-Lauro Rosso-
Questo saggio vuole essere un contributo all’analisi di un fenomeno ancora trascurato dalla riflessione storiografica. Lo studio della complessa esperienza dell’Autonomia operaia, come il tema più generale della violenza politica e della lotta armata degli anni ’70, è stato ritardato da censure multiple: morali, politiche e generazionali. Le diverse e contrastanti esigenze della giustizia, della memoria pubblica e della storia hanno spesso prodotto un cortocircuito. Definizioni fuorvianti come «anni di piombo» e «opposti estremismi» riflettono l’insieme delle strumentalizzazioni politiche che hanno complicato ulteriormente il quadro. Nello specifico si è manifestata la tendenza a confondere lotta armata e violenza politica, lasciando così che la condanna morale sostituisse in tutto o in parte il metodo storico. Una confusione che ha trovato la sua sanzione nel 1979, a un anno dall’omicidio Moro, con l’insieme di inchieste conosciute come 7 aprile. Presupposto delle indagini fu il cosiddetto teorema Calogero. Secondo l’allora sostituto procuratore di Padova, Pietro Calogero, i principali leader, nonché teorici, dell’Autonomia operaia sarebbero stati i promotori di una associazione sovversiva volta all’insurrezione armata contro lo Stato. Nell’impianto accusatorio di Calogero quei «cattivi maestri», come vennero definiti, rappresentavano dunque la mente di una vasta organizzazione che comprendeva al suo interno buona parte dell’arco extraparlamentare: dai collettivi autonomi alle Brigate rosse. Lo stesso Toni Negri, forse il più noto esponente dell’Autonomia, venne accusato di essere il telefonista delle Br durante il sequestro Moro. L’ipotesi, rivelatasi completamente errata anche sul piano giudiziario, si è però radicata nella memoria collettiva ed è stata rilanciata proprio sul piano storiografico1. Se è indubbia la contiguità tra l’area dell’Autonomia e quella della lotta armata, le due esperienze non sono però sovrapponibili né certamente ascrivibili all’interno di un progetto comune.
Se la storiografia su questo fenomeno stenta a decollare è comunque anche per la natura di per sé stessa sfuggente dell’Autonomia, per questo generalmente descritta solo come area di transizione tra il movimento e la lotta armata. Dalla numerosa memorialistica e letteratura critica che è stata altresì prodotta negli ultimi anni, per quanto interna e autoriferita, emerge infatti chiaramente come l’Autonomia – che non rappresentò mai un’organizzazione a diffusione nazionale – fu una variegata area politica accumunata da comportamenti e prassi politiche peculiari2. Possiamo affermare che l’Autonomia non ebbe mai una «norma», ma solo delle «eccezioni». Il suo localismo e le sue differenze, sia teoriche che pratiche, ne rappresentano quindi un carattere definitorio. Non è possibile dunque scrivere una storia dell’Autonomia nazionale, esiste invece una storia dell’Autonomia per ogni regione, per ogni città e, come vedremo, quasi per ogni quartiere; una storia in gran parte ancora da scrivere. Scopo di questo libro è dunque indagare come l’Autonomia si declinò nella città di Firenze. Un caso che sarebbe un errore giudicare «periferico» rispetto a quello di altre città considerate gli epicentri della contestazione, perché Firenze rappresenta la tessera di un puzzle che altrimenti rimarrebbe incompleto. Un puzzle in cui ogni pezzo è fortemente connesso agli altri. Non si tratta dunque solo di colmare una lacuna della storiografia locale, ma di documentare sul ruolo preponderante avuto da una parte dalla sinistra extraparlamentare di Firenze in quel particolare momento in cui il sogno di profondi mutamenti sociali percorreva larghi strati della popolazione italiana.
Considerazioni, queste, che non trovano alcun riscontro nella letteratura: quella dell’Autonomia fiorentina, così come quella di molti altri centri minori, è infatti una pagina sconosciuta. L’unica eccezione è rappresentata dal saggio a carattere memorialistico di Massimo Cervelli e Bruno Paladini: Autonomi a Firenze, che nella forzata economia delle loro pagine non può che affrontare l’argomento limitatamente3. In totale assenza di fonti edite la mia ricerca si è quindi quasi interamente sviluppata sulla base del materiale conservato presso l’Archivio ’68 di Firenze, che non è mai fuori luogo ringraziare per l’ottimo lavoro che continua a portare avanti. A fianco dei documenti, dei volantini e dei giornali prodotti dal movimento, indispensabile è risultato poi l’apporto della fonte orale. È solo grazie ai tanti racconti dei protagonisti di allora che sono riuscito a risalire ad alcuni aspetti fondamentali dell’Autonomia fiorentina, dai comportamenti quotidiani di centinaia di persone alle varie interconnessioni tra i gruppi. Le loro interviste risultano inoltre tanto più interessanti per la varietà di posizioni che esprimono: non solo per dato anagrafico e gruppo di appartenenza, ma anche per il ruolo politico rivestito all’epoca. Come si vedrà, ho infatti raccolto la testimonianza sia di alcuni «leader» che della cosiddetta «base» di quell’area politica. A tutti loro vanno i miei ringraziamenti, per la disponibilità, ma soprattutto per la fiducia4.
