale di deterrenza reciproca, le azioni di ciascuna parte per evitare la guerra (come il potenziamento della forza militare o la creazione di alleanze) possono, paradossalmente, aumentare le probabilità di conflitto. Questo è il cuore della trappola di Tucidide: la paura reciproca spinge entrambe le potenze verso una corsa agli armamenti o ad azioni che generano malintesi, aumentando così il rischio di guerra. Quanto più un paese si arma per la propria sicurezza, tanto più gli altri lo percepiscono come una minaccia. Questa percezione li induce ad armarsi a loro volta, in una escalation che aumenta la probabilità di guerra, trasformando risorse pubbliche in spese belliche, diminuendo di fatto la sicurezza di tutti (https://volerelaluna.it/rimbalzi/2025/12/24/la-verita-la-giustizia-e-la-pace/ ). L’illusorietà della deterrenza dipende da vari fattori. Anche di fronte a conseguenze temibili, gli attacchi offensivi possono essere attuati a causa di errori, incidenti o credenze erronee sulle intenzioni altrui. La deterrenza implica inoltre elevati livelli di spesa militare che inevitabilmente sottraggono risorse ad altri settori di investimento sociale ed economici, alimentando tensioni interne e instabilità. Il concetto di equilibrio basato sulla paura reciproca presuppone inoltre una razionalità della classe politica che è tutta da dimostrare e che è stata spesso smentita da scelte poco sensate da parte della stessa.

Come è stato oramai suggerito da molti studi (J. Galtung, Affrontare il conflitto. Trascendere e trasformare, Pisa University Press, 2014), la sicurezza duratura si ottiene, al contrario, riducendo la corsa agli armamenti e investendo in canali di dialogo, fiducia reciproca e risoluzione non violenta e diplomatica dei conflitti. Vi sono a tale proposito esempi virtuosi che mostrano come interi paesi possano tranquillamente vivere in pace rinunciando totalmente alle forze armate. Nel 1949, dopo una guerra civile che aveva avuto luogo l’anno prima, il Costa Rica ha modificato la propria Costituzione per abolire le forze armate. Invece di investire in una forza militare, il Costa Rica ha scelto di concentrarsi su investimenti in salute, educazione e sviluppo sociale. Persino la polizia nazionale del Costa Rica non è armata in maniera pesante, il che rende il paese un esempio interessante di un modello di sicurezza nazionale che non si affida a un apparato militare. Nonostante l’assenza di forze armate, il Costa Rica non è stato mai seriamente attaccato da altri paesi dal momento in cui ha abolito l’esercito. Qualche tensione verificatasi in passato con i paesi vicini, come con il Nicaragua, è stata risolta per via diplomatica. L’intera strategia difensiva del Costa Rica si è sempre basata sulla diplomazia, sul rispetto per il diritto internazionale e sul coinvolgimento in organismi internazionali di pace. Il Costa Rica rappresenta un esempio potente di come la sicurezza e la stabilità possano essere ottenute in modi diversi rispetto alla corsa al riarmo. Il fatto che un paese possa esistere senza un esercito e focalizzarsi su altre priorità, come l’educazione e la salute, dimostra pragmaticamente che esistono valide alternative alla spesa militare per garantire il benessere dei cittadini. Quello del Costa Rica non è però l’unico esempio. Anche Panama ha deciso da tempo di non avere un esercito. Dopo la fine della “guerra civile” e l’invasione degli Stati Uniti nel 1989, Panama ha abolito le forze armate nella sua Costituzione. Oggi, il paese possiede una Polizia Nazionale che si occupa della sicurezza interna, ma non ha un esercito tradizionale. Il canale di Panama, che è un punto strategico molto importante, è protetto da trattati internazionali piuttosto che da un esercito nazionale.

Anche l’Islanda è un caso interessanteNon ha un esercito permanente, pur essendo membro della NATO e pur partecipando a missioni internazionali sotto l’ombrello della NATO. La sua difesa dipende principalmente dalla cooperazione internazionale, specialmente con gli Stati Uniti. L’Islanda possiede una “Guardia costiera” e forze di polizia, ma non ha un esercito tradizionale. Anche il Liechtenstein, piccolo principato europeo, ha abolito l’esercito fin dal 1868. Nonostante le dimensioni piccole, il paese ha goduto di grande stabilità e prosperità. La sua sicurezza è garantita da trattati internazionali e, in caso di emergenza, si affiderebbe a paesi amici. Il Liechtenstein ha una polizia nazionale, ma nessuna forza militare. Un altro piccolo stato europeo, San Marino, ha una situazione simile. Non ha un esercito e si affida ad accordi di protezione con l’Italia. Anche se ha una piccola forza di polizia, la difesa militare non è una priorità per il paese, e la sua sicurezza è garantita dalla diplomazia e da alleanze internazionali. Anche il Vaticano non ha un esercito nel senso tradizionale. La sua sicurezza è garantita dalle forze di polizia italiane e da una piccola guardia svizzera che si occupa della protezione del Papa. Le isole Mauritius, nell’Oceano Indiano, hanno abolito le loro forze armate dopo l’indipendenza nel 1968. La sicurezza del paese è gestita dalla polizia e dalle forze paramilitari, con un forte impegno per la diplomazia regionale. Quello delle Mauritius è un esempio di come un paese possa garantire la propria sicurezza attraverso la cooperazione internazionale e una solida politica di neutralità. Infine anche il principato di Monaco, pur essendo un piccolo Stato sovrano, non ha un esercito. Il suo sistema di difesa si basa su trattati di protezione con la Francia. Ha una polizia nazionale e una Guardia di Palazzo per la protezione della famiglia reale, ma non ha una forza armata tradizionale. Tutti questi paesi hanno adottato soluzioni diverse per garantire la loro sicurezza, ma ciò che li accomuna è l’idea che la pace e la stabilità possano essere ottenute anche senza un esercito tradizionale, concentrandosi su diplomazia, cooperazione internazionale e soluzioni non violente. Nessuno di loro, nonostante l’assenza di forze armate, è mai stato attaccato da altri paesi.

