martedì 1 ottobre 2013

1/Le città ribelli. Intervista a David Harvey

di Vince Emanuele

proponiamo divisa in due parti una intervista a David Harvey, geografo e antropologo, che segue le traccie del suo ultimo libro intitolato “Rebel cities”, tradotto in italiano “Città ribelli. I movimenti urbani dalla Comune di Parigi a Occupy Wall Street”, appena pubblicato da Il Saggiatore

Nella prefazione a “Rebel cities” inizi descrivendo la tua esperienza a Parigi negli anni settanta: “Edifici giganteschi, strade, edilizia pubblica priva di anima e mercificazione monopolizzata delle strade che minacciava di cancellare la vecchia Parigi… Parigi dagli anni sessanta in poi era semplicemente nel bel mezzo di una crisi esistenziale. Ciò che era vecchio non poteva durare. Inoltre, è anche accaduto nel 1967 che Henry Lefebvre scrivesse il suo saggio fondamentale “Il diritto alla città” (pubblicato in italiano da Marsilio, ndt). Puoi parlarci di questo periodo degli anni sessanta e settanta? Come ti sei interessato al paesaggio urbano? E qual è stato l’impulso a scrivere “Rebel Cities”?
In tutto il mondo si guarda agli anni sessanta, storicamente, come a un periodo di crisi urbana. Negli Stati Uniti, per esempio, fu un periodo in cui molte città importanti si incendiarono. Ci furono rivolte e quasi rivoluzioni in città come Los Angeles, Detroit e naturalmente, dopo l’assassinio di Martin Luther King nel 1968, circa 120 città degli Stati Uniti vissero una inquietudine sociale e azioni ribelli più o meno di massa.
Dico questo sugli Usa perché quello che era in realtà accadeva era che la città si stava modernizzando. Si stava modernizzando sulla base dell’automobile, in base alle aree residenziali. La Vecchia Città, o quel che era stato il centro politico, economico e culturale della città durante gli anni quaranta e cinquanta, stava scomparendo. Ricorda, queste tendenze erano in corso in tutto il mondo capitalista avanzato. Così che questo non avveniva solo negli Stati Uniti. C’erano seri problemi in Gran Bretagna e in Francia, dove un antico modo di vita era in via di smantellamento – un modo di vita del quale penso nessuno dovrebbe essere nostalgico -, ma questo vecchio modo di vita veniva spiazzato e sostituito da un nuovo modo di vita basato sulla commercializzazione, la proprietà, la speculazione edilizia, la costruzione di strade, l’automobile, la suburbanizzazione, e, con tutti questi cambiamenti, ci fu un aumento delle disuguaglianze e delle tensioni sociali.
A seconda di dove ci si trovava in quel periodo, si trattava di disuguaglianze di classe o di disuguaglianze centrate su specifici gruppi di minoranza. Ad esempio, ovviamente in America era la comunità afro-americana che viveva nei centri urbani ad avere assai scarse opportunità di lavoro o risorse. Così il periodo degli anni sessanta è un periodo che è stato caratterizzato come crisi urbana. Se torni indietro e guardi a tutte le commissioni che dagli anni sessanta stavano indagando su cosa fare sulla crisi urbana, vedi che c’erano programmi governativi progettati dalla Gran Bretagna alla Francia, e negli Stati Uniti. Tutti cercavano di affrontare questa “crisi urbana” allo stesso modo. Mi è parso un argomento affascinante da studiare e una esperienza traumatica da vivere. La crisi degli anni sessanta è stata cruciale, e penso Lefebvre lo avesse capito abbastanza bene. Egli credeva che la gente in queste zone dovesse avere voce in capitolo per decidere come avrebbero dovuto essere queste aree, e che tipo di processo di urbanizzazione dovesse avere luogo. Allo stesso tempo, quelli che resistevano volevano invertire la marea della speculazione edilizia che cominciava ad assorbire le aree urbane in tutti i paesi capitalisti industrializzati.

Nel primo capitolo scrivi: “La questione di che tipo di città vogliamo non può essere disgiunta dalla questione di che tipo di persone vogliamo essere, che tipo di relazioni sociali cerchiamo, che rapporti abbiamo con la natura, che stile di vita desideriamo o che valori estetici abbiamo”. Tuttavia, prima di questa idea menzioni esplicitamente il contesto neoliberista in cui viviamo. Più avanti, nel capitolo, citi la Comune di Parigi come un evento storico da analizzare perché è possibile ci aiuti a concettualizzare cosa può essere il “diritto alla città”. Ci sono altri esempi storici, inclusa la Comune di Parigi, su cui possiamo riflettere? Ci puoi parlare delle sfide che abbiamo di fronte, in particolare nel contesto neoliberista?
