- Anton Jäger-
Entro la fine dell’anno, gli Stati uniti avranno infranto due record politici. Secondo le stime degli organizzatori, il No Kings Day del 28 marzo è stata la più grande protesta di un solo giorno nella recente storia statunitense. Allo stesso tempo, nessun presidente degli Stati uniti si è arricchito così tanto durante il suo mandato come Donald Trump: il 2026 si preannuncia come l’anno più redditizio della sua carriera.
Il concetto di «iperpolitica» tenta di spiegare questi fenomeni concomitanti. Descrive un processo di ripoliticizzazione senza reinstituzionalizzazione organizzativa che ha investito ogni strato della società in seguito alla crisi del 2008-2009. Questa impennata di attività politica è stata disomogenea dal punto di vista organizzativo, difficile da ricondurre a precedenti storici e, cosa ancora più preoccupante, non ha alcun effetto garantito sui rapporti di potere tra élite e masse.
Nella sua forma attuale, l’idea è emersa per la prima volta su questa testata, dove ha suscitato un vivace dibattito. Pubblicato in forma monografica quattro anni dopo, Iperpolitica ha suscitato reazioni diverse, sia critiche che elogiative, da parte di autori di tutto lo spettro politico. Persino le interpretazioni errate si sono rivelate produttive.
Uno dei motivi per cui si torna a queste critiche è che le discussioni suscitate dal libro non sono di puro interesse accademico. Al contrario, rivestono un’importanza strategica per la sinistra, poiché il libro si conclude con una domanda fondamentale: cosa può facilitare la ricostruzione del potere di classe nel nuovo secolo e cosa intrappola la sinistra in questo pantano iperpolitico?
Generalità e astrazione
L’iperpolitica è nata da un’osservazione aneddotica che è poi diventata la base di una teoria più ampia. Il libro si proponeva di offrire una descrizione, una spiegazione e una valutazione generali di un problema generale. Il pericolo, naturalmente, è che tale generalizzazione possa sfociare in qualcos’altro: l’astrazione, ovvero analizzare il contesto sociale da una distanza tale da non avere nulla di interessante da dire sul livello meso o micro.
È proprio questo livello troppo generale percepito in Iperpolitica ad aver infastidito una parte dei lettori. Non essendo né un’opera di rigorosa scienza sociale né una pura critica culturale, il libro appare loro come qualcosa di indefinito. «Se non vi piacciono i miei principi, ne ho altri» potrebbe essere la risposta marxista più convincente, ma temo che il libro dovrà rimanere innanzitutto un’opera divulgativa. I camionisti che percorrono lunghe distanze non usano le stesse mappe degli escursionisti di campagna. «Iperpolitica» offre una teoria generale di una tendenza generale, con tutti i pro e i contro che la generalità comporta.
Nella testa dei critici, quest’obiezione è spesso legata a un altro problema: la propensione ad affidarsi alle intuizioni di autori sia di destra che di sinistra. Una semplice risposta a questa accusa potrebbe essere quella data dall’antropologo Claude Lévi-Strauss, quando gli fu chiesto della sua fiducia in Jean-Jacques Rousseau: «Per quanto poco io sia incline al suo pensiero politico, la bellezza della sua prosa mi abbaglia… Dice in cinque parole ciò che a me ne servirebbero quindici».
Eppure questa risposta è superficiale. C’è una ragione più profonda per cui la destra si rivela più abile della sinistra nell’analizzare la depravazione borghese: i reazionari spesso hanno una percezione più acuta dei costi del progresso capitalista rispetto ai liberal di sinistra. Karl Marx e Friedrich Engels stessi preferivano gli scritti di un reazionario convinto come Honoré de Balzac per descrivere il XIX secolo rispetto ai pii trattati della letteratura proletaria. Come disse lo stesso Engels, «il fatto che Balzac sia stato costretto ad andare contro le proprie simpatie di classe e i propri pregiudizi politici» e «abbia descritto i nobili come persone che non meritavano un destino migliore […] lo considero uno dei suoi più grandi pregi». La sinistra, dogmaticamente legata al liberalismo, è spesso incapace di quel tipo di curiosità che Marx ed Engels consideravano una virtù intellettuale.
