lunedì 13 luglio 2026

DAL PARADIGMA DEL DOMINIO AL PARADIGMA DELLA CURA

 -Finella Giordano-

Giuseppe De Marzo,
un suo contributo originale



"Se siamo espressione della Terra,

allora possiamo essere

espressione non solo del problema,

ma della cura.

La Terra riflette quello che siamo”



L’Internazionale della Terra. Cambiamento climatico, giustizia sociale ed ecologia della relazione (edito da Minimum Fax) di Giuseppe De Marzo ha un ampio e profondo respiro  teorico che investe il piano ontologico, epistemologico, etico-politico, proponendo come costitutivo un nuovo modo di pensare e di stare al mondo. 

Il nucleo argomentativo della proposta di Giuseppe De Marzo risiede nella capacità di articolare teoria radicale e pratiche territoriali: l’autore elabora un orizzonte di pensiero e un lessico inedito, forieri di nuovi paradigmi e di categorie alternative.

Tali categorie restituiscono centralità ai nessi relazionali tra gli enti e consentono di interpretare la contemporaneità, non come sommatoria di emergenze settoriali, bensì come crisi sistemica.

Ne consegue che il compito prioritario sia quello di costruire un assetto concettuale e linguistico in grado di interrompere la razionalità lineare e gerarchica dominante per lasciare spazio a nuove categorie, capaci di nominare la realtà, di ribaltare la prospettiva tradizionale su soggetto, cause, e soluzioni e di operare una decolonizzazione dello sguardo come atto fondativo sia sul piano politico che su quello metodologico.

Il saggio decostruisce le crisi interconnesse del presente, evidenziando  come il collasso  climatico, le disuguaglianze sociali e le guerre non siano fenomeni accidentali ma conseguenze dirette del modello tecnocapitalista, caratterizzato da una concezione della tecnologia non più come semplice strumento ma come meccanismo di dominio, estrazione e accumulazione. Per Giuseppe De Marzo uscire dalla crisi richiede un cambio di paradigma che ripensi insieme giustizia sociale, clima, politica, a partire da un nuovo rapporto tra umani, natura e territorio. 

In questa direzione il merito più grande de L’Internazionale della Terra è quello di aver sottratto il dibattito sulla

crisi climatica al terreno puramente tecnico per ricondurlo alla dimensione politica, giuridica e ontologica. Il testo di Giuseppe De Marzo non si configura, infatti, come un saggio sulla “sostenibilità” ma come un manifesto per una rottura di civiltà, un cambio di paradigma.

Tale operazione è dispiegata attraverso un impianto argomentativo logico, articolato secondo una duplice procedura di sottrazione e ricostruzione. In primo luogo De Marzo demolisce il linguaggio e le categorie proprie del “Capitalocene”, in un gesto che può essere inteso come decolonizzazione dello sguardo. In secondo luogo l’autore procede alla fondazione di nuove categorie finalizzate al rovesciamento della visione egemonica. Infine individua il soggetto storico capace di praticare tale trasformazione: un soggetto politico deputato globale deputato a “federare” le pratiche. 

 Il punto di partenza è una critica radicale al concetto stesso di “transizione ecologica”.

Per De Marzo la transizione è la forma con cui il “Capitalocene”, un sistema preciso che trasforma ogni vivente in risorsa, promuove disuguaglianze e distruzione, basandosi sul mito della crescita infinita, ignorando i limiti del pianeta, tenta di salvarsi, non di superarsi.

Cambiare gli strumenti (motore elettrico, pannelli fotovoltaici) lasciando intatta la grammatica economica, la logica dell’estrazione, della concorrenza e del comando centralizzato significa riprodurre la crisi con altri mezzi.

 Da qui nasce la necessità di parlare di “Conversione”. La “Conversione” non è un adattamento tecnologico, è un cambio di paradigma, un cambio di civiltà. Sposta l’asse dalla crescita illimitata all’autolimitazione, dall’individuo isolato all’interdipendenza, dal dominio alla cura.  È in questo spostamento che risiede il primo e più grande contributo teorico di De Marzo:esso ci costringe a pensare che la crisi non attiene alla sfera quantitativa delle emissioni di CO2, bensì alla sfera qualitativa delle relazioni, alla frattura antropologica e giuridica nelle relazioni che legano l’uomo alla Terra, da ripensare in termini di  patto di reciprocità. 

 La soluzione alla crisi è dunque di natura relazionale: richiede la ricostruzione del patto di cura con la terra. Questa intuizione teorica si regge su una diagnosi scientifica puntuale e stringente che impone uno spostamento epistemologico di fondo.

Al centro della critica di De Marzo si colloca  la categoria di “Antropocene”, definizione all’apparenza neutra ma politicamente problematica. Essa, infatti, opera un appiattimento delle differenze e delle responsabilità storiche, geografiche e di classe, imputando la crisi climatica all’“Uomo”, inteso come specie, rendendo, così, indistintamente colpevoli tutti i soggetti (sia i popoli colonizzati che le élite industriali che hanno prodotto l’80% delle emissioni) e assolvendo i veri artefici.

