martedì 21 aprile 2026

NOTE AL RAPPORTO CENSIS 2025

-Gianni Giovannelli-


L’età selvaggia, del ferro e del fuoco (prima e seconda parte del rapporto)

I sat upon the shore

Fisching, with the arid plain behind me

Shall I at least set my lands in order?

(Sedetti sulla riva Pescando, con l’arida pianura alle spalle: Riuscirò infine a mettere ordine nella mia terra?)

Thomas Stearns Eliot (The Waste Land, 423-425)


Già da qualche anno la redazione, preparazione e pubblicazione del “Rapporto sulla situazione sociale del Paese” pubblicato dal CENSIS è affidata a Massimiliano Valerii, non ancora cinquantenne, formatosi (non in economia o sociologia ma) in ambito filosofico tradizionale, il che lascia traccia visibile anche nell’architettura del corposo volume (468 pagine): insieme alle numerose (necessarie, preziose) tabelle statistiche troviamo infatti considerazioni per nulla scontate, certamente discutibili, tuttavia meditate, propositive nell’intento, qualche volta perfino (garbatamente, prudentemente) polemiche. Del resto, fin dalla sua costituzione, il CENSIS si è sempre proposto l’ambizioso obiettivo di fondere i dati con gli umori per poter cogliere traiettorie potenziali e così tentare di intravedere il prossimo futuro. Gli analisti finanziari ci hanno da tempo insegnato come il sentiment (a modo suo un condensato di umori) sia un elemento non secondario da considerare nella preparazione dei progetti speculativi; nella odierna società della comunicazione e dello spettacolo acquistano spazio crescente le c.d. Fake News, ovvero la diffusione del falso con il deliberato intento di provocare, per un preciso interesse, fatti veri. Anche interagendo con i dati oggettivi reali per modificare il quadro complessivo e/o rovesciare una previsione attendibile, come tale attesa. A ben vedere il commercio fiorente delle Fake News (ormai una merce offerta nel gran bazar di un pianeta in cui nazionalismo e globalizzazione hanno imparato a convivere) si salda e si nutre dell’incertezza generalizzata e della condizione precaria imposta con la violenza durante l’attuale fase di sussunzione reale.

Il rapporto 2025 è diviso in quattro parti: la prima, breve, è dedicata alle considerazioni generali. Le altre tre, articolate in capitoli, esaminano la società italiana di oggi (composizione, debito, percezioni), settori e soggetti del sociale (istruzione, lavoro, welfare, territorio, reddito), mezzi e processi (comunicazione, sicurezza, migrazione, cittadinanza). L’esito della ricerca e dell’elaborazione statistica viene versato nelle numerose tabelle riassuntive che costituiscono uno strumento oggettivo anche alla parte non omologata del paese, alla componente critica, disobbediente, ribelle.

In questa sezione del  commento tratterò le prime due parti; successivamente, nella sezione successiva, le due rimanenti. La divisione si rende necessaria per comodità di stesura e di esposizione.

Considerazioni generali (prima parte)