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Vantaggio asimmetrico
Una critica diversa è che il libro non offre alcuna spiegazione del perché l’estrema destra sembri aver tratto maggior vantaggio dalla nuova fase iperpolitica rispetto alla sinistra. Da dove deriva questo vantaggio asimmetrico? Tre aspetti che il libro già accenna ma non approfondisce meritano di essere ripetuti: due di natura strutturale, uno più contingente.
In primo luogo, la società di mercato offre alla destra diversi vantaggi fondamentali, come osservato da Ralph Miliband nella sua analisi della «concorrenza imperfetta» delle democrazie liberali. Il primo di questi vantaggi è di natura ideologica. Marx contrapponeva il «Partito del Progresso» al «Partito dell’Ordine»: il primo, scriveva, cercava di modificare gli assetti sociali esistenti, mentre il secondo si limitava a stabilizzarli e consolidarli. Preservare lo status quo e garantire i rapporti di proprietà esistenti rappresenta un obiettivo di successo molto meno ambizioso.
Un secondo fattore, a esso correlato, è la disponibilità di finanziamenti privati. Che si tratti di campagne di propaganda vecchio stile o di assoldare influencer digitali, il denaro rimane un efficace strumento di mobilitazione per la destra, ma scarseggia per la sinistra (a meno che non si considerino certi filantropi liberali che cercano di plasmare un socialismo favorevole al mercato). Non avendo sponsor naturali nello Stato o negli ambienti capitalistici, i progetti di sinistra hanno solitamente dovuto raccogliere donazioni sparse e di entità più modesta. La disponibilità di denaro privato, invece, conferisce alla destra una capacità di mobilitazione senza precedenti. A ciò si aggiunge l’asimmetria di potere nella società nel suo complesso, come ha osservato Perry Anderson:
Strutturalmente, in virtù del loro numero inferiore e delle maggiori risorse, praticamente tutte le classi dominanti godono di un vantaggio rispetto alle classi subordinate nella capacità di azione collettiva. Le loro linee di comunicazione interne sono più compatte; la loro ricchezza offre un mezzo di potere universale, convertibile in svariate forme di dominio; i loro sistemi di intelligence scrutano il panorama politico da una prospettiva più elevata. Più numerose e più disperse, meno equipaggiate materialmente, meno armate culturalmente, le classi subordinate tendono sempre, per usare l’espressione del sociologo Michael Mann, a essere ‘aggirate a livello organizzativo’.
Occorre tuttavia considerare anche un terzo fattore, più contingente. All’interno dell’estrema destra si è avviato un dibattito molto più audace sulla crisi del liberalismo, con alcuni esponenti della destra che hanno adottato consapevolmente una posizione «post-liberale». Al contrario, la sinistra attuale presenta un’affinità sociologica con il liberalismo – dovuta ai gruppi sociali che la compongono e alla recente accademizzazione della sinistra stessa – che ha rallentato una rottura ideologica con esso. Per il resto, l’asimmetria è preesistente all’epoca iperpolitica.
Compromessi
Un aspetto diverso della tesi, che il libro non teorizza, riguarda le correlazioni tra i suoi due assi analitici: quello politico e quello organizzativo-istituzionale. Come hanno osservato i critici, difficilmente si può dire che questi due assi si muovano in modo indipendente. Jasper Bernes, ad esempio, ha sostenuto in modo convincente che nel corso del ventesimo secolo l’istituzionalizzazione organizzativa è spesso avvenuta a scapito della depoliticizzazione, mentre la ripoliticizzazione ha spesso eroso le strutture organizzative esistenti. In sostanza, egli presenta un dilemma tra un’etica weberiana della convinzione e un’etica della responsabilità: istituzionalizzare potrebbe rendere la politica di sinistra più duratura ma anche potenzialmente meno rivoluzionaria, mentre una politica di breve durata potrebbe essere libidicamente gratificante ma rivelarsi incapace di rovesciare le strutture di potere esistenti.
