di Rossella Marchini/Antonello Sotgi
difficile riassumere tre giorni di colloqui e passeggiate urbane, tra
spazi occupati e luoghi che raccontano storie di resistenza e liberazione. Immaginando
la metropoli che viene.
"Qualsiasi cosa facciate, per me è giusto. Voi sapete cosa fare, io vi convalido tutto"
David Harvey ascolta
silenzioso, quasi immobile e senza prendere mai un appunto (ma questo non gli
impedirà di rispondere puntualmente a tutte le domande che gli saranno
rivolte), il racconto di alcune delle pratiche di cittadinanza che - siamo al
Valle durante la terza giornata della settimana di discussione denominata “lotte
spaziali” (27/28 settembre) - danno vita alle altrettante forme di resistenza
che disegnano oggi il paesaggio urbano del nostro paese.
Non parlerà mai del suo
libro appena tradotto in Italiano “Città ribelli”, né, intervenendo, farà mai
riferimento a qualche suo testo. Non c’è il banchetto con copie e l’ufficio
stampa dell’editore non si vede. “Sono qui - dice - perché mi piace parlare con
gli attivisti dei movimenti sociali”. Sono in tanti oggi: attivisti,
ricercatori ed artisti a raccontare storie di ordinaria resistenza. Di teatri
occupati (il Rossi a Pisa) in una città che trasforma la presenza studentesca
in altrettante prove di indebitamento personale quale lubrificante del sistema;
di una Roma meticcia presente nell’occupazione abitativa in una grande fabbrica
dismessa (Metropoliz); di un Cinema (Palazzo a Roma) capace di farsi territorio
in un quartiere preso di mira dalla febbre edilizia della finanzia; di
un’esperienza come Macao (Milano) e della forza che hanno saputo sprigionare
opponendo la costruzione artistica della città contro i mostri di acciaio e
vetro di un voracissimo pescecane immobiliarista, ed anche della relativa
capacità di costruire nuovi linguaggi e nuovi immaginari; l’invenzione di un
altro quotidiano all’interno di una struttura abbandonata e fatta marcire
dall’istituzione universitaria di una città meridionale (Napoli Mezzo Cannone).
Poi siamo al Valle e viene naturale parlare di quest’esperienza, delle pratiche
del comune dentro e fuori l’Europa, di questo spazio liberato e insieme
raccogliere l’invito a chiedersi di mettersi in gioco con le lotte e l’arte per
abitare le città, facendo della la cittadinanza il campo d’azione e non lo
status.
Immediato il corto
circuito con David Harvey perché, quasi una auto-presentazione dice: “sono
interessato ai processi di urbanizzazione, a come si organizza la vita
quotidiana, per mio conto cerco di studiare e capire i contesti entro cui tutto
questo avviene. Lo dico subito: non so cosa debba essere fatto, e qualsiasi
cosa facciate, per me è giusto, voi sapete cosa fare, io vi convalido tutto”.
Un parlare durato un
paio di giorni (il giorno seguente era al Palazzo in una serata in cui
domandarsi di come l’arte attraversa lo spazio urbano e indagare, anche
attraverso film e documentari, le vite e gli spazi oltre la metropoli) che
abbiamo cercato di riportare, anche se in forma assolutamente parziale,
mettendo insieme le sue riflessioni, le sue emozioni (colte, magari, visitando
le “case a ballatoio” di San Lorenzo), le sue domande. Un parlare attraversando
gli spazi del conflitto.
***
Ci è capitato di vivere
in una fase di cambiamento e a cambiare è il capitalismo. Cambia anche la
nostre vita. Il capitalismo è flessibile, le privatizzazioni modificano la vita
quotidiana. Avveniva anche negli anni 70. Anche allora parlavamo di
privatizzazioni, ma non avevano assunto quella dimensione e quella forma che
hanno ora. Del resto, lo sappiamo bene, il capitalismo muta continuamente. Il
suo punto di forza è l’adattamento. Anche noi, per resistere, dobbiamo imparare
ad essere flessibili. Sta avvenendo. Sta nascendo un nuovo modo di fare
politica. Nuove forme politiche si sommano a nuovi immaginari. Nuove lingue,
nuovi scenari. Sono le nuove forme di opposizione. Come non pensare a quel che
succede in America Latina?
