giovedì 9 luglio 2026

GAZA SECONDO DONATELLA DI CESARE: TRA CERCHIOBOTTISMO E RETICENZA

-Sergio Sinigaglia- 




In una lettera indirizzata al Cardinale Pizzaballa, l'autrice denuncia i pacifisti [sic!] di essersi "concentrati unicamente, con straordinaria intensità, sul dolore della condizione palestinese, fino a renderne percepibili persino gli odori, mentre - continua ancora Sinigaglia - l'angoscia del popolo ebraico le è sembrata restare sullo sfondo"_




Premetto che non leggo mai Il Fatto perché considero il suo direttore un reazionario che, alzando la bandiera del peggiore antiberlusconismo, quello manettaro a cui piacevano tanto le patrie galere, popolate in gran parte da migranti, proletari e sottoproletari, è gradualmente assurto a paladino di una parte dell'opinione pubblica di sinistra.

Detto questo, per chiarezza, ho fatto un'eccezione dopo che un caro amico mi ha consigliato di leggere l'articolo sulla situazione a Gaza uscito oggi, venerdì 3 luglio, su questo quotidiano, a firma di Donatella Di Cesare, a suo dire interessante e valido.

Per cui, facendo un certo sforzo, anche perché non nutro particolare simpatia neppure nei confronti dell'autrice del pezzo, per i motivi che spiegherò, sono andato a leggerlo.

Si tratta di una "lettera aperta" indirizzata al cardinale Pizzaballa che, in occasione del conferimento del Premio Limes per la Pace, ha denunciato la tragica situazione in cui versa Gaza, rispetto alla quale proprio ieri sono stati ricordati i mille giorni dall'inizio di quello che autorevoli organismi internazionali, ultimo l'ONU, hanno definito un genocidio.

Dunque, cosa scrive la "filosofa"? Afferma di concordare con il cardinale quando ha dichiarato: «Non trasformiamo la pace in uno slogan». A questo punto ci si aspetterebbe che la Di Cesare sottolinei come la pace, senza giustizia, non possa essere tale. Invece no. Cosa turba la nostra? Dopo aver invitato a non ridurre la pace "a compassione", denuncia un "dibattito pubblico sempre più militarizzato": «Considero il pacifismo un'esigenza etica e politica. Eppure oggi ne vedo con inquietudine,  la deriva. I vessilli arcobaleno hanno ceduto il posto alle bandiere di una sola causa...». «Il pacifismo, perdendo la rotta, si è cristallizzato in una rappresentazione morale del conflitto: da una parte le vittime, dall'altra i carnefici; da una parte gli innocenti assoluti, dall'altra i colpevoli assoluti». E ancora: «Il pacifismo non consiste nello schierarsi con una parte contro l'altra. Vuol dire invece sottrarsi alla polarizzazione, attraversare gli schieramenti. Non distribuire torti e ragioni, ma custodire insieme la vulnerabilità di due popoli, senza lasciare che l'una oscuri l'altra. Non vorrei allora che, in nome della pace, si alimentasse una nuova – antica – guerra contro Israele e contro il popolo ebraico».

Per la Di Cesare ci si è concentrati unicamente, con straordinaria intensità, sul dolore della condizione palestinese, fino a renderne percepibili persino gli odori, mentre l'angoscia del popolo ebraico le è sembrata restare sullo sfondo. Bontà sua, la Di Cesare rimarca come «ammettere questa vulnerabilità» non significhi attenuare il giudizio sulla devastazione di Gaza, ma voglia dire riconoscere che «nessuna pace sarà possibile se una delle due vulnerabilità viene espulsa dalla narrazione». E poi cita Hannah Arendt, la quale, in un'intervista dopo la guerra del Kippur, dichiarò che «il popolo ebraico è unito dietro Israele».

La riflessione prosegue evidenziando le colpe dell'«ultradestra israeliana», ma ricordando come Hamas prosegua la sua «buia e imponderabile guerra del sottosuolo» e, quindi, «non possa essere assolto».

