-Dario Salvetti-
I popoli
non chiedono permesso alla geopolitica per insorgere. Ma è un dato di fatto che
lo scontro tra blocchi esiste. E che questo aumenta la complessità del
contesto, con la geopolitica che si getta sui movimenti tentando di dirottarli,
usarli, vampirizzarli o anche solo comprimerli tra la repressione interna e la
strumentalizzazione esterna.
Eppure,
anche di fronte a questa complessità, la condotta a cui siamo chiamati è
semplice: non lasciarsi arruolare in guerra, non disertare la resistenza.
Laddove
l’internazionalismo non è opinionismo. Non consiste nel farci commentatori di
fatti lontani, in un gioco di tastiera dove il massimo rischio che corriamo è
dover bannare qualche troll o qualche individuo annoiato, invasivo nei propri
commenti. Consiste nel fare la propria parte di internazionalisti laddove ci si
trova. E qui e ora, la nostra piccola parte è lottare in ogni modo contro il
riarmo e l’autoritarismo, fatto di costruzione di nemico esterno e interno.
Qualsiasi cosa ci conduca lontano da questo compito o apra crepe
nell’intransigenza di questa nostra condotta è veleno.
L’oligarchia
non è qualcosa di lontano ma è la struttura della società dove viviamo. E il
primo regime di cui dobbiamo impedire la nascita o sancire la sconfitta è a
casa nostra. La chiave con cui leggiamo il mondo è questa. E questo dovrebbe
essere il senso del grido «o re o libertà», titolo dell’assemblea nazionale dei
movimenti a Bologna degli scorsi 24 e 25 gennaio.
Dove
il «re» non abita in un palazzo lontano ma sono i padroni effettivi della
nostra società, con tutti i loro meccanismi di sfruttamento e appropriazione
della sfera produttiva, abitativa, riproduttiva, sociale, naturale.
E
dove «libertà» non è difesa del bidone vuoto della democrazia liberale in
crisi. L’autoritarismo emerge nelle nostre «democrazie» semplicemente perché la
sostanza era già lì e ora vuole togliersi la maschera. E il migliore servizio
che possiamo fare al concetto di «democrazia» è chiarire che con esso non
intendiamo lo status quo da difendere, ma qualcosa da conquistare. Quella in
cui viviamo è una società ademocratica e da tempo, e col tempo sempre più,
oligarchica.
In
questo scontro tra blocchi, la nostra «piccola patria che sa scegliersi la
parte» è idealmente una repubblica partigiana, dove l’unica potenza amica è
quella sprigionata dalla lotta di classe e dove a sua volta la lotta di classe
è lontana da ogni semplificazione economicista, ma è una dorsale che attraversa
ogni aspetto della vita. Dove si ha chiaro che una comunità non è per forza
classe, ma non esiste classe che non lotti per farsi comunità. Dove lo sciopero
è generale perché è generalizzato, il mutualismo è tale perché a servizio del
conflitto e la radicalità non è solo estetica ma quel complesso di metodi vari
e articolati che spinge il rapporto di forza avanti.
L’assemblea
di Bologna e il metodo flotilla
Che
tutte queste suggestioni abbiano attraversato la due giorni di Bologna del 24 e
25 gennaio è un dato di fatto. Che vivano e che non siano riassorbite nei
meccanismi di autorappresentazione, nell’intergruppo tra ceto politico o peggio
che non siano piegate ai bisogni elettoralistici di campi larghi è tutto da
vedere. Anzi, sarebbe meglio dire che è tutto da vivere.
Nessuno
ha giudicato la natura della Global sumud flotilla dalla natura delle forze
partitiche e sociali che sono salite sulle navi, ma dalla pratica della
flotilla stessa. Dove è la pratica a garantire la radicalità, ed è la
radicalità a determinare la natura reale della convergenza.
E
la flotilla è stata radicale per diversi fattori come la messa a disposizione
dei corpi, la contrapposizione chiara al sionismo – punta di diamante
dell’autoritarismo e dell’escalation bellica mondiale –, la disobbedienza al
blocco navale e la congiunzione con la classe, con lo sciopero e con il
«blocchiamo tutto»: un’azione complice e solidale con la resistenza di un
popolo.
È
stata radicale perché non ha declamato o autorappresentato un’idea, seppur
giusta e meritevole, ma l’ha praticata qui e ora. È stata ricaduta immediata
del bisogno di fermare la catastrofe. Una sorta di «Discutiamo ma salpiamo.
Facciamolo ora perché è tutto ormai intollerabile».
La
manifestazione lanciata per il prossimo 28 marzo a Roma dall’assemblea di
Bologna rischia di non essere questo? Si, certamente, il rischio c’è. È nelle
cose. Perché purtroppo nel nostro mondo e nella nostra routine, il «corteone» è
più facile preda del politicismo che della politica.
