venerdì 30 gennaio 2026

LA CONVERGENZA È UN FUTURO DA SCRIVERE

  -Dario Salvetti-


La comunità che si è riunita il 24 e 25 gennaio a Bologna è un’irriverente e creativa repubblica partigiana che deve contare sulle proprie forze e attrezzarsi per salpare, oppure non sarà

I popoli non chiedono permesso alla geopolitica per insorgere. Ma è un dato di fatto che lo scontro tra blocchi esiste. E che questo aumenta la complessità del contesto, con la geopolitica che si getta sui movimenti tentando di dirottarli, usarli, vampirizzarli o anche solo comprimerli tra la repressione interna e la strumentalizzazione esterna.

Eppure, anche di fronte a questa complessità, la condotta a cui siamo chiamati è semplice: non lasciarsi arruolare in guerra, non disertare la resistenza.

Laddove l’internazionalismo non è opinionismo. Non consiste nel farci commentatori di fatti lontani, in un gioco di tastiera dove il massimo rischio che corriamo è dover bannare qualche troll o qualche individuo annoiato, invasivo nei propri commenti. Consiste nel fare la propria parte di internazionalisti laddove ci si trova. E qui e ora, la nostra piccola parte è lottare in ogni modo contro il riarmo e l’autoritarismo, fatto di costruzione di nemico esterno e interno. Qualsiasi cosa ci conduca lontano da questo compito o apra crepe nell’intransigenza di questa nostra condotta è veleno.

L’oligarchia non è qualcosa di lontano ma è la struttura della società dove viviamo. E il primo regime di cui dobbiamo impedire la nascita o sancire la sconfitta è a casa nostra. La chiave con cui leggiamo il mondo è questa. E questo dovrebbe essere il senso del grido «o re o libertà», titolo dell’assemblea nazionale dei movimenti a Bologna degli scorsi 24 e 25 gennaio.

Dove il «re» non abita in un palazzo lontano ma sono i padroni effettivi della nostra società, con tutti i loro meccanismi di sfruttamento e appropriazione della sfera produttiva, abitativa, riproduttiva, sociale, naturale.

E dove «libertà» non è difesa del bidone vuoto della democrazia liberale in crisi. L’autoritarismo emerge nelle nostre «democrazie» semplicemente perché la sostanza era già lì e ora vuole togliersi la maschera. E il migliore servizio che possiamo fare al concetto di «democrazia» è chiarire che con esso non intendiamo lo status quo da difendere, ma qualcosa da conquistare. Quella in cui viviamo è una società ademocratica e da tempo, e col tempo sempre più, oligarchica.

In questo scontro tra blocchi, la nostra «piccola patria che sa scegliersi la parte» è idealmente una repubblica partigiana, dove l’unica potenza amica è quella sprigionata dalla lotta di classe e dove a sua volta la lotta di classe è lontana da ogni semplificazione economicista, ma è una dorsale che attraversa ogni aspetto della vita. Dove si ha chiaro che una comunità non è per forza classe, ma non esiste classe che non lotti per farsi comunità. Dove lo sciopero è generale perché è generalizzato, il mutualismo è tale perché a servizio del conflitto e la radicalità non è solo estetica ma quel complesso di metodi vari e articolati che spinge il rapporto di forza avanti.

L’assemblea di Bologna e il metodo flotilla

Che tutte queste suggestioni abbiano attraversato la due giorni di Bologna del 24 e 25 gennaio è un dato di fatto. Che vivano e che non siano riassorbite nei meccanismi di autorappresentazione, nell’intergruppo tra ceto politico o peggio che non siano piegate ai bisogni elettoralistici di campi larghi è tutto da vedere. Anzi, sarebbe meglio dire che è tutto da vivere.

Nessuno ha giudicato la natura della Global sumud flotilla dalla natura delle forze partitiche e sociali che sono salite sulle navi, ma dalla pratica della flotilla stessa. Dove è la pratica a garantire la radicalità, ed è la radicalità a determinare la natura reale della convergenza.

E la flotilla è stata radicale per diversi fattori come la messa a disposizione dei corpi, la contrapposizione chiara al sionismo – punta di diamante dell’autoritarismo e dell’escalation bellica mondiale –, la disobbedienza al blocco navale e la congiunzione con la classe, con lo sciopero e con il «blocchiamo tutto»: un’azione complice e solidale con la resistenza di un popolo.

È stata radicale perché non ha declamato o autorappresentato un’idea, seppur giusta e meritevole, ma l’ha praticata qui e ora. È stata ricaduta immediata del bisogno di fermare la catastrofe. Una sorta di «Discutiamo ma salpiamo. Facciamolo ora perché è tutto ormai intollerabile».

La manifestazione lanciata per il prossimo 28 marzo a Roma dall’assemblea di Bologna rischia di non essere questo? Si, certamente, il rischio c’è. È nelle cose. Perché purtroppo nel nostro mondo e nella nostra routine, il «corteone» è più facile preda del politicismo che della politica.