Quali sono oggi i
problemi del capitale? come ci possiamo opporre? Dunque: se il capitale è
debole ed adattabile questo non vuol dire, come pensano alcuni, che si possa
riformarlo. Insomma, che si possa renderlo più umano. Sta a noi fare qualche
cosa ad iniziare dal chiederci perché i movimenti sono così necessari.
In questo periodo sono alle prese, sto studiando, quali sono le
contraddizioni interne al capitale. Se il capitale cadrà quali sono le
contraddizioni in gioco? Io fin’ora ne ho prese in esame 17, ma - tranquilli-
non vi parlerò di tutte, mi concentrerò sulle due che considero fondamentali.
Non che le altre lo siano da meno, per esempio la contraddizione con la natura;
mi interessa, con voi, parlare della crescita composta esponenziale
del capitale e dell’alienazione.
Cosa intendo quando
parlo di crescita composta? Il capitale, crescendo del 3% annuo in forma
esponenziale dal 1820, produce la sua prima crisi quando, nel 1917, diviene
ingestibile; non sapeva più cosa fare. Non riusciva a crescere. Sappiamo che è
una macchina infernale progettata per crescere e non fermarsi mai. È successo
ancora negli anni 30, al tempo della Depressione era scomparso il mercato. Non
si trovarono soluzioni. Poi arrivò la guerra e la macchina bellica assorbì il
mare dei profitti eccedenti. Ed oggi? Per mantenere in futuro una crescita al
3% sarebbe necessario investire 5 trilioni di dollari in settori che diano
rendita. Ma la crescita composta presenta limiti evidenti; quando si scopre di
non riuscire più a produrre oggetti da consumare subito. Si è trovata la
soluzione disconnettendo il denaro dalle riserve auree.
È il 1990 quando la Federal Reserve ha creato denaro facile,
prefigurando una crescita infinita. Prima, sto pensando ai servizi di cucina
dei miei nonni, le posate in argento Sheffield erano oggetti che, oltre essere
un bene, avevano valore. Oggi per avere surplus il capitale deve creare, al
contrario, oggetti che perdono valore. Che cosa provoca questo nella vita delle
persone? la figura di consumatori compulsivi. Questo è evidente nel caso della
moda come negli anni 70, con l’esplosione della produzione e consumo di
occhiali.
Oggi si investe non nella produzione di beni, ma in strumenti del denaro e
in “beni volatili”. Come non guardare a quello che accade
negli Stati Uniti in materia di diritti di proprietà intellettuale? L’economia
mondiale è avulsa dalla produzione. I profitti crescono a danno delle persone.
A New York per esempio la diseguaglianza del reddito procapite è polarizzata.
L’1% della popolazione guadagna 3,5 milioni di dollari l’anno mentre il 50% di
essa è inchiodata ai 30 mila dollari. Questo ha modificato lo stesso paesaggio
urbano della città. Manhattan è oggi un insieme di “ghetti” per super ricchi, i
prezzi degli immobili sono in costante crescita. Continui sono i fenomeni di
abbandono di chi è costretto ad andare ad abitare verso luoghi distanti anche
un paio d’ore dal centro città. Oltre 50 mila persone sono senza tetto alcuno.
Il fenomeno Occupy nasce anche da questo. Sappiamo
come è andata a finire: una feroce repressione con molti arresti. Era il Sindaco
stesso a dir di arrestare tutti i dimostranti. Mi pare di capire che questo, da
quello che sento, da voi non succede. Mi stupisco perché avviene ovunque. Mi
chiedi che penso della violenza? Non ne sono un fautore, anche se credo che sia
necessaria. Se mi colpiscono, colpisco a mia volta. Occupy è stato un movimento capace di parlare a tutti: tra le sue
richieste poneva la casa, la scuola, la sanità come diritti riconosciuti e non
soggetti al capitale. È quello che succede con l’ istruzione dove gli studenti
sono costretti a contrarre debiti, per poter frequentare le scuole, che non
riusciranno mai a togliersi di dosso.
