sabato 24 ottobre 2026

SORVEGLIARE, “SPEDIRE” E PUNIRE


La destra e la guerra alla povertà. La marginalità giovanile criminalizzata, la sofferenza psichiatrizzata e la soluzione di Nordio: ampliare le carceri minorili_

«Ho quattordici anni e guardo fuori dalla finestra. Una finestra nuova, in una casa nuova, in un paese nuovo. Contro la mia spalla preme quella di mio fratello, un poco più in alto della mia. Guardiamo fuori come se fossimo ipnotizzati. In quest’orizzonte sconosciuto non cerchiamo di capire le strade, distinguere il profumo dell’aria o cogliere qualsiasi altro segnale ci faccia toccare con mano quanto siamo lontani dal nostro mondo, l’Ecuador, quello che abbiamo appena lasciato. No. Quello che noi cerchiamo sono le persone. Ragazzi della nostra età, amici con cui condividere almeno un bel pezzo delle ore di ogni giornata. Invece fuori c’è il deserto. Mi dico che è ancora presto, in fondo è solo il primo giorno, allora aspetto una settimana, poi due, poi perdo il conto del tempo. Siamo arrivati con la mamma a Tradate, un paesino vicino a Varese, e io riesco solo a chiedermi se il problema qui sia se i ragazzi non escano o se invece non ci siano proprio. La mamma dice che dobbiamo stare qui solo se vogliamo, altrimenti possiamo tornare dalla nonna, da papà, dalle zie, a casa insomma. A lei importa solo che siamo felici. Io e mio fratello grande siamo perplessi, indecisi, quello piccolo non conta, a lui interessa solo stare con la mamma. A casa era tutto diverso, da noi in ogni quartiere c’è un campo per giocare a basket, o a calcio, ed è sempre pieno di bella gente. Se tu non sai cosa fare, basta che vai lì, trovi la tua compagnia, i tuoi amici, e il pomeriggio passa. Penso e ripenso al discorso della mamma e mi rendo conto che alla nostra età ognuno ha già i suoi amici, ha già scelto la sua gente. Io qui, in Italia, sono nuovo e soprattutto non capisco niente di questa lingua anche se somiglia così tanto alla mia: pure se mi ci concentro non trovo il senso di nessuna parola».

(David, in Claudio Burgio e Domenico Zingaro, Ragazzi cattivi. Le nostre storie, Giunti, 2014, capitolo «David»)


______________

 

Ieri, dopo le parole di Carlo Nordio sulle carceri minorili ho ritrovato il PDF di questo preziosissimo libro e mi sono messa a rileggerne le storie. Chissà che fine avranno fatto questi ragazzi, 12 anni dopo. Mi sono soffermata, come sempre, su una circostanza apparentemente insignificante. David, appena arrivato in Italia dall’Ecuador, cercava qualcuno con cui giocare. Aveva quattordici anni e guardava fuori dalla finestra insieme al fratello aspettando di vedere altri ragazzi. Mi chiedo se riusciamo ancora a comprendere quanto possa essere devastante, per un adolescente, il sentimento di estraneità che nasce quando nessuno ti riconosce nel luogo in cui vivi, senza punti di riferimento né parenti, quando persino le parole degli altri ti arrivano addosso come suoni indecifrabili e cominci lentamente a convincerti che, per trovare un posto in mezzo a loro, dovrai diventare qualcun altro. David racconterà di aver perso due anni scolastici, il primo per le difficoltà con la lingua, il secondo perché ormai, dice lui, erano gli italiani a continuare a fraintenderlo. Alla fine incontrerà alcuni ragazzi ecuadoriani che appartenevano ai Neta, una banda, unico luogo nel quale troverà quel senso di appartenenza che aveva cercato invano. E così arriveranno le risse, le rapine e infine l’arresto al Beccaria, il carcere minorile di Milano. Il libro da cui ho tratto la sua testimonianza contiene sette storie vere raccontate in prima persona da ragazzi passati attraverso esperienze di marginalità e giustizia minorile. In quelle pagine la delinquenza ha un nome e un corpo. Attraverso il racconto si può scoprire “come” si diventa criminali e che non si nasce affatto “cattivi”. Prima di diventare un giovane detenuto David è stato un bambino portato via dalla sua terra e che cercava amici, e mi piacerebbe che ce lo ricordassimo quando un ministro della Giustizia parla con tanta disinvoltura della necessità di «spedire dietro le sbarre questi minori violenti».

