-∫connessioniprecarie-
le passioni tristi del patriarcato
Macchine mitologiche: memorie di Volk e i soliti operai nazisti…
Qui non stiamo parlando di sparuti gruppi di fascisti immaginari e saltimbanchi da social network. Qui c’è una forza politica che miete consensi di massa promettendo ai suoi elettori che “tutto è possibile”, a patto di reinstallare antiche gerarchie e solidi confini a protezione di ciò che rimane di un passato immaginario, rivestito di ordine, decoro e benessere. È possibile, cioè, restaurare se non il Terzo Reich almeno una Grande Germania, che deve essere però ritagliata sui suoi figli reietti e dimenticati. Almeno, così li dipinge questa nuova macchina mitologica che quei suoi figli li riunisce in un Volk altrettanto immaginario, assediato dall’apertura di mercati e frontiere, da guerre che portano profughi e inflazione, dalle “scemenze del gender”, dalla chiusura dei rubinetti del gas russo e dalle ideologie green nocive al lavoro e più ancora all’industria tedesca.
Questa macchina ha scavato nella desolazione economica, salariale e sociale lasciata dalle continue ristrutturazioni industriali che a Est significavano tutto fuorché unificazione, mentre il resto della Germania si trasformava fiera nella locomotiva d’Europa. Ha scavato, ha estratto le paure di chi si è ritrovato orfano del welfare a cui pure era storicamente abituato e le ansie proprietarie di chi il soccorso statale lo rivendica per la propria fabbrica e non per i migranti che, a dire il vero, nei Länder in cui si è votato in queste settimane sono anche una presenza minoritaria. Con il suo sorriso smagliante e la sua fiducia in un radioso futuro di disuguaglianze, oppressione e supremazia grande tedesca, Alice Weidel, la cancelliera in pectore della Grande Germania, indica un modello vincente per i partiti della destra estremista in tutta Europa, Vannacci incluso.
Che il programma dell’AfD sia improntato a un libertarismo di estrema destra, che unisce l’identità di sangue e suolo del popolo tedesco alla libertà dei flussi finanziari e degli investimenti contro ogni tipo di regolazione in campo economico – specialmente se riguarda il welfare, la tutela delle minoranze o dell’ambiente – poco conta. Si dovrebbe dire chiaramente che l’AfD vuole uno Stato minimo, che non ha di certo il compito di restaurare il welfare perduto, e allo stesso tempo forte verso chiunque sollevi pretese sociali. Si dovrebbe dire che la piccola e media impresa non ha fatto mistero del suo apprezzamento per l’AfD. La sinistra moderata e ben educata, in Italia e altrove, ha invece già emesso il suo verdetto. A votare i nazisti del Terzo Millennio sono stati gli operai, i poveri e gli incolti. Un quadretto, degno del sonno della ragione di Bonaccini, che piace a un ceto politico moderato tutto intento a spiegarci che il voto di questi Länder tedeschi è il frutto di decenni di educazione illiberale all’uguaglianza targata comunismo DDR. Analisi, già in voga per l’elezione del primo Trump, su cui non varrebbe neanche la pena di soffermarsi se non per l’unica cosa che dimostrano: l’odio moderato verso i poveri è sempre stato smisurato e, in ogni caso, ha sempre prevalso sulle moderate parole di condanna contro il nazismo rimontante. Nessuna sorpresa, allora, se la condanna moderata di oggi si trasformerà domani in un’intesa sulla pelle di precari, operai, donne, lgbtq+ e migranti. Perché è in questo ventre molle, che oggi la bolla con ribrezzo, che la destra estremista troverà gli appoggi per presentarsi domani come rispettabile forza di governo.
Promesse nere
D’altra parte, per i leader dell’AfD “tutto è possibile”, perché quell’alternativa che il partito ha nel nome era già inscritta nella storia stessa del neoliberalismo, le cui pagine portano la firma di quegli stessi moderati che oggi attribuiscono agli operai le colpe dell’ascesa dell’ultradestra.
Non che l’AfD – o Farage, Meloni, Le Pen, Vannacci, il secondo Trump o chi per loro – dovesse essere l’esito scontato di quella storia, ma decenni di tagli neoliberali alla spesa sociale, deregolamentazione e precarizzazione non sono passati inosservati, specie tra chi rimpiange quelle forme di sicurezza sociale che, nel bene e nel male, le tanto vituperate repubbliche socialiste avevano garantito. Così come non sono passati inosservati i traffici di Merz, che con una mano sottrae risorse al sistema pensionistico e alla sanità e con l’altra lavora a riesumare la Wehrmacht, mentre nel tempo libero agita il pugno duro contro le e i migranti, senza tuttavia riuscire a placare le ansie remigratorie che, per quanto siano penetrate nelle fabbriche, agitano soprattutto i ceti medi impoveriti e avvelenati dall’apparente trattamento di favore riservato ai profughi ucraini.