Eppure, non vediamo semplicemente alternative a lavorare perché non sia così. La sfida per il 28 marzo, la stessa che pendeva sugli scioperi di novembre e di dicembre, è di riprendere il filo del 4 ottobre perduto.

E tanto più perdiamo questa sfida, tanto più replichiamo il vecchio, tanto più la repressione capisce che è l’ora di affondare.

La partecipazione all’assemblea del 24 e 25 gennaio a Bologna (una due giorni che comunque raccoglie l’eredità delle assemblee della Rete No ddl sicurezza) parla da sé: 2.000 persone in due giorni. I motivi sono diversi.

Il primo è questo: impensabile assistere a un movimento delle dimensioni di quello vissuto a settembre e ottobre, che non fosse seguito dalla costruzione di ambiti di discussione e di movimento ampi. Legittimo dubitare o opinare che sia quello il modo, per carità, non dell’esigenza in sé. E se con questa due giorni esce sconfitta l’idea che il dibattito attorno e dopo un movimento di massa sia affidato ad ambiti proprietari, è già una mezza vittoria.

Il secondo: la convergenza semplicemente si è imposta. E si impone. Si è imposta nel metodo, la impongono i fatti. La impone il bisogno di fare fronte alla catastrofe. La impone il crescente livello di autoritarismo. In una società americanizzata è impensabile che quanto accade negli Usa non arrivi qua. Anzi, è già arrivato. Così come non si può non vedere come il sionismo metta a disposizione il proprio metodo di ogni apparato statale o come non stia impattando sul diritto (vedi l’arresto di Hannoun, la condanna di Anan, ecc.). Tutto questo si fonde e si alimenta con la guerra agli spazi sociali dichiarata dal Governo, con le varie controriforme dell’assetto statale (vedi referendum sulla magistratura) e con il bisogno del «pugno duro» con chi ha osato protestare contro il genocidio a settembre e ottobre. Che poi la convergenza che si è imposta nel dibattito viva anche nella pratica, e che sia una pratica, è una scommessa ancora tutta da vincere. Sarebbe sinceramente preoccupante però il contrario: che di fronte a una simile accelerazione della catastrofe e dell’autoritarismo, non prevalesse un bisogno di convergenza, quel bisogno di «facciamolo subito perché è tutto intollerabile». Il bisogno di unità è la cosa più facilmente strumentalizzabile nella storia? Questo sì. Come al contrario lo è il bisogno di radicalità quando viene trasformato in inno alla frantumazione.

Il terzo collante della partecipazione di Bologna è stato il bisogno di fermare il riarmo. Dove il riarmo però non può essere concepito come un’opinione ma come un rapporto di forza. Di fronte al quale non possiamo essere solo movimento di opinione, ma a nostra volta rapporto di forza sociale. Il rapporto sociale lo si costruisce anche nella sfera dell’opinione (cortei, idee, dati, ragionamenti, assemblee) ma consiste nell’impedire che qualcosa accada, non a spiegare che non dovrebbe accadere. E quindi, scioperi, blocchi, corpi che si mettono di traverso. Non un giorno, ma come un movimento nel tempo. Da questo punto di vista è centrale la data del 6 febbraio nei porti, così come individuare l’articolazione di tutti gli aspetti dell’economia genocidiaria – dell’economia sionista – e portare avanti con decisione il boicottaggio economico verso Israele.


Cambiare i rapporti di forza, senza nessuna attesa

Ma il riarmo esercita il proprio rapporto di forza non solo nella propaganda, ma anche nella materialità dei fatti. I salariati sono semplicemente intrappolati: produco il mio salario partecipando all’economia presente. E tanto più essa produce guerra, tanto più rischio che il mio salario da lì provenga. Questo non è solo il ricatto che pesa evidente sul singolo individuo ma è il malinteso con cui si vuole incatenare – e in parte è già avvenuto a livello europeo – l’intero movimento sindacale al carro bellico.

Dopo anni di deindustrializzazione, delocalizzazioni, impoverimento, l’idea che solo la guerra produca quella ricchezza industriale su cui poi il sindacato potrà finalmente contrattare è puro veleno. E del resto, niente di nuovo: è la riproposizione del ricatto ambiente-lavoro su scala più ampia. Qua siamo direttamente al ricatto morte-salario.

Di fronte a un simile meccanismo non basta declamare l’esigenza di una politica industriale pubblica diversa. Non esiste un intervento pubblico da conquistare una volta entrati nella stanza dei bottoni. La stanza dei bottoni non c’è, se c’è è rotta, e se non è rotta non è neutra e al nostro servizio. L’apparato statale e l’attuale capitale pubblico sono una macchina tarata sui bisogni dei re: lentissima e immobile per mascherare la complicità con tutte le accelerazioni del capitale, incatenata alla finanza dal gioco degli interessi sul debito.