Il continuo faccia a faccia con l’inatteso ha lasciato il segno: se per un verso (positivo) i ceti popolari hanno dimostrato una capacità di resilienza e resistenza, per altro verso (negativo) non sono riusciti a spezzare la trappola del declino di ogni desiderio di futuro (pag. XI). L’indagine sottolinea come sia tornata al centro dell’attenzione la parola pace; una percentuale altissima (80,6%) è ormai convinta che le scelte dei grandi leaders del mondo siano prive di una logica razionale (tabella 1, pagina 4). E’ un dato che non stupisce, ma che dovrebbe far riflettere il movimento di opposizione su quali obiettivi siano davvero capaci di mobilitare la protesta. La mobilitazione per la pace attrae, ricompone, unifica; pace e solidarietà, in questa età del fuoco che privilegia il conflitto e la sopraffazione, hanno un contenuto oggettivamente eversivo. Il dominio della forza viene colto dal sentiment collettivo nel crescente vento di guerra, nei dazi, nell’impoverimento del ceto medio, nella inarrestabile crisi (non solo) delle istituzioni pubbliche (ma anche) delle complessive strutture associative tradizionalmente fondate sulla solidarietà e parità dei diritti. La lettura dei dati evidenzia una tendenza a sottrarsi, a chiudersi, a uno stare nel mezzo valutato come pregio e al tempo stesso difetto (pagina XV), sfuggendo per cautela e per timore alle grandi sfide della transizione (intelligenza artificiale, cambiamento climatico) e modellando, con circospetta lentezza, gli argini, senza più miti ideologici o fiducia nelle alleanze fra segmenti di popolazione. Quella che viene definita la laguna della cetomedizzazione (pag. XXV) non ha prodotto una nuova classe sociale, ha piuttosto trasformato quella esistente: risparmia ma non rinunzia a consumare, alterna la soluzione economy a qualche puntata nel lusso, frequenta il mercato di seconda mano, in una parola tenta di resistere. Accanto alla necessità primaria di continuare ad accedere a ciò che rimane del welfare o del servizio sanitario occupa una posizione importante la convinzione che la sana dieta mediterranea sia un pilastro dell’esistenza, che vi sia un vero e proprio diritto al cibo locale, che va garantito e difeso dal cibo omologante universale (e qui emergono simpatie per le piccole imprese agricole e attriti verso l’invadenza liberista dell’Unione Europea). La mancanza da troppi anni di una politica e di una seria linea di attacco alla povertà (rilevata a pag. XXII) insieme al sostanziale congelamento dei salari si pone alla radice della sfiducia nelle istituzioni statali e del diffuso accrescersi del risentimento; l’invocazione della pace e il rifiuto della forza-violenza sono, insieme, un disperato grido di aiuto e un programma minimo di rivendicazione che prescinde da qualsiasi massimalismo (armato o disarmato). Non per caso la tabella 12 (pagina 25) l’unica figura pubblica che ottiene la maggioranza di consenso fiduciario (60,7%) è Leone XIV, superando di molto sia il progressista Sanchez (44,9%) sia il liberista tedesco Merz (33,5%). La fiducia nell’Unione Europea si colloca invece al minimo storico: per il 61,9% il suo ruolo in scena globale è di scarsa o nessuna rilevanza; in compenso il 66% degli italiani, a differenza di Ursula von der Leyen, ritiene che ove il riarmo comportasse un taglio della spesa sociale sia meglio non farlo proprio. I dati del rapporto fotografano il divario che si è creato fra la cabina europea di comando e la volontà dei sudditi.

L’età selvaggia (seconda parte articolata in capitoli)

La seconda parte affronta le spinose questioni della composizione sociale e della transizione, presentando un quadro che certamente non induce all’ottimismo. Accanto all’economia, intesa in senso tradizionale, si afferma la centralità della guerra, della violenza di stato; l’incertezza e la paura vengono sapientemente coltivate in ogni segmento delle comunità e utilizzate per insediare la nuova forma di esercizio del potere, percepita come assoluta e comunque inevitabile. Gli Stati Uniti non sono più un punto di riferimento (inteso come stile di vita e di consumo) per il 73,7% della popolazione complessiva e per 84,4% degli anziani (ma il 60,9% dei più giovani, va annotato anche questo). Nell’età selvaggia prevale l’idea che la forza l’aggressività siano gli elementi determinanti; per giunta le decisioni dei grandi leaders del mondo appaiono per 80,6% degli italiani prive di una logica razionale (tabella 1, pagina 4). Per conseguenza una porzione (non maggioritaria ma) inquietante, il 38,7%, è ormai convinta che la democrazia non sia più adeguata in un mondo che prescinde dal diritto, e il 29,7% che il più adatto sia invece il regime c.d. autocratico, ovvero tirannico, dispotico, assolutista (tabella 2, pagina 6). I dati statistici segnalano che il rapporto fra debito pubblico e PIL procede verso una sorta di identità nei paesi sviluppati in cui aumentano le spese militari e diminuiscono quelle destinate al welfare: nel periodo 2001-2024 mentre in Italia sale da 108 a 134 negli USA balza da 53 a 122 così abbattendo gran parte della distanza (tabella 4, pagina 9). L’abbattimento del welfare procede senza trovare ostacoli, in un quadro di regressione demografica; fra il 2004 e il 2024 i titolari d’impresa sotto i 30 anni di età sono diminuiti del 46,2%, 132.000 in meno. Il pilastro economico italiano, la piccola impresa, la fabbrica diffusa ha subito duri colpi, per l’aumento dei costi energetici superiore a quello degli altri paesi (anche UE) e per il costo occulto degli adempimenti fiscali. E l’altro pilastro, il lavoro, registra nel 2024 una perdita del potere d’acquisto in termini reali di almeno 8,7% rispetto al 2007. La crescente delusione rispetto alla capacità delle istituzioni di garantire protezione trova riscontro nella tabella 11 (pagina 24): il 72,1% della popolazione italiana non ha più alcuna fiducia nei partiti politici e nel parlamento. E, nel clima di sconforto, pare che la tendenza sia quella di buttarsi sul cibo e sul sesso!

