La destra e la guerra alla povertà. La marginalità
giovanile criminalizzata, la sofferenza psichiatrizzata e la soluzione di
Nordio: ampliare le carceri minorili_(David, in Claudio Burgio e Domenico Zingaro, Ragazzi cattivi. Le nostre storie, Giunti, 2014, capitolo «David»)
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Ieri, dopo le parole di Carlo Nordio
sulle carceri minorili ho ritrovato il PDF di questo preziosissimo libro e mi
sono messa a rileggerne le storie. Chissà che fine avranno fatto questi
ragazzi, 12 anni dopo. Mi sono soffermata, come sempre, su una circostanza
apparentemente insignificante. David, appena arrivato in Italia dall’Ecuador,
cercava qualcuno con cui giocare. Aveva quattordici anni e guardava fuori dalla
finestra insieme al fratello aspettando di vedere altri ragazzi. Mi chiedo se
riusciamo ancora a comprendere quanto possa essere devastante, per un
adolescente, il sentimento di estraneità che nasce quando nessuno ti riconosce
nel luogo in cui vivi, senza punti di riferimento né parenti, quando persino le
parole degli altri ti arrivano addosso come suoni indecifrabili e cominci
lentamente a convincerti che, per trovare un posto in mezzo a loro, dovrai
diventare qualcun altro. David racconterà di aver perso due anni scolastici, il
primo per le difficoltà con la lingua, il secondo perché ormai, dice lui, erano
gli italiani a continuare a fraintenderlo. Alla fine incontrerà alcuni ragazzi
ecuadoriani che appartenevano ai Neta, una banda, unico luogo nel quale troverà
quel senso di appartenenza che aveva cercato invano. E così arriveranno le
risse, le rapine e infine l’arresto al Beccaria, il carcere minorile di Milano.
Il libro da cui ho tratto la sua testimonianza contiene sette storie vere
raccontate in prima persona da ragazzi passati attraverso esperienze di marginalità
e giustizia minorile. In quelle pagine la delinquenza ha un nome e un corpo.
Attraverso il racconto si può scoprire “come” si diventa criminali e che non si
nasce affatto “cattivi”. Prima di diventare un giovane detenuto David è stato
un bambino portato via dalla sua terra e che cercava amici, e mi piacerebbe che
ce lo ricordassimo quando un ministro della Giustizia parla con tanta
disinvoltura della necessità di «spedire dietro le sbarre questi minori
violenti».
Il verbo «spedire» mi ha turbata, lo
ammetto. Nordio, ministro della Giustizia di un ministero che di giusto,
purtroppo, non ha nulla, lo ha detto in un’intervista a Sky TG24 a proposito
degli arresti di giovanissimi dopo i disordini verificatisi a Milano e in altre
città. Ha spiegato che il sistema penitenziario minorile è in sofferenza e che
il governo sta valutando di ampliarne la capienza, ricorrendo eventualmente
anche a sezioni degli istituti destinati agli adulti. L’idea, insomma, è che
davanti all’aumento dei giovani detenuti, a causa di politiche via via più
repressive, si debba provvedere anzitutto a trovare nuovi posti dove
rinchiuderli. Sono certa che buona parte della popolazione sia d’accordo. Solo
ieri ho letto centinaia di commenti sul tenore di “spedirli e buttare via la chiave”;
“non devono più uscire”, ecc. Ho citato solo quelli senza insulti. Ma ciò che
mi colpisce veramente è la naturalezza di questo ragionamento. Io credo che la
prospettiva di recludere il futuro sia il più grande fallimento che una società
possa concepire. Assistiamo a “vecchi” politici che decidono di rinchiudere il
cambiamento e i loro errori politici solo per mantenere i loro privilegi. Sono
persone che hanno già deciso, con il decreto Caivano del 2023, di ampliare le
possibilità di ricorso alla custodia cautelare e ristretto l’accesso alla messa
alla prova per determinati reati. Secondo l’ottavo rapporto di Antigone sulla
giustizia minorile, i giovani presenti negli istituti penali minorili erano 381
alla fine del 2022 e 572 alla fine del 2025. Un incremento prossimo al
cinquanta per cento. Il governo attribuisce questa crescita soprattutto
all’aggravamento della criminalità giovanile. Antigone la pensa diversamente.
Quando i reati calano e le persone in carcere aumentano, qualcosa non torna.
Trovo osceno che sia proprio uno
Stato incapace di assicurare a tanti giovani condizioni di vita accettabili a
presentarsi poi come giudice delle loro insufficienze. Attenzione, non sto
negando che ci siano responsabilità individuali e che in qualche modo ci sia necessità
di una rieducazione. Ma responsabilità individuale convive con quella delle
istituzioni che intervengono quando ormai l’esclusione ha già prodotto
conseguenze gravissime. Il rapporto di Antigone contiene numeri interessanti.