Eppure,
non vediamo semplicemente alternative a lavorare perché non sia così. La sfida
per il 28 marzo, la stessa che pendeva sugli scioperi di novembre e di
dicembre, è di riprendere il filo del 4 ottobre perduto.
E
tanto più perdiamo questa sfida, tanto più replichiamo il vecchio, tanto più la
repressione capisce che è l’ora di affondare.
La
partecipazione all’assemblea del 24 e 25 gennaio a Bologna (una due giorni che
comunque raccoglie l’eredità delle assemblee della Rete No ddl sicurezza) parla
da sé: 2.000 persone in due giorni. I motivi sono diversi.
Il
primo è questo: impensabile assistere a un movimento delle dimensioni di quello
vissuto a settembre e ottobre, che non fosse seguito dalla costruzione di
ambiti di discussione e di movimento ampi. Legittimo dubitare o opinare che sia
quello il modo, per carità, non dell’esigenza in sé. E se con questa due giorni
esce sconfitta l’idea che il dibattito attorno e dopo un movimento di massa sia
affidato ad ambiti proprietari, è già una mezza vittoria.
Il
secondo: la convergenza semplicemente si è imposta. E si impone. Si è imposta
nel metodo, la impongono i fatti. La impone il bisogno di fare fronte alla
catastrofe. La impone il crescente livello di autoritarismo. In una società
americanizzata è impensabile che quanto accade negli Usa non arrivi qua. Anzi,
è già arrivato. Così come non si può non vedere come il sionismo metta a
disposizione il proprio metodo di ogni apparato statale o come non stia
impattando sul diritto (vedi l’arresto di Hannoun, la condanna di Anan, ecc.). Tutto questo si
fonde e si alimenta con la guerra agli spazi sociali dichiarata dal Governo,
con le varie controriforme dell’assetto statale (vedi referendum sulla
magistratura) e con il bisogno del «pugno duro» con chi ha osato protestare
contro il genocidio a settembre e ottobre. Che poi la convergenza che si è
imposta nel dibattito viva anche nella pratica, e che sia una pratica, è una
scommessa ancora tutta da vincere. Sarebbe sinceramente preoccupante però il
contrario: che di fronte a una simile accelerazione della catastrofe e
dell’autoritarismo, non prevalesse un bisogno di convergenza, quel bisogno di
«facciamolo subito perché è tutto intollerabile». Il bisogno di unità è la cosa
più facilmente strumentalizzabile nella storia? Questo sì. Come al contrario lo
è il bisogno di radicalità quando viene trasformato in inno alla frantumazione.
Il
terzo collante della partecipazione di Bologna è stato il bisogno di fermare il
riarmo. Dove il riarmo però non può essere concepito come un’opinione ma come
un rapporto di forza. Di fronte al quale non possiamo essere solo movimento di
opinione, ma a nostra volta rapporto di forza sociale. Il rapporto sociale lo
si costruisce anche nella sfera dell’opinione (cortei, idee, dati,
ragionamenti, assemblee) ma consiste nell’impedire che qualcosa accada, non a
spiegare che non dovrebbe accadere. E quindi, scioperi, blocchi, corpi che si
mettono di traverso. Non un giorno, ma come un movimento nel tempo. Da questo
punto di vista è centrale la data del 6 febbraio nei porti, così come
individuare l’articolazione di tutti gli aspetti dell’economia genocidiaria –
dell’economia sionista – e portare avanti con decisione il boicottaggio
economico verso Israele.
Cambiare
i rapporti di forza, senza nessuna attesa
Ma
il riarmo esercita il proprio rapporto di forza non solo nella propaganda, ma
anche nella materialità dei fatti. I salariati sono semplicemente intrappolati:
produco il mio salario partecipando all’economia presente. E tanto più essa
produce guerra, tanto più rischio che il mio salario da lì provenga. Questo non
è solo il ricatto che pesa evidente sul singolo individuo ma è il malinteso con
cui si vuole incatenare – e in parte è già avvenuto a livello europeo –
l’intero movimento sindacale al carro bellico.
Dopo
anni di deindustrializzazione, delocalizzazioni, impoverimento, l’idea che solo
la guerra produca quella ricchezza industriale su cui poi il sindacato potrà
finalmente contrattare è puro veleno. E del resto, niente di nuovo: è la
riproposizione del ricatto ambiente-lavoro su scala più ampia. Qua siamo
direttamente al ricatto morte-salario.
Di
fronte a un simile meccanismo non basta declamare l’esigenza di una politica
industriale pubblica diversa. Non esiste un intervento pubblico da conquistare
una volta entrati nella stanza dei bottoni. La stanza dei bottoni non c’è, se
c’è è rotta, e se non è rotta non è neutra e al nostro servizio. L’apparato
statale e l’attuale capitale pubblico sono una macchina tarata sui bisogni dei
re: lentissima e immobile per mascherare la complicità con tutte le
accelerazioni del capitale, incatenata alla finanza dal gioco degli interessi
sul debito.