Gli anni ’70 furono gli anni in cui oggi individuiamo una svolta nella crescita culturale e civile del paese, ma furono anche gli anni in cui maggiormente si dispiegò il conflitto sociale nella storia dell’Italia repubblicana. Uno degli attori principali della seconda metà del decennio, quando cioè la violenza politica di sinistra superò quella di destra, fu appunto l’area dell’Autonomia. Un’area che sin dalla sua nascita rifiutò la centralizzazione propria dei gruppi extraparlamentari e il principio della delega. Un’area che con il passare degli anni abbandonò sempre più la teoria operaista da cui era sorta per riferirsi a un nuovo soggetto sociale, principalmente giovanile, che già nel 1973 Toni Negri aveva iniziato a definire «operaio sociale»5. Non stupisce quindi che l’Autonomia mosse i suoi primi passi proprio nel ’73, quando la crisi economica più che le teorie rivoluzionarie iniziarono a erodere la centralità dell’operaio massa. Prima di affrontare la trattazione della storia dell’Autonomia fiorentina negli anni presi in esame, cioè dal ’73 al ’77, ho ritenuto necessario soffermarmi, nel primo capitolo, sul contesto storico che contribuì alle genesi delle sue radicali posizioni. Uno sguardo ai principali avvenimenti, sia nazionali che internazionali, che rivestirono un ruolo determinante nello svilupparsi di quell’area. Nel secondo capitolo ho poi tentato di analizzare le principali componenti teoriche dell’Autonomia operaia cercando di evidenziarne sia gli elementi comuni che di frattura. Molto utili in questo senso sono risultate le raccolte antologiche di documenti prodotte tra il 1976 e il 1980 dall’Autonomia operaia stessa6. Non solo i documenti citati, ma la loro stessa selezione risultano per noi una fonte per comprendere le differenze teoriche all’interno di quell’area. Un’analisi, questa, che ho giudicato fondamentale per una corretta comprensione delle vicende del capoluogo toscano. Salvo rare eccezioni, le componenti teoriche prima citate non coincisero con delle aree geografiche. A Firenze, come in molte altre città, si dispiegarono infatti compiutamente diverse tendenze che, pur nella loro marcata differenza, partecipavano parimenti all’area dell’Autonomia di cui si sentivano espressione. Possiamo sin d’ora affermare che la principale linea di demarcazione tra le diverse componenti dell’Autonomia fu sul tema dell’organizzazione: se cioè ricorrere a una forma più o meno leninista di partito, o adottare una forma orizzontale di rapporti che si affidasse, in parte o del tutto, allo spontaneismo delle piazze e dei militanti. Ciò che, come vedremo nel secondo capitolo, già all’epoca incominciava a essere chiamato: «autonomia diffusa».
L’esposizione proseguirà sviluppandosi intorno alle vicende e alle teorizzazioni dei principali aggregati di militanti che meglio incarnarono le due differenti anime dell’Autonomia. La componente più operaista fu quella che si organizzò in particolare, ma non solo, intorno alle università, l’altra, che rientra pienamente nella definizione di «autonomia diffusa», nel quartiere popolare di Santa Croce. Ho ricostruito il loro evolversi negli anni: per la prima dallo scioglimento di Potere operaio sino all’ingresso massiccio in Prima linea, per la seconda dal Collettivo Jackson sino all’organizzazione informale che quotidianamente si riuniva in Piazza Santa Croce nel 1977. Occorre però fare una doverosa precisazione: quelle due componenti modificarono notevolmente il loro pensiero lungo l’arco di tempo qui esaminato, così come cambiarono praticamente tutti i militanti al loro interno. Ciò nonostante ho voluto valorizzare i caratteri che rimasero, pur modificandosi, da una forma organizzativa all’altra, individuando in questi un elemento fondamentale di identità politica. Uno su tutti il soggetto politico su cui tentarono di intervenire: operai e studenti fuori sede per i primi, abitanti dei quartieri poveri e «proletariato extralegale» per i secondi. Caratteristica comune di tutti i gruppi della città che si richiamavano all’Autonomia fu comunque sempre la quasi completa esclusione dal contesto di fabbrica, pur considerevolmente presente a Firenze. Non solo la parte più consistente del movimento autonomo rifiutò qualsiasi intervento a riguardo, ma anche chi fece dei tentativi in quella direzione, come l’area che si organizzò intorno alla rivista «Senza tregua», si scontrò contro il muro eretto dagli operai a difesa della linea del Pci. Alle peculiari origini dell’Autonomia fiorentina ho dedicato il terzo capitolo, cercando di mettere in luce proprio le cause che hanno impedito qualsiasi suo radicamento nei grandi stabilimenti industriali della provincia e il suo volgersi ad altri ambiti: dagli studenti al territorio urbano con le sue trasformazioni.
