ll’altezza di questo Primo Maggio lo spirito del capitalismo mondiale si può riassumere con due espressioni.
La prima compare in uno scambio di messaggi emerso durante il processo in cui Live Nation – Ticketmaster è stata condannata per aver monopolizzato il settore della bigliettazione e delle arene dove si svolgono concerti ed eventi sportivi negli Stati Uniti:
Robbing them blind, baby! Che si può tradurre con: “Li stiamo spennando alla grande, senza che ne se accorgano”.
Chi ha mandato il messaggio si riferiva ai prezzi dei concerti che negli ultimi anni sono cresciuti tantissimo, ma il monopolio ha avuto effetti anche su promotori locali, proprietari di arene, musicisti, tecnici, qualsiasi entità che non si piegasse a Live Nation – Ticketmaster è stata sostanzialmente spazzata via o ha visto i propri guadagni prosciugarsi.
L’altra espressione emblematica è “irresponsabilità organizzata”. L’ho trovata leggendo l’ultimo Quaderno della Fondazione Brodolini che fa il punto sulle inchieste della magistratura milanese – anzi, di un solo magistrato, Paolo Storari – che negli ultimi anni hanno interessato alcune delle principali aziende della logistica, del delivery, della moda e del lusso, della grande distribuzione, molte delle quali sono finite sotto amministrazione giudiziaria. La procura è intervenuta con l’obiettivo di legalizzare delle filiere che, in una lunga catena di subappalti, comprendevano vere e proprie “aziende criminali” e casi di sfruttamento disumano. Il risultato: profitti incredibili per le aziende capofila, lavori infernali in qualche scantinato. Dà un’idea dell’impatto di queste inchieste il fatto che, come loro conseguenza diretta, in totale sono stati assunti/stabilizzati 61.152 lavoratori (il dato è stato comunicato durante un convegno presso l’Università Statale), una città di medie dimensioni di persone sfruttate su cui si basavano i profitti di aziende come Armani, Loro Piana, BRT, Uber Eats e tante altre.
Per i giuristi “irresponsabilità organizzata” identifica situazioni in cui l’azienda capofila riduce al minimo la propria responsabilità civile e penale su quello che succede nella propria filiera, ma credo che questa categoria sia utile per capire quello che succede anche in altri settori, non solo in Italia.
Pensiamo alle aziende, più o meno tech, che stanno procedendo a licenziare i propri lavoratori con la giustificazione che li sostituiranno con dei pappagalli stocastici (nella vulgata giornalistica, “Intelligenze Artificiali”). A meno di non voler prendere per oro colato le dichiarazioni roboanti e apocalittiche dei bugiardi seriali della Silicon Valley, è evidente che piegare l’organizzazione aziendale per favorire l’utilizzo massivo di questi strumenti non segnala una volontà di innovazione, o di efficienza, quanto la decisione di abbassare la qualità di un servizio/prodotto/processo fregandosene delle conseguenze. Un’esternalizzazione senza intoppi, senza neanche la fatica di fondare una cooperativa per non pagare i contributi e i TFR.
“Irresponsabilità organizzata” sembra adeguata anche per descrivere la liquidazione lampo di Hoepli, casa editrice con oltre 150 anni di storia chiusa in tutta fretta per realizzare un’enorme plusvalenza immobiliare con il palazzo dove ha sede la libreria a Milano: 89 lavoratori in mezzo a una strada da un giorno all’altro, alla faccia dell’azienda familiare, del mecenatismo illuminato.
L’epidemia di irresponsabilità organizzata è una scelta precisa di disintermediare la relazione di oligarchi (e simili) con il profitto. Il loro sogno bagnato non è più la semplice distruzione delle relazioni industriali che abbiamo visto negli ultimi anni, quanto proprio l’eliminazione del rapporto col lavoratore stesso: gestito da un caporale in un qualche capannone puzzolente, monitorato da una app mentre pedala o sostituito da un chatbot, poco cambia.
Questo senso di onnipotenza non esiste nel vuoto, è frutto di una dinamica di potere: una fusione dopo l’altra, troppe aziende sono diventate abbastanza grandi da fregarsene delle conseguenze delle loro azioni. Se sono così potente da non essere preoccupato da interventi dell’autorità pubblica (corrotta e/o spaventata), se il mio potere di mercato è così ampio che né i miei consumatori né i miei fornitori hanno delle valide alternative, cosa può fermarmi dal fare di tutto per massimizzare i miei profitti a scapito di tutto e tutti, compreso il pianeta intero?
Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti: pensiamo all’impatto dei fondi d’investimento sulle città, sulla sanità, ai tentativi di rovinare internet da parte di Big Tech. L’estremo di questa tendenza è forse raccontato dal report “From economy of occupation to economy of genocide” della relatrice speciale per i territori palestinesi Francesca Albanese: grandi banche, aziende di logistica, informatiche, energetiche sono state cruciali per perpetrare il genocidio a Gaza. Tutte aziende civili, non militari, giganti che hanno trovato nell’espansionismo totale di Israele una consonanza strutturale, se non politica.
La progressiva degradazione di ogni ambito del vivere civile, la smodata esibizione dei rapporti di forza provoca delle reazioni, a volte violente, a volte di massa (No Kings!), sicuramente fa venire delle nuove idee.
