Effimera ebook #7
La guerra è oggi diventata una condizione strutturale all’interno delle nostre vite, al punto che ci siamo abituati/e a conviverci, anche se in modo problematico e conflittuale, sia dal punto di vista psicologico che da quello relazionale. La situazione emergenziale generata dalla sindemia Covid-19 ha prodotto una cesura nei comportamenti umani, favorendo la propagazione di forme di isolamento e di a-socialità già in atto. La diffusione della comunicazione virtuale, intermediata dalle piattaforme digitali, in apparente assenza di corpi, proposta e interpretata come stato d’eccezione, oggi si è tramutata nello strumento per imporre il bellicismo quotidiano del dispotismo contemporaneo. Non ci riferiamo a un concetto di guerra nel senso tradizionale del termine, cioè una guerra combattuta da eserciti più o meno regolarmente schierati, ma piuttosto all’evoluzione che la pratica della guerra ha assunto fuori da un campo strettamente bellico verso una dimensione sempre più sociale e generale_
Oggi nel mondo ci sono 56 conflitti bellici (la cui maggior parte neppure conosciamo). Nella quasi totalità si tratta di guerre ibride, sporche, che trovano il proprio antesignano nella guerra Usa in Vietnam, dove le vittime sono prevalentemente civili, dove l’asimmetria di forze è del tutto sproporzionata, dove le regole e le convenzioni di guerra sono completamente ignorate. L’attuale conclamata crisi del diritto internazionale e la crisi della diplomazia internazionale con la delegittimazione delle istituzioni che dovrebbero garantirla (Onu e Corte Penale Internazionale, in primis) si accompagna alla trasformazione politica e tecnologica degli strumenti di guerra, da droni di ultima generazione, ai satelliti privatizzati in cielo, all’uso dell’informatica, allo sviluppo di tecniche sofisticate di sorveglianza e controllo sino al ricatto della sopravvivenza, tagliando perfino, dentro il conflitto, qualsiasi possibilità di ricorso al cibo e all’acqua. Queste tematiche saranno al centro della prima sessione che apre il convegno, con il titolo: Come la guerra ha piegato tecnica, diritto e comunicazione. In questa sessione si trovano gli interventi di Rossana De Simone, Gianni Giovannelli, Giorgio Griziotti, Maurizio Guerri, introdotti e moderati da Gabriele Battaglia. [INTRODUZIONE EFFIMERA.ORG]
Il termine guerra è esteso anche ad ambiti non strettamente bellici o finalizzati a conquistare o controllare nuovi territori, soprattutto se sono ricchi di risorse minerarie strategiche. In questi tempi di guerra, non è esagerato parlare di guerra finanziaria, logistico-commerciale, guerra tecnologica e in particolare di guerra sociale.
Inoltre la guerra finanziaria, logistico-commerciale e tecnologica si declina nella definizione di un nuovo ordine geopolitico e geoeconomico. Viviamo in tempo di transizione, da un ordine mondiale unipolare, sotto l’egemonia Usa, verso un possibile ordine multipolare, tutto ancora da decostruire ma che vede l’emergere di quello che in maniera superficiale possiamo chiamare “global South”. Nell’ultimo quarto di secolo, i paesi Brics+ hanno ottenuto risultati nel campo della logistica e della tecnologia migliori di quanto abbiamo saputo fare i paesi occidentali racchiusi nella sigla G7. Quest’ultimi oggi, infatti, non sono più in grado di dettare l’agenda politico-economica a livello globale. Le tensioni tra UsaCina ne sono l’evidenza più macroscopica. L’amministrazione Trump, a differenza di quella di Biden, sembra averne preso atto e la reazione commerciale statunitense ha imposto l’attuazione di una politica protezionistica nel tentativo di salvare l’egemonia economica americana, i cui risultati sono ancora da valutare. Convivono, anche con alleanze contraddittorie, i nuovi nazionalismi, i segmenti sedimentati di globalizzazione, i tentativi di neo-imperialismo, i complotti per conquistare risorse energetiche. Fatto sta che le tensioni belliche, anche sul piano commerciale, hanno subito escalation non dissimili da quelle sul piano più strettamente militare. Questi aspetti saranno al centro della discussione della seconda sessione, dal titolo Come la guerra ha modificato l’economia e la finanza durante la quale sono state presentate le relazioni di Sandro Mezzadra (e di Michael Hardt) e di Raffaele Sciortino, con il coordinamento di Andrea Fumagalli.
