-Sergio Sinigaglia-
In una lettera indirizzata al Cardinale Pizzaballa, l'autrice denuncia i pacifisti [sic!] di essersi "concentrati unicamente, con straordinaria intensità, sul dolore della condizione palestinese, fino a renderne percepibili persino gli odori, mentre - continua ancora Sinigaglia - l'angoscia del popolo ebraico le è sembrata restare sullo sfondo"_
Premetto
che non leggo mai Il Fatto perché considero il suo direttore un reazionario che, alzando la bandiera del peggiore antiberlusconismo, quello manettaro a cui piacevano tanto le patrie galere, popolate in gran parte da migranti, proletari e sottoproletari, è gradualmente assurto a paladino di una parte dell'opinione pubblica di sinistra.
Detto
questo, per chiarezza, ho fatto un'eccezione dopo che un caro amico mi ha
consigliato di leggere l'articolo sulla situazione a Gaza uscito oggi, venerdì
3 luglio, su questo quotidiano, a firma di Donatella Di Cesare, a suo dire
interessante e valido.
Per
cui, facendo un certo sforzo, anche perché non nutro particolare simpatia
neppure nei confronti dell'autrice del pezzo, per i motivi che spiegherò, sono
andato a leggerlo.
Si
tratta di una "lettera aperta" indirizzata al cardinale Pizzaballa che,
in occasione del conferimento del Premio Limes per la Pace, ha denunciato la
tragica situazione in cui versa Gaza, rispetto alla quale proprio ieri sono
stati ricordati i mille giorni dall'inizio di quello che autorevoli organismi
internazionali, ultimo l'ONU, hanno definito un genocidio.
Dunque,
cosa scrive la "filosofa"? Afferma di concordare con il cardinale
quando ha dichiarato: «Non trasformiamo la pace in uno slogan». A questo punto
ci si aspetterebbe che la Di Cesare sottolinei come la pace, senza giustizia,
non possa essere tale. Invece no. Cosa turba la nostra? Dopo aver invitato a
non ridurre la pace "a compassione", denuncia un "dibattito
pubblico sempre più militarizzato": «Considero il pacifismo un'esigenza
etica e politica. Eppure oggi ne vedo con inquietudine, la deriva. I vessilli arcobaleno hanno ceduto
il posto alle bandiere di una sola causa...». «Il pacifismo, perdendo la rotta,
si è cristallizzato in una rappresentazione morale del conflitto: da una parte
le vittime, dall'altra i carnefici; da una parte gli innocenti assoluti,
dall'altra i colpevoli assoluti». E ancora: «Il pacifismo non consiste nello
schierarsi con una parte contro l'altra. Vuol dire invece sottrarsi alla
polarizzazione, attraversare gli schieramenti. Non distribuire torti e ragioni,
ma custodire insieme la vulnerabilità di due popoli, senza lasciare che l'una
oscuri l'altra. Non vorrei allora che, in nome della pace, si alimentasse una
nuova – antica – guerra contro Israele e contro il popolo ebraico».
Per
la Di Cesare ci si è concentrati unicamente, con straordinaria intensità, sul
dolore della condizione palestinese, fino a renderne percepibili persino gli
odori, mentre l'angoscia del popolo ebraico le è sembrata restare sullo sfondo.
Bontà sua, la Di Cesare rimarca come «ammettere questa vulnerabilità» non
significhi attenuare il giudizio sulla devastazione di Gaza, ma voglia dire
riconoscere che «nessuna pace sarà possibile se una delle due vulnerabilità
viene espulsa dalla narrazione». E poi cita Hannah Arendt, la quale, in
un'intervista dopo la guerra del Kippur, dichiarò che «il popolo ebraico è
unito dietro Israele».
La
riflessione prosegue evidenziando le colpe dell'«ultradestra israeliana», ma
ricordando come Hamas prosegua la sua «buia e imponderabile guerra del
sottosuolo» e, quindi, «non possa essere assolto».
L'articolo
conclude denunciando il nuovo volto dell'odio: «L'odio ha assunto nuovi volti.
