venerdì 3 aprile 2026

IN QUANTO PALESTINESE, SONO SOLIDALE CON IL POPOLO IRANIANO. ECCO PERCHÉ

- Ghada Ageel -


 La storia ci insegna che le promesse dell’Occidente di tutelare le nostre “libertà” sono vuote. Poiché l’imperialismo desidera solo il controllo. Articolo pubblicato su Al Jazeera il 26 marzo 2026 (Traduzione di Cristina Morini)


Esprimo la mia più profonda solidarietà al popolo iraniano, il cui cuore è lacerato da molteplici sentimenti contrastanti. Molti anelano alla libertà e alla dignità, ma al contempo rimangono diffidenti nei confronti della lunga storia di interventi imperialisti occidentali in tutto il mondo, compresi quelli compiti dal proprio paese.

Il popolo iraniano sceso in piazza negli ultimi anni non ha chiesto la sostituzione di una forma di dominio con un’altra forma di dominio. Domanda di porre fine all’oppressione in tutte le sue modalità, non auspica l’inizio di una nuova fase sotto il giogo occidentale. Non vuole un cambiamento a qualunque costo.

La storia ci insegna, passo dopo passo, che le promesse di libertà offerte dall’Occidente non vengono mai mantenute.

Il motivo è semplice. La libertà altrui non rientra nell’agenda politica occidentale, a prescindere dalla retorica pubblica. L’imperialismo di questa natura non desidera la libertà; desidera il controllo, il dominio, il potere e il profitto.

Il 4 marzo, mentre le bombe cadevano intorno a lui, a Teheran, Mohamad Maljoo, un dissidente iraniano, è riuscito finalmente a connettersi a internet. Ha scritto sul suo canale Telegram: “Coloro che affermano che si può scatenare il fuoco sul corpo dell’Iran per abbattere la Repubblica Islamica, immaginando che la popolazione rimarrà illesa, o non comprendono la realtà della guerra o scelgono deliberatamente di ignorarla. Le bombe non fanno distinzioni. La distruzione non agisce in modo selettivo.”

La verità del suo avvertimento riecheggia dalla Palestina all’Iran: “La vita non fiorisce all’ombra dell’oppressione, né cresce sotto le macerie create dalle bombe”.

In quanto palestinese, percepisco il dolore e la determinazione racchiusi in queste parole. Non posso fare a meno di provare solidarietà.

Noi palestinesi conosciamo l’orrore della guerra sui nostri corpi. Comprendiamo i brividi provocati dall’ennesima esplosione, le lacrime degli orfani e la disperazione delle notti insonni mentre gli incendi divampano ovunque. Dalla Nakba (catastrofe) del 1948 all’attuale Ibadah (distruzione), abbiamo sentito il dolore del genocidio per molte generazioni. Ritroviamo l’eco della nostra esperienza nella sofferenza altrui.

La guerra tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran è iniziata con qualcosa di fin troppo familiare per noi: un attacco a una scuola.

Secondo l’UNICEF, in media un’intera classe di bambini è stata uccisa ogni giorno per due anni a Gaza; 432 delle 564 scuole della Striscia hanno subito “colpi diretti” da parte dell’esercito israeliano.

Anche la scuola elementare femminile Shajareh Tayyebeh, nella città di Minab, nel sud dell’Iran, è stata colpita in pieno. Circa 170 bambine di età compresa tra i sei e i dodici anni e il personale sono stati uccisi il 28 febbraio da due missili Tomahawk di precisione di fabbricazione statunitense.

Dopo il primo attacco, gli insegnanti si sono precipitati a proteggere gli studenti. I paramedici sono accorsi sul posto per soccorrere i feriti. E poi, è caduta una seconda bomba.

Si è trattato di un attacco strutturato in due tempi, un orrore della guerra moderna che gli abitanti di Gaza conoscono fin troppo bene. È concepito per uccidere il bersaglio e poi uccidere di nuovo chiunque accorra in suo aiuto.