Tuttavia, il tema forse più importante, eppure tra i meno discussi, è quello che potremmo definire della “guerra sociale”. La “guerra sociale”, non dichiarata ma agita dai poteri forti dell’economia e dell’autoritarismo statuale, ha lo scopo di cancellare, perfino negandolo, il “conflitto sociale”. A questo fine vengono utilizzati e dispiegati vari strumenti, dalla precarietà del lavoro, all’intermittenza di reddito, allo smantellamento dei servizi sociali, alla riproposizione dello stigma della povertà, all’aumento della discriminazione e della violenza di genere, all’espulsione e allo sfruttamento della forza migrante, appositamente tenuta in condizioni di illegalità. La legislazione vigente rende difficile o problematica l’emersione, omette le tutele in favore di chi lavora, consente con maggior facilità di espellere le donne dal mondo del lavoro, relega i più deboli nelle periferie o in abitazioni 7 fatiscenti, favorisce di fatto lo sfruttamento intensivo della manodopera, lasciata in balia del ricatto. Tutto ciò ha impatti determinanti sulle condizioni di vita che influiscono sulle soggettività. Pensiamo sia necessaria una critica radicale di tale processo, capace di ridefinire l’umano e insieme il suo habitat. Le immagini della distruzione minuziosa di Gaza City ridotta a polveroso cumulo di macerie resteranno indelebili nella memoria. E da lì ci interrogano sulle molteplici e variegate forme di aggressione e sulla assenza di riparo: nella crisi delle forma-stato, dominata dall’economia, che “protezione” si può immaginare contro la pervasività della violenza del potere di pochi? A quale tipo di benessere possono aspirare la collettività, i “molti”, i “non aventi parte”, tanto più che vanno considerate le difficoltà - e le ambiguità - dell’autorganizzazione sociale non sempre capace di sviluppare una risposta adeguata alle sfide immense che nei vari territori vengono poste? Nel processo di finanziarizzazione cogliamo una sostanziale indifferenza per tutte le forme di tutela ambientale, fino al negazionismo espresso del disastro climatico, dell’inquinamento di aria e acqua, della distruzione del territorio. Tutto ciò che ostacola il profitto a breve termine viene rimosso, anche con la forza, con il sopruso, con la menzogna, con le armi. La “guerra sociale” si attua dunque anche attraverso lo scempio della gentrificazione e della speculazione immobiliare-finanziaria di molte realtà territoriali, creando nuove barriere sociali, ridefinendo ghetti urbani marginalizzati, favorendo il degrado ecologico e ambientale. Il titolo di questa parte della discussione è: Come la guerra distrugge lo stato sociale ed estende lo sfruttamento del vivente. Questa ultima parte del convegno è stata animata dagli interventi del Centro Sociale Cantiere di Milano, di Lucia Tozzi e di Tiziana Villani. Introduzione di Cristina Morini.
Tre quadri per poterci interrogare e per poter discutere delle condizioni per le forme di resistenza alla guerra e per proporre istanze di liberazione e autodeterminazione. Le recenti e ingenti manifestazioni per la Palestina hanno evidenziato una pratica di solidarietà con le popolazioni martoriate dalla guerra, contro il genocidio della popolazione palestinese e contro l’arresto degli attivisti della Flotilla, partiti per rompere il blocco illegale dell’autocrate Netanyahu. Hanno anche messo in luce un’insofferenza sociale e la partecipazione di nuove composizioni, giovani e immigrati di II e III generazione. L’opzione dispotica che caratterizza oggi tutte le diverse forme-stato dentro le singole istituzioni nazionali (siano esse riconosciute o esistano di fatto) è incompatibile con le mediazioni, con le trattative. Ogni rivendicazione viene criminalizzata, anche la domanda di pace. Per il potere, infatti, anche il pacifismo non violento va collocato nel fronte ribelle, quale componente della rivoluzione, anzi del terrorismo.
È possibile, senza troppe pretese, interpretare la natura di tali manifestazioni e mobilitazioni, che, comunque sia, non smettono di esistere e di darci speranza?