Dentro la spirale di deindustralizzazione solo la componente alimentare, nel 2024, ha aumentato la produzione, mentre la manifattura e perfino il trasporto sono stati in calo (solo 8 gruppi mostrano crescita: locomotive, aeromobili, navi, veicoli spaziali). Ma l’incremento maggiore (32, 3%, e non ci stupisce per nulla) lo troviamo nella fabbricazione di armi e munizioni.

Il lavoro, nella diversa cornice delineata, si è senilizzato; e di fronte all’aumento del c.d. carrello della spesa i consumi si sono ovviamente orientati verso il discount, diminuendo per qualità e quantità, ma non per volume monetario. Anche questa è una ragione di sfiducia e rancore.

Dentro la massa precaria, vulnerabile e privata di orizzonti certi, si colloca il 10,5% di occupati stranieri (2.514.000): il 29,4% non è fissa a tempo pieno, contro il 17,2% degli italiani. La forbice, oltre che significativa, è in aumento costante. Inoltre il 55,4% dei lavoratori stranieri è overqualified, possiede cioè un livello di istruzione più elevato rispetto all’attività svolta (per gli italiani la percentuale corrispondente è del 18,7%). Si va via via sgretolando il modello italiano di integrazione, al tempo stesso il processo di ghettizzazione e di marginalizzazione non viene arginato con le misure che sarebbero necessarie per contrastarlo. Si è radicata una profonda contraddizione, logica, sociale, politica: per un verso, per giunta in piena crisi demografica, non è neppure immaginabile un vivere quotidiano nelle metropoli o nei paesi, senza la presenza attiva del popolo già migrato o in arrivo migrante; per altro verso il 62,8% degli indigeni italiani vorrebbe limitare il flusso migratorio e il 54,1% percepisce lo straniero come un pericolo (tabelle 24 e 25, pagina 54). Eppure la denatalità è proseguita anche nel 2025: nei primi sette mesi dell’anno sono 197.956 i nuovi nati, circa 13.000 in meno rispetto allo stesso periodo del 2024. Ma negli anni della regressione demografica Milano (+ 1,9) e Bologna (+ 1,9), in controtendenza, sono cresciute (tabella 17). Un dato confortante, nella palude della crisi in cui trovano nutrimento l’assolutismo e la corsa all’armamento, viene dall’aumentata partecipazione alle manifestazioni di piazza (anche nelle piazze virtuali) senza delega politica. La “narcolessia senza indignazione” aveva preso piede negli anni trascorsi; le proteste contro il genocidio in corso nel territorio palestinese sembrano aver invertito il ciclo. Ne abbiamo avuto recente conferma con l’aumentata affluenza alle urne in occasione del voto referendario, che ha costituito eccezione rispetto al calo costante che aveva caratterizzato le elezioni politiche e amministrative. Anche in questo caso si registra la volontaria sottrazione alla delega politica. Le tabelle ci dicono che un giovane su cinque (20,9%) è sceso almeno una volta in piazza per manifestare dissenso o aderire a una qualche causa ritenuta giusta. Le punte d’interesse (fra i giovani compresi nella fascia 18-34) toccano il 94% per la tutela della sanità pubblica e l’87% per la pace. E anche questo ci pare un dato che debba far riflettere nella scelta degli obiettivi.

Seconda sezione delle note. L’innovazione diseguale (terza e quarta parte del rapporto)

Dal luogo dove si trovava Winston

si potevano leggere, stampati in eleganti caratteri

sulla sua bianca facciata, i tre slogans del partito:

La guerra è pace

La libertà è schiavitù

L’ignoranza è forza

George Orwell (Eric Arthr Blair) (1984, pag. 3)

 

Un dato che compare nella terza parte del rapporto (pure divisa in capitoli), viene qui inserito nella trattazione del sistema scolastico, ma per certi versi e da esso autonomo, e giunge inatteso: negli ultimi anni è calata la percentuale dei c.d. NEET, i giovani che, per fatti concludenti, si sottraggono sia allo studio sia al lavoro. La tabella 8  della terza parte (pagina 110) indica, nel periodo 2019-2024, una riduzione percentuale non piccola (da 23% a 16,2%) nella fascia dei 18/24 anni che trova riscontro anche in quella 25/29 (da 29,6% a 21,5%). Questa tendenza non la ritroviamo solo in Italia (ove il fenomeno rimane comunque più marcato), è invece comune all’area dell’Unione Europea, ma con l’eccezione della Germania, ove nella fascia 18/24 anni cresce non poco, da 7,7% a 9,4%, e soprattutto della Lituania ove l’incremento è da 11,4% a 18,7%. In generale il malessere in forma NEET o permane o si estende in alcuni paesi ex sovietici (Romania, Baltici)  e al nord del continente (in Finlandia e in Svezia);  diminuisce invece, a ritmo italiano, anche in Spagna e in Irlanda.

