domenica 26 aprile 2026

L’OPERAISMO ITALIANO DEGLI ANNI 60 E 70

   -Sergio Bologna-



Qui di seguito il testo in italiano della conferenza che Sergio Bologna ha tenuto a Berlino il 16 aprile scorso. Erano dieci anni che non tornava in Germania per delle iniziative culturali, ciononostante la presenza del pubblico è stata soddisfacente, circa 200 persone, segno che la storia dell’operaismo suscita ancora un certo interesse all’estero. La partecipazione è stata numerosa anche quando il 19 aprile la stessa conferenza è stata ripetuta a Amburgo, sotto gli auspici dell’Istituto Italiano di Cultura. Il 18 aprile, sempre a Berlino, Sergio è intervenuto a un seminario presso il Centro Marc Bloch, dove si teneva una riunione del network Historical Materialism, riprendendo alcuni temi della sua conferenza in una comunicazione cui ha fatto seguito una discussione moderata da Judith Revel

La traduzione in tedesco è stata curata da Frank Engster, che collabora con la Fondazione Rosa Luxemburg. L’incontro del 16 si è tenuto nel Centro Helle Panke, tradizionale luogo di ritrovo dei movimenti (www.helle-panke.de)_



L’operaismo italiano degli Anni 60 e 70 

Come mai, quasi sessant’anni dopo che l’operaismo aveva iniziato a formulare le sue prime intuizioni teoriche c’è ancora qualcuno che ritiene utili e attuali i suoi insegnamenti? È quello che cercherò di spiegare in questa mia relazione, che si divide in tre parti e che riguarda non solo il pensiero dell’operaismo ma anche chi erano i primi operaisti. La prima parte si occupa dell’ambiente politico e ideologico in cui sono cresciuti gli iniziatori ed i primi militanti dell’operaismo. Chi eravamo? Da quali esperienze venivamo? Quali sono stati i nostri primi contatti con il mondo dell’attivismo politico? La seconda parte è la più importante, è divisa in due sezioni, e riguarda le idee fondamentali del pensiero operaista, come si è sviluppato nei primi numeri dei “Quaderi Rossi” (d’ora in avanti QR), in “Classe Operaia” e nelle opere più famose, come Operai e Capitale di Mario Tronti, uscito dall’editore Einaudi nel 1966. La terza parte riguarda quelle che io considero delle “integrazioni” o degli sviluppi del pensiero operaista e che aprono una nuova fase, che alcuni studiosi hanno definito del post-operaismo. Infine più che trarre delle conclusioni, cercherò di dare delle indicazioni per chi volesse approfondire l’argomento, proporrò delle “piste di lettura” orientate su aspetti magari considerati di dettaglio ma invece, secondo me, di grande importanza.


L’ambiente in cui è nato l’operaismo 

La maggioranza del nucleo originario dei QR era composta da persone che avevano 30 anni e in genere erano state iscritte o lo erano ancora, al PCI e al PSI. Io invece avevo 24 anni nel 1961, mi ero appena laureato, non ero iscritto a nessun partito, l’unica esperienza l’avevo fatta nella politica universitaria. Non avevo mai letto Marx né Lenin. Mario Tronti veniva da una famiglia comunista, Raniero Panzieri invece, il più anziano del gruppo, era una personalità già importante del Partito Socialista, Toni Negri veniva anche lui dal PSI. Panzieri era l’unica persona con un profilo di dirigente politico di livello nazionale. Questo spiega perché il n. 1 dei QR si apre con un editoriale di Vittorio Foa, che era un importante dirigente nazionale della CGIL, appartenente alla generazione della Resistenza. Quasi tutti costoro, da Panzieri e Tronti in giù, erano in posizione critica verso i loro partiti e il sindacato. Essere in posizione critica voleva dire spesso avere contatti o essere interessato alle idee trotskyste o internazionaliste, a quelle che erano considerate le correnti “eretiche” del comunismo. La differenza tra questi primi operaisti e gli altri militanti o sindacalisti consisteva nel fatto che la loro critica alla linea del PCI e del PSI era basata sulla convinzione che si stava aprendo una nuova fase della lotta politica e della lotta di classe in Italia. C’era stata la rivolta antifascista di Genova del luglio 1960 – alla quale avevano partecipato alcune compagne e compagni dei futuri QR - c’era stato lo sciopero dei 70 mila elettromeccanici a Milano. Tutte due lotte vincenti. Quindi c’era la sensazione che stava nascendo una nuova composizione di classe. Mentre l’opinione corrente era che la classe operaia dei paesi sviluppati fosse ormai tutta “integrata nel sistema”, i futuri operaisti vedevano invece una classe operaia disposta al conflitto, all’insubordinazione. Contemporaneamente c’era la guerra di liberazione in Algeria, anch’essa finita in maniera vittoriosa. Tutti questi avvenimenti avevano convinto che “bisognava fare qualcosa”, superando la fase della critica interna ai partiti e al sindacato, che restava chiusa dentro le organizzazioni, e passare a una critica aperta, pubblica, esplicita, corroborata da un forte pensiero teorico e sociologico. Questo, per gli iscritti ai partiti, poteva significare anche essere espulsi o dal partito o dal sindacato ed essere considerati dei traditori estremisti. Per elaborare un nuovo sistema di pensiero, molti erano gli stimoli che venivano da precedenti esperienze internazionali. Per il gruppo di Torino (Panzieri, Romano Alquati) molto importante era stata l’esperienza dei marxisti francesi, in particolare della rivista “Socialisme ou Barbarie”. “Socialisme ou Barbarie” era conosciuta da Danilo Montaldi, un personaggio molto importante per quella che sarà la sinistra radicale marxista e la nuova sociologia dell’immigrazione dal Sud al Nord, la sociologia dei nuovi ghetti urbani di Milano e Torino. Montaldi aveva preso parte giovanissimo alla Resistenza contro il fascismo, si era legato sempre più alle correnti antistaliniste e a quelle internazionaliste del PCI. Aveva fondato a Cremona dei gruppi di operai e intellettuali indipendenti dal partito. Aveva una molteplicità di rapporti internazionali, dagli Stati Uniti al Giappone. Montaldi aveva un rapporto stretto con “Socialisme ou Barbarie”, andava spesso a Parigi. È stato il maestro di Romano Alquati, erano ambedue di Cremona. Ricorda infatti Romano Alquati in un’intervista degli anni Duemila: Nel ’57, ottenuto finalmente il passaporto, feci il mio primo viaggio a Parigi con Danilo. Conobbi Castoriadis, Léfort, Morin, Goldmann, Lyotard e altri. Entrai in corrispondenza con alcuni di «Socialisme ou barbarie» e di «Pouvoir ouvrier», in specie con Daniel Mothé, che verrà a trovarci a Cremona. Anche per me Montaldi è stato un maestro e mi ha trasmesso alcuni dei suoi contatti internazionali. Ha avuto un rapporto abbastanza stretto con Panzieri, ma non ha voluto entrare nei QR. È stato redattore, collaboratore e traduttore presso la casa editrice Feltrinelli, dove ha conosciuto la moglie tedesca, Gabriele Seelhorst, che oggi vive a Amburgo. Anch’io penso di averlo conosciuto alla Feltrinelli, dove ho cominciato a lavorare come traduttore nel 1960/61. A seguito di questi legami con l’Italia, Castoriadis, fondatore di ”Socialisme ou Barbarie” assieme a Claude Lefort, è venuto a Milano. Io ricordo che è venuto nella comune dove io abitavo con altri quattro compagni a Milano, in via Solferino 11. Sarà stato il 1962. Queste comuni hanno avuto un ruolo importante nell’operaismo italiano, in particolare la prima, la comune di via Sirtori, fondata da un gruppo di studenti italo-svizzeri, del Canton Ticino, allievi di Enzo Paci, seguace della fenomenologia di Husserl, docente all’Università Statale di Milano. Nella comune di via Sirtori si tenevano le letture collettive di Marx con la partecipazione di Romano Alquati che veniva da Torino a raccontarci cosa succedeva alla Fiat. Così si è formato il primo nucleo dei QR a Milano. Le nostre comuni inoltre erano dei punti di riferimento anche per il movimento di solidarietà con la rivoluzione algerina. Davamo ospitalità agli insoumis, cioè ai disertori francesi che non volevano andare a combattere contro il movimento di liberazione algerino (FLN). Poteva capitare di dare ospitalità anche a rivoluzionari africani o dell’America Latina, che erano entrati illegalmente in Italia. Ricordo per esempio, era il 1962, che nella nostra comune arrivò un giorno, accompagnato da un avvocato nostro amico, un signore nero di pelle, molto gentile, con l’aria da intellettuale e seppi alcuni anni dopo che era Agostinho Neto, il leader della rivoluzione angolana e futuro Presidente dell’Angola. Cercava semplicemente un letto dove dormire per un paio di notti. Racconto questi episodi per respingere le accuse, formulate nel nuovo millennio da parte di studiose e studiosi post-coloniali, secondo le quali noi eravamo eurocentrici. Voglio solo ricordare che negli anni 60 uno dei personaggi più importanti nella formazione della “nuova sinistra” è stato Giovanni Pirelli. Era discendente di una grande dinastia industriale (i pneumatici Pirelli) che rinunciò alle cariche aziendali per dedicare tutte le sue risorse alla causa della liberazione dei popoli e dallo sfruttamento del lavoro.