Credo che la proposta per cui il tipo di città che vogliamo costruire dovrebbe rispecchiare i nostri desideri ed esigenze personali è una proposta molto importante. Sai, il nostro contesto sociale, culturale, economico, politico e urbano è molto importante. Come possiamo sviluppare questi atteggiamenti e tendenze? Questo è importante. Così, vivendo in una città come New York, devi viaggiare in giro per la città, muoverti, e trattare con altre persone in un modo molto determinato. Come tutti sanno, i newyorkesi tendono ad essere freddi e bruschi con gli altri. Questo non significa che non si aiutano l’un l’altro, ma per affrontare la routine quotidiana, e l’enorme quantità di persone nelle strade e nella metropolitana, devi negoziare con la città in un certo modo.
Nello stesso modo, vivere in zone residenziali private conduce a determinati modi di pensare su cosa dovrebbe essere la vita quotidiana. E queste cose si evolvono verso diversi atteggiamenti politici, che spesso implica il mantenimento di certe urbanizzazioni private ​​ed esclusive, al prezzo di quel che accade in periferia. Questi atteggiamenti sociali e politici sono il frutto del tipo di contesto che creiamo. Per me questo è un concetto molto importante: le risposte rivoluzionarie all’ambiente urbano hanno molti precedenti storici. Ad esempio, a Parigi nel 1871 c’era un tipo di atteggiamento per il quale la gente voleva un diverso tipo di urbanizzazione;  volevano un diverso tipo di persone che vivessero lì, era una reazione alla sviluppo speculativo-consumista della classe alta che avveniva in quel momento. Di conseguenza, ci fu una rivolta che esigeva un diverso tipo di relazioni: sociali, di genere e di classe.
In questo senso, se volessi costruire una città dove, diciamo, le donne si sentono a loro agio, costruiresti una città molto diversa da quelle che conosciamo. Tutti questi problemi sono legati alla questione del tipo di città in cui vogliamo vivere. Non possiamo dissociarla dal tipo di persone che vogliamo essere, che tipo di relazioni di genere, di classe, ecc. Per me, il progetto di costruire la città in un modo diverso, con una filosofia diversa, con intenzioni diverse, è un’idea molto importante. Di tanto in tanto, di questa idea si sono impadroniti movimenti rivoluzionari, come la Comune di Parigi. E ci sono molti altri esempi che potremmo citare, come lo sciopero generale a Seattle nel 1919. Il popolo prese il controllo di tutta la città, e intraprese la creazione di strutture comunitarie. A Buenos Aires nel 2001 sono successe le stesse cose. A El Alto, in Bolivia, nel 2003 ci fu un altro tipo di sollevazione. In Francia, abbiamo visto le aree suburbane dissolversi in sommosse e movimenti rivoluzionari nel corso degli ultimi venti o trenta anni. In Gran Bretagna, abbiamo visto questo tipo di rivolte e insurrezioni più e più volte, una vera protesta contro il modo in cui si vive la vita quotidiana. Ora, i movimenti rivoluzionari nelle aree urbane si sviluppano piuttosto lentamente. Non è possibile cambiare l’intera città in una notte. Quello che vediamo, però, è una trasformazione nello stile di urbanizzazione nel periodo neoliberista.
Prima, diciamo alla metà degli anni settanta, l’urbanizzazione era caratterizzata da molte di queste proteste, c’era molta segregazione, e la risposta a molte di queste proteste fu effettivamente quella di ridisegnare la città secondo i principi neoliberisti di autosufficienza, il tradurre la responsabilità personale, la concorrenza, la frammentazione della città in urbanizzazioni private e spazi privilegiati. Quindi, per me, il ridisegno della città è un progetto a lungo termine. Fortunatamente, la gente è costretta a pensare a una qualche forma di trasformazione rivoluzionaria, ciò che si verifica durante un particolare momento nel tempo, come a Buenos Aires nel 2001, dove ci sono stati movimenti che condussero occupazioni di fabbriche e realizzarono assemblee. Di fatto, erano in grado di dettare, in molti modi, il modo in cui si doveva organizzare la città e cominciarono a porre seri interrogativi: chi vogliamo essere? Come dovremmo avere rapporti con la natura? Che tipo di urbanizzazione vogliamo?

