sabato 13 giugno 2026

SCIOPERO: LA CULTURA NON È IL «PETROLIO D’ITALIA», MA IL CARBURANTE DELLO SFRUTTAMENTO

 -Roberto Ciccarelli-

La protesta nazionale del lavoro culturale

Dalle false Partite Iva dei musei ai precari delle piattaforme di streaming, dagli attori ai musicisti e ricercatori universitari: un anno di lavoro politico unisce sigle sindacali e collettivi dal basso per bloccare il settore e contestare trent'anni di esternalizzazioni, contratti pirata e il ricatto della "passione"_

La cultura non è il “petrolio d’Italia”, ma è il carburante dello sfruttamento del lavoro di chi presta la propria opera per musei, palchi e cantieri, film di animazione per Netflix e poi cinema, musica, editoria. E molto altro. La cultura si produce, come si fa con l’alluminio, anche se non viene fatta solo nelle fabbriche, ma attraverso le relazioni, il linguaggio e le percezioni, le azioni e le idee nelle catene di montaggio del lavoro culturale, che è tanto intellettuale, quanto manuale. Chi lavora con questi mezzi di produzione del corpo e della mente, e con la propria personalità, è ridotto all’invisibilità, oppure resta prigioniero del dilemma: lo faccio per passione, dunque accetto tutto lo sfruttamento del mondo. Eppure, anche nella cultura c’è la “forza lavoro”, quella che per Marx è la creazione di tutti i valori del mondo, anche di quelli capitalistici.

Sono questi i contenuti politici di lunga durata affermati dallo sciopero generale della cultura che si tiene in Italia il 12 giugno. La protesta è stata indetta dai sindacati Fp Cgil, Nidil Cgil, Adl Cobas e Clap, Usi, da Strade – traduttrici e traduttori editoriali o associazioni come Redacta e movimenti come Mi Riconosci?” Sono un professionista dei beni culturali”, Biennalocene e Campo Innocente, la rete “Vogliamo tutt’altro”, Galassia, l’Arci, gli studenti della Rete della Conoscenza e i dottorandi dell’Adi. Ci sono i lavoratori dei Musei di Aiem, Gli “artworkers” di AWi e gli artisti di Anga che si battono contro il genocidio dei palestinesi. Ci sono i  lavoratori del comparto Federculture, quelli di musei, biblioteche, archivi, aree e parchi archeologici, complessi monumentali, oltre che i precari della ricerca. E poi Fondazioni lirico-sinfoniche, teatri, imprese e cooperative dello spettacolo dal vivo.

C’è voluto più di un anno di lavoro politico e sindacale per mettere insieme questa vasta platea di soggetti in una mobilitazione nazionale in un settore storicamente frammentato. Nato da un appello, lo sciopero è l’espressione di chi ha capito che l’isolamento dei singoli neutralizza qualsiasi capacità di contrattazione e rivendicazione di diritti spesso basilari ma non riconosciuti. Il lavoro culturale è il condesato di tutte le aberrazioni accumulate in trent’anni e più di precariato voluto da destra e sinistra in Italia. C’è l’estrema diversificazione dei contratti applicati: dal pubblico impiego ai molteplici accordi collettivi del settore privato e della cooperazione, fino all’assenza totale di tutele per gli autonomi. Ciò rende complesso definire coperture giuridiche universali che permettano a tutti di astenersi dal lavoro senza rischiare sanzioni o ritorsioni. A questo si aggiunge un vincolo legislativo pesantissimo: la Legge 182 del 2015, che ha inserito l’apertura e la sorveglianza dei luoghi della cultura nell’elenco dei servizi pubblici essenziali, parificando di fatto un museo a un ospedale o ai trasporti pubblici, una misura concepita esplicitamente per depotenziare l’efficacia e l’impatto dei blocchi e per limitare il diritto di sciopero in nome della continuità del servizio turistico. Infine, l’altissimo tasso di ricattabilità psicologica ed economica di chi lavora con contratti a termine o in subappalto agisce da formidabile deterrente psicologico contro l’esposizione sindacale.

