martedì 14 luglio 2026

INTEGRAZIONE, LA PAROLA CHE NASCONDE LE CLASSI

 -Marco Antonio Pirrone-

integrazione a che cosa?
O, più radicalmente, integrazione dentro quale ordine sociale e quale modello di produzione?
Al mercato del lavoro, alle istituzioni, ai valori dominanti, alle reti sociali?
Senza questa domanda il concetto diventa una parola-valigia_

Da oltre quarant’anni le migrazioni cosiddette internazionali – e dico cosiddette perché, nello scenario del capitalismo globale, esse potrebbero essere lette anche come migrazioni interne al modo di produzione capitalistico – rappresentano uno dei processi di trasformazione più profondi della realtà contemporanea. Esse hanno modificato gli equilibri economici, sociali e politici su scala mondiale, trasformando al tempo stesso i territori di partenza, quelli di transito e quelli di destinazione. L’Italia costituisce uno degli osservatori privilegiati di queste trasformazioni.

La risposta politica prevalente a questo fenomeno è stata però sorprendentemente uniforme. Dalla fine degli anni Ottanta fino ai nostri giorni, le migrazioni sono state interpretate quasi esclusivamente attraverso le categorie dell’emergenza, della sicurezza e del controllo, accompagnate da una crescente razzializzazione del discorso pubblico e dall’affermazione di dispositivi sempre più sofisticati di disciplinamento della mobilità umana.

Se nei primi anni di questo processo, come pure qualcuno ha sostenuto, si sarebbe potuta comprendere una certa impreparazione degli Stati – almeno di quelli dell’Europa meridionale, improvvisamente divenuti da paesi di emigrazione paesi di immigrazione – oggi tale argomento non appare più sostenibile (personalmente non ho mai creduto a questa argomentazione, perché, impreparati o meno, gli stati hanno sempre svolto un ruolo nel regolare la mobilità umana in quanto forza lavoro). Quarant’anni di presenza migrante hanno infatti prodotto processi di stabilizzazione demografica, insediamento territoriale, formazione di comunità, ricongiungimenti familiari, seconde e terze generazioni, matrimoni misti, imprenditoria migrante, partecipazione sindacale e politica, inserimento nel mercato del lavoro, nelle istituzioni scolastiche e nella vita economica e sociale. In altri termini, hanno prodotto forme molteplici di integrazione di fatto, sebbene profondamente differenziate e gerarchizzate, qualunque cosa si voglia intendere con questo concetto, la cui definizione è tutt’altro che scontata.

È proprio questa constatazione a rendere sempre più incomprensibile il permanere di un discorso politico e culturale che continua a rappresentare l’immigrazione come una perenne emergenza e che, paradossalmente, continua a invocare l’“integrazione” come se ci trovassimo ancora all’inizio degli anni Novanta, come se quarant’anni di storia non fossero mai trascorsi. Ancora più sorprendente è che questa categoria, lungi dall’essere messa criticamente in discussione, venga oggi riproposta con rinnovata insistenza anche da ampi settori del variegato arcipelago della sinistra, quasi fosse una soluzione ovvia e indiscutibile, anziché uno dei concetti più problematici e ideologicamente densi dell’intera sociologia delle migrazioni.

Già dieci anni fa avevo sostenuto che il problema non fosse l’integrazione dei migranti ma il concetto stesso di integrazione, proponendone una genealogia critica. Oggi quel dibattito mi sembra più attuale che mai.

È a partire da questa constatazione che vorrei discutere alcuni recenti articoli di Antonio Minaldi dedicati al rapporto tra migrazioni, integrazione e cittadinanza. Riassumo le sue tesi. Minaldi osserva che la crescita elettorale della destra, specie tra i redditi più bassi, dipende anche dall’abbandono, pure a sinistra, di ogni critica al neoliberismo: sui migranti si concentrerebbe oggi l’unico conflitto simbolico ancora leggibile tra destra e sinistra. Da qui tre proposte: regolare i flussi con un tavolo permanente euro-africano; fondare le politiche di integrazione sull’apprendimento della lingua italiana e della Costituzione, accelerando i tempi della cittadinanza (ius scholae); sostenere la natalità, con misure come un premio di maternità, perché il “suicidio demografico” italiano alimenterebbe la paura dello straniero, presentata come “dato antropologico” comune a tutte le culture, che la destra sfrutta e la sinistra “radical chic” rimuove.