La riduzione del tasso di abbandono scolastico non ha frenato tuttavia il costante peggioramento della qualità dell’istruzione, percepita anche da chi la frequenta (fascia da 16 a 19 anni): se il 18,4% la ritiene adeguata al futuro che li aspetta e i più (53,3%) la considerano almeno sufficiente esiste ormai un segmento significativo (28,3%) di radicalmente insoddisfatti (e sale al 32,7% nella fascia di fine studi: 18-19). Condivisa largamente risulta, per migliorare l’istruzione, l’esigenza di utilizzare gli strumenti informatici e di apprendere i meccanismi di interfaccia utili a ottenere un contratto di lavoro salvaguardando i propri diritti: la scuola appare ancora piuttosto arretrata e burocraticamente appesantita in entrambi questi settori.

L’intelligenza artificiale

Il decreto ministeriale Valditara del 9 agosto scorso (n.166/2025) ha posto (in forma oscura e pasticciata) le linee guida per introduzione dell’intelligenza artificiale nella scuola pubblica; lo scopo evidente è quello di mantenere il controllo pieno dello strumento, innanzitutto filtrando la fornitura a monte (e questo già assicura assai), poi limitando l’autonomia del suo utilizzo concreto, sia nella parte riservata al corpo docente (assimilato a una funzione simile a quella del vigile urbano) sia in quella assegnata all’utente-studente (da tenere sotto tutela, in quanto soggetto fragile, onde evitare intrusioni ritenute potenzialmente nocive). La tabella 5 (pagina 106) ci mostra il punto di vista di chi vive sulla propria pelle l’istruzione di secondo grado: il 72% vuole imparare ad utilizzarla con propria esperienza autonoma (e questo va insegnato) e il 74,8% sa che si corre il rischio di perdere padronanza delle nozioni basilari così che il 71,7% ritiene necessario (tentare di) controllare sempre il contenuto di quanto generato dall’IA, per capire se sia o meno corretto. In generale il grosso (92,3%) la vede come un utile attrezzo ma rimane guardingo, sospettoso, preferisce verificare di persona e non delegare a Valditara (e neppure ai docenti). Un modo di porsi che ricorda il noto proverbio popolare russo: doveryay, no proveryay, ovvero fidati, ma controlla.

L’università

Nell’anno accademico 2024-25 le immatricolazioni sono cresciute del 5,3%, ma in misura disuguale: di più al centro-sud e assai meno al nord (specie nel nord ovest in cui sono perfino diminuite: -0,9%). Il costo della vita e soprattutto dell’alloggio sono una delle principali ragioni del calo, e anche della minore mobilità territoriale studentesca, dentro la crisi le famiglie faticano a far fronte al costo dell’istruzione universitaria. La forbice di attrattività del nord rispetto al centro-sud permane, ma si è ridotta; ma cresce la disuguaglianza nella scelta in ragione del reddito, le sedi più appetibili sono sempre più caratterizzate dalla condizione economica degli immatricolati. E questo vale, naturalmente, per la fascia proveniente (direttamente o per famiglia) dall’estero. I laureati sono il 16,8% (18,6% donne, 14,9% uomini); negli anni a venire si dovrà tener conto che nella scuola primaria il segmento immigrato è già oggi al 14,1% degli iscritti, che è in salita l’opzione per i corsi di laurea non statali (21,4%) rispetto a quelli statali (78,6%),  che nell’ultimo biennio (tabella 25, pagina 138) l’opzione verso l’università telematica è salita dal 12,6% al 15,1%. Nel trovare una effettiva occupazione e soprattutto nella qualità del contratto siglato gioca un ruolo importante il giudizio dell’apparato comunicativo legato alle cabine economiche di comando; la disuguaglianza nell’ammissione alla frequenza nelle sedi più prestigiose e costose si concreta dopo gli studi in una più marcata disuguaglianza per reddito, posizione professionale, potere. Sempre a danno della fascia più debole.