Puoi parlare di alcuni di questi termini? Ad esempio, puoi trattare della suburbanizzazione come dell’esito di “un modo di assorbire l’eccedenza di prodotto e così risolvere il problema dell’assorbimento dell’eccedenza di capitale”? In altre parole, perché le nostre città sono state svuotate in questa concreta forma? Questa domanda è particolarmente profetica per i nostri ascoltatori locali della regione del “rust belt” (la “fascia della ruggine”, le vecchie regioni industriali del Midwest e della East Coast degli Stati Uniti, ndr), che è stata completamente devastata durante gli ultimi trenta o quaranta anni. O, per esempio, adesso costa circa 60 dollari parcheggiare nel centro di Chicago durante il giorno, mentre le aree residenziali esplodono di eroina e i quartieri delle minoranze soffrono violenza, impoverimento e oppressione della polizia. Ci puoi parlare di questi processi?
Di nuovo, questo è un processo lungo, infinito. Torniamo agli anni trenta e alla Grande Depressione. Vediamo: come siamo usciti dalla Grande Depressione? E qual era il problema durante la Grande Depressione? Uno dei grandi problemi che tutti riconobbero era che non c’era un mercato forte. La capacità produttiva era lì. Ma non c’era modo di assorbire i flussi di profitti, per così dire. Quindi c’era un surplus di capitale che non aveva nessun posto dove andare. Giusto durante gli anni trenta ci furono frenetici tentativi di trovare un modo di spendere il capitale in eccesso. Avevi cose come il “Programma delle Opere” di Roosevelt. Sai, costruire autostrade e cose del genere. In particolare cercare di assorbire il surplus di capitale e il surplus di manodopera che si aveva in quel momento.
Ma non si trovò una soluzione reale, negli anni trenta, fino a che arrivò la seconda guerra mondiale. Allora tutto l’eccedente fu immediatamente assorbito nello sforzo bellico – produrre munizioni e il resto. Così, la seconda guerra mondiale, a prima vista, risolse il problema della Grande Depressione. A quel punto spunta la domanda sul dopo 1945: cosa sarebbe successo quando la guerra fosse finita? Che cosa sarebbe successo a tutto questo capitale eccedente? Bene, allora hai la suburbanizzazione degli Stati Uniti. Realmente, la costruzione di zone residenziali, e in quel momento fu la costruzione di zone residenziali ricche, divenne il modo in cui si assorbiva il surplus di capitale. Prima costruirono il sistema autostradale, e ognuno doveva avere una macchina, poi la casa di periferia divenne una sorta di “castello” per la popolazione della classe lavoratrice. Tutto questo ha avuto luogo, lasciando ai margini le comunità impoverite dei centri urbani. Questo è stato il modello di urbanizzazione che ha avuto luogo negli anni cinquanta e sessanta. L’eccedenza, che il capitale produce sempre, funziona in questo senso: all’inizio della giornata i capitalisti cominciano con una certa quantità di denaro, e alla fine della giornata hanno più soldi. La domanda sorge spontanea: cosa fanno con i soldi, alla fine della giornata? Beh, devono trovare un posto in cui investire: da qui l’espansione.
I capitalisti hanno sempre questo problema: dove sono l’espansione e le opportunità di fare più soldi? Una delle grandi opportunità di espansione dopo la seconda guerra mondiale è stata l’urbanizzazione. C’erano altre occasioni, come il complesso militare-industriale, ecc. Ma fu soprattutto attraverso la suburbanizzazione che il surplus venne assorbito. Questo ha creato molti problemi, come la crisi urbana di fine anni sessanta. Poi hai una situazione in cui il capitale torna verso il centro delle città e quindi rioccupa il centro urbano. Il modello si è rovesciato. Così, le comunità sempre più impoverite vengono espulse verso la periferia, mentre le popolazioni ricche tornano nel centro delle città. Ad esempio, a New York, nel 1970, potevi prendere un buon posto proprio nel centro della città per quasi niente, perché c’era un enorme surplus di proprietà, e nessuno voleva vivere in città. Ma tutto questo è cambiato: la città è diventata il centro del consumismo e della finanza. Come hai ricordato, parcheggiare un’auto costa quanto collocare una persona. Questa è la trasformazione che si è verificata. In breve, il processo di urbanizzazione avviene lungo gli anni quaranta e si estende fino agli anni sessanta.