Tra i promotori dello sciopero c’è chi racconta esperienze vissute sulla propria pelle: appalti ministeriali assegnati a cooperative che applicano contratti pirata o inadeguati, stipendi che non raggiungono la soglia della sussistenza minima, ispettorati del lavoro impossibilitati a effettuare controlli per carenze strutturali e un precariato universitario e artistico ormai strutturale. Lo sciopero della cultura oggi contesta questa logica, chiede la reinternalizzazione dei servizi, l’adeguamento salariale, il superamento delle norme restrittive sul diritto di sciopero e una regolamentazione stringente che restituisca dignità economica e professionale al lavoro culturale.

Ecco qualche testimonianza che abbiamo raccolto. Sono in tantissimi, ben oltre il perimetro del lavoro culturale, a potersi riconoscere: “Sono un archeologo, per anni ho scavato per 4 euro l’ora”. Sono una catalogatrice, sono sempre stata precaria, per lo più con contratti a progetto. A causa di questa precarietà, ho rimandato una possibile maternità”. “Mi è capitato di lavorare 11 giorni di fila come mi è capitato di lavorare 10 h senza pausa”. “Minacce, intimidazioni, prevaricazioni, esercitazione del potere, mancati pagamenti”. “Ci hanno riferito che, in caso di rifiuto di turni serali (verso cui non abbiamo obblighi perché assunti a chiamata), si prende in considerazione di ridurre le ore di servizio, perché non abbastanza disponibili”. “Lavoro da anni come custode, addetto all’accoglienza. Ogni anno cambio di appalto quindi cambio datore di lavoro. Ad ogni cambio perdita di diritti, diminuzione paga oraria”.

E così via, potremmo proseguire all’infinito.

Chi sciopera oggi dichiara il fallimento storico del sistema delle esternalizzazioni e delle concessioni avviato dalla Legge Ronchey del 1993, che ha sdoganato la svendita dei servizi museali e culturali ai privati, traducendosi in un drastico taglio del costo del lavoro, nel peggioramento dei servizi e nel fiorire di subappalti al ribasso. I lavoratori denunciano una carenza d’organico cronica all’interno del Ministero della Cultura e delle pubbliche amministrazioni, parzialmente compensata dall’abuso del volontariato mascherato e di stage gratuiti, utilizzati non come percorsi formativi ma come veri e propri sostituti della manodopera qualificata e retribuita. Sul fronte del lavoro autonomo e della ricerca, si evidenzia la proliferazione delle false Partite Iva e la totale assenza di tutele elementari, unita al mancato riconoscimento delle fasi di studio, aggiornamento e ricerca archeologica o storico-artistica come effettive ore lavorative pagate.

L’auspicio è che questo movimento si riunifichi con mobilitazioni ravvicinabili come lo sciopero dei lavoratori in appalto che si tiene nello stesso giorno (l’appalto è una delle sciagure che moltiplicano la precarietà). E, inoltre, che si intersechi con altri focolai di movimento che pongono il problema della precarietà della vita a tutti i livelli. Pur essendo la piaga forse più grande di una società ignobile, è ormai da tempo che il lavoro – che è tutto culturale, al di là delle specializzazioni e delle ideologie della performatività – non è più considerato una “questione politica”. Semplicemente, non mobilita più. E quando lo fa, lo fa al prezzo di una fatica immane. C’è però un persistente bisogno di giustizia, a partire dalla propria concreta esistenza, che impedisce di arrendersi. Talvolta riesce a essere più forte dell’economia del ricatto sulla quale è costruita la retorica della “repubblica fondata sul lavoro” che è comunque meno stupida di quell’altra che considera la “cultura” come l’esibizione del talento, del merito e del qualunquismo. Ideologie diffusissime tra tutti i lavoratori “postfordisti”. Uno sciopero è uno sciopero, ma le contraddizioni che affronta descrivono la fenomenologia di una classe a venire: il quinto stato. 

imagine: www/ilmanifesto/data/wordpress/wp content/uploads/2014/10/06/quinto stato


fonte: ilmanifesto.it