 

Il verbo «spedire» mi ha turbata, lo ammetto. Nordio, ministro della Giustizia di un ministero che di giusto, purtroppo, non ha nulla, lo ha detto in un’intervista a Sky TG24 a proposito degli arresti di giovanissimi dopo i disordini verificatisi a Milano e in altre città. Ha spiegato che il sistema penitenziario minorile è in sofferenza e che il governo sta valutando di ampliarne la capienza, ricorrendo eventualmente anche a sezioni degli istituti destinati agli adulti. L’idea, insomma, è che davanti all’aumento dei giovani detenuti, a causa di politiche via via più repressive, si debba provvedere anzitutto a trovare nuovi posti dove rinchiuderli. Sono certa che buona parte della popolazione sia d’accordo. Solo ieri ho letto centinaia di commenti sul tenore di “spedirli e buttare via la chiave”; “non devono più uscire”, ecc. Ho citato solo quelli senza insulti. Ma ciò che mi colpisce veramente è la naturalezza di questo ragionamento. Io credo che la prospettiva di recludere il futuro sia il più grande fallimento che una società possa concepire. Assistiamo a “vecchi” politici che decidono di rinchiudere il cambiamento e i loro errori politici solo per mantenere i loro privilegi. Sono persone che hanno già deciso, con il decreto Caivano del 2023, di ampliare le possibilità di ricorso alla custodia cautelare e ristretto l’accesso alla messa alla prova per determinati reati. Secondo l’ottavo rapporto di Antigone sulla giustizia minorile, i giovani presenti negli istituti penali minorili erano 381 alla fine del 2022 e 572 alla fine del 2025. Un incremento prossimo al cinquanta per cento. Il governo attribuisce questa crescita soprattutto all’aggravamento della criminalità giovanile. Antigone la pensa diversamente. Quando i reati calano e le persone in carcere aumentano, qualcosa non torna.

 

Trovo osceno che sia proprio uno Stato incapace di assicurare a tanti giovani condizioni di vita accettabili a presentarsi poi come giudice delle loro insufficienze. Attenzione, non sto negando che ci siano responsabilità individuali e che in qualche modo ci sia necessità di una rieducazione. Ma responsabilità individuale convive con quella delle istituzioni che intervengono quando ormai l’esclusione ha già prodotto conseguenze gravissime. Il rapporto di Antigone contiene numeri interessanti. Nel 2025 gli “stranieri” costituivano il 23,14 per cento dei giovani seguiti dai servizi della giustizia minorile, eppure rappresentavano il 46,03 per cento degli ingressi negli istituti penali minorili. L’associazione osserva che i reati loro attribuiti sono mediamente meno gravi rispetto a quelli contestati ai coetanei italiani e individua, fra le cause di questa disparità, le difficoltà di accesso alle misure alternative per chi è privo di una rete familiare o sociale adeguata. Già questo dovrebbe farci comprendere quanto la condizione economica possa incidere sul trattamento penale. Il carcere accoglie anche coloro per i quali è più difficile predisporre una soluzione diversa. La disuguaglianza che già precede i reati e che quasi sempre dipende da condizioni di povertà e/o marginalità continua così a operare anche dentro l’istituzione della giustizia, non a caso incarnata da una persona come Nordio.

