lunedì 21 ottobre 2019

IL VOLONTARIATO COME SOSTITUTIVO DEL LAVORO PAGATO

 "MI RICONOSCI? 

 SONO UN PROFESSIONISTA 

 DEI BENI CULTURALI 


 INCHIESTA CONTRO IL LAVORO GRATUITO 

 O MALPAGATO 

[accì]

 Nel pubblico come nel privato l’abuso del volontariato 
è una pratica molto diffusa  
Le imprese che impiegano queste persone sono sì private, ma spesso    lavorano per il pubblico  
Le storie raccolte ci parlano di migliaia di lavoratori dei beni culturali 
sfruttati, spesso in nero e con paghe da fame 


“Con questa inchiesta vogliamo svelare una realtà a noi ben nota ma troppo ignorata”, spiegano Leonardo Bison e Daniela Pietrangelo del collettivo Mi riconosci? Sono un professionista dei beni culturali. “Trent’anni di esternalizzazioni continue, deregolamentate, obbligate unite a leggi che incentivano l’uso del volontariato come sostitutivo del lavoro pagato hanno dato i loro frutti avvelenati”. 
In sostanza chiedono la revisione totale del sistema delle esternalizzazioni: “serve una legge –dicono- che vieti abusi del lavoro gratuito, e una norma che obblighi i privati che gestiscono patrimonio culturale pubblico a ad applicare il contratto di Federculture”.
Dai dati dell’indagine, fa rilevare Roberto Rotunno nel suo articolo “Con la cultura non mangiano e metà di loro non ha contratto, è venuto fuori «un mondo fatto di lavoro malpagato e spesso irregolare, tutto a danno di persone che hanno alle spalle un lungo e faticoso percorso di studi. Per chi opera tra le mura di un museo, di una chiesa, tra i monumenti o nello staff di un evento, il solo fatto di essere retribuito è già una conquista. L’abuso del volontariato è una pratica molto diffusa. Ricevere il giusto stipendio, cioè quello previsto dal contratto collettivo appropriato, è poi un privilegio che spetta a pochissimi”.
Nei particolari statistici si evince che soltanto il 54% dei lavoratori impiegati nel settore è contrattualizzato, di cui solo il 23,8% fruisce dell’inquadramento contrattuale: «Gli unici – pertanto - a formare la platea dei regolari sono quindi il 16,6% che ha la fortuna di lavorare direttamente per la Pubblica amministrazione più un altro 7,2% al quale, nel privato, viene applicato l’accordo della Federculture. Per tutti gli altri – sottolinea Roberto Rotunno - i datori danno libero sfogo alla fantasia: c’è un 23% con il contratto multiservizi, quello per le pulizie e le mense scolastiche, un 18,5% con quello del commercio e un 14,7% che usa quello delle cooperative sociali. I pochi che restano fuori da questi casi sono divisi tra turismo, edilizia, lavoratori del legno e persino metalmeccanici. Solo due persone hanno detto di avere un contratto da restauratore».
In sostanza, com’è stato dimostrato dall’inchiesta, nella giungla normativa che regola i rapporti di lavoro (ma pensiamo non solo in questo settore specifico) risultano essere facilmente aggirabili le fattispecie negoziali, con il risultato del tutto ovvio per le Aziende e Pubblica Amministrazione di contenere il costo del lavoro. Fa bene Rotunno a far rilevare l’entità ridicola delle retribuzioni erogate: «il 12% degli intervistati ha addirittura affermato di prendere meno di 4 euro all’ora, un altro 37% non riesce a superare gli 8 euro». Tutto ciò ha una forte ricaduta sul piano reddituale. Infatti  il 38% degli intervistati dichiara meno di 5 mila euro annui; mentre sono il 63% quelli che non arrivano a 10 mila euro.
Insomma, oltre ad un piano legislativo di maggior tutela dei lavoratori, pensiamo -ci sia consentito- che vi siano tutte le condizioni per aprire una vera e propria vertenza sindacale nel settore dei beni culturali. E se non c’è una sensibilità fra le nuove o le vecchie organizzazioni confederali, forse questi lavoratori potrebbero aprirsi a forme di lotte autogestite al fine di sottrarsi alle regole del mercato ricattatorio. In questo senso l'associazione "MI RICONOSCI ? Sono un professionista dei beni culturali" ci sembra sia già un buon punto di partenza.