Poi ha luogo una ri-urbanizzazione nel periodo successivo agli anni settanta. Dopo gli anni settanta, il centro della città diventa estremamente ricco. Di fatto, Manhattan è passata da essere un posto a basso prezzo negli anni settanta ad essere, a tutti gli effetti, un vasto complesso privato per la gente estremamente ricca e potente. Nel frattempo, le comunità impoverite, di solito le minoranze, vengono espulse verso la periferia della città. Oppure, nel caso di New York, la gente è fuggita verso le piccole città nel nord dello stato di New York, o in Pennsylvania. Il modello generale di urbanizzazione ha a che fare con la questione di dove si trovano opportunità redditizie per investire capitali. Come abbiamo visto, le opportunità redditizie sono state scarse negli ultimi 15 anni o giù di lì. Durante questo tempo, una quantità enorme di denaro è entrato a fiotti nel mercato immobiliare, per la costruzione di alloggi e tutto questo. Poi abbiamo visto cosa è successo nell’autunno del 2008, quando la bolla immobiliare è scoppiata. Quindi, dobbiamo guardare all’urbanizzazione come a un prodotto della ricerca di modi per assorbire produttività e produzione crescenti di una società capitalista molto dinamica che deve crescere a un tasso del 3 per cento per sopravvivere. Questa per me è la domanda: come possiamo assorbire la crescita del 3 per cento nei prossimi anni, al fine di evitare i dilemmi urbanizzazione / suburbanizzazione del passato? È interessante concettualizzare come potrebbe essere fatto.

Tu parli della distribuzione geografica delle crisi economiche. Specificamente, di come le crisi si estendono da una parte del pianeta all’altra. Sostieni che la gente non dovrebbe essere sorpresa dal collasso economico del 2008. Ad esempio, ora abbiamo una crisi economica nella Ue e nel Nord America, ma tu citi una crescita esplosiva del Pil in Turchia e in varie parti dell’Asia. Citi anche un paradosso: per esempio, sulla Cina: mentre sono passati attraverso un processo enorme di urbanizzazione nel corso degli ultimi venti anni, gli stessi progetti industriali che producono enormi profitti hanno spostato milioni di cinesi e distrutto l’ambiente naturale. Allo stesso tempo, molti di questi progetti, e intere città, sono completamente vuote, dal momento che solo una piccola percentuale della popolazione cinese può permettersi quei lussi e comodità. Ci puoi parlare di questi fenomeni e contraddizioni?
Bene, la Cina sta agendo nello stesso modo in cui lo fecero gli Stati Uniti quando vennero fuori dalla Grande Depressione: attraverso la suburbanizzazione dopo la seconda guerra mondiale. Credo che i cinesi, quando si sono trovati di fronte alla questione del cosa fare, soprattutto in una recessione economica globale, e alla luce di profitti molto lenti intorno agli anni 2007-08, hanno deciso che sarebbero usciti delle loro difficoltà economiche grazie alla urbanizzazione e ai programmi di infrastrutture: treni ad alta velocità, autostrade, grattacieli, ecc. Questi sono diventati il ​​mezzo con cui è stato assorbito il surplus di capitale. Naturalmente a chiunque fornisse materie prime alla Cina è andata molto bene, perché la domanda cinese è stata molto elevata. La Cina assorbe la metà delle forniture mondiali di acciaio. Ciò significa che a chi stava producendo ferro o altri metalli, come l’Australia, naturalmente è molto bene e non ha vissuto gran parte della crisi degli ultimi anni. I cinesi in realtà cinese hanno seguito l’esempio della storia economica di Stati Uniti, ripetendo il programma di sviluppo economico degli Stati Uniti dopo il 1945.
Insomma, alla Cina è sembrato di potersi salvare con lo stesso tipo di strategia e di evitare qualunque stagnazione o declino economico. Sai, gli Stati Uniti e l’Europa sono impantanati in una crescita lenta, a differenza dei cinesi, che hanno goduto di tassi di crescita molto rapidi. Ma, ancora una volta, si tratta di assorbire il surplus di capitale in modi che siano produttivi. Questa è la questione: guardandola con ottimismo, perché non sappiamo se il boom cinese si sgonfierà. Se lo fa, come i mercati immobiliari e finanziari hanno fatto negli Stati Uniti nel 2008, allora il capitalismo globale sarà in guai seri. Giusto adesso, i cinesi stanno cercando di limitare il loro tasso di crescita. Così, invece di cercare un tasso di crescita del 10 per cento del Pil, stanno puntando a una crescita del 7-8 per cento nei prossimi anni. Cercheranno di “moderare le rivoluzioni”. Voglio dire, diavolo, che i cinesi hanno come quattro città vuote. Riesci a crederci? Città completamente vuote. Che cosa accadrà nei prossimi anni? Queste città diventeranno aree urbane produttive? O semplicemente resteranno lì e marciranno? Nel qual caso, un sacco di soldi andrebbero persi e una grande depressione colpirebbe anche la Cina.