Il lavoro: quello visibile e quello invisibile

Il numero dei corpi umani utilizzati per lavorare era calato nel quinquennio successivo alla crisi finanziaria del 2008: da oltre 23 milioni a meno di 22 milioni, con ulteriore riduzione durante il COVID. Poi c’è stata una risalita e nel luglio 2024 gli occupati hanno per la prima volta superato la soglia dei 24 milioni. Ma l’anomalia italiana non è svanita: il lavoro si è senilizzato, le retribuzioni di chi è in attività si sono costantemente ridotte, la pianificazione familiare è diventata molto incerta. In buona sostanza c’è stato un cambio di passo: il più salario meno lavoro che guidava le rivendicazioni sindacali del secolo scorso pare soppiantato nei fatti dal programma più lavoro meno salario che caratterizza l’azione di governo nel terzo decennio del XXI secolo. Leggiamo a pagina 158: il lavoro si rivela oggi drammaticamente incapace di garantire benessere interiore e serenità psicologica. Non è il comitato centrale bolscevico a scriverlo e neppure la segreteria soggettiva di Potere Operaio: è invece il pensatoio più accreditato del palazzo, la Fondazione Censis, a rilevare come la percezione di benessere veda l’Italia fanalino di coda (38%, contro il 64% in Danimarca o il 55% della Spagna). L’incertezza precaria è tale che, nonostante il crollo di credibilità delle istituzioni, il 46,4% degli italiani vorrebbe un pubblico impiego (quanto meno come male minore). Il capitalismo delle piattaforme invade ogni campo: l’indagine rileva un utilizzo sempre più ampio del lavoro dei detenuti (poco pagato, naturalmente); il risparmio incide infine sulla sicurezza del lavoro, con incremento del 5% degli infortuni (592.882 di cui 1202 mortali, 10 morti ogni tre giorni, una strage). La resistenza economica delle famiglie italiane, in questo clima di timore ansioso permanente, poggia sul lavoro invisibile, collocato al di fuori del lavoro retribuito (pagine 164-170). Il 54,7% delle donne (e 17,6% degli uomini) dedica tempo-lavoro alle faccende domestiche, per almeno due ore al giorno nel 37,4% dei casi (tabelle 5 e 6); a questo si aggiunge una mole crescente e significativa del lavoro di cura in buona parte connesso all’autunno demografico (ma non solo). Il 4% ha lasciato il lavoro per dedicarsi alla cura (in Germania il 4,7%); chi opera come caregiver è soggetto a stress di notevole impatto sulla salute, con possibile trasferimento dalla posizione assistente a quella assistito/a aggravando il problema. Anche quello sanitario nel suo complesso.

Welfare e sanità

Malattie professionali, infortuni, tagli alla spesa pubblica e conseguenti ricadute su quella di ogni singola famiglia sono gli elementi che hanno contribuito a far esplodere il problema della salute: ormai esiste una cera e propria crisi del sistema sanitario, crisi indotta e provocata per accelerare la cancellazione del welfare e privatizzare il comparto della salute: (pagina 199) quel che sta accadendo è paradigmaticamente sintetizzato dall’evidente trasformazione dei luoghi sanità da santuari inviolabili a luoghi di paura.

Le lunghe liste d’attesa e le strutture intasate generano disagio e il malessere emerge con progressione geometrica, specie nelle aree territoriali e nei segmenti sociali in cui l’incertezza e la povertà si trovano a contatto con strutture fatiscenti, strumentazione difettosa, carenza di personale, non di rado anche corruzione nel dispensare il servizio. Le 659 postazioni di Pronto Soccorso del 2003 sono diventate 433 nel 2023, con ulteriore taglio nell’ultimo triennio; nello stesso periodo i posti letto sono diminuiti da 233.576 a 174.633. Lavoro di cura, genitori, nonni non sono in grado da soli, nonostante l’impegno davvero straordinario dei singoli soggetti, di fare argine all’alluvione in corso. Le oltre 21.000 aggressioni subite dal personale sanitario sono il segnale di incattivimento del clima; il governo Meloni non ha risposto con un rilancio massiccio della spesa sanitaria pubblica, come le circostanze richiederebbero, ma sottraendo ancora risorse per destinarle alle armi, alla guerra. L’unica misura adottata dall’esecutivo in materia sanitaria è quella di un decreto, ancora in via di conversione, che si propone di fermare il fiume in piena delle aggressioni fisiche al personale sanitario ad opera di poveri poco assistiti arrestando tutti quanti e relegandoli in carcere con condanne severissime e multe stratosferiche: 5 anni per lesioni semplici, 10 per quelle gravi, 16 per quelle gravissime. Considerando che ad oggi si contano 63.928 detenuti a fronte di 46.348 posti teoricamente disponibili (sovraffollamento notevole) non si comprende dove Giorgia Meloni pensi di sistemare i 21.000 aggressori annuali da condannare a pene comprese fra 2 e 5 anni di galera, anche solo per un ceffone in corsia d’ospedale!