Il terribile stigma "Stato genocida" finisce per gettare una colpa
collettiva su tutto il popolo ebraico. Il nome stesso "Israele" è
diventato quasi impronunciabile. La guerra non deve essere la prospettiva
ultima di due popoli la cui esistenza è strettamente intrecciata. Non si può
lasciare che abbia la meglio l'idea che solo la sparizione dell'uno sia la
soluzione per l'altro. Non si può lasciare che l'odio reciproco si erga a
sovrano mortifero e governi le vite, catturandole in una spirale di
distruzione...». «Da Gerusalemme, quel luogo in cui le due vulnerabilità si
guardano negli occhi, può levarsi una lingua capace di custodire il dolore dei
palestinesi e l'angoscia del popolo ebraico, senza contrapporli. Perché la pace
non nasce quando una sofferenza prende il posto dell'altra».
Prima
di entrare nel merito delle considerazioni presenti nel testo, occorre ricordare
che in questi anni la Di Cesare si è distinta per una posizione apertamente
filoisraeliana, nonostante si professi "anarchica": un anarchismo sui
generis, evidentemente, se nel 2014, con Bollati Boringhieri, ha pubblicato il
breve saggio Israele. Terra, ritorno, anarchia, dove, in modo sconcertante,
riferendosi alle tesi di Buber, Arendt e Landauer, con un doppio salto carpiato
cerca di conciliare il "ritorno alla Terra promessa" con una visione
libertaria e antistatalista, esaltando l'esperienza dei kibbutz ma ignorando il
"peccato originale": un flusso migratorio verso una terra già abitata
da un popolo che gradualmente ne è stato in buona parte espulso e sottomesso in
una logica di apartheid, fino al drammatico epilogo di oggi. Tra l'altro, anche
nell'articolo che stiamo commentando, come abbiamo visto, cita Arendt ignorando
che, dopo una posizione inizialmente vicina al sionismo, ne prese apertamente
le distanze.
Ambiguità
e reticenza emergono anche nella lettera inviata a Pizzaballa.
È
evidente che tutta la storia di questo conflitto abbia una sua complessità
storica. In questo senso, per quanto mi riguarda, rimando alla mia breve
introduzione al bel libro dedicato ai Combattenti per la pace, edito da
Multimage. Ma questo non significa finire nell'imbuto di un cerchiobottismo che
porta a parlare di una fantomatica "possibile guerra contro Israele e il
popolo ebraico". Già il termine "popolo ebraico" è mistificante,
come ha analizzato a suo tempo lo storico israeliano Shlomo Sand ne
L'invenzione del popolo ebraico; ma addirittura evocare una guerra contro
Israele, dopo l'ecatombe a cui tutto il mondo ha assistito e continua ad
assistere, parlando per di più di uno Stato che dispone di un apparato militare
la cui forza ed efficacia sono note a tutti, è un'assurdità.
Ma
come si fa a citare «l'angoscia del popolo ebraico» di fronte alle macerie di
Gaza? Di fronte a un intero popolo, quello palestinese, ridotto alla fame e
alla sete, costretto a sopravvivere in mezzo alle macerie, dopo 73 mila morti
accertati, in buona parte minori? L'unica angoscia è quella di chi vede la
complicità delle cancellerie occidentali nei confronti di uno Stato canaglia,
dove solo una minoranza coraggiosa ha manifestato contro i crimini di guerra,
crimini che sono proseguiti anche in Libano, per non parlare della guerra
scatenata, con gli Stati Uniti, contro l'Iran e di ciò che ha provocato e
continua a provocare, a partire dal ricompattamento della dittatura teocratica
che da decenni opprime il popolo iraniano.
Di
Cesare cita l'«ultradestra israeliana», come se nei decenni passati i governi
"laburisti" israeliani si fossero posti in modo sostanzialmente
diverso nei confronti dei palestinesi. Certo, oggi il lungo processo di
fascistizzazione della società israeliana è giunto a compimento e l'attuale
esecutivo ne è una degna rappresentanza, senza che ciò possa far dimenticare le
precedenti politiche, che hanno avuto come unico filo conduttore l'occupazione
illegittima dei territori palestinesi, la discriminazione sistematica e la violazione
dei più elementari diritti umani.
È
evidente che i due popoli siano destinati a convivere, insieme alle altre
comunità che vivono da tempo immemorabile in quella terra martoriata. Ma
questo, con buona pace della Di Cesare e del suo opportunismo, dovrà passare
attraverso il superamento dello Stato israeliano e la creazione di un'entità
federale nella quale la convivenza sia basata sul rispetto reciproco e su pari
diritti per tutti coloro che vi abitano.