In questo caso, verrebbero prese decisioni politiche molto scomode, e sicuramente ci potremmo aspettare una inquietudine grave tra le classi lavoratrici e i poveri della Cina. Il mondo appare molto diverso a seconda di dove nel mondo sei. Per esempio, sono appena stato a Istanbul (Turchia), e ci sono gru edili ovunque. Inoltre, la Turchia è sta crescendo del 7 per cento l’anno, quindi ora è un posto molto dinamico. Quando sei in Turchia, davvero non puoi immaginare che il resto del mondo sia in crisi. Poi ho volato in due ore e mezza ad Atene (Grecia), e non ho bisogno di dirti che cosa sta succedendo lì. In Grecia è come entrare in una zona disastrata, dove tutto è fermo. Tutti i negozi sono chiusi e non ci sono costruzioni in nessun posto della città. Qui ci sono due città che si trovano a 600 miglia di distanza, ma sono due luoghi completamente diversi. Questo è ciò che ci si dovrebbe aspettare di vedere nell’economia globale di oggi: alcuni luoghi in pieno boom, altri in fallimento. C’è sempre uno sviluppo geografico diseguale delle crisi economiche. Per me, questa è una storia affascinante da raccontare.


Nel capitolo 2, “Le radici urbane della crisi”, affronti il rapporto tra crisi economica negli Stati Uniti, proprietà della casa e diritti di proprietà individuale, che sono importanti componenti ideologiche all’interno del “sogno americano”, ma segnali subito che questi “valori culturali” acquisiscono una certa importanza quando sono sovvenzionate dalle politiche statali. Quali sono queste politiche? E come possiamo parlare di queste tendenze attraverso un punto di vista ideologico? Inoltre, più avanti in questo capitolo, menzioni il fatto che dobbiamo andare oltre Marx, mentre usiamo le sue percezioni più profetiche. Come dovremmo “andare oltre Marx”?
Bene, se torni agli anni trenta, troverai che meno del 40 per cento degli americani possedeva case. Quindi, circa il 60 per cento della popolazione degli Stati Uniti era in affitto. In particolare questo era quello che succedeva alla gente di classe inferiore o della classe media. Generalmente, affittavano. Queste popolazioni erano piuttosto inquiete. Perciò negli anni quaranta e cinquanta è cresciuta l’idea che si potessero stabilizzare le popolazioni relativamente inquiete e renderle pro-capitaliste e a favore del sistema dando loro l’opportunità di diventare proprietarie di abitazioni. E vi fu grande sostegno pubblico per quelle che eravamo abituati a chiamare istituzioni di risparmio e credito, che erano separate dalle banche. Erano i luoghi in cui le persone mettevano i loro risparmi, e questi risparmi sarebbero stati utilizzati per promuovere la casa di proprietà per le popolazioni a basso reddito. Lo stesso è accaduto in Gran Bretagna con il “Building Society”.
Nel decenni 1890, mentre la classe padronale stava pensando a come rendere le popolazioni a reddito più basso stabili e meno irrequiete, comincia questa tendenza. C’è una frase meravigliosa che la classe padronale soleva usare: “I proprietari di case non scioperano “. Ricorda, la gente doveva risparmiare per diventare proprietaria. Qui è il meccanismo di controllo. Nel complesso, questo sistema era molto debole durante gli anni ‘venti’, fino a quando negli anni trenta il governo degli Stati Uniti e le classi imprenditoriali decisero di rinforzarlo. Per cominciare, quando contraevi un mutuo negli anni venti normalmente lo potevi ottenere soltanto per tre anni, poi dovevi rinnovarlo o rinegoziarlo. Allora, negli anni trenta fu creato il mutuo trentennale. Ma perché funzionasse, si doveva in qualche modo avere una garanzia. Ciò portò alla creazione di istituzioni statali che garantissero le ipoteche.