Si tratta di compromessi complessi; due casi di studio possono illustrarne il perché. La campagna di Mao Zedong contro la burocrazia del partito si servì di una politicizzazione d’urto per deistituzionalizzare il sistema, ma in seguito, nel corso del secolo, diede inizio a un periodo di depoliticizzazione. Al contrario, la reazione dei partiti comunisti francese e italiano al lungo 1968 nei rispettivi paesi – una sequenza di eventi che essi interpretarono come una rivolta anti-istituzionale con pericolose conseguenze politiche – probabilmente accelerò la loro sclerosi come partiti di massa negli anni Ottanta. Ciò li rese anche particolarmente vulnerabili all’assalto neoliberista.
Come dimostra Bernes, queste oscillazioni possono quindi co-costituirsi reciprocamente. Negli anni Settanta, il movimento operaio fu travolto così facilmente dalla controrivoluzione neoliberista proprio perché preferiva l’aspetto organizzativo-istituzionale a quello politico e non fu in grado di opporre una sfida convincente al ritiro del capitale dal patto postbellico.
Da qui la sfida generale che il libro pone: reistituzionalizzare in modo appropriato l’energia sprigionata dal momento iperpolitico.
Secondo Bernes, una simile reistituzionalizzazione potrebbe essere vista da un punto di vista comunitario o basato sugli interessi. Nel primo caso, il declino della partecipazione civile a partire dagli anni Novanta ci pone di fronte a un compito pre-politico piuttosto che politico. «Ciò che Jäger potrebbe proporre – osserva – è una politica della birreria senza il sindacato». Questa interpretazione conferma l’intuizione di Bernes secondo cui «almeno nella mia esperienza, gli ambienti di sinistra preservano forme di vita sociale e convivialità che altrove stanno rapidamente scomparendo». Il compito principale sarebbe quindi quello di ricostruire «un senso di appartenenza, di comunità e, in molti casi, la soddisfazione di reali bisogni materiali». In un’ottica tocquevilliana, ciò consentirebbe una reistituzionalizzazione senza ripoliticizzazione: un antidoto alla nostra epidemia contemporanea di solitudine, ad esempio, o un’opportunità di socializzazione.
Eppure, persino i circoli di bowling hanno bisogno di fondi, ed è improbabile che i membri restino iscritti a un sindacato se quest’ultimo non è in grado di offrire loro aumenti salariali. «Se tali organizzazioni non riescono a migliorare in modo duraturo le condizioni materiali della stragrande maggioranza – si chiede Bernes – che successo possono rivendicare?». Nell’era della lunga recessione, è certamente più difficile reistituzionalizzare le organizzazioni promettendo ai membri benefici diretti. Eppure, come diceva Vladimir Lenin, non esistono situazioni impossibili: gli ultimi dieci anni hanno dimostrato che una sinistra senza un movimento operaio forte è in grado di inserirsi nella scena politica, ma di solito non possiede gli strumenti per imporre cambiamenti politici concreti alla società. Come affermava Sam Gindin, le possibilità di ottenere vantaggi materiali per i lavoratori oggi potrebbero essere più esigue, «ma cos’altro si può fare della propria vita?».
Reistituzionalizzazione
L’iperpolitica è solo una tendenza tra le tante, dopotutto, e ci sono ampi segnali che la reistituzionalizzazione organizzativa sia già in atto. La sinistra occidentale – se il variegato insieme di organizzazioni e sottoculture attualmente raggruppate sotto questa etichetta può essere considerato una forza unitaria – nel 2026 si trova in una situazione contraddittoria. Molte delle sue cause godono di un crescente sostegno popolare, ma non esiste una corrispondente forza organizzativa per tradurre queste cause in concessioni dirette da parte del capitale. Dal 2008, il consenso politico dell’era neoliberale si è chiaramente frammentato, ma ciò ha aumentato ben poco il potere dei lavoratori o della sinistra in quanto tale; la maggior parte dei movimenti sociali emersi negli anni 2010 si è dimostrata incapace di invertire queste tendenze.