Nel 2025 gli “stranieri” costituivano il 23,14 per cento dei giovani seguiti
dai servizi della giustizia minorile, eppure rappresentavano il 46,03 per cento
degli ingressi negli istituti penali minorili. L’associazione osserva che i
reati loro attribuiti sono mediamente meno gravi rispetto a quelli contestati
ai coetanei italiani e individua, fra le cause di questa disparità, le
difficoltà di accesso alle misure alternative per chi è privo di una rete
familiare o sociale adeguata. Già questo dovrebbe farci comprendere quanto la condizione
economica possa incidere sul trattamento penale. Il carcere accoglie anche
coloro per i quali è più difficile predisporre una soluzione diversa. La
disuguaglianza che già precede i reati e che quasi sempre dipende da condizioni
di povertà e/o marginalità continua così a operare anche dentro l’istituzione
della giustizia, non a caso incarnata da una persona come Nordio.
L’ultimo fattore, quello che
personalmente mi inquieta di più, perché comunque provengo dal settore
sanitario, riguarda la facilità con cui abbiamo imparato a leggere il malessere
giovanile attraverso categorie psichiatriche. Provo a spiegarvi perché. Viviamo
in una società capace di produrre sofferenza in misura considerevole, però
abbiamo sviluppato un’abilità straordinaria nel ricondurre tutto a un problema
di funzionamento individuale. Qualche volta può essere così, ma non è possibile
che sia “sempre” così. Il ragazzo che manifesta comportamenti ingestibili viene
immediatamente classificato ed esaminato, eventualmente sedato. Sia chiaro,
esistono disturbi psichiatrici che richiedono cure appropriate e farmaci
indispensabili, ma non sempre la malattia mentale ha cause genetiche o legate
alla famiglia. Mi interessa il criterio con cui la sofferenza viene
interpretata, soprattutto quando riguarda persone sottoposte a condizioni
estreme di deprivazione. Sempre Antigone ha documentato che al Beccaria, fra il
2020 e il 2024, l’utilizzo di antipsicotici e benzodiazepine è aumentato del
110 per cento. Un dato che, se lo prendessimo isolatamente, lascerebbe aperte
molte domande sulle indicazioni cliniche e sulle condizioni della popolazione
detenuta. Tuttavia, se lo leggiamo insieme al sovraffollamento e alle
difficoltà denunciate negli istituti, dovrebbe indurci a esaminare con severità
il rapporto fra trattamento sanitario e necessità di contenimento. Il rischio,
già documentato da migliaia di libri e studi, che l’assistenza psichiatrica
venga subordinata alle esigenze disciplinari è sempre molto alto. A me sembra
più psicotico lo stato di chi si ribella a tutto questo.
Definisco psicotico, in senso
politico e metaforico, un ordine sociale che pretende dai propri membri un
adattamento continuo a condizioni che contribuiscono a farli ammalare e
considera patologica la loro incapacità di sopportarle. La diagnosi può
trasformarsi nel luogo dove vengono depositate le contraddizioni collettive,
rendendo superflua un’indagine sociologica o epidemiologica sulle condizioni
che le alimentano. Lo Stato possiede inoltre gli strumenti per intervenire direttamente
sui comportamenti considerati pericolosi, stabilendo chi debba essere
sorvegliato, quali restrizioni applicare e soprattutto quando sia necessario
ricorrere alla segregazione. L’inasprimento penale e la medicalizzazione
indiscriminata della sofferenza possono così concorrere a trasformare un
problema umano e sociale in una questione di governabilità e di biopolitica. In
questo modo la vita concreta di un adolescente, con le sue possibilità ancora
aperte, rischia di essere ridotta alla somma dei comportamenti che le
istituzioni intendono correggere.
Mi domando allora quale idea di
infanzia e di adolescenza alberghi in una classe politica che continua a
rispondere alla marginalità con un’espansione degli strumenti repressivi. Non
solo non c’è un’idea, ma c’è solo punizione verso ciò che non si comprende ed è
marginale, marginalità che loro stessi creano. Ho l’impressione che stiamo
lentamente rinunciando alla capacità di riconoscere un ragazzo dietro i suoi
comportamenti, di comprendere quanto la sua vita sia stata condizionata da
circostanze sulle quali aveva pochissimo potere e quanto possa ancora cambiare.
E quando rileggo la storia di David, ripenso alla distanza che separa quella
finestra del suo primo giorno in Italia dal carcere del Beccaria. A ciò che è
accaduto nel frattempo. Penso alle persone che avrebbe potuto incontrare senza
aver bisogno di una banda per sentirsi accolto, penso anche a una scuola nella
quale sarebbe riuscito a sentirsi compreso. Sono possibilità che non ha avuto.
Non so se avrebbero cambiato il suo destino. Ma sono proprio le possibilità a
interessarmi quando parliamo di adolescenti. La loro esistenza è ancora
largamente incompiuta, esposta al caso degli incontri e alla qualità delle
relazioni che riescono a costruire. Mi addolora pensare che il nostro governo,
davanti a questa materia umana ancora così aperta, sappia soprattutto
progettare nuove celle.
«Tutto quello che c’è stato dopo credo sia nato da lì, credo sia stato un tentativo di cancellare quel deserto che stavamo fissando come ipnotizzati, o almeno di trovare un’oasi lì dentro, un posto qualunque da riuscire a chiamare «casa», almeno per un po’. Perché in fondo nessuno ha mai visto un albero crescere nel deserto». (David)