Naturalmente, questo ha portato alla Federal Housing Administration. Allo stesso tempo, le banche avevano bisogno di un modo per passare i mutui ad un altro, così crearono questa organizzazione chiamata Fannie Mae. Di nuovo, questo è ciò che accade in quel periodo: organizzazioni statali utilizzate per favorire e garantire la proprietà della casa, in particolare per le classi medie e basse, il che naturalmente scoraggiava questa gente al momento di fare uno sciopero o uscire dai ranghi. Ora erano indebitati. Queste istituzioni sono veramente decollate dopo la seconda guerra mondiale. Durante quel periodo, c’era molta propaganda sul “sogno americano” e su cosa significava essere americano. La detrazione fiscale dei mutui entrò in gioco, il che permetteva di detrarre gli interessi sul mutuo. Ricorda, questo è un enorme contributo alla proprietà della casa. C’era una sovvenzione di Stato alla proprietà della casa; c’erano istituzioni statali che promuovevano proprietà della casa.
Tutto questo risulta di fondamentale importanza quando la si colleghi alla GI Bill (legge per i soldati, ndt), che diede diritti e incentivi privilegiati di proprietà della casa ai soldati di ritorno dalla seconda guerra mondiale. Ci fu una spinta incredibile dalla statale per stimolare e garantire la proprietà della casa. Ricorda, questo stava avvenendo nel contesto della suburbanizzazione. Queste istituzioni diventarono un fattore chiave per il mercato immobiliare, e, naturalmente, esistono ancora. Tutti parlavano di come Fannie Mae, e la nuova Freddy Mac, erano dirette dal governo, essendo in parte di proprietà privata, tuttavia vediamo che in sostanza sono state nazionalizzate. Così, col tempo, il governo ha promosso proprietà della casa e ha giocato un ruolo enorme nella creazione di questi mutui subprime.
Questo fu fatto durante l’amministrazione Clinton, nel 1995, nel tentativo di promuovere la proprietà della casa tra le popolazioni di minoranza negli Stati Uniti. Lo sviluppo della “crisi subprime” era strettamente legato a quello che il settore privato stava facendo, ma anche quello che stavano garantendo politiche di governo. Per me, questo è un aspetto cruciale della vita americana, dove le persone si spostano d al 60 per cento degli insediamenti, essendo inquilini, fino al picco nel 2007/08, in cui circa il 70 per cento della popolazione diventa proprietaria di abitazioni. Naturalmente, questo crea un diverso tipo di atmosfera politica. Un clima politico in cui la difesa dei diritti di proprietà e dei valori di proprietà iniziano ad avere grande importanza. Allora si cominciano ad avere movimenti di quartiere con cui le persone cercano di mantenere certe persone fuori dei quartieri, perché percepiscono che questa gente fa cadere i valori delle proprietà. Si produce un differente tipo di politica perché le abitazioni diventano una forma di risparmio per le famiglie della classe media e di quella lavoratrice. Ovviamente, le persone accedono a questi risparmi attraverso il rifinanziamento delle loro case. C’è stato molto rifinanziamento durante il boom della proprietà negli Stati Uniti. Molte persone hanno beneficiato degli elevati prezzi delle abitazioni. Questa promozione della casa di proprietà è ora presentata come se fosse una specie di sogno di tutta la vita per coloro che vivono negli Stati Uniti. Tuttavia, senza dubbio, c’è sempre stato questo tipo di sogno, negli Stati Uniti, con le popolazioni di lavoratori migranti, del fatto che se si ottiene un po’ di terra, si coltivano alcune cose, ecc., si potrebbe riuscire ad avere una buona vita. Sì, questo era parte del sogno dei migranti. Ma questo è stato trasformato in proprietà della casa suburbana, che non vuol dire avere le mucche e polli nel cortile, ma avere i simboli del consumismo tutto intorno a te.