Una ripresa così disomogenea ha incoraggiato due tendenze di sinistra contrapposte, ma non necessariamente inconciliabili. La prima è quella che potremmo definire «immediatismo». Questa corrente insiste sull’idea che le nuove energie generate dalle piattaforme online possano fornire le basi per un ritorno della politica di massa, organizzata attorno a una risposta a vari fenomeni «virali» online in grado di ripoliticizzare una massa atomizzata e incollata ai propri schermi, guidandola verso un assalto insurrezionale contro lo Stato capitalista.
Questa proposta gode del favore di alcuni gruppi post-trotskisti, ma anche di comunisti di sinistra e anarchici, la cui politica non ha mai presupposto un movimento operaio solidamente organizzato. Molte di queste proposte non sono certo nuove e ricordano la critica di Alexander Herzen al radicale russo Mikhail Bakunin, che a quanto pare aveva la tendenza a «confondere il secondo mese di gravidanza con il nono».
Una seconda tendenza, pur riconoscendo la necessità di una reistituzionalizzazione organizzativa, cerca di personalizzarla: il populismo di sinistra proposto soprattutto da Chantal Mouffe ed Ernesto Laclau, che hanno cercato di offrire una variante di sinistra del leaderismo. L’influenza di queste idee è visibile nel «partito gassoso» costruito da Jean-Luc Mélenchon o nelle manovre politiche del Your Party di Jeremy Corbyn. A unificare entrambi gli approcci è il desiderio di evocare magicamente una forma di politica che la sinistra ha impiegato decenni a costruire tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo, senza però il corrispondente potere di classe.
Come si presenterebbe in pratica una reistituzionalizzazione più lenta? Di fronte all’impazienza dell’iperpolitica, molti hanno suggerito un ritorno alla «strategia della pazienza» di Karl Kautsky, precedente alla Prima guerra mondiale. Nella visione di Kautsky, istituzionalizzazione organizzativa e politicizzazione si muovono su due linee temporali sovrapposte: una a lungo termine, l’altra a breve termine. Per quanto riguarda la prima, agenti istituzionali ben definiti – cooperative, sindacati, partiti – possono essere attivati in periodi di crescente tensione di classe, ma altrimenti devono attendere il momento opportuno nelle trincee. Un approccio del genere bilancerebbe spontaneità e organizzazione. Sembra inoltre utile nel nostro periodo di crescente politicizzazione, priva però di un adeguato peso organizzativo.
Una difesa di questo approccio neo-kautskiano dev’essere, ovviamente, strettamente condizionata. Lo stesso Kautsky finì per diventare un crumiro antibolscevico, a dimostrazione che gli appelli contro l’impazienza possono facilmente sfociare in compromessi riformisti. L’istituzionalizzazione organizzativa, come vediamo, non è affatto intrinsecamente rivoluzionaria. Come ha indicato Bernes, potrebbe persino essere la ragione per cui non si è realizzata una svolta rivoluzionaria nel paese e nell’epoca di Kautsky: i quadri superiori del movimento operaio cercarono di moderare la base perché ritenevano che la costruzione di istituzioni organizzate dentro al sistema capitalista fosse più importante della rottura politica con esso. La fossilizzazione fu la conseguenza più probabile.
Manipolazione genetica
Pochi di quei dinosauri istituzionali sopravvivono oggi, come nota anche Bernes. Ci sono alcuni partiti di massa che hanno superato l’era glaciale post-politica e il disgelo iperpolitico – si pensi al Partito comunista in Grecia – eppure perlopiù continuano a suscitare interesse come curiosità storiche.
Tutti concordano sul fatto che non si possa clonare un dinosauro. Eppure, come sanno gli scienziati, la manipolazione genetica non è impossibile, anche se è necessario avere una certa familiarità con il materiale su cui si lavora. Come ha osservato Dylan Riley, il compito della sinistra contemporanea è la «creazione di un nuovo principe moderno, adattato all’era dei social media, della viralità e dell’intelligenza artificiale, oltre che all’onnipresente industria culturale», che non soccomba immediatamente alla nuova liquidità.