È stato lui a tradurre e far conoscere in Italia il pensiero di Franz Fanon, è stato lui a finanziare i QR, è stato lui a costruire una rete di solidarietà con la guerriglia latinoamericana, della quale ho fatto parte anch’io ma in posizione del tutto marginale. Abbiamo dato un sostegno logistico ai movimenti di liberazione nel Terzo Mondo – un compagno dei QR e poi di Potere Operaio, Claudio Greppi, si recò a Cuba per qualche mese nel 1961, poco dopo la vittoria di Castro. Eravamo convinti però che il migliore contributo che potevamo dare alle lotte anticoloniali era quello di lottare per una rivoluzione operaia nei paesi avanzati. Quando ho conosciuto Toni Negri? Alle prime riunioni dei QR, 1961/62. Io sono nato a Trieste. Nel 1961/62 mi ero già trasferito a Milano, ma le estati le passavo ancora presso i miei genitori a Trieste. Avevo preso l’abitudine, quando andavo da Milano a Trieste, di fermarmi a Venezia, dove Toni abitava con la moglie in una bellissima casa sul Canal Grande. Così siamo diventati molto amici, quando lui veniva a Milano per le riunioni di “Classe operaia” dormiva sempre a casa mia. Negri non si è mai definito “operaista” ma sempre “un comunista”. Mentre io nei QR non avevo nemmeno il coraggio di prendere la parola nelle riunioni, Toni si era subito imposto con la sua personalità molto forte. Aveva trent’anni ed aveva già una posizione accademica solida. Nel momento in cui avvenne il distacco da Panzieri e il gruppo con Tronti, Alberto Asor Rosa, Alquati, Romolo Gobbi, Greppi e tanti altri decise di fondare “Classe Operaia”, Toni ebbe un ruolo decisivo nel tentare un’ultima mediazione con Panzieri per evitare la rottura. Qual era il motivo della rottura? Noi pensavamo che la fase della critica alle organizzazioni del movimento operaio era finita. Si doveva passare all’azione e cominciare a organizzare una nuova formazione politica. Noi abbiamo iniziato a pubblicare “Classe Operaia” (gennaio-febbraio 1964), non solo come foglio di analisi ma anche come giornale di agitazione. 

L’ultima cosa che avevamo fatto insieme a Pazieri era il n. 3 di QR e – questo è un particolare che viene spesso dimenticato ma invece è molto importante – abbiamo fatto insieme anche il primo numero di “Cronache dei QR”. Il mio nome non compare tra i collaboratori dei QR, non ci ho scritto nemmeno una riga, per me quelli sono stati Bildungsjahre, ho imparato a conoscere gli scritti di Marx, di Engels, di Lenin, di Rosa Luxemburg; di Gramsci avevo letto poco o niente. Però andavo davanti alle fabbriche a distribuire i volantini dei QR, avevo imparato a fare inchiesta operaia, m’intendevo molto bene con Alquati e un po’ alla volta anche con Tronti. Sicché, quando abbiamo fondato ”Classe Operaia”, ormai padroneggiavo il linguaggio operaista e infatti scrissi l’editoriale del n. 2 di “Classe operaia”, dedicato alle lotte internazionali del proletariato.