Gli articoli di Minaldi muovono da premesse condivisibili: la critica al razzismo esplicito, il rifiuto della giustizia privata, la denuncia della strumentalizzazione politica della questione migratoria. Dal punto di vista della critica al modo di produzione capitalistico (nonostante il suo giusto richiamo all’assenza nella sinistra attuale di una critica del neoliberismo) e della sociologia delle migrazioni, però, la sua argomentazione presenta limiti teorici significativi.

Il primo riguarda il concetto stesso di integrazione, mai definito ma dato per autoevidente – direbbe Zygmunt Bauman – esattamente come nel senso comune. Forse proprio perché tutti credono di sapere cosa significhi, quasi nessuno sente il bisogno di definirlo. Lo avevo già rilevato in sede più propriamente teorica: all’uso diffuso del termine non corrisponde, né nel senso comune né a livello scientifico, una definizione condivisa, tanto che integrazione viene spesso usata come sinonimo di multiculturalismo o intercultura, quando non di assimilazione. In Minaldi l’autoevidenza si risolve in un’equazione: lingua italiana più Costituzione uguale integrazione. 

Ma la domanda pertinente, non solo dal punto di vista sociologico, è un’altra: integrazione a che cosa? O, più radicalmente, integrazione dentro quale ordine sociale e quale modello di produzione? Al mercato del lavoro, alle istituzioni, ai valori dominanti, alle reti sociali? Senza questa domanda il concetto diventa una parola-valigia. Il posteggiatore abusivo, il caporale pakistano, il rider, la badante, il bracciante agricolo sono spesso già perfettamente integrati in specifici segmenti dell’economia, formale o informale, legale o non legale, come ho cercato di mostrare in Mitologia dell’integrazione in Sicilia (2015): integrati esattamente come il sistema richiede, attraverso ciò che Sandro Mezzadra, Nicholas De Genova e Pietro Basso chiamano inclusione differenziale, l’inserimento gerarchico e subordinato nell’ordine salariale. Il problema non è dunque l’assenza di integrazione ma la sua forma subordinata: milioni di migranti non sono fuori dalla società italiana, ne occupano i gradini più bassi, senza diritti pieni, spesso senza casa e senza salario dignitoso. Perché questi elementi restano fuori dai criteri con cui Minaldi definisce cosa dovrebbe essere l’integrazione?

Il secondo limite è la confusione tra integrazione e assimilazione. Non è un caso che questa concezione dell’integrazione attraversi ormai da anni una parte consistente del dibattito pubblico italiano, dalle classi ponte proposte dalla Lega fino all’Accordo di integrazione introdotto dallo Stato italiano, fondato proprio sull’idea che l’integrazione coincida con l’adesione ai modelli culturali della società ospitante. Insistendo su lingua, Costituzione, simboli religiosi, Minaldi scivola verso un modello in cui il buon migrante è quello che diventa il più simile possibile all’italiano medio. È un modello ampiamente criticato: si può parlare perfettamente la lingua del paese di arrivo e restare escluso, come mostrano le seconde generazioni in Francia o Gran Bretagna; contano più della lingua lo status giuridico, l’accesso al lavoro regolare, alla casa, l’assenza di discriminazioni istituzionali.

Terzo, e più grave: l’assenza pressoché totale della struttura economica del modo di produzione capitalistico e della sua analisi in questa fase neoliberista. Si ragiona come se il problema fosse culturale, senza chiedersi perché arrivano i migranti e quale funzione svolgano nell’economia italiana. Scompaiono il mercato del lavoro, il fabbisogno di manodopera in agricoltura, edilizia, cura, logistica, la segmentazione etnica del lavoro, l’esercito industriale di riserva. La domanda vera non è “come integriamo i migranti”, ma in quali segmenti della società vengano incorporati, con quali diritti, a vantaggio di chi.