In questo senso le strategie contro l’enshittification dei servizi digitali, i provvedimenti antitrust e l’azione collettiva dei lavoratori sono strumenti per ottenere lo stesso obiettivo: il contrasto dello strapotere di una classe capitalistica senza freni. Non sembra un caso che la procura milanese si sia trovata a lavorare insieme all’autorità antitrust, ed è un problema che, d’altra parte, in questa inchiesta i sindacati abbiano avuto un ruolo praticamente nullo, forse hanno temuto un’invasione di campo. Se così è stato, è un dato di fatto che il campo era aperto, abbandonato.
La buona notizia è che si è sempre in tempo per cominciare, lo spazio lasciato libero viene occupato da iniziative diverse, spesso autorganizzate, che tengono insieme vertenze sindacali e degrado delle condizioni di vita per tutti. Negli ultimi giorni una petizione contro la fusione tra Warner Bros e Paramount ha superato le 4000 firme: la quasi totalità delle figure creative e tecniche di Hollywood ha espresso la sua opposizione con argomenti che richiamano l’eccessivo potere di mercato, la riduzione del numero di film e dei compensi e l’aumento dei costi per i consumatori. In Francia due mobilitazioni hanno scosso il sonnolento mondo dell’editoria: prima il sindacato dei librai è riuscito a scacciare Amazon dal Salone del Libro di Parigi (era uno dei finanziatori principali) e, qualche settimana dopo, più di cento autori (categoria che, per quanto riguarda le azioni collettive, è storicamente tra le più fragili e “caute”) hanno annunciato una rescissione unilaterale dei loro contratti in seguito al licenziamento del direttore di Grasset, prestigiosa casa editrice acquisita dal tycoon vicino all’estrema destra Bolloré. Ci sono tanti esempi del genere, a volerli cercare – come la partecipazione di Redacta all’indagine antitrust sulla scolastica, o la rete che sta liberando le biblioteche dai lucchetti digitali.
Guardando ai settori creativi e culturali in Italia, e alle professioni intellettuali in genere,c’è ancora molto da fare. Gli ambiti dove è più diffuso il lavoro autonomo (secondo le ultime rilevazioni ISTAT parliamo di un aggregato, molto eterogeneo, di oltre 5 milioni di lavoratori) sono, allo stato dei fatti, ancora delle zone franche per quanto riguarda le tutele. I contratti, quando ci sono, sono sostanzialmente degli strumenti per garantire le pretese del committente (tempi di consegna, cessioni di ogni diritto di sfruttamento per le opere d’ingegno, clausole di non concorrenza e di “non divulgazione” e così via) e scaricare ogni responsabilità sul lavoratore (civile, in merito ai contenuti, ma anche riguardo ad eventuali ritardi e richieste di rilavorazioni). E non esistono tutele per i rappresentanti dei lavoratori autonomi dalla discriminazione sindacale.
In questa situazione negli ultimi anni hanno trovato terreno fertile tante nuove forme di aggregazione, spesso al di fuori dei sindacati tradizionali. Esperienze che sono partite proprio da una presa di responsabilità riguardo alla definizione del contenuto e del compenso dignitoso per il proprio lavoro. Non parlo solo di Acta e alle sue Sezioni, penso per esempio a Unita nell’animazione digitale e ad Awi nell’arte.
Per chi lavora in questi settori l’esperienza di firmare un contratto di prestazione d’opera, o di cessione di diritto d’autore, è indistinguibile da quella del consumatore che accetta ciecamente tutte le clausole di qualsiasi cosa gli viene fatta firmare per usufruire di un servizio: quella sensazione di impotenza, di accettare cose che ti fregheranno, che le leggi a tuo favore non esistono o non valgono, mentre quelle che ti possono punire e disciplinare sì, quelle valgono eccome. Questo sentimento molto contemporaneo di resa, di continua spinta a lasciare perdere, a lasciare andare.
È anche in questa debolezza che germoglia la tentazione a usare indiscriminatamente le “Intelligenze artificiali” per simulare la propria performance lavorativa. Questa seduzione per la mediocrità, per la scrittura di testi tutti uguali, per la creazione di immagini stereotipate, è forse l’arma più efficace rimasta per garantire il consenso per le grandi aziende che governano il nostro tempo: una relazione di dipendenza (dai software, dai data center, a volte emotiva) frutto di una cessione della propria capacità di creazione e di ragionamento, un’esternalizzazione che ci lascia senza parole, senza pensieri, disarmati nel momento in cui ci stacchiamo dalla macchina.
Non deve andare così, non c’è motivo per arrendersi a un mondo che, in quanto a conformismo e ottusità, ricorda una bacheca di LinkedIn (secondo uno studio recente, c’è una correlazione tra l’apprezzamento del gergo pieno di parole vuote che spopola nelle slide aziendali e su LinkedIn, e la scarsa capacità critica).
In questo Primo Maggio festeggiamo la solidarietà universale tra le lotte, dai facchini della Gls della provincia di Napoli ai programmatori, e la loro capacità di cambiare il mondo, di organizzare una presa di responsabilità sul proprio lavoro.
Festeggiamo alla faccia dei padroni, piccoli e grandi, e delle loro passioni tristi. Festeggiamo perché siamo ancora qui: come il Mago nel mazzo dei tarocchi abbiamo davanti a noi tutti gli strumenti per scrivere il nostro destino. Che questo Primo Maggio ci dia la forza per prenderli in mano.
Mattia Cavani è il presidente di Acta, associazione di freelance.