 La formazione dei concetti-base dell’operaismo 

È opinione comune, accettata da tutti gli studi sulla storia del pensiero operaista, che il primo testo teorico fondamentale è l’articolo di Raniero Panzieri sul n. 1 dei QR intitolato Sull’uso capitalistico delle macchine nel neocapitalismo (pp. 53-72). Esso prende spunto da alcuni passi del primo libro de “Il Capitale” di Marx. I passaggi scelti da Panzieri si trovano in parte nel capitolo sulla cooperazione ma soprattutto nel grande capitolo 13, Maschinerie und grosse Industrie. In questo capitolo Marx sviluppa la sua teoria sulla tecnologia, sull’essenza del macchinario come capitale costante che si contrappone al lavoro vivo dell’operaio, esercitando sui lavoratori un dominio dispotico. Perché Panzieri ha scelto questi passaggi di Marx? Perché intendeva combattere tutte le tendenze presenti allora nel movimento operaio e nel sindacato, che consideravano un fatto positivo il progresso tecnico, lo consideravano un fattore di razionalizzazione nel quale poteva integrarsi, a proprio vantaggio, anche la classe operaia. La tecnologia rappresentava un fatto “oggettivo”, uno sviluppo “naturale” delle forze di produzione, un elemento di civilizzazione, anzi, la meccanizzazione spinta – secondo questa interpretazione - aveva liberato gli operai dai lavori più faticosi. Queste tendenze del movimento operaio, presenti nel PCI, nel PSI, nella CGIL, alla fine degli anni Cinquanta, erano in parte retaggio del vecchio stalinismo del PCI e di una certa cultura stakanovista. Panzieri, sulla scorta di diversi passaggio di Marx, diceva nel suo saggio che la tecnologia esercita un controllo dispotico sulla forza lavoro e quindi la classe operaia non può che cercare di liberarsi da questo controllo, non può che essere antagonista, rifiutando qualunque forma d’integrazione nella razionalizzazione capitalistica. L’unico rapporto che la classe può instaurare con la tecnologia è quello del rifiuto, della lotta. Le prime affermazioni teoriche dell’operaismo hanno subito fatto scalpore per la loro radicalità. E presto verranno dichiarate incompatibili con le organizzazioni del movimento operaio. Ma il momento di rottura avviene in occasione di un episodio avvenuto a Torino agli inizi di luglio del 1962. I tre sindacati CGIL, CISL e UIL avevano dichiarato uno sciopero che doveva coinvolgere le fabbriche Fiat, ma la UIL firma un accordo separato e si ritira dallo sciopero. Gli operai, esasperati, danno l’assalto alla sede della UIL, in piazza Statuto. La stampa scatena una campagna contro questa azione violenta e qualche giornale addossa la colpa ai QR, fomentatori di disordini.

Quando succedono gli incidenti di piazza Statuto però il secondo numero dei QR è già uscito con l’editoriale di Mario Tronti, intitolato La fabbrica e la società, un’altra pietra miliare della teoria operaista. Nei primi tre numeri dei QR non si trova nessun articolo di Toni Negri. Egli però, all’interno della redazione, portava una forte spinta organizzativa. Romano Alquati era, tra tutti, quello che aveva i rapporti diretti più intensi con operai delle grandi fabbriche, la Fiat e l’Olivetti. Egli, analizzando l’organizzazione del lavoro, praticava e cercava di insegnarci un metodo d’inchiesta che chiamava “conricerca”, fondato sul superamento della divisione di ruoli tra intervistatore e intervistato. Doveva essere un rapporto direttamente politico tra un militante esterno alla fabbrica e quello che avremmo chiamato più tardi l’operaio-massa. Alquati, come Danilo Montaldi, come Goffredo Fofi, avevano capito che in Italia si stava formando, con lo spostamento di grandi masse di lavoratori dal Sud Italia alle fabbriche del Nord, una nuova composizione di classe. Ma  queste analisi così anticipatrici non erano gradite (o non erano capite) presso case editrici, come Einaudi di Torino, strettamente legate al PCI, dove lavorava anche Raniero Panzieri. Quando Panzieri, in contrasto con la direzione editoriale di Einaudi, propose di pubblicare il libro di Goffredo Fofi, Immigrati a Torino, venne licenziato e il libro fu pubblicato da Feltrinelli, la casa editrice milanese, dove lavorava Danilo Montaldi. In questo modo Raniero Panzieri pagava un prezzo molto alto la sua scelta di fondare i QR. Aveva già perduto tutte le sue cariche nel PSI e lo stipendio di funzionario di partito, con il licenziamento perdeva un lavoro che gli consentiva di vivere e di mantenere i suoi tre figli. Quando, nel settembre del 1963, rompe anche con quelli che erano stati i suoi compagni nei QR, Tronti, Negri, Alquati, Asor Rosa e altri, decide di continuare la pubblicazione dei QR, ma con un peso sulle spalle che forse lo porta alla morte, il 9 ottobe 1964 a Torino, all’età di 43 anni, per un’embolia cerebrale. Sul numero 10-12 di “Classe Operaia” (dicembre 1964), a pag. 23, appare un breve necrologio intitolato “Ricordo di Raniero Panzieri”, accompagnato da due lettere inedite. Io penso che quelle poche righe, probabilmente scritte dai compagni romani (Tronti, Asor Rosa, Rita di Leo) aiutano a capire, meglio di tanti saggi e libri che sono usciti sull’argomento, il tipo di rapporto che era maturato tra il gruppo rimasto fedele ai QR e il nostro gruppo che si era staccato e aveva fondato “Classe operaia”. Dice quel necrologio: “Noi ricordiamo Raniero Panzieri come il compagno che ha ricominciato in Italia il discorso sulla classe operaia…egli andava controcorrente, portando la sua riflessione e quella di coloro che gli erano vicini sul problema fondamentale di una riorganizzazione autonoma della classe”. Bisogna leggere attentamente anche le due lettere inedite – probabilmente spedite a Tronti – per capire il più intimo pensiero di Raniero.

