Appunti sulla mobilitazione degli studenti francesi
Da "Officina Primo Maggio" rilanciamo la traduzione di un’analisi che - così come sottolinea OPM - "ci è sembrata tra le migliori delle lotte degli studenti delle scuole francesi, anche se ormai la situazione si è andata via via sviluppando fino alla grandiosa manifestazione di sabato 17 ottobre, sulla quale abbiamo raccolto le prime impressioni di chi l’ha vissuta. Era stata indetta da tempo e aveva come ragione di fondo l’aggravarsi della condizione di vita a seguito dell’inflazione. Nel frattempo però scoppia, inattesa e soprattutto imprevedibile nelle modalità e nella composizione, la lotta nelle scuole e per la scuola, contro un sistema d’istruzione scandalosamente classista. La violenza con cui la polizia si scaglia contro ragazzi tredicenni fa scattare la reazione d’insegnanti e genitori, con un fronte che si allarga e un’eco internazionale che si estende da Bruxelles alla Spagna all’Italia. Terzo passaggio: entrano in scena gli studenti universitari. A differenza delle lotte degli scolari, che colgono forze dell’ordine e sistema politico impreparati, l’università offre metodi di reazione collaudati, almeno dal 2018, per impedire le occupazioni: la serrata. Appena i rettori vedono delle mobilitazioni di studenti dichiarano sospese le attività didattiche.
Così è avvenuto anche nelle settimane scorse con intensità diverse da ateneo a ateneo. Alcuni docenti che volevano solidarizzare con gli studenti hanno preferito farlo nei loro corsi trasformando la lezione in discussione aperta, in certi casi qualche rettore ha rinunciato alla serrata consentendo lo svolgersi di assemblee. Interpellati sulla loro strategia, dei rappresentanti studenteschi hanno detto che l’obbiettivo era quello di “tenere duro” fino al 17 ottobre, nella speranza di vedere riapparire la componente gilets jaunes. Poi arriva il 17 ottobre e tutte queste spinte convogliano in un’unica manifestazione. Nessuno se la può intestare. Partenza alle 14 da Place de la République, alle 11 la piazza è già piena e non ci si può più entrare, il percorso fino a Place Clichy invade i boulevards e tutte le vie parallele. Una fiumana di proporzioni viste raramente ma altrettanto nutrita la componente che dà l’assalto ai negozi, ai supermercati, ai tabaccai, ai negozi d’abbigliamento. La polizia completamente incapace di riprendere il controllo o di difendere l’Eliseo se qualcuno avesse voluto attaccarlo".Queste le prime impressioni - scrive la Red. OPM -, ci vorrà tempo per tentare un bilancio, ma soprattutto è estremamente difficile azzardare previsioni sugli sviluppi futuri. Ci sembra comunque pienamente confermato il giudizio che avevamo dato parlando di Germania. Il problema oggi oper i popoli europei non è l’estrema destra, non è Marina Le Pen è Macron, non è l’AfD è Merz, non è la Meloni è il modello del capitalismo italiano, quello che in altra parte della nostra newsletter abbiamo cercato di caratterizzare attraverso le pratiche di paraschiavismo_
Ci sono voluti quindi gli studenti delle scuole superiori per uscire da quello strano stato di letargia che rischiava di sopraffarci col passare dei mesi. A forza di aspettare le elezioni della prossima primavera, di osservare l’estrema destra che galoppava in testa nei sondaggi, la guerra che si estendeva, il genocidio del popolo palestinese che continuava, le nostre condizioni di vita – lavoro, scuola, alloggio, tempo libero – che peggioravano al ritmo della congiuntura economica nazionale e internazionale. Mesi trascorsi a osservare la sinistra radicale condurre la battaglia sul terreno istituzionale, senza sapere bene cosa fare, quale posizione assumere, come partecipare allo scontro. È stato necessario aspettare loro perché le università si risvegliassero. E, soprattutto, per vedere nascere il movimento che non ci aspettavamo: quello che sintetizza tutte le lotte degli ultimi anni, dai Gilet Gialli alle rivolte per Nahel, dalle mobilitazioni sindacali contro la riforma delle pensioni al movimento di solidarietà per la Palestina.
