-Gigi Roggero- Note sul weekend maranza
Nelle ultime settimane di mobilitazione e conflittualità in Italia le manifestazioni hanno assunto - scrive Gigi Rogero - "caratteri inediti". Sul tema il direttore editoriale di DeriveApprodi ha proposto su Machina "alcuni elementi di riflessione", ricollocandole «nel contesto delle metropoli globali, da Parigi a Londra, fino a Los Angeles, attraversate da forme di rivolta che si diffondono anche attraverso il contagio comunicativo dei social network». Ed è a partire da qui che Roggero pone una questione politica centrale: «le forme di conflittualità caotica hanno sempre fatto parte della storia della lotta di classe, ma in passato, in modi differenti a seconda dei cicli storici, esisteva un soggetto capace di attrarre, scomporre, ricomporre e risignificare questi "sciami caotici". Oggi quel soggetto non c’è più. È ancora possibile costruirlo oppure è necessario ripensare radicalmente le forme dell'organizzazione politica?»
Nell’era definita postindustriale, postfordista o
postmoderna, ci hanno spiegato i sociologi, i marchi cessano di essere semplici
etichette che definiscono le gerarchie di prezzo delle merci. Diventano brand
in cui immedesimarsi, loghi distintivi, stili di vita. Perché gli stessi stili
di vita sono diventati una merce. Non stai comprando un’auto, una maglia, un
mobile: stai acquistando un modo di esistere. Quante volte l’avete sentita risuonare
questa formula nelle pubblicità?
Attenzione: non si tratta solo di bisogni indotti, come si
diceva nel vetusto lessico marxista. Si tratta della cattura di comportamenti
sociali e loro traduzione nella forma della merce. A partire dagli anni
Ottanta, ad esempio, le grandi multinazionali dell’abbigliamento hanno
cominciato a sguinzagliare per le periferie americane e i campetti di basket
dei quartieri popolari degli osservatori da loro pagati. Cool hunter, si
chiamavano, letteralmente cacciatori di tendenze. Mimetizzati da spettatori o
passanti, avevano il compito di catturare degli stili di abbigliamento prodotti
dagli stessi ragazzi e tra di loro ricorrenti, alla moda, fichi.
Tra portare i pantaloni a vita bassa e le scarpe senza lacci,
oppure assaltare i poliziotti e saccheggiare un negozio, la differenza è
valoriale: giusto o sbagliato, bene o male, socialmente accettato o no. Se
invece ci poniamo dal punto di vista dell’espressione di comportamenti che
diventano tendenze, la differenza scompare: sono comportamenti gli uni e lo
sono gli altri, e spesso magari si tratta delle stesse persone. Non è un caso
che nel weekend maranza a Milano gli store più appetiti siano stati quelli con
i capi di abbigliamento Adidas, Nike et similia. Esattamente le multinazionali
che, con i loro cool hunter, catturavano, impacchettavano e vendevano le
tendenze. Messa in questa prospettiva, si potrebbe dire che i maranza si sono
presi il compenso per il lavoro gratuito quotidianamente offerto dai loro stili
di vita. Ma questa affermazione, oggettivamente dimostrabile, non lo è
soggettivamente, perché equivarrebbe ad attribuire alle razzie un significato
che non hanno.
Limitiamoci a una constatazione più sobria. Bello o brutto
che sia, il weekend maranza conduce l’Italia dentro i flussi delle metropoli
globali. Le immagini di Milano – per antonomasia l’unica vera metropoli della
penisola – non vi ricordano quelle che avete visto a Londra nel 2011, o a più
riprese nelle banlieue francesi, o ancora quelle che da diversi decenni si
riproducono negli Stati Uniti, da New York a Los Angeles? E che da lì si
diffondono, per contagio comunicativo, nelle città e nei centri urbani più
piccoli. Come a dire: vi piacciono le tendenze delle merci globali? E allora
aspettatevi anche le tendenze dei riot globali, che viaggiano alla velocità dei
social network, e a suon di selfie iconici creano immaginario, riproducibilità,
organizzazione istantanea dell’evento.
Evitiamo qui di sottolineare la banalità delle enormi
differenze tra Milano, Parigi, Londra o Los Angeles. Quello che ci pare materia
di riflessione è che i soggetti delle rivolte portano alle estreme conseguenze
quella libertà che, dagli anni Ottanta, costituisce il mantra del capitalismo
neoliberale. E portandola alle estreme conseguenze, cioè saccheggiandola, la
inflazionano, la fanno tracimare, ne disvelano l’imbarazzante nocciolo di
mistificazione. Non sono quindi un semplice prodotto del contesto sistemico, ma
al contempo sono produttori innovativi e talora eccedenti di quel contesto.