Il neoliberalismo conteneva già una promessa nera fatta di autoritarismo, disprezzo per l’uguaglianza e passioni patriarcali e razziste malamente messe sotto un tappeto chiamato democrazia liberale. La destra estremista ha sollevato il tappeto, ha preso quella promessa e ne ha fatto un programma di governo su cui tutte le forze politiche devono oggi misurarsi. Un copione che non è certo esclusivamente tedesco ma, seppure con declinazioni diverse, fotografa le condizioni politiche in cui si vive nell’Europa in guerra. La vittoria socialdemocratica in Svezia parla in fondo il linguaggio della remigrazione e l’ameno dibattito italiano sul woke non intende certo far resuscitare la cittadinanza sociale, quanto piuttosto rivestire di nazionalismo e patriarcato ciò che resta dello Stato sociale. Ciò che oggi viene venduto come possibile è un po’ meno povertà in pelle bianca, guadagnata sulla miseria da esibire in pelle nera. Ma è questo l’unico, misero, “possibile” che ci è rimasto?
È davvero tutto impossibile?
Mentre la destra estremista fa della promessa nera del neoliberalismo una possibilità da realizzare qui e ora, il nostro movimento continua a eludere l’unica domanda che conta: ma davvero tutto è diventato impossibile? Davvero, cioè, è impossibile respingere la promessa nera e sconfiggere quella destra estremista che oggi la incarna nella maniera più radicale? Soprattutto, davvero è impossibile sconfiggerla a partire da una politica autonoma capace di praticare il terreno delle differenze senza ricadere in logori economicismi e inutili identitarismi? Non è possibile invece organizzare queste differenze, metterle in comunicazione oltre la fascinazione per i territori, e diventare una forza da opporre a un comando sociale che ci espropria di valore, vita e desideri?
Non stiamo dicendo che il movimento italiano ed europeo si sia abbandonato all’inedia. L’impressione, però, è di essere di fronte alla continua riproposizione di strade già battute. Una coazione a ripetere che si sconta nelle pratiche e soprattutto nei discorsi, o nella loro povertà, che ci parla di una difficoltà di confrontarsi con le condizioni reali dell’oppressione e dello sfruttamento, nonché con le spinte soggettive che lì dentro si agitano. E così l’appello alle soggettività resta un vuoto slogan quando i migranti chiamati all’appello continuano a essere considerati un vulnerabile oggetto di repressione e niente di più.
Da un lato, si respira nell’aria il vecchio motivetto del “tanto peggio, tanto meglio” o del “tanto è tutto uguale”. Lo abbiamo già ascoltato al tempo delle elezioni statunitensi e di quelle francesi e, ogni volta, viene venduto per spingere più su di qualche decimale i risultati elettorali di chi vuole legittimare la propria posizione extraistituzionale mentre tenta di entrare nelle istituzioni. Questa dissociazione in Italia ha un nome. Si chiama campo indipendente: il campo in cui si può giocare con la catastrofe perché in fondo ad animarlo è la credenza che a un certo punto arriverà il meglio, senza soffermarsi però su come sottrarsi oggi all’inevitabilità del peggio.
Dall’altro, c’è chi il rischio della catastrofe lo prende sul serio. Per affrontarlo, tuttavia, non riesce a immaginare nulla di meglio che una riproposizione del frontismo. In Italia questo neofrontismo si traduce in un progetto di allargamento del campo largo che, almeno in teoria, punterebbe ad aprire il terreno istituzionale ai movimenti reali. In che modo e a che prezzo? La verità è che su questo progetto pende un’ipoteca elettoralista tanto attraente per quelle strutture che da sempre bordeggiano i campi del centro-sinistra istituzionale quanto poco attraente per quei movimenti reali a cui pure dicono di rivolgersi.
Fuori dalle istituzioni, circola poi ancora l’ipotesi della convergenza che, evidentemente, non è un male di per sé, ma sembra più che altro mossa da una ricerca di leve ricompositive che si palesano per un attimo, giusto il tempo di qualche mobilitazione, e poi si ritraggono, lasciando le organizzazioni di movimento con un cerino in mano. La convergenza per amore della convergenza non basta, se non si interroga sulle sue reali condizioni di praticabilità e sulle sue possibilità a partire dai movimenti reali e non dalle strutture organizzative. Siamo di fronte a un esercizio di stile politico, privo di una reale presa organizzativa: si confezionano a tavolino contenitori per i soggetti sociali colpiti dall’impoverimento, dal razzismo e da rigurgiti patriarcali, li si chiama piattaforme, senza però fare granché perché quei soggetti vogliano poi stare in quel contenitore. Il risultato è che la tavola sarà perfettamente apparecchiata, ma i commensali non si vedono o quantomeno si presentano in pochi e pure in ritardo.
Rifiuti latenti e forze possibili
Non si tratta per noi di fare dell’anti-istituzionalismo spiccio, se non altro perché il terreno delle mediazioni statali, per quanto indebolito, è oggi un aperto campo di battaglia, la cui posta in gioco è l’agibilità di una politica di classe contro la trasformazione in senso etno-nazionale di ciò che rimane dello Stato sociale. È questo un campo di battaglia che va dunque praticato, ma fuori dalle scorciatoie elettorali.