Non è solo il welfare sanitario a sentire il peso della crisi; è venuta meno la fiducia nell’intero sistema di assistenza sociale e pubblica. Per il 49,8% dei genitori la condizione dei figli sarà peggiore, il 52,7% pensa che andare all’estero sia meglio, il 71,1% della popolazione pensa che non sia possibile una protezione capace di coprire i rischi dell’esistenza: la tabella 8 (pagina 222) evidenzia la percezione ansiosa del crollo del welfare, ormai solo il 22% ci conta ancora. Si affaccia nel nostro paese, per autodifesa o per limitazione del danno, specie fra i più anziani, una cultura della misura che si traduce in spese oculate, nel monitoraggio attento di entrata e uscita, nella persistenza dell’attività lavorativa; questo comportamento dei longevi par essere, secondo la statistica, l’ultima diga sociale sopravvissuta al disastro.

Territorio e reti

La presenza dei data center -intesi come infrastrutture in grado di elaborare informazioni di assai elevate dimensioni- nel territorio è un segnale che consente di leggere le traiettorie di una crescita connessa all’innovazione, dunque è un criterio frequentemente utilizzato per misurare il potenziale economico di un paese o di una sua porzione territoriale. Su circa 10.000 data center attivi nel mondo gli USA ne hanno 4.072, il Regno Unito 490, la Cina 379, l’India 267, il Giappone 223, l’Italia 208 (tabella 3, pagina 275). Il fenomeno dei data center (con una richiesta crescente di utilizzarli) è emerso con il boom dell’Intelligenza Artificiale; anche in Italia si registra una crescita esponenziale della domanda di connessione dei data center alla rete elettrica, da 30 Gigawatt nel 2024 a 50 nei primi sei mesi del 2025, mentre nel 2023 erano 6 (tabella 4). Lo sviluppo in Italia si presenta territorialmente disuguale: su 208 centri ben 73 sono localizzati a Milano, 21 a Roma, 11 a Torino, la prima provincia del sud è Bari con 6 unità. Si ha conferma del forte (crescente) divario nord-sud localizzando le richieste di connessione alla rete elettrica, viste dal lato della potenza: 86,6% al nord, il resto nel centro sud. Questo influisce ovviamente anche sulle dinamiche migratorie (interne ed estere), ma Milano nel 2024 ha registrato un deficit di oltre 10 mila residenti (“ufficiali”, ma il flusso reale sfugge alla catalogazione). La disuguaglianza caratterizza anche il consumo di suolo, in incremento ininterrotto dal 2006 a oggi (oltre 1290 kmq, 17 ettari al giorno nel 2023); Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna il suolo consumato cresce in modo più marcato (tabella 4, pagina 283). Non è solo questione quantitativa; per il 36,1% la trasformazione appare irreversibile (aeroporti, ferrovie, strade, edifici, discariche) e per il 40,7% invece (sia pure con difficoltà) recuperabile (cave, parcheggi, impianti a terra). Il consumo di suolo produce disastro ambientale, sommandosi alla crisi climatica: il rapporto del CENSIS si sofferma sul caso emblematico di Ravenna con una ricerca svolta per la Cassa della città. L’aumento della temperatura e delle precipitazioni  ha creato, di fatto, una sorta di normalità dell’eccezione: la tabella 1 (pagina 286) indica come in meno di una settimana si sia dissolto l’equivalente di un anno di crescita. E, ancora una volta, la distribuzione di rischi e danni appare tutt’altro che uniforme. La parte di popolazione più colpita invece di essere aiutata viene emarginata, deve sbrigarsela da sola; il capitale si sposta dove costa meno ricavare profitto, ci sono a macchia di leopardo zone più ricche e zone impoverite, con allargamento ulteriore della forbice della diseguaglianza. Dentro il processo di sussunzione generalizzata nella condizione precaria e di acquisizione potenziale dell’intera esistenza connessa di ciascuno viene iniettata la normalità della diseguaglianza, equiparando realtà e profitto. La celebre massima di Hegel viene snaturata: tutto ciò che è fruttuoso è razionale, tutto ciò che è razionale è fruttuoso. Solo il profitto è razionale, il resto è inutile, non merita spenderci sopra denaro: welfare addio!

I soggetti dello sviluppo

Il rapporto propone, in apertura del quinto e ultimo capitolo della terza parte, tre elementi da osservare con attenzione per comprendere i processi in corso: il rapporto fra globalizzazione ed economie emergenti; l’accelerazione dell’innovazione digitale; il mutato quadro di comando, più informale che istituzionale, spesso sotterraneo (pagina 315).