Discutibile è anche il richiamo alla “paura dello straniero” come dato antropologico universale, quasi un riflesso della specie. È una spiegazione che rischia di naturalizzare ciò che è invece storicamente prodotto. Il razzismo moderno nasce in condizioni storiche, economiche e coloniali precise: le categorie di “noi” e “loro” mutano continuamente, dagli italiani d’America ai meridionali, dagli albanesi ai rumeni di oggi. Non esiste una paura universale del diverso: esistono processi storici di costruzione dell’alterità, e naturalizzarli come dato antropologico rischia di rendere innato ciò che è invece storicamente prodotto – e quindi politicamente modificabile.

Analogo essenzialismo compare nell’argomento demografico, che accosta natalità italiana e immigrazione come se quest’ultima dovesse “salvare” gli italiani dal declino. Ma a cosa dovrebbe servire, esattamente, il “congruo premio di maternità” che Minaldi propone? A salvarci dai migranti? Colpisce, semmai, che la proposta venga avanzata senza alcun confronto con ciò che ne pensano le donne, sui cui corpi e le cui scelte riproduttive la misura interviene direttamente. Ed ancora, stupisce che il tema della natalità venga introdotto all’interno di un ragionamento sulle migrazioni, come se le due questioni fossero naturalmente complementari. È un accostamento tutt’altro che neutro, ormai largamente presente nel dibattito pubblico contemporaneo. Ma dal punto di vista del sistema economico l’immigrazione serve anzitutto a garantire forza lavoro disponibile: le imprese chiedono migranti perché servono lavoratori, non per ragioni demografiche o identitarie.

Manca infine, negli articoli di Minaldi, ogni riferimento alla classe sociale e alla dimensione globale delle migrazioni – guerre, estrattivismo, land grabbing, debito, cambiamento climatico, accordi commerciali, che sono tra i motori reali delle migrazioni contemporanee – così come manca la domanda marxiana su chi tragga vantaggio dalla separazione tra lavoratori italiani e migranti, entrambi esposti alla stessa precarietà salariale. È proprio il linguaggio dell’integrazione, del resto, a rendere invisibile questa comune condizione di classe, trasformando un conflitto tra capitale e lavoro in un conflitto tra culture. Così come manca ogni riflessione sulla libertà di movimento, che costituisce invece il nodo politico fondamentale delle migrazioni contemporanee.

Rovescerei perciò la prospettiva di Minaldi. Il problema non sono i migranti e la loro integrazione: è il modo in cui il capitalismo contemporaneo produce insieme migrazioni, precarietà, competizione tra lavoratori, paura sociale e razzismo. I migranti sono conseguenza della continua trasformazione e per certi versi ristrutturazione del modo di produzione capitalistico, non causa della crisi sociale. È un’inversione che sposterebbe anche l’atteggiamento diffuso, se la sinistra tornasse a organizzare il malessere sociale sulle questioni reali – lavoro, sicurezza economico-sociale-sanitaria-ecologica, fisco, redistribuzione – invece di rincorrere, di volta in volta, nuovi capri espiatori o la destra su un terreno in cui è sempre più brava degli imitatori.


note

1) Marco Antonio Pirrone, Guerra ai migranti. Neoschiavitù e neoliberismo nel XXI secolo, PM Edizioni, Varazze, 2025, pp. 36-37 e 111-112.

 2) Marco Antonio Pirrone (a cura di), Mitologia dell'integrazione in Sicilia. Questioni teoriche e casi empirici, Mimesis, Milano-Udine, 2015, in particolare il saggio introduttivo «Integrazione: genealogia e critica di un concetto», pp. 15-63.

 3) Mi riferisco agli articoli di Antonio Minaldi, Migranti, meticciato culturale e cittadinanza, pubblicato su Pressenza il 23 aprile 2026 (e successivamente ripubblicato anche da Heraldo), Migranti e (misconosciute) politiche di integrazione, pubblicato su Pressenza il 7 luglio 2026, e I migranti e la difficile integrazione, pubblicato, per quanto mi consta, soltanto su Facebook.

4)  Marco Antonio Pirrone (a cura di), Mitologia dell'integrazione in Sicilia. Questioni teoriche e casi empirici, op. cit.