A questo proposito, la recente evoluzione del Partito dei Lavoratori del Belgio (Ptb/Pvda) merita quantomeno una menzione. Il Ptb si ispira a un partito di quadri maoista. Presenta il prevedibile divieto «marxista-leninista» delle correnti, un modello di adesione a più livelli e una presenza record sui social media belgi. Tra i partiti belgi ed europei, il Ptb si distingue per aver ottenuto, negli ultimi anni, un successo tangibile nell’ampliare la propria base elettorale. Ha stretto legami più stretti con il movimento sindacale belga, tuttora numeroso. Il suo ruolo parlamentare è quello di un tribuno popolare, piuttosto che di un candidato al governo. Ha inoltre ostacolato i tentativi di diversi governi di completare la ristrutturazione neoliberale della società belga, un processo ormai concluso da tempo nei paesi limitrofi. Nonostante le sue problematiche, il partito dimostra che la pazienza ripaga (è storicamente significativo, ovviamente, che il Ptb sarebbe inorridito all’idea di essere etichettato come «kautskiano», il che testimonia il secolo di cambiamenti che ci siamo lasciati alle spalle).
Il kautskismo dei Democratic socialists of America (Dsa) è una cosa completamente diversa. Ufficialmente, i Dsa non sono nemmeno un partito, bensì un’«organizzazione socialista», come i suoi membri non mancano mai di sottolineare. Come ha osservato Joe Todd in uno studio comparativo tra i due, anche il Ptb e i Dsa presentano alcune differenze radicali, sebbene vengano spesso citati insieme. A differenza della struttura di potere più centralizzata del Ptb, i Dsa sono informalmente distribuiti tra sezioni e gruppi. Quest’assenza di un centralismo rigido implica anche che l’organizzazione abbia maggiori difficoltà a tracciare una linea di demarcazione tra il dibattito interno e la comunicazione esterna. A differenza del Ptb, il suo modello di adesione è orizzontale anziché gerarchizzato, il che facilita l’ingresso. Anche la sua leadership è relativamente flessibile, mentre i suoi gruppi godono di un grado di autonomia molto maggiore rispetto alle sezioni locali del Ptb. Molto probabilmente, l’antistalinismo storico dei Dsa è responsabile di questa relativa mancanza di centralizzazione.
Sia il Ptb che i Dsa hanno registrato una crescita significativa nell’ultimo decennio, in termini di membri e di influenza sociale. Tuttavia, la domanda chiave, come sempre, è quella di Lenin: chi guida chi? Questo è particolarmente importante per la prospettiva di una candidatura presidenziale di Alexandria Ocasio-Cortez. I Dsa finiranno per essere uno strumento di propaganda per i membri del Congresso di sinistra che ambiscono a una carriera nel Partito democratico, oppure saranno una forza dirigente per i e le deputate che usano i Democratici come semplice piattaforma ma mantengono la propria indipendenza politica? La questione è ancora aperta, ma vale la pena illustrare i rischi di entrambi i modelli.
Come ogni opera di scienze sociali, Iperpolitica non è né un manuale di autoaiuto né un oroscopo per il nostro futuro politico. Tutto ciò che si può fare è indicare tendenze e probabilità; non esiste una legge ferrea che decreti la persistenza o l’immediata scomparsa dell’iperpolitica oggi. La reistituzionalizzazione organizzativa è difficile, soprattutto nell’attuale contesto economico in cui la crescita è concentrata ai vertici della società e i concorrenti del programma sociale della sinistra sono ben finanziati e a proprio agio con il potere. Eppure la corsa alla reistituzionalizzazione organizzativa è iniziata; ciò che Iperpolitica si proponeva di fare, soprattutto, era chiarire la differenza tra vie di fuga e vicoli ciechi.
*Anton Jäger insegna storia del pensiero politico alla Catholic University di Lovanio. Ha scritto Iperpolitica (Nero, 2024). Questo articolo è uscito su JacobinMag. La traduzione è a cura della redazione.