Un’ultima considerazione: in questa ricostruzione mi sono soffermato su episodi specifici solo quando questi segnarono marcatamente la storia cittadina dell’Autonomia. Piuttosto che concentrarmi su una sequenza cronologica di episodi che videro quell’area protagonista ho scelto di valorizzare l’evoluzione delle posizioni, dei comportamenti e delle elaborazioni teoriche che essa produsse. Per questo ho preferito ricorrere al materiale prodotto dal movimento piuttosto che affidarmi alla cronaca dei quotidiani «istituzionali» nella narrazione degli eventi. Un approccio leggermente diverso ho invece adottato nell’esposizione dei fatti del 1977, quando cioè la mobilitazione, in tutta Italia come a Firenze, raggiunse il suo apice. A fianco del materiale grigio e ai racconti dei militanti di allora ho dedicato un maggiore spazio agli articoli di quotidiani con una pagina locale. Ho ritenuto infatti che una piena conoscenza di cosa rappresentò l’Autonomia a Firenze, di quali furono le sue pratiche e di quanto incise sul movimento extraparlamentare qui inteso nella sua interezza, non può prescindere dai fatti di cronaca di cui in quell’anno si rese protagonista.
Note
1A. Ventura, Per una storia del terrorismo italiano, Donzelli, Roma 2010; G. Licciardi, Macchie rosse. Le cointeressenze politiche armate dell’operaismo italiano negli anni Sessanta e Settanta, Nda, Rimini, 2014; C. Fumian, P. Calogero, M. Sartori, Terrore rosso, dall’Autonomia al partito armato, Laterza, Roma 2010.
2 AA.VV., a cura di S. Bianchi, L. Caminiti, Gli autonomi. Le storie, le lotte, le teorie, DeriveApprodi, Roma 2007; A.A.V.V. Una sparatoria tranquilla, per una storia orale del ’77, Odradek Edizioni, Roma 2005; E. Quadrelli, Autonomia operaia, Nda Press, Rimini 2008; M. Tarì, Il ghiaccio era sottile, per una storia dell’autonomia, DeriveApprodi, Roma 2012; E. Mentasti, Senza tregua, Colibrì Edizioni, Torino 2011; G. Borio, F. Pozzi, G. Roggero, Futuro anteriore. Dai «Quaderni rossi» ai movimenti globali: ricchezze e limiti dell’operaismo italiano, DeriveApprodi, Roma 2002.
3 M. Cervelli, B. Paladini, Autonomi a Firenze, in AA.VV. Gli autonomi, le storie, le lotte, le teorie, volume 1, DeriveApprodi, Roma 2007.
4 La versione integrale delle interviste è liberamente consultabile sul sito: https:// archivioautonomia.it/autonomia-toscana-archivio/, da ora in poi indicato nelle note solo come: Archivio dell’Autonomia.
5 Inizialmente affidata a documenti di movimento, tale teoria sarà successivamente rielaborate in forma più organica e approfondita in A. Negri, Crisi dello Stato-piano: comunismo e organizzazione rivoluzionaria, Feltrinelli, Milano 1974 e A. Negri, Dall’operaio massa all’operaio sociale: intervista sull’operaismo, a cura di Paolo Pozzi e Roberta Tomassini, Multhipla, Milano 1979.
6 Comitati autonomi operai di Roma, Autonomia Operaia, nascita sviluppo e prospettive dell’area dell’autonomia nella prima organica antologia documentaria, Savelli, Roma 1976; S. Morandini, G. Martignoni, Diritto all’odio, dentro fuori ai bordi dell’area dell’autonomia, Bertani editore, Verona 1977; AA.VV. Aut. Op. La storia e i documenti: da Potere operaio all’Autonomia organizzata, Savelli Editori, Milano 1980.