La ragione per cui Marx è importante in tutto questo è perché Marx aveva una profonda comprensione di come funziona l’accumulazione di capitale. Capiva che questa macchina della crescita perpetua contiene molte contraddizioni interne. Per esempio, una delle contraddizioni fondamentali di cui parla Marx è tra “valore d’uso” e “valore di scambio”. Si può vedere molto chiaramente come questo ha lavorato nella situazione della casa. Qual è il valore d’uso di una casa? Beh, è ​​una forma di rifugio, un luogo di privacy, è dove si può creare una vita familiare, e elencare altri valori usi della casa, ma la casa ha anche un valore di scambio. Ricorda, quando affitti la casa, stai semplicemente affittandola per quel che ti serve. Ma quando acquisti la casa, vedi questa casa come una forma di risparmio e, dopo un certo tempo, utilizzi la casa come una forma di speculazione. Di conseguenza, i prezzi delle case salgono. In questo contesto, il valore di scambio comincia a dominare il valore d’uso della casa. Il rapporto tra valore di scambio e valore d’uso inizia ad andare fuori controllo. Così, quando il mercato immobiliare esplode, di colpo cinque milioni di persone perdono le loro case e il valore d’uso scompare. Marx parla di questa contraddizione, ed è un importante. Dobbiamo porci la domanda: che cosa dovremmo fare con l’abitazione? Cosa dovremmo fare con l’assistenza sanitaria? Che cosa stiamo facendo per l’educazione? Non dovremmo promuovere il valore d’uso dell’istruzione? O dovremmo promuovere il valore di scambio di queste cose? E perché le necessità vitali dovrebbero essere distribuite attraverso il sistema del valore di scambio? Ovviamente dovremmo rifiutare il sistema del valore di scambio, che è intrappolato nell’attività speculativa, i profitti eccessivi, e davvero colpisce il modo in cui siamo in grado di acquisire prodotti e servizi. Questo è il tipo di contraddizione che Marx ha ben descritto.

Nel capitolo successivo, “La creazione dei beni comuni urbani”, cerchi di riconcettualizzare ciò che possono rappresentare i “comuni” in questo secolo. Inoltre, fai riferimento al lavoro di Toni Negri e Michael Hardt in tutto il libro. Michael Hardt è uno che è stato in questo programma un paio di volte, e ho trovato buona parte del suo lavoro molto perspicace e abbastanza interessante. Come voi tutti sostenete, dobbiamo cominciare a concettualizzre come trasferiremo, promuoveremo, svilupperemo e utilizzeremo il “comune”. Tuttavia, questo include anche sentimenti culturali – immagini, significati, simboli, ecc. che devono essere riconcettualizzati. Più avanti, citi il lavoro di Murray Bookchin: idee di ordine sociale, procedimenti, gerarchia, ecc. assumono grande importanza quando si cercano di visualizzare le alternative. Recentemente, Christian Parenti ha scritto un grande articolo intitolato “Perché il cambiamento climatico ti farà amare l’interventismo del governo”, che ho trovato particolarmente interessante e preveggente perché tratta di organizzazione sociale, e delle conseguenze politiche ed economiche dei cambiamenti climatici in un modo molto serio. In concreto, Parenti affronta la questione di come utilizzare l’apparato statale. Allo stesso tempo, stiamo cercando di farlo in modo sostenibile, rendendoci conto che viviamo in una società molto complessa, con circa sette miliardi di persone che vivono sul pianeta. Ci puoi parlare di alcune di queste idee? Quali sono le vostre idee su come possiamo riconcettualizzare il “comune”?
Bene, la riconcettualizzazione dei beni comuni, da quello che ho visto e letto, resta a una scala abbastanza piccola. Molti dei testi sui beni comuni li hanno affrontato a un microlivello. Non sto dicendo che ci sia qualcosa di sbagliato in questo – come avere un orto comunitario nel tuo quartiere – ma penso che dovremmo iniziare a preoccuparci e a parlare di questioni su con larga scala a proposito di beni comuni, come l’habitat di una bio-regione. Ad esempio, come possiamo iniziare a concettualizzare che cosa è la sostenibilità per l’intero nordest degli Stati Uniti? Come gestiamo cose come le risorse idriche a livello nazionale? Per non parlare del livello globale. Le risorse idriche dovrebbero essere considerate una risorsa di proprietà comune, ma a volte ci sono esigenze contrastanti sull’acqua: urbanizzazione, agricoltura industriale, e ogni sorta di altra manutenzione degli habitat naturali.