Il n. 3 dei QR si apre con un editoriale scritto da Raniero e seguito da un altro articolo seminale di Tronti su Il piano del capitale. Ma, a mio avviso, l’articolo che provoca una profonda frattura con il movimento operaio ufficiale e soprattutto con il PCI è l’articolo scritto da Umberto Coldagelli e Gaspare de Caro, Alcune ipotesi di ricerca marxista sull’Italia contemporanea, che è una critica alle concezioni di Gramsci sulla natura del fascismo. Gramsci era un “mostro sacro”, che nessuno aveva osato attaccare e questo contribuì a rendere ancora più radicale il distacco dei QR dalla tradizione del movimento operaio italiano. Dobbiamo precisare però che Coldagelli e De Caro non criticavano il Gramsci “politico”, il sostenitore dei consigli operai del 1920-21, il Gramsci critico dell’Unione Sovietica negli anni del carcere, essi criticavano il Gramsci “storico”, che aveva dato un’interpretazione sbagliata della struttura economica del fascismo, parlando di “arretratezza” del capitalismo italiano, di mancanza di una classe capitalistica moderna. Coldagelli e De Caro invece sostenevano che con la creazione delle banche di stato e dell’industria di stato, con la creazione, dopo la crisi del ’29, dell’IRI (Istituto per la Ricostruzione Industriale), Mussolini aveva creato un sistema molto solido ed efficiente, che non a caso sarebbe durato fino al 1992-93. L’IRI era una holding finanziaria pubblica. Per la mia formazione di storico l’articolo di Coldagelli e De Caro fu una rivelazione, la stessa rivista che avrei fondato negli anni Settanta, “Primo maggio. Saggi e documenti per una storia di classe” trova una parte delle sue radici in quell’articolo. Da dove venivano Coldagelli e De Caro? Dal PCI, come tutto il gruppo che si era formato a Roma nella cellula universitaria del PCI alla facoltà di lettere e filosofia: Tronti, Asor Rosa, Rita Di Leo ecc. e aveva cominciato a manifestare posizioni critiche verso la linea ufficiale del partito. Questo gruppo di giovanissimi militanti incontra a un certo punto Raniero Panzieri. Il primo a prendere contatto con Raniero è Alberto Asor Rosa, tramite una studiosa di storia che era stata per un breve periodo la segretaria di Panzieri: Ester Fano. Appartenente a una delle grandi famiglie ebraiche di Roma – anche Panzieri aveva origini ebraiche - Ester ha avuto il padre fucilato dai nazisti, durante la terribile rappresaglia con cui furono uccisi 335 ostaggi civili e militari nel marzo 1944 alle Fosse Ardeatine presso Roma. Ester diventerà docente di storia economica all’Università di Roma e scriverà dei saggi sull’economia fascista, che riprendono le tesi di Coldagelli e De Caro. Umberto Coldagelli invece sarebbe diventato segretario del Parlamento italiano, carica che ha conservato fino alla pensione. De Caro invece ha lavorato tutta la vita all’Istituto dell’Enciclopedia Italiana.

Asor Rosa, diventato uno dei maggiori storici della letteratura italiana, prima di morire ha rilasciato un’intervista dove ricostruisce l’incontro con Panzieri e la costituzione dei QR.

 “Mi ricordo che, passato a Torino, Raniero fa un lavoro di cucitura fra le varie componenti che avrebbero poi preso parte ai «Qr», e che secondo me sostanzialmente sono tre. Cioè noi, studenti comunisti o ex-comunisti (…), il gruppo che noi definivamo dei sociologi torinesi (Rieser, Mottura, De Palma), e la componente diciamo «movimentista spinta», rappresentata da Romano Alquati, Gasparotto, Gobbi ecc., quelli che arrivavano da una esperienza diretta di lavoro operaio. Io credo che queste erano le tre componenti fondamentali. Quindi la fase preparatoria dei QR consiste nel mettere insieme questi tre gruppi giovanili – eravamo sotto i trent’anni un po’ tutti – intorno a tre punti di riferimento fondamentali: il rifiuto della prospettiva teorico-politica dei partiti (…) la persuasione che il motore della ‘rivoluzione’ poteva essere solo la classe operaia e l’idea che gli intellettuali dovessero fare un lavoro di conoscenza e di orientamento volto a favorire il consolidarsi di una coscienza di classe.”

Nel marzo del 1955 alle elezioni per la Commissione Interna (Betriebsrat) della Fiat la CGIL per la prima volta aveva perduto in maniera clamorosa. Per i militanti di sinistra fu un vero trauma. Dal 1945 il sindacato socialcomunista era stato egemone nella più grande fabbrica italiana. Inizia da qui per quelli che saranno i futuri fondatori dei QR una riflessione sul cambiamento della composizione di classe, sui cambiamenti generazionali e sulle nuove dinamiche sociali. L’operaismo, che rimane un gruppo minoritario e anche piuttosto isolato negli anni Sessanta, con il 1968 e l’”autunno caldo” afferma la sua importanza storica. Ma torniamo indietro, cerchiamo di analizzare i contributi fondamentali di Mario Tronti sui nn. 2 e 3 dei QR, quello su fabbrica e società e quello sul piano del capitale. Il titolo del saggio di Tronti sul n. 2 dei QR è La fabbrica e la società. Anche Tronti prende spunto da alcuni passaggi de “Il Capitale” di Marx, in particolare alla fine della terza sezione del I Libro quando Marx, conclusa la parte sul processo produttivo, affronta il problema del processo di valorizzazione e del plusvalore relativo. E da qui Tronti ripercorre l’analisi di Marx sulla produzione del plusvalore relativo, “Il Capitale”, Quarta Sezione, Die Produktion des relativen Mehrwertes. È un decisivo passo avanti rispetto al saggio di Panzieri sulle macchine. Panzieri parlava di tecnologia, restando nel campo della fabbrica, del processo produttivo, Tronti ora vuole spostare il discorso sul processo di valorizzazione, cioè sulla società. Non è in contraddizione con il discorso di Panzieri, anzi, ne rappresenta lo sviluppo, la continuazione. Marx vuole dimostrare che processo di produzione e processo di valorizzazione sono un tutto unico, perché al capitale non basta comandare il lavoro vivo ma vuole esercitare il suo dominio anche sul ciclo produzione-consumo-riproduzione della forza-lavoro. Scrive infatti Tronti:

“Quanto più avanza lo sviluppo capitalistico, cioè quanto più penetra e si estende la produzione di plusvalore relativo, tanto più necessariamente si conchiude il circolo produzione-distribuzione-scambio-consumo”. (QR, n. 2, pp. 19-20) E ancora: “Si tratta di guardare distribuzione, scambio, consumo, dal punto di vista della produzione. E dentro la produzione, guardare dal punto di vista del processo di valorizzazione il processo lavorativo, e dal punto di vista del processo lavorativo il processo di valorizzazione: cogliere, cioè, l’unità organica del processo di produzione che fonda poi l’unità di produzione, distribuzione, scambio, consumo. (ivi, p. 23). Perché questo aspetto è così importante per Tronti? Lo dice poche righe più avanti: “…diventa storicamente necessario piantare la lotta generale contro il sistema sociale dentro il rapporto sociale di produzione, mettere in crisi la società borghese dall’interno della produzione capitalistica” (ivi p. 24). E chiarisce ulteriormente questo concetto: “Per cui, la rivoluzione operaia…deve presentarsi come  componente interna dello sviluppo e al tempo stesso come sua interna contraddizione” (ivi, p. 28). 