Insomma: tra l’autoimprenditore della start-up e l’autoimprenditore del
saccheggio la differenza è, ancora una volta, valoriale e non sostanziale:
entrambi desiderano soldi e merci, praticando il do it yourself. E chissà se
qualche cool hunter non abbia già suggerito il marchio riot o looting come
scommessa su cui investire. È il mercato, bellezza.
Probabilmente alcuni troveranno in queste considerazioni
eccessiva empatia rispetto a quello che è accaduto, altri all’opposto eccessiva
lontananza. Il punto è che gli uni e gli altri ragionano attraverso categorie
che si sono dissolte, e non certo nell’ultimo weekend. Si può infatti
condannare o esaltare, indignarsi o giustificare. Non cambia niente, perché
all’oggi né gli uni né gli altri – al pari di chi scrive, ovviamente – hanno
alcuna possibilità di incidere. Siamo tutti spettatori di trending topic che
durano lo spazio di una giornata, sprigionando una potenza straordinaria
ancorché effimera.
Il governo Meloni fa il suo sporco lavoro e traccia una
continuità tra le manifestazioni studentesche e i saccheggi, per mandare la
polizia ed agitare le manette. Che poi serva a qualcosa è dubbio, ma tra poco
si va a votare e il bravo cittadino si deve sentire rassicurato. Del resto,
come i maranza anche la politica viaggia per trending topic. A sinistra ci si
affretta nel prendere le distanze, oppure a sinistra della sinistra nel
prendere le distanze da chi prende le distanze. Qui pure, in forma rovesciata
rispetto alla destra, si cerca di mascherare l’impotenza con l’ideologia. È
chiaro che gli studenti che manifestano e i maranza che saccheggiano sono tutti
giovani, pezzi di una generazione a cui è stato cancellato il futuro,
precarizzato il presente, riscritto il passato. E tuttavia non vivono le stesse
condizioni, né esprimono gli stessi comportamenti. Lo studente che manifesta
per riaprire le porte del proprio futuro e il maranza che saccheggia per
festeggiare «il miglior compleanno della mia vita», non condividono lo stesso
orizzonte temporale.
Tra il 2005 e il 2006 in Francia, in modo quasi sincronico,
ci furono le rivolte nelle banlieue e le lotte studentesche contro il Cpe
(contratto di primo impiego). I due conflitti furono paralleli, con quasi
nessun punto di contatto. O, qualcuno fece notare ironicamente, la tangenza era
segnata dai ragazzini delle periferie che andavano a rubare il portafoglio ai
coetanei che manifestavano in centro. Un collettivo italiano, carico di
bandiere e ideologia, partì per le banlieue al grido di «proletari di tutto il
mondo, unitevi!». Accadde quello che era inevitabile accadesse: tornarono solo
con bandiere e ideologia, che da un bel pezzo cool non lo sono più e dunque non
vale neppure la pena di rubarle.
Da allora sono passati vent’anni, molte delle condizioni di
contesto sono cambiate, la guerra in generale e la guerra ai giovani in
particolare non è più solo metaforica ma maledettamente concreta. Si potrebbe
inoltre obiettare che forme di violenza e conflittualità caotica fanno
inestricabilmente parte della storia della lotta di classe, con buona pace di
chi si appella al dogma idealistico-religioso della «coscienza», o distingue la
santità del proletariato dalla canaglia dei sottoproletari. L’obiezione è
corretta, il problema però è che in passato si costituiva – in modo diverso di
ciclo in ciclo – un soggetto in grado di essere una linea di forza capace di
attrarre, scomporre, ricomporre e risignificare gli sciami caotici. Oggi questo
soggetto non c’è, e la domanda – questa sì, epocale – è se ci possa ancora
essere, ovvero se sia necessario ragionare politicamente in termini
completamente differenti.
Stiamo sostenendo l’ineluttabilità di ciò che avviene,
l’impossibilità della mutazione, l’accettazione di un destino già scritto?
Niente affatto. E anche se non esistessero che flebili possibilità di un
rapporto di minoranza, dobbiamo scommettere politicamente su quelle. Il nodo,
però, è come farlo. Tuffarsi ideologicamente nel caos della cronaca temiamo
serva poco, osiamo affermare niente. Provare a comprendere, questo possiamo
fare. È il rovesciamento dell’XI tesi su Feuerbach? Può darsi, ma il mondo va
afferrato ogni volta da capo se si vuole trasformarlo per davvero.