Mi fa piacere che citi il testo di Christian Parenti, perché il cambiamento climatico dovrebbe farci riconcettualizzare i beni comuni globali. La domanda è: come gestiamo queste questioni in futuro? E come gestire questi problemi in futuro? Abbiamo bisogno di meccanismi esecutivi tra stati-nazione per combattere queste tendenze o evitare future minacce. Cosa succede ai trattati internazionali se si distruggono i governi? Chi otterrà che altri stati fermano la smettano di rilasciare carbonio nell’atmosfera? Non puoi fare questo l’organizzazione di “assemblee collettive” o “mense comunitarie”. Le discussioni se convertire un pezzo di terra in un orto comunitario non potranno combattere i problemi che abbiamo di fronte in quanto specie. Dobbiamo considerare che ci sono beni comuni su diverse scale. A me interessa la scala metropolitana-regionale. Come organizzi le persone in queste regioni per difendere i diritti di proprietà comune a varie scale? Bene, questo livello di capacità organizzativa non si realizzerà attraverso assemblee o altre forme di organizzazione che le persone utilizzano oggi. Il problema è quello di offrire una via democratica per rispondere alle opinioni di vaste popolazioni di tutto il mondo sulla gestione dei diritti alle risorse di proprietà comune. Ciò include cose come la qualità dell’aria e dell’acqua in tutta la regione. Includerebbe una sostenibilità bioregionale. Queste cose non accadono attraverso assemblee, o solo perché la gente propone piani fantastici a livello locale, questo non vuol dire che quei piani funzionerebbero a scala regionale o globale. Quindi vorrei iniettare il concetto di diverse “scale” di organizzazione nella nostra conversazione collettiva su sviluppo, sostenibilità e urbanizzazione. Abbiamo bisogno di sviluppare le organizzazioni, i meccanismi, i discorsi e gli apparati in grado di affrontare questi problemi su scala globale. Non che ci faccia bene discutere di “beni comuni”, se non si specifica di quale scala stiamo parlando. Stiamo parlando del mondo? Se è così, suggerisco che si parli degli apparati dello Stato e delle loro funzioni.

Mi pare che varie delle poche persone che vogliono discutere di questi temi sono scienziati del clima, oceanografi, biologi, ecologisti, con pochissimi intellettuali, e molto meno la comunità attivista o la gente in generale che discutano dell’ambiente naturale globale. Alcuni scienziati ci dicono che nel 2048 quasi tutti i grandi pesci saranno estinti. Come minimo, gli scienziati ci dicono che si aspetta un aumento di due gradi della temperatura globale alla fine del secolo. Questi sono estremamente preoccupanti previsioni e analisi. Ecco cosa mi preoccupa: anche se siamo in grado di organizzare in modo efficace, diciamo, a livello bioregionale, quello che se le altre regioni si rifiutano? Non abbiamo bisogno di un apparato globale responsabile per le nazioni? Questo sembra essere il tema principale del nostro tempo.
Beh, ci sono vari modi in cui una pratica può diventare egemone: uno è attraverso la coercizione, che nessuno di noi vuole, ma che può essere una necessità. Poi vi è il consenso, che è quello che vediamo in queste conferenze sui cambiamenti climatici, ma, come si vede, non funziona neanche questo. Il terzo è quel che si può chiamare “attraverso l’esempio”. Questo è il motivo per cui penso che una regione come Cascadia (Cascadia o Repubblica del Pacifico è il nome proposto per uno stato indipendente sovrano che dovrebbe essere costituito dalla provincia canadese della British Columbia e dagli stati di Washington e Oregon negli Stati Uniti, ndt) è così interessante, per i motivi che hai citato, perché Cascadia mette in pratica alcune politiche molto, molto progressive. Ad esempio, la California lo ha fatto con i vari aspetti della legislazione ambientale. A scala locale, la California ha iniziato a imporre cose come il risparmio di carburante nelle auto o la capienza massima di carburante, e questo è un piccolo esempio. È interessante notare che si può anche dimostrare che non si cadrà a pezzi, economicamente, se gli stati decideranno provvedimenti di questo tipo. Già ora non avviene nulla di simile. Penso che guidare con l’esempio sia molto importante. È più facile ottenere il consenso quando si possono mostrare esempi alla di come dovrebbe funzionare. Ad esempio, lo abbiamo visto a livello urbano in città come Curitiba in Brasile, che è abbastanza ben nota per la sua politica ambientale. Molte delle cose che le persone stanno facendo a Curitiba si stanno ponendo in pratica in tutto il mondo in vari ambienti urbani. Penso che avremo una combinazione di lavoro attraverso l’esempio, il consenso e la coercizione. La mia speranza è che potremmo innanzitutto utilizzare gli esempi, grazie ai quali è più facile raggiungere il consenso, e piuttosto difficile è muoversi nella direzione di coercizione. Tuttavia, questa è solo la mia speranza. Non andrà necessariamente il così.

democraziakmzero.org