Post-scriptum
Siamo alla fine del mese di gennaio 2026. Sono passati solo pochi mesi dal convegno di Effimera sulla guerra che si è svolto il 15 novembre 2025. Eppure sembrano passati anni, tanto gli avvenimenti si inseguono velocemente. Stiamo vivendo giorni che potrebbero essere definiti "Trump senza limiti". Ogni mattina arrivano notizie delle ultime azioni drammatiche e destabilizzanti del Presidente degli Stati Uniti in ambito nazionale e internazionale. A inizio d’anno, ha organizzato la deportazione del presidente venezuelano Maduro e della deputata Cilia Flores, sua moglie, per fomentare un difficile regime change in Venezuela. Subito dopo ha minacciato un intervento in Iran, e lo ascoltiamo pronunciare dichiarazioni quotidiane sulla pianificata occupazione della Groenlandia, indipendentemente dal fatto che ciò possa innescare o meno lo scioglimento della NATO. Non basta: il suo team legale ha presentato accuse penali contro il capo della Federal Reserve, Jerome Powell che potrebbe essere sostituito da Rick Rieder, attualmente Chief Investment Officer of Global Fixed Income di BlackRock. Nel frattempo, continuano e si intensificano i rastrellamenti e le deportazioni dei cittadini immigrati da parte dell’ICE (Immigration and Customs Enforcement).
Trump, ovviamente, non è solo. Gli attacchi della Russia con missili e droni contro l’Ucraina si ripetono giorno dopo giorno. Il governo israeliano, oltre a continuare a bombardare Gaza, nonostante la firma di una tregua, e a sostenere l’illecita occupazione violenta di terre palestinesi in Cisgiordania da parte dei coloni, ha recentemente rivelato di voler estendere il possesso di Gaza, ben al di là della linea gialla, stabilita con l’accordo dell’8 ottobre 2025.
La Cina mostra i muscoli a Taiwan, conducendo una grande esercitazione navale e aerea nelle acque limitrofe all’isola a inizio 2026. In Siria, la situazione è drammatica: le roccaforti di Aleppo della resistenza curda sono sul punto di crollare e la stessa esperienza del Rojava si trova in difficoltà. In Africa, la guerra in Sudan continua senza sosta con massacro di vittime civili e profughe/i; nel continente asiatico, tra Cambogia e Tailandia, la tensione è alle stelle e altrettanto si può dire tra India e Pakistan; in America Latina si stende minacciosa l’ombra dell’impero Usa, in Messico come in Colombia e soprattutto a Cuba.
L’acuirsi della tensione bellica si accompagna alla diffusione di forme sempre più autoritarie di governo, condite da crescenti pulsioni xenofobe, sessiste e fasciste. Non è una novità: un regime di guerra si accompagna spesso ad un regime autoritario e sovranista (un tempo si diceva nazionalista), che, tuttavia, oggi assume connotati nuovi, se non altro perché negli ultimi 30-40 anni abbiamo assistito a un processo di internazionalizzazione produttiva, tecnologica e finanziaria, che ha irrimediabilmente rotto l’equilibrio, talvolta instabile ma in grado di reggere, del secolo scorso. Fintanto che la prima fase della globalizzazione è stata gestita dal Washington Consensus, l’equilibrio geopolitico ha, seppur con difficoltà, retto. In seguito, con il nuovo millennio, la nascita prima dei Brics e poi, dopo la crisi finanziaria del 2007-08, dei Brics+ con l’accelerazione imposta dalla Cina, diventava inevitabile la ricerca di nuovi assetti geopolitici di potere, non più fondati sulla supremazia del cosiddetto Occidente.
Ed è in questa fase che si acuisce la crisi di regolazione politica che fa perno su un parlamentarismo sempre più asfittico a favore di dinamiche sovraniste e autoritarie che sempre più ledono il diritto internazionale e lo stesso stato di diritto nazionale. Si tratta di un fenomeno che assume aspetti diversi a seconda del continente e della latitudine. Ma c’è tuttavia un elemento comune: la diffusione, a partire dal nuovo millennio di un nuovo modello di organizzazione del capitalismo contemporaneo, quello basato sulle piattaforme digitali, che ridefinisce i confini del processo di valorizzazione e favorisce processi di concentrazione e di crescita della capitalizzazione di borsa mai sperimentati in precedenza. Il capitalismo attuale ridefinisce il rapporto tra economia e politica. Negli Stati Uniti, in Europa e in molti paesi BRICS, gli obiettivi di estrazione del profitto e di sfruttamento e di depredazione della riproduzione sociale (capacità umane, relazioni, emozioni, attenzione, linguaggio) così come delle risorse ambientali hanno favorito la nascita di vere e proprie tecno-oligarchie. La scienza politica diventa così marginale e semplice corollario. La decisione di Trump di affidare a Musk la gestione dell’apparato statale Usa con la creazione del DOGE è stato il tentativo di far dipendere l’azione politica dalle esigenze oligarchiche del potere economico in modo diretto e senza intermediazioni. Non è un caso che Peter Thiel, il patron di Palantir, è infatti uso a dichiarazioni del tipo: “Non credo più che la democrazia sia compatibile con la libertà” o “L’unica vera disuguaglianza a cui riesco a pensare è quella tra chi è vivo e chi è morto”. La ragione politica parrebbe non aver più motivo di esistere.