È evidente qui la polemica implicita di Tronti contro l’ideologia del movimento operaio che considerava la lotta di fabbrica come lotta “sindacale” e poneva invece la lotta “politica” su un altro livello. Ma su quale livello? Il livello parlamentare. Secondo questa ideologia, gli operai lottavano in fabbrica per le loro condizioni di lavoro, il Partito invece lottava in Parlamento per le grandi questioni della società. Livello sindacale e livello politico non s’incontravano mai, non solo, ma il sindacato era considerato la “cinghia di trasmissione” del partito. Era il PCI che decideva le scelte della CGIL. Perché l’”autunno caldo” fu così importante? Perché questa idea della cinghia di trasmissione venne abbandonata e il sindacato riacquistò una sua autonomia. Era l’autonomia di classe che si andava affermando, con i delegati di reparto, con i comitati di base, con le decisioni prese in assemblea. La cosiddetta “democrazia diretta”. Il discorso di Tronti però non si fermava qui, egli era ben consapevole che doveva affrontare due temi decisivi, quello dell’organizzazione e quello dello Stato. E infatti, tra le ultime affermazioni del suo articolo troviamo: “Nessuno pensa oggi che si possa appena impostare un processo rivoluzionario senza organizzazione politica della classe operaia, senza un partito operaio” (ivi, p. 30) e conclude scrivendo che per completare l’analisi del ciclo capitalistico (che contemporaneamente è analisi dell’antagonismo operaio) si deve parlare di fabbrica-società-Stato. Sono i temi che affronterà sul n. 3 dei QR con il saggio intitolato Il piano del capitale, altra pietra miliare del sistema di pensiero operaista. Prima però di affrontare i contributi pubblicati sul n. 3 dei QR dobbiamo sottolineare con forza che gli articoli di Tronti e di Panzieri, gli articoli “teorici”, vanno inseriti nel quadro delle cronache delle lotte operaie e delle analisi che partono dall’organizzazione di fabbrica, frutto della “conricerca” o delle inchieste operaie. In questo senso nel n. 2 è di fondamentale importanza l’articolo di Romano Alquati Composizione organica del capitale e forza-lavoro alla Olivetti. Le fabbriche Olivetti per la produzione di macchine da scrivere, di macchine da calcolo meccaniche e anche di elaboratori elettronici, erano considerate un modello di “paternalismo illuminato”, l’opposto delle fabbriche FIAT che erano invece un modello autoritario e repressivo. Io ho lavorato per due anni alla Direzione Pubblicità e Stampa dell’Olivetti e mi sono occupato delle prime macchine elettroniche. In effetti si trattava di un’azienda diversa da tutte le altre, i salari erano anche 20% superiori alla media, era un’azienda proiettata verso l’innovazione, l’atmosfera interna non conosceva competizione o rivalità tra colleghi, nella pubblicità e nella grafica Olivetti era leader a livello europeo. Io facevo il copywriter e i miei colleghi erano scrittori e poeti di fama, come Franco Fortini e Giovanni Giudici. Franco Fortini è stato uno dei maggiori poeti e critici letterari italiani del Dopoguerra. È stato l’ispiratore della rivista “Quaderni Piacentini”, che ha rappresentato l’intera stagione del rinnovamento intellettuale della “nuova sinistra” degli anni 60 e 70. Amico di Raniero Panzieri, Fortini ha pubblicato alcuni scritti sui primi numeri dei QR. Potevo stare giornate intere dentro una fabbrica, sia che si trattasse di fabbriche della Olivetti stessa, sia che si trattasse di fabbriche clienti, dove era stato installato un calcolatore Olivetti. Ma proprio per questo avevo visto coi miei occhi anche fasi di lavorazione dove le condizioni, specialmente delle donne, erano molto stressanti. Romano Alquati mi veniva a trovare in ufficio e mi raccontava tante cose sull’azienda che io non sapevo, mentre io gli raccontavo quello che avevo visto. Di quella mia esperienza si trovano varie tracce in “Classe Operaia”:

- sul n. 1, Anno II, pp. 8-12, Note sulla nuova forza lavoro all’Olivetti, dove si racconta anche di una lotta degli addetti alla manutenzione dei calcolatori elettronici, che avevo seguito in diretta;

- sul n. 3, Anno II, pp. 11-12, Olivetti: il sindacato al posto del partito e poi la fine; 

- sul n. 4-5, Anno II, pp. 15-17, nell’articolo intitolato Il ‘discorso sui tecnici’ 

Perché le cronache delle lotte operaie sono così importanti per il sistema di pensiero operaista? Perché eravamo convinti di capire quali erano le leggi di sviluppo della lotta operaia, le leggi di sviluppo della spontaneità, così come i sismologi o altri scienziati, che studiano fenomeni naturali, sono convinti di poter prevedere certi fenomeni dai segnali che i loro strumenti registrano. Dovevamo quindi conoscere molto dettagliatamente il ciclo di produzione e le diverse mansioni degli operai e dei tecnici. Questo comportava un lungo lavoro di interviste e di contatti. Infatti, se uno legge con attenzione i saggi di Tronti sui QR, nota quanta importanza lui attribuiva alla capacità di anticipare i movimenti del capitale, cioè del capitalista individuale e del capitalista collettivo, della singola direzione di fabbrica o dello Stato, come rappresentante del capitale collettivo. L’importanza delle cronache delle lotte era evidente a tutti, finché si decise di fare una pubblicazione a parte: “Cronache dei Quaderni Rossi”, il primo numero uscì nel settembre 1962. Adesso prendiamo in esame il saggio successivo di Tronti, Il piano del capitale, che uscì sul n. 3 dei QR, nel giugno 1963. Quindi erano passati 14 mesi dall’articolo precedente, più di un anno!