La
conversione ecologica non è per questo un programma elettorale né solo un fatto
tecnico, ma un cambiamento di rapporti sociali. E se tale cambiamento non può
di certo avvenire in un singolo punto della società, non avverrà di certo senza
una classe dirigente dal basso formata in esperimenti sociali che siano vere e
proprie casematte dove provare, riprovare, fallire.
La
reindustrializzazione della ex Gkn, suo malgrado visto che qua si trattava e si
tratta «solo» di lottare per riaprire una fabbrica, sarebbe un esempio concreto
e contagioso a servizio del movimento contro il riarmo e per la riconversione
ecologica. La fabbrica socialmente integrata non è una boutade ma un rapporto
sociale con cui uscire dallo squilibrio della catena di valore creata dal
capitalismo occidentale nell’industria. Uno squilibrio funzionale a dire: ora
se ne esce con le armi e con il nucleare.
E
ogni giorno noi non sappiamo quanto tempo ci rimane. Se la lotta finirà oggi o
domani. E ogni giorno il sistema trova il modo per guadagnare tempo e logorarci
per altri mesi, che si sommano agli anni passati. E se questa condizione è
abbrutente e psicologicamente devastante, almeno ci avvicina più alle
condizioni reali del mondo che a quelle dell’elettoralismo.
Qualsiasi
tattica o proposta non si deve cimentare sul presunto momento salvifico del
2027. Il tempo di salpare è qui e ora. Ora è il momento di dare l’anima al movimento,
non di chiederla in prestito.
Qui e
ora
E
tenere la barra sul «qui e ora» non è navigare a vista, ma misurare in maniera
franca la rotta e la navigazione della nostra prospettiva. Nel nostro caso, ad
esempio, il presente è questo: lo strumento di intervento pubblico – il Consorzio industriale pubblico – che
era chiamato a «liberare» la fabbrica dalle mire speculative immobiliari e
aprire la via a una politica industriale pubblica alternativa – nel mezzo di
una crisi industriale regionale evidente tra l’altro – è in mano a 4 enti
istituzionali dove la «sinistra» governa con ogni tipo di combinazione
possibile (con Pd e senza Pd). Ed è fermo. Totalmente e oltre ogni decoro.
La
legge sul Consorzio è stata proposta da noi nel febbraio 2024, è stata votata
nel dicembre 2024. Dopo di che il Consorzio è nato nel luglio del 2025 e forse
farà la prima riunione ufficiale a fine gennaio 2026: praticamente una cosa
all’anno. Altro che «qui e ora», ma «domani e mai». Così come ognuno può
misurare da sé, il reale investimento del movimento sindacale di massa su
questo nostro caso, così come su qualsiasi altra pratica mutualistico
conflittuale.
Di
fronte al logoramento, abbiamo dovuto tornare a mettere in campo una campagna di
azionariato popolare ancora più estesa e urgente. Lo
abbiamo fatto senza sapere sinceramente se non sia già troppo tardi.
Ma
lo abbiamo fatto perché se il «sistema» ha il potere a oggi di devastare e di
non far partire il nostro piano di reindustrializzazione, mettere in campo
anche solo un piccolo pezzo di fabbrica socialmente integrata sarebbe uno
schiaffo in faccia a ogni loro manovra passata e futura usata contro di noi o
contro ogni lotta per il lavoro.
La
comunità che si è riunita il 24 e 25 gennaio, che sa scegliersi la parte dietro
la linea Gotica, è un’irriverente e creativa repubblica partigiana che conta
sulle proprie forze e che ha chiaro come attrezzarsi per salpare, o non sarà.
La flotilla non sono solo navi su cui salire, ma da cui ripartire per
ristrutturare il metodo della nostra militanza. E proprio per questo è urgente
confederare pratiche, avere le nostre «flotille», creare infrastrutture di
movimento comuni, media comunitari, casse di mutuo soccorso nazionali
unificate, scambi di competenze, mettersi a testuggine attorno ai punti del
conflitto, dei nostri spazi, per trasformarli in «piccoli Vietnam» dove il
sistema – pur enormemente più forte di noi – non passa.
È
ingenuo pensare che tutto questo sia facile e possa accadere, viste le
concorrenzialità, le divisioni, le manovre a cui il nostro mondo ci ha
abituato. Sì, ma forse è ancora più ingenuo e imperdonabile pensare di reggere
il livello dello scontro attuale con i metodi che ci hanno già condannati alla
sconfitta in tempi ben più facili.
La
convergenza non è la garanzia di per sé di un futuro diverso. È intanto l’unico
modo a oggi perché il futuro non sia già scritto.
*Dario Salvetti fa parte del
Collettivo di fabbrica della Gkn di Campi Bisenzio. Ha scritto, con Gea
Scancarello, Questo lavoro non è vita (Fuoriscena,2024).