Se ci guardiamo attorno, non ci sono solo le urne e non c’è nemmeno il deserto delle lotte. Non siamo ai “tempi bui” di Bertolt Brecht, quando “solo ingiustizia c’era e nessuna rivolta”. Noi dobbiamo porci ostinatamente e instancabilmente la domanda: ma davvero è tutto impossibile? A Berlino l’AfD non è di casa, per esempio. Nella stessa Germania abbiamo visto nei mesi scorsi decine di migliaia di studenti e studentesse opporre un rifiuto alla guerra ben diverso da quello cavalcato dall’AfD, che prometterà pure di mettere fine al sostegno militare all’Ucraina, ma certo non al militarismo di cui si nutre. Gli operai dell’automotive in crisi e convertito al riarmo hanno nuovamente scioperato contro i licenziamenti, in Ucraina le donne fanno scudo contro l’esercito ‘democratico’ per impedire la coscrizione obbligatoria di uomini e ragazzi, mentre a Ceuta migliaia di migranti hanno travolto un confine mettendo una volta di più in crisi le cancellerie di tutta Europa.
Sono i movimenti del lavoro vivo a indicarci ciò che non è impossibile e perfino ciò che è possibile. Per possibile non intendiamo qui la possibilità che un’insubordinazione già avvenuta nel passato possa ripetersi ora nella stessa forma, ma la forza latente che ha reso possibile quell’insubordinazione e che può assumere oggi una forma nuova sotto il segno del rifiuto della guerra. Fuor di metafora, stiamo parlando degli scioperi dello scorso autunno. Crediamo sia giunto il momento di smetterla con il feticismo di quegli scioperi. Non perché siano ormai materiale d’archivio, ma perché è solo elaborando il lutto di quel movimento che è possibile riattivare in tutta la sua potenza il rifiuto della guerra e del suo mondo che pure conteneva: il desiderio di massa di diventare potere balenato in quelle giornate per farla finita con un presente ineluttabile di morte e di coazione al lavoro, per opporsi all’ordine patriarcale e razziale. Se la destra estremista in tutta Europa sta speculando sul rifiuto diffuso della guerra, si tratta allora di cambiare di segno quel rifiuto e offrire un orizzonte di possibilità diverso.
Transnazionalismo nell’Europa in guerra
Occorre praticare forme e canali attraverso cui i movimenti reali possano esercitare una pressione dall’esterno sulle istituzioni, senza lasciarsi ingurgitare dai campi, larghi o stretti che siano, e dalle contraddizioni in cui si aggrovigliano. Ci sembra questo un primo passo di una sfida organizzativa che non può, però, riporre eccessiva fiducia nelle capacità operative dello Stato, su cui pesano i condizionamenti di un ingovernabile disordine transnazionale. Per organizzarci dentro questo disordine non bastano vecchie e nuove alchimie federative o frontiste tutte interne al movimento fatto dalle strutture. Non basta neanche concentrarsi sui cosiddetti territori, ossia su episodi locali di lotta, che pure vanno sostenuti, così come vanno intercettate le istanze di mutamento che da essi promanano.
Rimane infatti un transnazionalismo, unico erede possibile dell’internazionalismo passato, da ricercare e mettere in cima alla nostra agenda politica, sapendo che non si tratta di ripescare dal passato un’astratta proiezione internazionale da modellare in qualcosa di nuovo, ma di costruire una prospettiva politica sufficientemente chiara, ampia e flessibile da fare i conti con istanze transnazionali che pure si muovono a un livello nazionale, dentro il quale non possiamo però rimanere impigliati. La destra con tutte le sue difficoltà e contraddizioni, con qualche vittoria ma anche molte sconfitte, è obbligata a muoversi nel disordine transnazionale. Noi non siamo ancora pienamente in grado di farlo.
Bisognerebbe occuparsi di costruire una forza sociale a partire da lotte che pure ci sono e soprattutto dalle possibilità che esse aprono, allargare le maglie di queste lotte oltre confine, radicandole in un rifiuto della guerra mondiale perché è questa guerra che detta le condizioni del nostro sfruttamento e della nostra oppressione. L’Europa in guerra significa riarmo, che non vuol dire tanto nuova industrializzazione quanto una rinnovata coazione al lavoro, un militarismo che si insinua nei rapporti sociali, un razzismo che gioca la carta della remigrazione per sfruttare ulteriormente i migranti e un patriarcato da rafforzare per sopperire ai limiti di una riproduzione sociale appaltata alle famiglie, ossia alle donne.
Prima ancora di coltivare questo o quel campo, si tratta per noi di ricostruire e riallacciare le connessioni materiali che permettono di rafforzare i movimenti in atto, persino di criticarli se necessario, ma comunque di prenderli sul serio: non per chiudersi dentro a un perimetro, ma per mettere in movimento la nostra parte. Più che le forme della politica e le alchimie delle federazioni, delle convergenze e perfino delle indipendenze, la nostra priorità sono i soggetti sociali e il loro modo di stare e lottare dentro uno spazio transnazionale segnato dalla guerra. Perché è su questo terreno che una battaglia contro la destra – estremista o meno che sia – può e deve essere combattuta.