Dalla società allo Stato, una teoria per la rivoluzione 

Anche qui Tronti inizia da una citazione di Marx, precisamente dall’inizio della terza sezione del Secondo Libro de “Il Capitale”. Prima però di addentrarci nella lettura di questo testo è necessario ricordare cosa stava succedendo nella politica italiana di quel periodo. Negli anni Cinquanta aveva acquistato piede e prestigio una nuova generazione di economisti fortemente favorevoli a un ruolo attivo dello Stato nella programmazione economica e a un coinvolgimento delle forze sociali, in particolare del sindacato, nelle scelte di priorità degli investimenti, sia per quanto riguarda i settori (es. telecomunicazioni, autostrade), sia per quanto riguarda le aree depresse del Sud, dove era stata istituita alcuni anni prima una speciale agenzia di sviluppo: la Cassa per il Mezzogiorno. Il 5 dicembre 1963, sotto la Presidenza di Aldo Moro, era stato costituito il primo governo di centro-sinistra con la partecipazione del PSI. I QR vedono in questa svolta un tentativo di integrare il movimento operaio nelle scelte di governo e vedono nella cultura e nell’ideologia della programmazione un nuovo stadio di sviluppo del capitale collettivo. Così si spiega anche il titolo del saggio di Tronti: Il piano del capitale. Ma per rendere ancora più forte la critica contro questo salto in avanti del capitale e contro la programmazione, sul n. 3 dei QR, prima del saggio di Tronti, viene pubblicato un lungo saggio anonimo, firmato Quaderni Rossi, dal titolo Piano capitalistico e classe operaia. Il testo è stato scritto da Raniero Panzieri che ha utilizzato anche un precedente scritto di Romano Alquati. La posizione di Tronti ancora una volta si stacca nettamente da tutte le correnti di estrema sinistra che rifiutavano l’integrazione nel sistema e quindi anche le ideologie della programmazione. Tronti diceva in sostanza che la classe operaia non doveva temere il salto in avanti del capitale collettivo, perché la lotta operaia sarebbe stata più efficace se fosse scoppiata in una fase di sviluppo piuttosto che in un momento di arretratezza del capitale. E citava Lenin a sostegno di questo ragionamento, aggiungendo che: “A diversi livelli il proletariato viene chiamato a collaborare allo sviluppo; a diversi livelli deve scegliere la forma specifica del suo rifiuto politico….il take-off della società capitalistica può offrire l’occasione storica per una rivoluzione a contenuto socialista” (QR, n. 3, p. 52). Ma seguiamo il ragionamento di Tronti sin dall’inizio e vediamo quali passaggi de “Il Capitale” di Marx egli utilizza per argomentare le sue tesi. Era partito, nel n. 2 dei QR, dalla fabbrica, cioè dal processo di produzione, ed era arrivato alla società, attraverso il processo di valorizzazione. Adesso deve arrivare allo Stato come rappresentante dell’interesse collettivo del capitale, deve arrivare alla società borghese come forma storicamente determinata del dominio del capitale collettivo sul lavoro sociale, cioè su tutta la forza-lavoro – non soltanto quella di fabbrica. Una forza-lavoro che il capitale riesce a rendere produttiva non solo con la tecnologia e la scienza, ma con la generalizzazione e socializzazione della forma capitalistica “che soltanto il capitale sociale – e il Gesamtprozess /in tedesco nel testo/ della sua produzione - riesce storicamente ad attuare” (QR, n. 3, p. 52). Il ragionamento di Tronti poi si concentra sulla seconda sezione del Terzo Libro de “Il Capitale”, cap. 10, Ausgleichung der allgemeinen Profitrate durch die Konkurrenz (MEGA, Band n. 25, S. 182 ff.). “C’è un momento” – dice Tronti – “in cui il capitale moderno non può più fare a meno di un sindacato moderno, nella fabbrica, nella società e direttamente nello Stato” (QR, n. 3. p. 58). La contrattazione sindacale diventa una spinta all’efficienza della singola impresa, “uno strumento democratico della pianificazione capitalistica” (ivi p. 61). Qui Tronti usa per la prima volta il termine “operaismo” (ivi, p. 66), avvertendo che assume un significato negativo se si limita a comprendere gli operai di fabbrica, invece è usato in maniera corretta se indica l’insieme della forza-lavoro, che, con il rifiuto della programmazione capitalistica e della disciplina aziendale, si pone come classe operaia antagonista. Le ultime quattro/cinque pagine dell’articolo contengono affermazioni sempre più radicali. Le sintetizzo: l’operaio raggiunge il massimo dell’autonomia quando esaspera l’estraniazione dal suo lavoro; la professionalità, il mestiere, sono elementi negativi, che accentuano la divisione della forza-lavoro (qui Tronti anticipa il discorso sull’egualitarismo, diffuso non solo a Porto Marghera ma a tutto il movimento di lotta del ’68 operaio); “il singolo operaio deve diventare indifferente al proprio lavoro, perché la classe operaia possa arrivare a odiarlo. Dentro la classe solo l’operaio ‘alienato’ è veramente rivoluzionario” (QR, n. 3, p. 68). E conclude con la frase: “Il primo passo rimane sempre il recupero di una irriducibile parzialità operaia contro l’intero sistema sociale del capitale. Niente verrà fatto senza odio di classe: né elaborazione della teoria, né organizzazione pratica” (QR, n. 3. p. 72). Questo linguaggio dava occasione agli avversari dei QR di accusarci di essere favorevoli alla lotta violenta e agli scontri di piazza. Rileggendo oggi quelle frasi, ci viene da pensare che gli scontri di piazza, le barricate, si sarebbero moltiplicati quattro/cinque anni dopo con le rivolte studentesche e con il maggio francese. Nel novembre 1969 il direttore responsabile di “Potere Operaio”, Francesco Tolin, sarebbe stato arrestato, processato per direttissima e condannato a 17 mesi di reclusione senza condizionale perché il giornale aveva pubblicato un articolo dal titolo Sì alla violenza operaia. Era la prima volta dal 1945 che in Italia il direttore responsabile di una pubblicazione veniva arrestato.

Abbiamo dunque esaminato più da vicino i tre testi seminali dell’operaismo italiano: quello di Panzieri sul n. 1 dei QR e quelli di Tronti sui numeri 2 e 3. Sullo sfondo, ma altrettanto importanti, i testi di Romano Alquati sulla Fiat e sull’Olivetti. Per concludere il discorso sulle fondamenta teorico-metodologiche dell’operaismo, ci mancano ancora due testi: l’articolo di apertura del giornale “Classe operaia”, intitolato Lenin in Inghilterra, gennaiofebbraio 1964, e il libro Operai e capitale (Einaudi, Torino 1966), ambedue scritti da Mario Tronti.