In altri paesi, le tecno-oligarchie dominanti vengono gestite in nome di teocrazie di natura religiosa fondamentalista, come ad esempio, pur nelle differenze, in Israele e in Iran.
In tale situazione, la capacità dei movimenti sociali è fortemente depotenziata. È in atto, parallelamente alla nuova guerra militare e di sorveglianza, una vera e propria guerra sociale, che si ciba della censura della libera informazione a favore di propagande precostituite, dello smantellamento dello stato sociale e della precarizzazione del lavoro. Particolare importanza, all’interno di questa guerra sociale, è la guerra contro i migranti e la libertà di movimento. Si tratta di dispositivi che frammentano il lavoro vivo e potenzialmente resistente, soprattutto in Europa.
Cionondimeno, in altre parti del mondo, continuano a operare forme di eccedenza, seppur all’interno di ambiti delimitati. Ed è a questi tentativi che anche noi dobbiamo guardare, in America Latina, in Africa e in Asia. Anche nel cuore degli Stati Uniti che si rivoltano contro le incursioni dell’ICE e dei suoi miliziani che intervengono a sorpresa per deportare i lavoratori stranieri. Perciò, è sempre più necessario sviluppare reti relazionali e di scambio di informazione e di sensibilità, perché è in questi contesti che potrà vedere la luce una nuova stagione di pensiero critico e conflittuale - consci che oramai l’Europa e l’Occidente hanno intrapreso la via di un declino culturale, sociale ed economico che sembra inarrestabile.
Effimera.org con questo convegno, con questo libro e con il lavoro di tessitura che cerca di fare quotidianamente attraverso il sito si propone proprio di generare collegamenti, favorire processi critici, scambi di esperienze, approfondimento delle analisi, circolazione di idee, processi di soggettivazione e di capacità organizzative contro l’attacco feroce che si sta incrementando esponenzialmente contro la vita. La sfida è difficile, coglierla e affrontarla determinante. Di fronte alla strategia dell’accerchiamento in atto, che intimidisce e annichilisce, come ben ci ha spiegato Foucault, non è necessario aprire la porta a lineamenti di difesa sociale sempre più larghi, creando progressive contaminazioni? Non è questa, forse, l’essenza di nuove forme della politica?
Ringraziamo la lista e la rete di Effimera per la collaborazione nella preparazione dei lavori e per le discussioni prima, durante e dopo il seminario. Riflessioni che ancora si succedono sul tema dei conflitti in atto. Dobbiamo proseguire il cammino.
Ringraziamo di cuore Elena, Selam, Nicola e tutte le compagne e tutti i compagni del Cantiere di Milano per l’ospitalità, l’organizzazione, gli interventi e la generosa accoglienza. Di spazi come il Cantiere, Milano ha più che bisogno che mai.
Una menzione particolare va dedicata a Paolo Gallerani che ci ha regalato, durante il convegno, una presentazione di alcune delle sue opere centrate, sin dal 2010, con grande capacità visionaria, sul tema della guerra. Macchine armate si intitolò una mostra allestita a Milano, alla Casa della Memoria, nel 2017. Scrive Gallerani nell’apertura del catalogo della sua mostra:
Matura il tempo in cui la macchina, da strumento di lavoro, inserita nel sistema di produzione industriale/finanziario globale, può diventare arma offensiva. Non la macchina dell’artigiano, del modellista, di chi fabbrica prototipi e nemmeno quella della piccola e anche grande produzione industriale e civile. Ma la macchina della produzione di massa, invasiva, pervasiva delle pulsioni di dominio, assistita dai sistemi informatici di controllo, diviene macchina da guerra.
Ecco, quel tempo è venuto.