Perché, se ci sarebbero moltissime cose da dire su questo movimento degli studenti delle scuole superiori e ora anche universitari iniziato a metà settembre – la creatività, l’intelligenza collettiva, il coraggio, il senso dell’ironia necessario a qualsiasi critica al potere un po’ seria –, la prima è senza dubbio il modo in cui sembra condensare da solo la sequenza di mobilitazioni degli ultimi dieci anni. La sua composizione sociale è certamente specifica: si tratta per il momento di un movimento di giovani, nato nelle periferie e i cui protagonisti sono in gran parte minorenni, molti dei quali provenienti da contesti migratori, che si sono mobilitati perché le loro condizioni di studio e di vita non erano più accettabili, poiché la soglia di tolleranza delle ingiustizie subite, o osservate, era stata ampiamente superata. Ma la sua composizione politica, come avrebbero detto i vecchi operaisti italiani, è ben più complessa di così: porta in sé la stratificazione soggettiva di un decennio di lotte che ha visto soggetti a prima vista molto diversi tra loro – sindacalisti, Gilet Gialli, giovani rivoltosi non bianchi – combattere a turno, raramente insieme, raramente con gli stessi slogan e le stesse pratiche. È la famosa frammentazione delle lotte, quella a cui si dovrebbe porre rimedio grazie a una strategica e necessaria «convergenza». Eppure, basta recarsi oggi davanti a un blocco davanti a un liceo o a una manifestazione per ritrovare l’intera allegra truppa rappresentata, negli slogan, nelle pratiche o nei codici estetici: i Gilet Gialli, che hanno conosciuto da bambini, quando a volte manifestavano nei cortili delle scuole cantando «Macron dimettiti», riappaiono tra bandiere tricolori, blocchi stradali e la Marsigliese tornata a essere un inno di battaglia. Le rivolte per Nahel, assassinato dalla polizia nel 2023 a Nanterre, emergono attraverso l’estetica da rivolta e gli slogan contro le violenze della polizia. Anche le mobilitazioni contro la riforma delle pensioni hanno lasciato il segno, e quelle contro il genocidio a Gaza hanno riempito i blocchi stradali e le manifestazioni degli studenti delle scuole superiori di bandiere palestinesi, con grande disperazione dei sionisti di ogni orientamento che vi vedono l’ombra della France Insoumise, che cercano di dipingere come la forza occulta del movimento, per screditare al contempo sia la mobilitazione dei giovani sia il partito politico, ampiamente sostenuto dai giovani mobilitati ma ben lungi dall’esserne l’iniziatore o dall’esercitarvi alcun controllo. Ogni volta che prendono la parola, i ragazzi smentiscono magnificamente questa ridicola narrazione. Il livello di politicizzazione è impressionante. Si rimane a bocca aperta di fronte alla qualità dei loro interventi, in televisione, al megafono o al microfono di un influencer di stampo fascista che non ha saputo reggere il confronto: chiari, politici ma non dogmatici, divertenti, precisi. Nel dimenticatoio della storia finiscano tutti i profeti di sventura che pontificavano su una generazione rovinata dai social network e dall’intelligenza artificiale, atomizzata e individualista! Perché altri due aspetti vanno sottolineati: il carattere fortemente egualitario delle rivendicazioni – si vuole una scuola migliore e la si vuole per tutti – e, soprattutto, il carattere non difensivo della mobilitazione: non si esige il ritiro di una riforma né il semplice aumento di un bilancio, ma una vita migliore, un’istruzione migliore, prospettive per il futuro, ma anche più tempo per il presente, per vivere qui e ora. E non importa ciò che voi (le generazioni precedenti) avete accettato, è un problema vostro.