Un fenomeno che fa
apparire immediato il dilemma del capitale: cosa farebbe se non ci fosse il
mercato finanziario?.
La crisi del 2007 ha
fatto diminuire la crescita nei paesi occidentali, ma ha compensato con quella
dei paesi emergenti. Su scala globale la crescita è rimasta ancorata al 3%
facendo pagare un pesante prezzo alla vita delle persone. In Cina, per esempio,
si sono costruite nuove città, un’urbanizzazione selvaggia, con case che
restano vuote e con forme d’inquinamento sempre più pressanti. La Cina ha
scelto di assorbire il “di più” di capitale prodotto costruendo infrastrutture,
ferrovie, grattacieli che, tutte insieme, fanno città fantasma. Ora deserte.
Destinate a restare tali. Mi chiedo come potrà il capitale continuare ad
assorbire nell’immediato futuro questa crescita? ancora puntando su fenomeni di
urbanizzazione? Qui, a San Lorenzo, state parlando di sub-urbanizzazione; di un
quartiere ostaggio dell’istituzione universitaria, ma potrà continuare
all’infinito con l’indebitamento delle famiglie degli studenti, di stanze
misurate solo per “posto letto”?
Amo vivere a New York ,
andando in giro, sì anche ascoltando quello che si dice nei bar. Studio nelle
strade come vivere nella città dove nascono i feticci del capitalismo. È
fantastico vivere in questa città dove vedi questo e ti appare evidente come il
problema sia proprio nel rendersi conto del degrado ambientale e della
diseguaglianza sociale.
La seconda contraddizione che sto analizzando è l’alienazione prodotta dal Capitale. I lavoratori che erano
orgogliosi del loro “fare” non ci sono; oltre il 70% di loro odia il proprio
lavoro qualunque sia il settore che li vede impegnati; questo avviene non solo
nelle fabbriche. Il processo produttivo non è più controllato dai produttori
creando così una duplice forma di alienazione: attiva, a cui corrisponde un
esplosione di violenza fino ad arrivare alle rivolte in molte città; passiva
che la da vinta alla rassegnazione. Si contamina però anche il mondo dei
consumatori che non trovano più le soddisfazioni ricercate nel possesso dei
beni. C’è, poi, alienazione nel mondo della politica dove sempre una maggiore
massa di cittadini avverte la mancanza di democrazia. È il capitale a volere
persone alienate.
Tutto questo avviene
nelle città che, al tempo stesso, individuano l’antidoto rappresentato dai
movimenti sociali urbani che costruiscono modi di vita non alienati. Se serve
la rete? Mi pare che sia servita ed anche bene nelle rivolte di questi ultimi
tempi dove un ruolo sembrano aver avuto proprio questi nuovi strumenti di
comunicazione. Io non sono un fanatico, anche perché i miei studenti mi hanno
avvertito che il mio sito non può certo competere con quello organizzatissimo
dei miei avversari di “ destra”. Insomma sono per usare questi strumenti non
per mitizzarli.
Ma come vogliamo vivere?
Eliminiamo il capitalismo. È un sistema in fallimento, ha mostrato il suo
volto, conosce solo la repressione. Ci troviamo sulle sue rovine. Ci chiediamo
come le soggettività costruiscono lo spazio comune. Noi vogliamo la crescita
zero e, quindi, una diversa produzione e consumo: costruire nuove persone
intorno nuovi valori. Pensiamo ad Henry Lefebvre quando ci aiutava a scorgere
il nuovo che c’è in alcune utopie, a non farci risucchiare nelle pratiche
dominanti, ma dalla pratica della vita quotidiana. La natura del capitale è il
possedere. Noi vogliamo vivere in città diverse perché vogliamo essere persone
diverse, con relazioni sociali diverse, con rapporti con la natura differenti.
Vogliamo avere anche valori estetici per riprenderci lo spazio pubblico e con
questo la città.
Per questo vi ringrazio
per essere con voi: con voi attivisti, ricercatori ed artisti. Sono con voi in
uno spazio occupato in questo quartiere che mi avete detto essere stato ed
essere resistente. Sono con voi al Valle Occupato, un luogo non invaso dai
barbari.