L'articolo conclude denunciando il nuovo volto dell'odio: «L'odio ha assunto nuovi volti. Il terribile stigma "Stato genocida" finisce per gettare una colpa collettiva su tutto il popolo ebraico. Il nome stesso "Israele" è diventato quasi impronunciabile. La guerra non deve essere la prospettiva ultima di due popoli la cui esistenza è strettamente intrecciata. Non si può lasciare che abbia la meglio l'idea che solo la sparizione dell'uno sia la soluzione per l'altro. Non si può lasciare che l'odio reciproco si erga a sovrano mortifero e governi le vite, catturandole in una spirale di distruzione...». «Da Gerusalemme, quel luogo in cui le due vulnerabilità si guardano negli occhi, può levarsi una lingua capace di custodire il dolore dei palestinesi e l'angoscia del popolo ebraico, senza contrapporli. Perché la pace non nasce quando una sofferenza prende il posto dell'altra».

Prima di entrare nel merito delle considerazioni presenti nel testo, occorre ricordare che in questi anni la Di Cesare si è distinta per una posizione apertamente filoisraeliana, nonostante si professi "anarchica": un anarchismo sui generis, evidentemente, se nel 2014, con Bollati Boringhieri, ha pubblicato il breve saggio Israele. Terra, ritorno, anarchia, dove, in modo sconcertante, riferendosi alle tesi di Buber, Arendt e Landauer, con un doppio salto carpiato cerca di conciliare il "ritorno alla Terra promessa" con una visione libertaria e antistatalista, esaltando l'esperienza dei kibbutz ma ignorando il "peccato originale": un flusso migratorio verso una terra già abitata da un popolo che gradualmente ne è stato in buona parte espulso e sottomesso in una logica di apartheid, fino al drammatico epilogo di oggi. Tra l'altro, anche nell'articolo che stiamo commentando, come abbiamo visto, cita Arendt ignorando che, dopo una posizione inizialmente vicina al sionismo, ne prese apertamente le distanze.

Ambiguità e reticenza emergono anche nella lettera inviata a Pizzaballa.

È evidente che tutta la storia di questo conflitto abbia una sua complessità storica. In questo senso, per quanto mi riguarda, rimando alla mia breve introduzione al bel libro dedicato ai Combattenti per la pace, edito da Multimage. Ma questo non significa finire nell'imbuto di un cerchiobottismo che porta a parlare di una fantomatica "possibile guerra contro Israele e il popolo ebraico". Già il termine "popolo ebraico" è mistificante, come ha analizzato a suo tempo lo storico israeliano Shlomo Sand ne L'invenzione del popolo ebraico; ma addirittura evocare una guerra contro Israele, dopo l'ecatombe a cui tutto il mondo ha assistito e continua ad assistere, parlando per di più di uno Stato che dispone di un apparato militare la cui forza ed efficacia sono note a tutti, è un'assurdità.

Ma come si fa a citare «l'angoscia del popolo ebraico» di fronte alle macerie di Gaza? Di fronte a un intero popolo, quello palestinese, ridotto alla fame e alla sete, costretto a sopravvivere in mezzo alle macerie, dopo 73 mila morti accertati, in buona parte minori? L'unica angoscia è quella di chi vede la complicità delle cancellerie occidentali nei confronti di uno Stato canaglia, dove solo una minoranza coraggiosa ha manifestato contro i crimini di guerra, crimini che sono proseguiti anche in Libano, per non parlare della guerra scatenata, con gli Stati Uniti, contro l'Iran e di ciò che ha provocato e continua a provocare, a partire dal ricompattamento della dittatura teocratica che da decenni opprime il popolo iraniano.

Di Cesare cita l'«ultradestra israeliana», come se nei decenni passati i governi "laburisti" israeliani si fossero posti in modo sostanzialmente diverso nei confronti dei palestinesi. Certo, oggi il lungo processo di fascistizzazione della società israeliana è giunto a compimento e l'attuale esecutivo ne è una degna rappresentanza, senza che ciò possa far dimenticare le precedenti politiche, che hanno avuto come unico filo conduttore l'occupazione illegittima dei territori palestinesi, la discriminazione sistematica e la violazione dei più elementari diritti umani.

È evidente che i due popoli siano destinati a convivere, insieme alle altre comunità che vivono da tempo immemorabile in quella terra martoriata. Ma questo, con buona pace della Di Cesare e del suo opportunismo, dovrà passare attraverso il superamento dello Stato israeliano e la creazione di un'entità federale nella quale la convivenza sia basata sul rispetto reciproco e su pari diritti per tutti coloro che vi abitano.