Le guerre, asimmetriche e permanenti, e l’uso imprevedibile dei dazi in segmenti temporali variabili creano un effetto incertezza che si traduce in attese guardinghe o in reazioni violente, in assenza di regole rispettate. La pandemia ha accelerato questi atteggiamenti e comportamenti. Il TPU (indice di incertezza sulla politica commerciale globale: tabella 1-2, pagina 320) era sostanzialmente stabile fra il 2019 e il 2024, poi ha acquisito un andamento schizofrenico nei mesi in cui c’è stata la guerra dei dazi:  fra febbraio e agosto 2025 si registra un picco di 1933 punti, un crollo a 370, una continua oscillazione che ha inciso sulla volatilità delle esportazione/importazioni complessive. Il clima di incertezza ha determinato conseguenze sulle aspettative di reddito delle famiglie italiane; e non solo sulle aspettative, naturalmente. Vi è stato infatti un oggettivo impoverimento, ancora una volta disuguale, secondo fascia.

Il 50% delle famiglie più povere ha visto decrescere in termini reali il patrimonio del 23,2% negli ultimi 14 anni; la classe media del 35,3%; quella medio alta del 17,1%; al contrario al vertice della piramide si è avuta una crescita reale del 5,9%.Leggiamo a pagina 323: se nel 2011 il 10% delle famiglie deteneva il 52,1% della ricchezza, di cui il 40% in mano al 5%, all’inizio del 2025 2,6 milioni di famiglie del decimo decile sono arrivate a possedere il 60% della ricchezza (di cui il 48% in mano al 5%). In particolare si è concentrata verso l’alto la ricchezza d’impresa (il 10% ha l’86%). Quanto ai titoli di debito pubblico, tradizionale bene-guida in Italia, l’incidenza nel patrimonio dei meno abbienti è scesa dal 2,4% (2011) allo 0,6% (2025); nello stesso periodo è calata pure l’incidenza del mattone a fini abitativi, dal 70,9% al 66,3%. Per far fronte alla crisi, in questi anni, c’è stata, nella fascia debole, anche la dismissione di altri strumenti (le assicurazioni del ramo vita sono scese dal 4,6% a 1,9%). Non è il cambio di una strategia d’investimento, ma l’adattamento contabile a una situazione di oggettivo impoverimento; si allarga la forbice e i ricchi sono meno, sempre più ricchi, mentre si dissolve il ceto medio.

Automazione, salari, piccole imprese

In chiusura della terza parte il rapporto esamina i processi settoriali (pagine 318-338). Uno dei settori in passato trainanti in Italia, l’automotive (non solo veicoli, ma rimorchi e affini) mostra un calo degli occupati (da 207.000 del 1995 a 163.000 del 2022) mentre la produzione nel medesimo periodo è cresciuta del 61,4% con 17,2% di valore aggiunto. Dunque il valore aggiunto per singolo occupato è cresciuto del 48,8% mentre, sempre in quel periodo, il salario solo del 9,3% ; restringendo l’indagine alla fascia 2000/2022 il valore aggiunto cresce del 31% e il salario di 0,9%. Riemerge dunque, nel XXI secolo, in nuova veste, la caduta tendenziale del saggio di profitto? Il dato è, comunque, una cartina di tornasole che consente di capire uno dei criteri guida che caratterizzano il programma del capitalismo finanziarizzato nel tempo della piattaforma.

La centralizzazione del dominio la si coglie anche nella drastica diminuzione dei titolari d’impresa (piccola, l’ossatura dell’economia precedente): erano 3.428.000 nel 2004 e sono 2.844.000 vent’anni dopo, il 17% in meno (tabella 6, pagina 332). Non è solo effetto della crisi demografica: nella fascia fino a 29 anni il calo è ancora più netto (tabella 7), del 46,2%, 132.000 in meno rispetto al 2004 (erano 8,3% del totale, ora il 5,4%, pure qui si ha senilizzazione). Non basta a frenare l’andamento l’ingresso di 461.000 titolari d’impresa stranieri (16,2% del totale, il 20,8% al nord). La quasi totalità (94,8%) ha meno di 10 dipendenti, che sono però il 41,4% del totale contro il 23,1% di chi lavora nelle grandi imprese con oltre 250 addetti (tabella 20, pagina 350). Prevale ancora la struttura ridotta, il modello italiano, nonostante tutto.

Nella globalizzazione produttiva le multinazionali estere in Italia (18.434 con 1,7 milioni di addetti) sono presenza crescente, con una produttività più alta della media; quelle italiane all’estero sono di più (25.491), ma più piccole e con produttività inferiore.