Quando uscì “Classe operaia” con quello strano titolo Lenin in Inghilterra molti si chiesero: ma che vuol dire? Com’è possibile associare il nome di Lenin a un paese a capitalismo avanzato, quando sappiamo che la sua rivoluzione è riuscita proprio perché è avvenuta in un paese a capitalismo arretrato, un paese in gran parte ancora contadino, dove solo cinquant’anni prima vigeva ancora la servitù della gleba? In realtà Tronti con quel titolo voleva semplicemente ribadire quello che aveva scritto sul n. 3 dei QR e cioè che la rivoluzione operaia si afferma nello stadio più avanzato di sviluppo del capitale. In quell’articolo Tronti parlava di “rivoluzione copernicana”. A cosa si riferiva? Al fatto che ogni discorso politico sulla lotta di classe doveva iniziare dallo stato della composizione di classe. Composizione tecnica nel senso che doveva contenere l’analisi più dettagliata possibile delle condizioni lavorative (organizzazione della produzione, turni di lavoro, cottimi, straordinari, qualifiche, divisioni di sesso ecc. ecc.). Composizione politica nel senso che doveva stabilire lo stato di sviluppo della coscienza di classe, dell’organizzazione autonoma, del grado di antagonismo ecc. ecc.. Composizione tecnica era tutto quello che di “oggettivo” c’era nella condizione operaia, composizione politica invece tutto quello che c’era di “soggettivo”. Non ci rimane dunque che da esaminare il testo di Operai e capitale. Dico subito però che a me non sembra – è un’opinione del tutto personale – che il libro contenga molte novità rispetto ai testi di Tronti pubblicati sui QR. Quando è uscito Operai e capitale (1966) le basi fondamentali dell’operaismo erano già state gettate (1961-1963). L’edizione che ho usato è quella della ristampa (Derive&Approdi, Roma, 2013, pp. 316). Le prime 100 pagine riportano integralmente gli articoli scritti per i QR e alcuni degli articoli più significativi apparsi su “Classe operaia”. Essi però sono preceduti da un’introduzione in cui Tronti ribadisce alcuni concetti fondamentali:

- la riflessione teorica ha per scopo quello di scoprire “le nuove leggi per l’azione”; 

- teoria e prassi debbono “anticipare” le mosse del capitale;

 - Marx ci ha permesso di capire cos’è la classe operaia, ma la classe operaia del Novecento e quella che ci sta di fronte è un mondo ignoto, che sta a noi scoprire.

Pertanto il lavoro di scoperta teorica o di approfondimento che Operai e capitale propone come ulteriore contributo, dopo QR e “Classe operaia”, si presenta non come un sistema di nuove certezze, ma come ipotesi, come scommessa sul futuro, come previsione arrischiata sia sulla soggettività operaia, sia sul grado di sviluppo del capitale. Un aspetto, a mio avviso, tipico del pensiero trontiano – che non è stato mai sufficientemente messo in risalto – è la consapevolezza del rischio, dell’azzardo. Quando parla di rifiuto, di rottura radicale della classe verso la razionalizzazione capitalistica, lo fa come conclusione di un’analisi che dimostra la necessità della classe operaia di agire in questo modo, non ci possono essere altri modi d’agire se non vuole rinunciare a essere classe. Tra l’altro, se uno ci pensa bene, il discorso di Tronti sulla capacità di anticipare i movimenti del capitale non è altro che la trasposizione sul terreno dello scontro capitalelavoro, dei principi della guerra partigiana. Per combattere l’esercito invasore i partigiani debbono conoscere con precisione i movimenti dell’avversario, debbono attirarlo sul terreno a lui più sfavorevole (in montagna), in modo che sia obbligato a fare certi percorsi, a seguire certe strade dove, nel punto più opportuno, i partigiani lo aspetteranno al varco e potranno tendergli l’imboscata fatale. Occorre inoltre tenere presente che negli anni 1964/65/66 la spinta della combattività operaia dei primi anni Sessanta si era esaurita, l’economia italiana era entrata in una fase di bassa congiuntura, dovuta non a una crisi ma a una fase di assestamento. Il numero di scioperi era diminuito drasticamente, si era entrati in una fase di passività operaia. Quindi il discorso di Mario Tronti sulla rottura rivoluzionaria, ad opera di una classe operaia nuovamente combattiva, era considerato utopistico, un bel sogno letterario. Egli profetizzava una rivolta e il suo stile “profetico” era trattato con scherno. Quando invece, anche sulla spinta degli avvenimenti in Vietnam e soprattutto sulla spinta delle lotte studentesche, ci sarà un forte risveglio di classe e la rivolta si manifesterà per davvero, gli operaisti diventeranno di colpo i protagonisti in grado di dettare l’agenda e alcune delle loro rivendicazioni – per esempio gli aumenti salariali uguali per tutti – verranno fatte proprie da tutto il movimento, anche dal sindacato. Ma gli operaisti vinsero allora senza Tronti, il quale aveva deciso, assieme ad Asor Rosa, a Rita di Leo, a Massimo Cacciari di rientrare nel PCI, chiudendo bruscamente l’esperienza di “Classe operaia” e lasciando tutti noi in uno stato di grande sconcerto. In quel momento io mi sono sentito tradito da Tronti.