Ci troviamo quindi di fronte a una generazione iperpoliticizzata, solidale e ambiziosa. E una generazione capace anche, per il momento, di rivolgersi a mondi diversi – le periferie, da cui è partita la mobilitazione, e i centri città, che hanno seguito poco dopo – e a frazioni di classe (quella dei gilet gialli, di cui tutti sembrano attendere con impazienza l’arrivo il 17 ottobre, quella che si è mobilitata contro la riforma delle pensioni, e quella che si è ribellata contro le violenze della polizia) che finora sembravano avere difficoltà a capirsi, e ancor più a muoversi insieme.
Il potenziale in termini di ricomposizione politica è quindi enorme, ma nulla è scontato. Tre tipi di problemi sembrano caratterizzare questa fase.
Il primo riguarda «noi», un «noi» ampio, composto da comunisti, autonomi e organizzazioni del movimento sociale. Come aiutare questo movimento a rafforzarsi, ad espandersi, senza imporgli un cambiamento di natura? Come aiutarlo a superare le difficoltà senza dettargli un ritmo, ma anche pratiche (siano esse non violente, sindacali o di rivolta) e slogan contro la sua natura? Come intervenire senza sostituirci ai giovani, quindi, ma soprattutto come farlo favorendo incontri che ne rafforzino la forza piuttosto che alterarne la natura? In questo senso, bisognerà fare tesoro anche dei successi, ma soprattutto dei fallimenti che abbiamo vissuto durante il movimento dei Gilet Gialli.
Il secondo ordine di problemi è caratteristico dei movimenti degli ultimi dieci o quindici anni e riguarda la questione dell’organizzazione. Tradizionalmente, i movimenti liceali sono quelli meno strutturati dalle organizzazioni. Ciò è tanto più vero per questo movimento, che è sbocciato dieci anni dopo il 2016, ovvero dieci anni dopo che la svolta autonoma, sullo sfondo di un Partito Socialista moribondo, ha accelerato l’implosione delle organizzazioni liceali e studentesche senza… sostituirle con nulla.
Certo, La France Insoumise con l’Union étudiante e l’USL, ma anche Révolution Permanente e altre organizzazioni, cercano di colmare le lacune. Resta il fatto che la gioventù raramente è stata così poco organizzata in modo formale. E ciò presenta le classiche ambivalenze dei movimenti contemporanei: aspetti di forza – la ricomposizione che il movimento opera tra i diversi soggetti in lotta è in parte resa possibile proprio da questa assenza di struttura organizzativa. D’altra parte, però, si pone ancora una volta la questione della sostenibilità del movimento se non riuscirà a dotarsi di infrastrutture proprie.
Il terzo ordine di problemi riguarda il contesto particolare: la saturazione della vita politica da parte della dinamica elettorale a partire dal 2024 e lo scioglimento. Da quando lo scontro si è in qualche modo spostato dalle strade all’Assemblea, ecco il primo movimento capace di emergere dalla strada, di occupare il dibattito politico nazionale e persino di riportarvi i deputati. Se la sua composizione è nuova, lo è anche il suo modo di esistere, e resta da indagare: quale rapporto intrattiene con la lotta elettorale? Quali divisioni di classe attraversano la sua composizione in questo senso? E ancora: siamo di fronte a una ripetizione del ’68, che testimonia una nuova frattura intergenerazionale, ma che potrebbe sfociare in un voto di destra, dopo quindici anni di sinistra e di liberalizzazione della società?
Ciò che è in gioco oggi va, in definitiva, oltre il destino immediato del movimento studentesco: forse si sta delineando una nuova ricomposizione politica, a partire da una nuova generazione e al termine di oltre dieci anni di lotte. Resta da vedere se saprà trovare le proprie forme di organizzazione, se saprà trasformare questa energia in una forza duratura, dando vita a contro-poteri. E, per noi, resta da vedere come contribuire a ciò senza lasciarci andare ai vecchi riflessi militanti che consistono nel voler organizzare il movimento prima ancora di cercare di capire ciò che sta producendo.
fonte::officinaprimomaggio.eu