Come a Gaza, l’attacco alla scuola femminile di Minab non è rimasto un caso isolato. Nelle ultime tre settimane, Israele e gli Stati Uniti hanno seminato morte e distruzione negli spazi pubblici di tutto l’Iran. Scuole, ospedali, palazzetti dello sport, stadi, negozi, caffè, bazar e siti storici sono stati attaccati. Più di 5.000 unità abitative sono state colpite e oltre 1.900 civili sono stati uccisi.

Come a Gaza, l’obiettivo complessivo non è solo la distruzione fisica, ma anche la diffusione della paura e del terrore. Il colpire gli spazi civili si configura quindi come una forma di guerra psicologica: un attacco all’idea stessa di sicurezza e di normalità della vita.

Prendere di mira le infrastrutture civili è contrario al diritto internazionale. Eppure gli Stati Uniti e Israele interpretano le norme del diritto internazionale attraverso la lente del Segretario alla Difesa statunitense Pete Hegseth, che ha ripetutamente espresso il suo disprezzo le regole, definendole “stupide”.

Ormai è evidente che Gaza è servita da laboratorio per Israele, da banco di prova per la visione che cerca di imporre all’intera regione.

Solo pochi giorni fa, il ministro delle Finanze israeliano Bezalel Smotrich ha lanciato un agghiacciante avvertimento: “Dahiyeh [nella zona sud di Beirut] diventerà come Khan Younis (cittadina sud della striscia di Gaza, ndt)”.

La distruzione di Khan Younis, la mia città natale, è diventata il nuovo modello di devastazione da replicare altrove. In Libano, nell’arco di 20 giorni, questo modello ha portato al massacro di quasi 1.100 persone, tra cui 120 bambini: un’intera classe ogni tre giorni.

Ciò a cui assistiamo a Gaza si ripercuote poi sul Libano e infine sull’Iran.

Qual è l’obiettivo finale? Il consolidamento dell’egemonia israeliana nella regione. La strategia non consiste necessariamente nel rovesciamento completo del regime iraniano, ma piuttosto a distruggere lo stesso Stato iraniano e a ridurne in modo significativo la capacità di far valere il proprio ruolo. Un Iran indebolito o distrutto non costituirebbe più un ostacolo alla supremazia regionale di Israele.

Tutto ciò avviene con il pieno appoggio degli Stati Uniti. Proprio il mese scorso, l’ambasciatore statunitense in Israele, Mike Huckabee, ha espresso la sua approvazione per l’espansione israeliana in una “Grande Israele”.

Anche altre potenze occidentali hanno dato il loro consenso, appoggiando la guerra illegale contro l’Iran, pur rifiutandosi di impiegare le proprie truppe, navi e aerei.

Nella sua poesia “La Terra si sta chiudendo su di noi”, Mahmoud Darwish ha scritto:

«Dove dovremmo andare dopo le ultime frontiere?
Dove dovrebbero volare gli uccelli dopo l’ultimo cielo?
Dove dovrebbero dormire le piante dopo l’ultimo respiro dell’aria?»

Presto, questa potrebbe diventare la realtà per l’intera regione. Sotto il dominio assoluto e incondizionato di Israele, ci sentiremo tutti come se non avessimo più un posto dove andare. Come sarà la vita in questa realtà?

Se Gaza è il laboratorio, possiamo immaginare che la regione brucerà tra fiamme per gli anni a venire. Ogni volta che Israele lo vorrà, “falcerà il prato” per imporre la propria volontà su qualsiasi governo e reprimere qualsiasi ribellione da parte delle popolazioni della regione.

 

Ghada Ageel Professoressa di Scienze Politiche. La dottoressa Ghada Ageel è una rifugiata palestinese di terza generazione ed è attualmente visiting professor presso il dipartimento di Scienze Politiche dell’Università di Alberta, situata ad Edmonton, capitale della provincia canadese dell’Alberta, territorio del Trattato 6 in Canada