Quanto fin qui esposto dovrebbe far capire che le critiche alla dottrina della deterrenza e la conseguente opposizione alla corsa riarmo non sono frutto di anime belle, motivate da vane spinte utopistiche. Al contrario si tratta di argomentazioni perfettamente razionali e pragmatiche che appaiono molto più convincenti di quelle dei sedicenti “realisti” che guardano con presuntuosa sufficienza ogni istanza pacifista. Se certi atteggiamenti guerrafondai non destano grande stupore quando provengono da esponenti della destra, qual è Giorgia Meloni, si resta invece abbastanza stupiti nel constatare che anche un capo di stato come Mattarella, in genere abbastanza cauto e prudente, li faccia propri. La cosa appare ancora più grave considerando che Mattarella dovrebbe essere garante della nostra Costituzione che, vale la pena ricordarlo, «ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali». Chi si affida alla deterrenza deve infatti essere disposto a fare la guerra (altrimenti non è deterrenza) e quindi disattende di fatto la Costituzione.

Ma ancora maggior stupore e amarezza desta il constatare che anche sedicenti esponenti della sinistra abbiano oramai fatto proprie certe posizioni (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2025/04/10/guerra-il-tradimento-dei-chierici/). Un esempio particolarmente inquietante è quello di Paolo Flores D’Arcais che, sulle pagine di MicroMega (storica rivista da lui fondata e che ambirebbe a rappresentare una sinistra illuminista), scrive: «Una critica diversa, di principio, che rimuova la necessità di un’Europa anche armigera – armigera, sì, inevitabilmente – equivale a dire no! all’esistenza stessa dell’Europa nei giorni in cui essa diventa invece cogente» (https://www.micromega.net/europa-necessaria). “Europa armigera. No, grazie!” viene da dire. Purtroppo Flores D’Arcais non è il solo, in ambito “progressista”, ad aver sposato certe convinzioni belliciste che si ritrovano pari pari negli esponenti della destra più retriva. Antonio Scurati, nel marzo 2025, così scriveva: «La principale carenza europea rispetto alla possibilità di combattere autonomamente una guerra difensiva [è]la mancanza di guerrieri. […] Mi riferisco alla svanita combattività di popoli da otto decenni pacificati, demograficamente invecchiati e profondamente gentrificati. Per fare la guerra, anche soltanto una guerra difensiva, c’è bisogno di armi adeguate ma resta, ostinato, intrattabile, terribile, anche il bisogno di giovani uomini (e di donne, se volete) capaci, pronti e disposti ad usarle. Vale a dire di uomini risoluti a uccidere e a morire» (A. Scurati, Dove sono ormai i guerrieri d’Europa?la Repubblica, 4 marzo 2025). Sulla stessa lunghezza d’onda troviamo Umberto Galimberti che, in un’intervista a Corrado Augias (10 marzo 2025), ha affermato: «Io guardo i pacifisti con sospetto, la pace intorpidisce, le armi devono esserci come deterrente […]. La pace diventa la panacea per coprire l’orrore di quella che, invece, si deve chiamare resa. […] Oggi il criterio della relazione tra gli Stati è la forza […]. Di fonte alla forza che diplomazia puoi mettere in gioco? […] La pace intorpidisce anche la dimensione guerriera intesa in senso nobile, di difendere la tua terra e i tuoi diritti» (https://www.youtube.com/watch?v=ZXZxjDYcEJA).

Auspicare l’avvento di “un’Europa armigera”, di “uomini risoluti a uccidere e a morire” e ritenere che la pace intorpidisca sono affermazioni terrificanti, al limite del delirio. La sinistra deve riscoprire la sua tradizione pacifista e rigettare ogni tentazione bellicista. Se così non sarà, ci attende un futuro cupo e piuttosto inquietante.

fonte: volerelaluna