di
Thomas Fazi
La Grecia non è sola. Questo è il messaggio che arriva
forte e chiaro dalle decine di campagne, appelli, mobilitazioni popolari e
manifestazioni – la più grande a Parigi lunedì scorso, con più di 1,500
partecipanti – in sostegno del partito di Alex Tsipras a cui abbiamo assistito
in queste settimane
E
non solo in Europa: l’ultimo appello a favore di una ristrutturazione del
debito pubblico e di un ribaltamento radicale delle politiche di austerità,
sottoscritto da quaranta accademici, arriva addirittura dall’Australia. È
sorprendente il consenso che in questi mesi Tsipras – che le alle ultime
elezioni greche, nel 2012, l’establishment politico-mediatico europeo era
riuscito con successo ad etichettare come un “pericoloso estremista” e “una
minaccia per la sopravvivenza dell’Europa”, decretando la marginalizzazione e
la sconfitta di Syriza – è riuscito a costruire intorno al suo programma per
cambiare la Grecia e l’Ue, anche a livello mainstream. Grazie in parte anche
all’“estremismo di centro” che ha preso piede in Europa.
Come
ha scritto Wolfgang Münchau in un recente editoriale sul Financial
Times, sono proprio i grandi partiti europei di centro-sinistra e di
centro-destra che stanno permettendo “la deriva dell’Europa verso l’equivalente
economico di un inverno nucleare”, mentre gli unici partiti del continente che
propongono ciò che è il “consenso” tra gli economisti per risolvere la crisi
dell’area euro senza spaccarlo – ossia grandi investimenti pubblici e una
ristrutturazione controllata dei debiti – sono proprio i “pericolosi” partiti
della sinistra radicale, capeggiati da Syriza. Un consenso che si fa ogni
giorno più diffuso, a partire dalla necessità di una massiccia ristrutturazione
del debito greco. Scrive Paul De Grauwe: “L’Unione europea ha costretto la
Grecia a prendersi in carico un debito enorme e a implementare brutali misure
di austerità solo per salvare le banche del Nord Europa, che avevano prestato
grandi quantità di denaro al paese, in maniera del tutto scellerata. Lo scopo
di queste politiche è uno solo: salvaguardare gli interessi dei creditori,
trasferendo risorse dalla Grecia e dagli altri paesi della periferia verso i
paesi ricchi del Nord. Ma è una strada insostenibile oltre che immorale: se i
leader dell’eurozona non accettano di alleviare il debito della Grecia e degli
altri paesi e di porre fine all’immiserimento di massa provocato dalle
politiche attuali una crisi dell’eurozona è inevitabile”. La pensa così anche
Philippe Legrain, ex consulente di Barroso: “Non è una questione di destra o
sinistra. Syriza ha tutto il diritto di chiedere la cancellazione di una parte
del debito: con la scusa della solidarietà, la Germania e gli altri paesi
dell’eurozona hanno ridotto la Grecia in miseria per salvare i creditori. E
comunque non è solo una questione di giustizia ma di necessità economica e
politica: anche in base agli scenari più ottimistici, è assolutamente
impossibile che la Grecia possa ripagare un debito di quelle dimensioni”. “Debito
che è aumentato proprio a causa dello schiacciante impatto dell’austerità
fiscale sulla produzione, come ha riconosciuto anche il Fondo monetario
internazionale”, sottolinea Joseph Stiglitz. Il problema, però, non è solo
economico ma anche e forse soprattutto politico, fa notare Legrain: “La Merkel
avrebbe molte difficoltà a far digerire una ristrutturazione del debito ai
propri elettori perché questi non provano alcuna solidarietà nei confronti dei
greci, che pensano di aver già abbondantemente aiutato. E poi Berlino ha paura
di creare un precedente che potrebbe incoraggiare altri paesi, a partire
dall’Irlanda, a chiedere una rinegoziazione del debito che l’Ue gli ha imposto
per salvare le banche”. Eppure, come sottolineano in tanti, proprio la Germania
dovrebbe ricordarsi meglio di chiunque altro cosa succede quando i creditori
insistono sul rimborso del debito a tutti i costi, senza tenere conto delle
conseguenze economiche e politiche delle loro decisioni. Nel 1920 il giovane
Keynes, in merito alle riparazioni follemente punitive imposte alla Germania
con il trattato di Versailles, scriveva: “La politica di ridurre la Germania
alla servitù per una generazione, di degradare la vita di milioni di esseri
umani, e di privare della felicità un’intera nazione dovrebbe essere
considerata ripugnante e detestabile… anche se non fosse il seme dello sfacelo
dell´intera vita civile dell’Europa”. Sappiamo bene come è andata a finire.
“Dire oggi ai paesi del Sud Europa che devono ripagare tutti i loro debiti,
fino all’ultimo centesimo e con l’inflazione a zero, rappresenta un incredibile
atto di amnesia storica da parte della Germania”, dice Thomas Piketty. Come
scrive Jeffrey Sachs, non certo uno di sinistra: “I tedeschi sostengono che il
rimborso del debito è un obbligo morale. Ma farebbero bene a ricordarsi che la
comunità internazionale cancellò la maggior parte del debito tedesco in seguito
alla conferenza di Londra del 1953, e con il piano Marshall offrì al paese
enormi somme per far ripartire l’economia. La Germania si “meritava” forse
quegli aiuti? No, ma ne aveva bisogno per potersi rimettere in piedi. La Grecia
oggi si trova nella stessa situazione. Oggi come ieri, le strade sono due: o
l’eurozona accetta di ristrutturare il debito greco o l’Europa esploderà ancora
una volta”. È la stessa drammatica conclusione a cui giunge Stiglitz: “Il
problema non è la Grecia. È l’Europa. Se l’Europa non cambia – se non riforma
l’eurozona e continua con l’austerity – una forte reazione popolare sarà
inevitabile. Forse la Grecia ce la farà questa volta. Ma
questa follia economica non potrà continuare per sempre. La democrazia non lo
permetterà. Ma quanta altra sofferenza dovrà sopportare l’Europa prima che
torni a parlare la ragione?”.
fonte:www.sbilanciamoci.info
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