4.La scena digitale (quarta parte del rapporto)

La chiusa del rapporto (quarta parte) è breve come l’apertura (prima parte), ma entrambe sono dense di contenuto. Tutto è comunicazione dichiara l’estensore delle considerazioni introduttive. I numeri lo confermano: 6,8 miliardi di persone (80%) usano il cellulare nel mondo e 5,3 miliardi (68%) anche Internet, anche chi muore di fame telefona, si connette, crepa in diretta. In Europa la percentuale è del 95% e 91%, in pochi sfuggono alla ragnatela reticolare. In Italia WhatsApp con 87,4% di utenza raccoglie quasi per intero la popolazione giovanile; Telegram il 42,9%; Instagram il 78,1%; You Tube il 77,6% e TiK Tok il 64,2%. Non si sfugge, anche a volersi impegnare, al sistema social network. Le famiglie italiane hanno speso nel 2024 ben 14,4 miliardi di Euro (valore quadruplicato rispetto al 2007); nel 2025 il 46,1% degli italiani fra i 16 e i 64 anni ha utilizzato i dispositivi (e non per lavoro) oltre 4 ore al giorno, come il 64,5% dei giovanissimi (16-17 anni) e più del 50% nella fascia 18/34.

Connettendosi ogni individuo fornisce informazioni che il data center elabora, trasformandole in merce che genera profitto mediante commercio; non solo le informazioni non vengono pagate a chi le ha inviate, ma spesso l’autore paga per riaverle dopo il trattamento, magari in veste di Intelligenza Artificiale. Siamo oltre il lavoro gratuito: il capitalismo delle piattaforme ha inventato un meccanismo perverso e geniale in cui si paga tre volte: per essere ammesso a lavorare (dare informazioni), per avere gli strumenti di lavoro (acquistandoli) e per utilizzare la merce prodotta (ricevere informazioni).

Le sei compagnie che “valgono” di più al mondo (le sei sorelle, 18.000 miliardi di dollari, quasi il PIL dell’UE) sono tutte americane, tutte private ma profondamente intrecciate con il pubblico, tutte nel settore dello sviluppo digitale. Il mondo è cambiato. Nel 1955 la General Motors tagliò per prima il traguardo di un miliardo di dollari: aveva circa 500.000 dipendenti. Oggi la prima in classifica produce chip logici, e fattura 10 volte tanto a prezzi raffrontati, con circa 30.000 unità complessive. Si produce, si compra, si vende, ci si impoverisce e ci si arricchisce on line. I sudditi debbono essere parcellizzati (nel senso di non solidali fra loro), connessi, fruttiferi.

La connessione costante è al tempo stesso percepita come una necessità dell’esistere e una condanna inflitta dal sovrano per mantenere il controllo sull’esistenza altrui. A fini di controllo dilagano i deepfake, manipolazione dei contenuti reali, spesso usando l’Intelligenza Artificiale (amica e nemica, utile e dannosa, intima ed estranea). Questo spiega perché per un verso sia diffusa e maggioritaria (oltre 80%, e quasi il 90% fra i più giovani) la consapevolezza della falsità dei contenuti trasmessi in rete e per altro verso la rete sia ugualmente il principale strumento di informazione e giudizio (circa le stesse percentuali). In una cornice così contraddittoria spicca il ruolo professionale dell’influencer, che gioca sull’empatia e sulla credibilità. Il 71,2% della popolazione italiana, oggi, afferma di non avere mai seguito alcun influencer; ma la fascia giovanile è più sensibile, più esposta e in ogni caso quasi un terzo di utenza teorica non è poca cosa.

Ma il dato forse più interessante si cela nelle pieghe dei dati raccolti dal rapporto 2025: il 65,6% degli italiani sente sulla propria pelle l’esigenza di doversi disconnettere più spesso; e la percentuale si innalza al 74,1% fra i 18/34 anni di età. Il che (pagina 367) fa emergere una constatazione per certi versi paradossale, ossia che le persone che passano più tempo nel metaverso sono anche quelle che vorrebbero passarcene di meno (tabella 3, pagina 368).

Vediamola da un altro punto di vista. Il desiderio di disconnessione è un desiderio di ribellione, di emancipazione, di liberazione. Dunque è una buona base di partenza, che va coltivata, compresa, sollecitata. Bisogna imparare come sia possibile combattere il lavoro (aggiornare il tradizionale Contro il lavoro del secolo scorso) nella forma organizzata dal capitale finanziarizzato, l’asservimento schiavizzato alla produzione di merce immateriale, il confinamento dei reclusi sociali nei campi in cui vengono espletati i servizi e preparati i manufatti. Le sei sorelle si sono impadronite della connessione e della rete, dello spazio e dell’ambiente, dell’aria e dell’acqua, dell’energia e del tempo; usano la guerra permanente e la paura, odiano la pace, la solidarietà e gli affetti. Il problema non è di spaccare il telaio (con buona pace di Ned Ludd) ma di riappropriazione del maltolto, di restituzione della cooperazione sociale sottratta, di vivere liberi in pace. La connessione o è senza tiranni o diventa un carcere.

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