mercoledì 29 aprile 2026

IL DECRETO “PRIMO MAGGIO” DEL CDM

 -Michele Ambrogio-

in Deregulation e agevolazioni fiscalifavore del sistema-impresa Ma non era il lavoro, e il primo maggio, in agenda?


Il decreto-Lavoro varato ieri dal Consiglio dei Ministri, secondo Meloni, è destinato a una platea di «4 milioni» di beneficiari e proroga i bonus per le assunzioni di giovani, di donne e di lavoratori nell’area Zes. La novità è che «agli incentivi si può accedere esclusivamente se si riconosce e si applica ai propri lavoratori quello che definiamo il “salario giusto”», ossia il trattamento previsto dai contratti firmati dai sindacati più rappresentativi. Prevista l’indennità di vacanza contrattuale con un adeguamento forfettario delle retribuzioni pari al 30% della variazione dell’indice dei prezzi al consumo.

Prevedibile la generica contrarietà di Landini, che intanto piglia e porta a casa la mancia del maggiormente rappresentativo, che – in un paese dove i contratti scaduti sono la norma – punta sui CCNL e differisce una legge vera sul minimo salariale (quella proposta dal Pd è un sussidio di povertà).

Ma la mia attenzione è attratta dal ricorrente ormai ovunque richiamo all’area ZES. La ZES (Zona Economica Speciale) è un’area delimitata del territorio, solitamente nel Mezzogiorno, dove le imprese beneficiano di agevolazioni fiscali e semplificazioni amministrative per incentivare investimenti e occupazione.

L’idea ha radici lontane (prima ZES a Shannon, Irlanda, 1959; famose quelle cinesi di Deng Xiaoping nel 1979) e unisce misure doganali (dazi, per intenderci) a corsie privilegiate (zone di libero scambio), con un mix di sovranismo e liberismo oggi assai di tendenza. Ma vediamo la storia recente delle nostre ZES e cosa sono in Italia.

Il modello originale delle 8 ZES regionali è stato istituito dal Governo Gentiloni (centrosinistra) con il Decreto-legge n. 91/2017. All’epoca, Enrico Letta non era al governo, ma il provvedimento fu una colonna portante della politica per il Sud del suo partito (PD).
Quando il Governo Meloni ha proposto di fondere le 8 zone in un’unica ZES Unica Mezzogiorno (attiva dal 1° gennaio 2024), il centrosinistra si è opposto duramente. Le principali critiche sollevate dal PD e dai suoi esponenti, tra cui i senatori Marco Meloni e Antonio Nicita, erano di aver tolto potere alle Regioni per accentrare tutto a Palazzo Chigi. Aver esteso i benefici a tutto il Sud (incluse zone non portuali) avrebbe rischiato di “annacquare” le risorse, rendendole meno efficaci per i poli logistici strategici. Dubbi furono poi espressi sulla capacità di una singola struttura di gestire migliaia di pratiche per tutto il Mezzogiorno.

Oggi per la ZES si schierano i sindacati, per un interesse di bottega visto che così si rinforza il loro ruolo di mediatori istituzionali per la concessione di un “giusto salario” e la sudditanza dei lavoratori alla benevolenza del Principe. Per inciso, tra un ruggito e l’altro con un sintomatico “che ne so” intercalato a premessa, di una estensione della ZES ha ripetuto Landini a Piazza pulita.

Ma è sul piano più propriamente sistemico, dove le destre latitano per assenza di materia grigia, che la, o le, ZES ha/hanno trovato un senso che va oltre la ormai consolidata rassegna di bonus, detrazioni e sussidi che hanno pervertito il principio di proporzionalità del prelievo fiscale e tolto ogni onore al lavoro vivo (penso al titolo di un vecchio libro di Kurz, L’onore perduto del lavoro).

Elucubrazioni intellettuali e un eccesso di diffidenza frutto di pregiudizio? Non mi pare. Il collegamento tra la ZES (Zona Economica Speciale) e il cosiddetto “Ventottesimo Stato” è messo nero su bianco nella proposta di Enrico Letta per rilanciare la competitività europea tramite una drastica semplificazione burocratica.

L’idea, presentata nel suo rapporto strategico sul Mercato Unico (Much more than a Market), suggerisce di creare un regime giuridico unico che funzioni come una “ZES virtuale” estesa a tutta l’Europa.

Non si tratta di un nuovo territorio geografico, dice, ma di un ordinamento giuridico parallelo opzionale. Con un obiettivo ambizioso, e cioè un Codice Commerciale Europeo per le imprese (specialmente startup e PMI) che potrebbero scegliere di operare sotto questo “diritto commerciale del 28° stato” invece di doversi adattare ai 27 diversi sistemi nazionali.

Funzionerebbe come il sistema del Delaware negli Stati Uniti, offrendo regole standardizzate valide in ogni angolo dell’UE, ma con una semplificazione burocratica ed un alleggerimento del prelievo fiscale.

Dalla culla alla tomba, messo a regime questo indirizzo coprirebbe ogni aspetto della vita aziendale: costituzione, contratti, tassazione e insolvenza.

Il legame con le ZES del “ventottesimo Stato dell’Unione” mi pare evidente. Mentre le ZES (come la ZES Unica nel Sud Italia) sono aree geografiche dove si applicano sconti fiscali e procedure accelerate per attirare investimenti, il “28° Stato” di Letta è la traduzione di questo concetto a livello digitale e normativo per tutta l’Unione Europea. Una brillante soluzione che mette insieme federalismo fiscale in versione Delaware e centralismo che conferma il ruolo del politico come timoniere e garante del ciclo di accumulazione capitalista. Che questo sia andato a braccetto con il progetto di difesa comune europea e il ReArm Europe non può stupire. Perché la ZES Unica centralizza e semplifica a livello nazionale (italiano) per le zone del Mezzogiorno come il Ventottesimo centralizza e semplifica a livello europeo per eliminare la frammentazione del mercato interno.

Entrambi gli strumenti puntano allo stesso obiettivo: eliminare i freni burocratici che oggi scoraggiano chi vuole investire o fare impresa, garantendo procedure uniche e tempi certi, nonché un innegabile risparmio e vantaggio fiscale. Ma non era il lavoro, e il primo maggio, in agenda?