La conversione ecologica non è per questo un programma elettorale né solo un fatto tecnico, ma un cambiamento di rapporti sociali. E se tale cambiamento non può di certo avvenire in un singolo punto della società, non avverrà di certo senza una classe dirigente dal basso formata in esperimenti sociali che siano vere e proprie casematte dove provare, riprovare, fallire.

La reindustrializzazione della ex Gkn, suo malgrado visto che qua si trattava e si tratta «solo» di lottare per riaprire una fabbrica, sarebbe un esempio concreto e contagioso a servizio del movimento contro il riarmo e per la riconversione ecologica. La fabbrica socialmente integrata non è una boutade ma un rapporto sociale con cui uscire dallo squilibrio della catena di valore creata dal capitalismo occidentale nell’industria. Uno squilibrio funzionale a dire: ora se ne esce con le armi e con il nucleare.

E ogni giorno noi non sappiamo quanto tempo ci rimane. Se la lotta finirà oggi o domani. E ogni giorno il sistema trova il modo per guadagnare tempo e logorarci per altri mesi, che si sommano agli anni passati. E se questa condizione è abbrutente e psicologicamente devastante, almeno ci avvicina più alle condizioni reali del mondo che a quelle dell’elettoralismo.

Qualsiasi tattica o proposta non si deve cimentare sul presunto momento salvifico del 2027. Il tempo di salpare è qui e ora. Ora è il momento di dare l’anima al movimento, non di chiederla in prestito.

Qui e ora

E tenere la barra sul «qui e ora» non è navigare a vista, ma misurare in maniera franca la rotta e la navigazione della nostra prospettiva. Nel nostro caso, ad esempio, il presente è questo: lo strumento di intervento pubblico – il Consorzio industriale pubblico – che era chiamato a «liberare» la fabbrica dalle mire speculative immobiliari e aprire la via a una politica industriale pubblica alternativa – nel mezzo di una crisi industriale regionale evidente tra l’altro – è in mano a 4 enti istituzionali dove la «sinistra» governa con ogni tipo di combinazione possibile (con Pd e senza Pd). Ed è fermo. Totalmente e oltre ogni decoro.

La legge sul Consorzio è stata proposta da noi nel febbraio 2024, è stata votata nel dicembre 2024. Dopo di che il Consorzio è nato nel luglio del 2025 e forse farà la prima riunione ufficiale a fine gennaio 2026: praticamente una cosa all’anno. Altro che «qui e ora», ma «domani e mai». Così come ognuno può misurare da sé, il reale investimento del movimento sindacale di massa su questo nostro caso, così come su qualsiasi altra pratica mutualistico conflittuale.

Di fronte al logoramento, abbiamo dovuto tornare a mettere in campo una campagna di azionariato popolare ancora più estesa e urgente. Lo abbiamo fatto senza sapere sinceramente se non sia già troppo tardi.

Ma lo abbiamo fatto perché se il «sistema» ha il potere a oggi di devastare e di non far partire il nostro piano di reindustrializzazione, mettere in campo anche solo un piccolo pezzo di fabbrica socialmente integrata sarebbe uno schiaffo in faccia a ogni loro manovra passata e futura usata contro di noi o contro ogni lotta per il lavoro.

La comunità che si è riunita il 24 e 25 gennaio, che sa scegliersi la parte dietro la linea Gotica, è un’irriverente e creativa repubblica partigiana che conta sulle proprie forze e che ha chiaro come attrezzarsi per salpare, o non sarà. La flotilla non sono solo navi su cui salire, ma da cui ripartire per ristrutturare il metodo della nostra militanza. E proprio per questo è urgente confederare pratiche, avere le nostre «flotille», creare infrastrutture di movimento comuni, media comunitari, casse di mutuo soccorso nazionali unificate, scambi di competenze, mettersi a testuggine attorno ai punti del conflitto, dei nostri spazi, per trasformarli in «piccoli Vietnam» dove il sistema – pur enormemente più forte di noi – non passa.

È ingenuo pensare che tutto questo sia facile e possa accadere, viste le concorrenzialità, le divisioni, le manovre a cui il nostro mondo ci ha abituato. Sì, ma forse è ancora più ingenuo e imperdonabile pensare di reggere il livello dello scontro attuale con i metodi che ci hanno già condannati alla sconfitta in tempi ben più facili.

La convergenza non è la garanzia di per sé di un futuro diverso. È intanto l’unico modo a oggi perché il futuro non sia già scritto.

*Dario Salvetti fa parte del Collettivo di fabbrica della Gkn di Campi Bisenzio. Ha scritto, con Gea Scancarello, Questo lavoro non è vita (Fuoriscena,2024).

 

fonte: jacobinitalia