Il regime di guerra globale inaugurato dall’invasione russa dell’Ucraina conosce con la seconda amministrazione Trump una torsione ormai apertamente imperialistica. Frenati dal peso del debito e incapaci di esercitare un’egemonia globale, gli Stati Uniti puntano a ridefinire gli spazi per la proiezione della propria potenza politica, militare ed economica – prima di tutto ristabilendo il loro controllo sull’America latina, che si era in qualche modo allentato dopo la fine della guerra fredda. Altrove, in Asia occidentale, il compito di riorganizzare un dominio regionale è affidato a Israele, mentre il genocidio di Gaza non sembra ostacolare nuove alleanze con le monarchie del Golfo. La Russia e soprattutto la Cina potrebbero approfittarne, costruendo le proprie geografie regionali di potenza, mentre Paesi come l’India e la Turchia avrebbero a loro volta l’opportunità di fare il proprio gioco.
Sono solo pochi cenni al mondo che si intravede seguendo le scie degli elicotteri, degli aerei e dei droni che hanno attraversato il cielo di Caracas nella notte tra il 2 e il 3 gennaio. Il multipolarismo centrifugo e conflittuale che aveva preso forma all’indomani della crisi finanziaria del 2007/8 (e delle guerre statunitensi in Iraq e in Afghanistan) sembra mutarsi in un mondo nuovamente diviso in blocchi, l’uno contro l’altro armato. Nulla vi è tuttavia a ricordare l’età della guerra fredda, quando secondo il celebre detto di Raymond Aron la pace era impossibile ma la guerra improbabile. Troppo profonda è l’interdipendenza nel mondo di oggi, in primo luogo sotto il profilo del funzionamento del modo di produzione capitalistica. E i blocchi sono in formazione, tutt’altro che delimitati da stabili linee di confine. La guerra è destinata a segnare la congiuntura, tanto nel processo di formazione dei blocchi quanto – come possibilità sempre data – tra di essi.
La guerra, del resto, non si limita alle operazioni militari contro altri Stati. Si diffonde sempre più, secondo una geometria variabile, anche nelle società e nelle economie: questo intendiamo parlando di regime di guerra. Non può sfuggire, e Trump lo ha affermato direttamente, il nesso tra un’operazione come quella condotta a Caracas e l’invio dei militari nelle grandi metropoli statunitensi, a copertura degli sgherri dell’ICE e delle deportazioni di massa dei migranti. La violenza è il segno distintivo di un progetto che punta a determinare un allineamento delle forme di vita, delle modalità di espressione, delle forme di cooperazione cancellando gli spazi di dissenso, libertà e uguaglianza. È la logica bellica del blocco, nella forma specifica in cui si manifesta oggi negli USA: a spingerla sono trasformazioni profonde del capitalismo, nel segno del monopolio, sia esso quello di Big Tech e delle grandi piattaforme infrastrutturali o quello delle compagnie petrolifere, “le più grandi al mondo” come ha ricordato Trump.
I processi che abbiamo sommariamente descritto pongono un’ipoteca pesantissima sullo sviluppo delle lotte sociali e sulle prospettive di trasformazione politica in ogni parte del mondo. Lo avvertono con chiarezza, in questo momento, i movimenti, le forze di sinistra e i governi progressisti in America latina. La mobilitazione contro l’intervento statunitense in Venezuela non può che guardare, pur nella consapevolezza della difficoltà, alla ricostruzione di una prospettiva regionale capace di contrastare la nuova dottrina Monroe statunitense. Ma la questione è più generale: nel momento in cui si ridisegnano con violenza gli spazi globali, di fronte al regime globale di guerra quella che siamo abituati a chiamare politica internazionale diventa una dimensione essenziale della politica interna. È all’altezza di questa sfida che dobbiamo ridefinire il modo in cui pensiamo e pratichiamo la politica, su qualsiasi scala.
Abbiamo parlato spesso in questi ultimi anni della necessità di un nuovo internazionalismo. Lo straordinario movimento contro il genocidio a Gaza, tra settembre e ottobre, ne ha dato in Italia una prima esemplificazione. L’intervento statunitense in Venezuela ci spinge a proseguire su quel terreno e contemporaneamente ad approfondire la ricerca e la sperimentazione. Reti e mobilitazioni internazionali, rapporti tra forze politiche, pratiche di solidarietà, attenzione a quel che si muove sullo stesso piano istituzionale: tutto questo è necessario. Ma per spezzare il regime di guerra globale, il nuovo internazionalismo deve vivere nella quotidianità, deve farsi interno alle lotte e ai comportamenti sociali, deve orientare la costruzione di rapporti e modi di cooperazione che esprimano un radicale rifiuto della guerra, una diserzione capace di tradursi efficacemente in sabotaggio.
Liberare le nostre vite dall’ipoteca della guerra indica oggi il terreno generale su cui dobbiamo disporre la nostra azione. Non è qualcosa che possa essere separato (magari per affermarne la “priorità”) dall’insieme delle lotte sociali, sul tema dell’abitare, della difesa degli spazi, del salario, del rifiuto del patriarcato e del razzismo, della giustizia climatica. Non può che attraversare tutte queste lotte, mentre soltanto da esse deriva la propria forza affermativa. Nuovo internazionalismo significa anche far vivere il rifiuto della guerra in una mobilitazione di quartiere o contrastare l’autoritarismo di un governo nazionale. Significa poi inventare nuovi spazi di azione politica, che per noi sono anche gli spazi europei nella crisi e nel disfacimento degli assetti istituzionali dell’Unione. È su questa molteplicità di livelli che dobbiamo imparare ad agire e pensare per fermare la guerra e aprire nuovi spazi per la trasformazione sociale.