 

L’ultimo fattore, quello che personalmente mi inquieta di più, perché comunque provengo dal settore sanitario, riguarda la facilità con cui abbiamo imparato a leggere il malessere giovanile attraverso categorie psichiatriche. Provo a spiegarvi perché. Viviamo in una società capace di produrre sofferenza in misura considerevole, però abbiamo sviluppato un’abilità straordinaria nel ricondurre tutto a un problema di funzionamento individuale. Qualche volta può essere così, ma non è possibile che sia “sempre” così. Il ragazzo che manifesta comportamenti ingestibili viene immediatamente classificato ed esaminato, eventualmente sedato. Sia chiaro, esistono disturbi psichiatrici che richiedono cure appropriate e farmaci indispensabili, ma non sempre la malattia mentale ha cause genetiche o legate alla famiglia. Mi interessa il criterio con cui la sofferenza viene interpretata, soprattutto quando riguarda persone sottoposte a condizioni estreme di deprivazione. Sempre Antigone ha documentato che al Beccaria, fra il 2020 e il 2024, l’utilizzo di antipsicotici e benzodiazepine è aumentato del 110 per cento. Un dato che, se lo prendessimo isolatamente, lascerebbe aperte molte domande sulle indicazioni cliniche e sulle condizioni della popolazione detenuta. Tuttavia, se lo leggiamo insieme al sovraffollamento e alle difficoltà denunciate negli istituti, dovrebbe indurci a esaminare con severità il rapporto fra trattamento sanitario e necessità di contenimento. Il rischio, già documentato da migliaia di libri e studi, che l’assistenza psichiatrica venga subordinata alle esigenze disciplinari è sempre molto alto. A me sembra più psicotico lo stato di chi si ribella a tutto questo.

 

Definisco psicotico, in senso politico e metaforico, un ordine sociale che pretende dai propri membri un adattamento continuo a condizioni che contribuiscono a farli ammalare e considera patologica la loro incapacità di sopportarle. La diagnosi può trasformarsi nel luogo dove vengono depositate le contraddizioni collettive, rendendo superflua un’indagine sociologica o epidemiologica sulle condizioni che le alimentano. Lo Stato possiede inoltre gli strumenti per intervenire direttamente sui comportamenti considerati pericolosi, stabilendo chi debba essere sorvegliato, quali restrizioni applicare e soprattutto quando sia necessario ricorrere alla segregazione. L’inasprimento penale e la medicalizzazione indiscriminata della sofferenza possono così concorrere a trasformare un problema umano e sociale in una questione di governabilità e di biopolitica. In questo modo la vita concreta di un adolescente, con le sue possibilità ancora aperte, rischia di essere ridotta alla somma dei comportamenti che le istituzioni intendono correggere.

 

Mi domando allora quale idea di infanzia e di adolescenza alberghi in una classe politica che continua a rispondere alla marginalità con un’espansione degli strumenti repressivi. Non solo non c’è un’idea, ma c’è solo punizione verso ciò che non si comprende ed è marginale, marginalità che loro stessi creano. Ho l’impressione che stiamo lentamente rinunciando alla capacità di riconoscere un ragazzo dietro i suoi comportamenti, di comprendere quanto la sua vita sia stata condizionata da circostanze sulle quali aveva pochissimo potere e quanto possa ancora cambiare. E quando rileggo la storia di David, ripenso alla distanza che separa quella finestra del suo primo giorno in Italia dal carcere del Beccaria. A ciò che è accaduto nel frattempo. Penso alle persone che avrebbe potuto incontrare senza aver bisogno di una banda per sentirsi accolto, penso anche a una scuola nella quale sarebbe riuscito a sentirsi compreso. Sono possibilità che non ha avuto. Non so se avrebbero cambiato il suo destino. Ma sono proprio le possibilità a interessarmi quando parliamo di adolescenti. La loro esistenza è ancora largamente incompiuta, esposta al caso degli incontri e alla qualità delle relazioni che riescono a costruire. Mi addolora pensare che il nostro governo, davanti a questa materia umana ancora così aperta, sappia soprattutto progettare nuove celle.

 

«Tutto quello che c’è stato dopo credo sia nato da lì, credo sia stato un tentativo di cancellare quel deserto che stavamo fissando come ipnotizzati, o almeno di trovare un’oasi lì dentro, un posto qualunque da riuscire a chiamare «casa», almeno per un po’. Perché in fondo nessuno ha mai visto un albero crescere nel deserto». (David)


laviniamarchetti