L’operaismo dopo Tronti, senza Tronti 

Non chiedetemi di spiegare le circostanze e le ragioni di questo plateale voltafaccia, non m’interessa occuparmene, perché voglio ricordare qualcosa di molto più importante che accadde in Italia: nel 1969 con ‘l’autunno caldo’ per la prima volta dal dopoguerra in Italia, sia in fabbrica che nella società, i rapporti di potere sono cambiati. Non era la rivoluzione, certo, ma è stata una lotta di massa di 5 milioni di persone che ha scardinato rapporti di forza, che erano rimasti sostanzialmente uguali dal 1945. E subito dopo accadde un fatto straordinario, mai immaginato, mai ipotizzato da tutte le analisi dell’operaismo: il terrorismo di Stato. Lo scoppio della bomba di piazza Fontana a Milano nella Banca dell’Agricoltura, il 12 dicembre 1969, causando 17 morti, ha segnalato che le regole del gioco politico erano cambiate. Le analisi dell’operaismo avevano sempre avuto come obbiettivo l’attacco al neocapitalismo, cioè a una forma di governo che intendeva consolidare il dominio del capitale attraverso politiche d’integrazione e cooptazione della classe. L’operaismo aveva combattuto i governi di centro-sinistra e la programmazione. Ora si trovava di fronte a qualcosa di mai visto e di sconcertante. Quale è stata la reazione di classe a quella sfida? Come hanno reagito gli operai al terrorismo di Stato? Cercando di difendere con le unghie e coi denti i rapporti di forza conquistati con l’autunno caldo. Hanno resistito e lottato per un intero decennio! A differenza di tutti gli altri paesi d’Europa, l’insubordinazione operaia non finisce con il 68/69. Per questo e non per altro l’operaismo ha continuato a vivere. L’insubordinazione operaia ha continuato a resistere fino all’ottobre 1980, quando subisce la drammatica sconfitta alla Fiat e dopo che il terrorismo di Stato ha compiuto la più infame delle sue azioni: la bomba alla Stazione ferroviaria di Bologna, il 2 agosto 1980, che provoca 85 morti. 

In un’intervista Tronti disse una volta che l’operaismo si era chiuso nel 66/67. Non è vero, la riflessione teorica è andata avanti. Dove, come? È andata avanti nella collana di libri intitolata ‘Materiali marxisti’ che Toni Negri ed io abbiamo diretto presso la casa editrice Feltrinelli e dove sono usciti dei testi come Operai e Stato o Crisi e organizzazione operaia, che sono proprio la continuazione dei discorsi dei QR e di “Classe operaia”. (sulla collana di Feltrinelli v. la mia relazione su https://www.euronomade.info/la-collana-materialimarxisti-di-fetrinelli/). Come il saggio Partito operaio contro il lavoro di Toni Negri nel volume Crisi e organizzazione operaia oppure il mio saggio Moneta e crisi: Marx corrispondente della ‚New York Daily Tribune’ (1857-58) nello stesso volume. Oppure la broschüre Crisi dello Stato-piano di Toni Negri, sempre pubblicata da Feltrinelli e uscita nello stesso anno 1974. L’operaismo è continuato nelle riviste che hanno applicato i suoi criteri teoricometodologici a specifiche discipline. “Primo Maggio” sulla storiografia, “Quaderni del territorio” sull’urbanistica, “Lavoro zero” sulle lotte negli Stati Uniti (Marx a Detroit è il titolo di uno degli ultimi paragrafi di Operai e capitale). Queste riviste sono state fondate e dirette rispettivamente da me, da Alberto Magnaghi e da Ferruccio Gambino. Senza dimenticare l’influenza che l’operaismo ha esercitato sulla corrente femminista di Wages for Housework di Mariarosa dalla Costa, Selma James, Silvia Federici, Leopoldina Fortunati. Dovremmo qui aprire un nuovo capitolo sugli Anni 70, ma dovremmo avere a disposizione molto tempo. Perciò chiudo qui questa ricostruzione segnalando l’uscita di un’opera che è la più completa che sia mai stata scritta sulla storia dell’operaismo e dei suoi principali protagonisti. Il titolo è Nietzsche a Mirafiori e l’autore è Damiano Palano, Professore ordinario di Filosofia politica e Direttore del Dipartimento di Scienze politiche dell'Università Cattolica di Milano. 

Inoltre consiglio le seguenti letture

- The Revolt of Living Labor: An Interview With Ferruccio Gambino del 5 novembre 2019 per la rivista Viewpointmagazine (viewpointmag.com) sui rapporti internazionali degli operaisti - Guido Bianchini, ritratto di un maestro dell’operaismo, Derive&Approdi, Roma 2021 e il seminario che è stato organizzato all’Università di Padova sulla figura di Bianchini (https://www.youtube.com/watch?v=lmoOhGn5NeQ) - Luciano Ferrari Bravo, Dal fordismo alla globalizzazione. Cristalli di tempo politico, Prefazione di Sergio Bologna, manifestolibri, Roma, 2001 - Antonio Negri, Luciano Ferrari Bravo. Ritratto di un cattivo maestro con alcuni cenni sulla sua epoca, manifestolibri, Roma 2003 - Sergio Bologna, Giairo Daghini, Maggio '68 in Francia, Derive&Approdi, Roma 2008 - The Terrain of Reproduction. Alisa del Re’s ‘The Sexualisation of Social Relations’, Viewpoint Magazine, 12 settembre 2012 - Fare analisi, costruire conflitto. Intervista a Alisa del Re, su www.officinaprimomaggio.eu, 22 giugno 2023 - Mariarosa Dalla Costa, Donne e sovversione sociale. Un metodo per il futuro, Ombre Corte, 2021 Verona - Archivio online di Mariarosa Dalla Costa: https://www.bibliotechecivichepadova.it/it/collezioni/collezioni-digitali - Jacopo Galimberti, Images of Class. Operaismo, Autonomia and the Visual Arts (1962-1988), Verso Books, London 2023 (ed. italiana Immagini di classe. Operaismo, autonomia e produzione artistica, Derive&Approdi, Roma 2023) - Claudio Greppi, La parabola del paesaggio. Scritti sulla Toscana, 1990-2020, All’insegna del Giglio, Sesto Fiorentino, 2024 - Il soggetto vivente. La figura e l’opera di Alberto Magnaghi, Firenze University Press, 2025 Anche questo conferma quanto ho detto proprio all’inizio della mia relazione e cioè che l’operaismo suscita ancora l’attenzione di studiosi in varie parti del mondo. Ma quel che è più importante è il fatto che oggi in Italia alcune iniziative di lotta operaia più significative -per esempio nel settore dei lavoratori su piattaforma della logistica o nei magazzini di distribuzione dell’e-commerce - traggono ispirazione dalle idee dell’operaismo o sono materialmente portate avanti da vecchi compagni di ‘Potere Operaio’ (v. su questo l’intervista a Gianni Boetto su Sozial.Geschichte Online, Heft 34, Aprile 2023 o visita il sito www.officinaprimomaggio.eu). 

Vi ringrazio per l’attenzione. 

Sergio Fontegher Bologna 

Milano, marzo 2026

https://www.officinaprimomaggio.eu/wp-content/uploads/operaismo-completo-def1-3.pdf