 Con tale operazione la crisi viene sottratta alla sfera delle scelte politiche ed economiche concrete, legate al profitto e al dominio, per essere ricondotta a una dimensione di inevitabilità e di destino.

L’effetto di tale slittamento è una progressiva depoliticizzazione del dibattito teorico e pubblico: il conflitto relativo a capitalismo, potere e giustizia viene traslato in  una prospettiva meramente tecnica, che invoca un ulteriore sviluppo ingegneristico, una crescente sofisticazione tecnologica, una raffinata  capacità di progettazione e di gestione, rispondenti a logiche di assoggettamento e controllo.

Per superare questa narrazione depoliticizzante, De Marzo propone l’adozione della categoria di “Capitalocene”. Con essa si individua un regime storico preciso, nato nel XV secolo, dall’incontro tra colonialismo e capitalismo. Attraverso tale categoria l’autore ricolloca la responsabilità della crisi all’interno di un preciso modello di sviluppo, fondato su estrazione, accumulazione e dominio, e restituisce alla crisi climatica la sua natura di prodotto storico e politico.

Il “Capitalocene” rappresenta, di fatto, l’antropocentrismo assunto a sistema economico che si struttura su tre grandi separazioni fondative: la prima è la separazione tra uomo e natura. In questo paradigma l’uomo è pensato come unico soggetto titolare di diritti, mentre la natura è ridotta a oggetto, a “res”: una merce che può essere comprata, venduta, inquinata e svuotata. Essa non ha diritti, ma solo un prezzo. La seconda è la separazione tra uomo e uomo: il dominio sulla natura si traduce in dominio tra gli esseri umani; sfruttamento, guerre tra sfruttati, divisioni Nord/Sud, disuguaglianze di genere e discriminazioni razziali diventano dispositivi di potere funzionali al sistema. La terza è la separazione tra presente e futuro:non solo l’uomo domina le altre specie, ma continua a esercitare il proprio dominio anche sulle generazioni future, avvalendosi di strumenti più efficienti, apparati tecno-scientifici più sofisticati, consumando risorse oggi e scaricando i costi domani. Questa temporalità rende irresponsabile chi oggi decide, poiché le scelte vengono legittimate da una logica di breve periodo che esclude le future generazioni dal calcolo politico.                                                   

La forza analitica della categoria di “Capitalocene” risiede proprio nella sua capacità di ricondurre a un’unica cornice interpretativa fenomeni oggi trattati come emergenze separate: la crisi climatica, la crisi alimentare, la crisi migratoria, la crisi energetica e la crisi della democrazia.

 Non si tratta di problemi tecnici distinti, bensì di sintomi di una medesima patologia sistemica: un modo di produrre e di abitare il mondo che consuma la rete della vita.

 L’alternativa proposta da De Marzo non si configura come un semplice  aggiustamento del sistema esistente, ma come un futuro “ecologico”, sottratto all’accumulazione predatoria del “Capitalocene”. 

Tale prospettiva  si articola e si incarna attraverso ciò che l’autore definisce “ecologia delle relazioni”. Essa implica lo smantellarmento della figura dell’“uomo padrone” del “Capitalocene”: un soggetto atomizzato, autosufficiente, che considera la Terra e gli altri esseri come mere risorse da sfruttare. L’obiettivo è, pertanto, quello di ricollocare  l’essere umano all’interno della comunità della vita, riconoscendone l’interdipendenza costitutiva con gli altri viventi e con i territori.

 In questo quadro l’“ecologia delle relazioni” si configura come metodo per ripensare il rapporto tra umano e non-umano. Essa consente di operare un cambiamento radicale sia negli assetti materiali che negli immaginari, privilegiando la cura e la relazione come principi centrali dell’organizzazione politica ed economica.   

 Sul piano ontologico viene superata la concezione della terra come puro “capitale naturale” o “carbonio da stoccare”. La terra è, al contrario, intesa come  una rete di relazioni da coltivare, all’interno della quale fiumi, foreste, semi, acqua ed energia non sono riducibili a risorse, bensì sono soggetti con cui entrare in negoziazione e ai quali riconoscere diritti.

 De Marzo evidenzia  come il diritto proprio del “Capitalocene”si fondi sul paradigma della  proprietà privata assoluta e sul soggetto giuridico individuale, in coerenza con un modello estrattivista che riduce la terra e gli organismi viventi a oggetti funzionali alla crescita economica. Da ciò discende la necessità di un superamento che investa non soltanto il modello economico, ma anche il corrispondente ordinamento giuridico.

Per uscire dal “Capitalocene” è, dunque, indispensabile mettere in discussione il diritto stesso: quell’assetto normativo che istituzionalizza lo sfruttamento della Terra e la separazione ontologica tra umano e vivente. 

 A tal fine De Marzo propone l’elaborazione di una “grande giurisprudenza”e di una “giurisprudenza della terra”, orientate al riconoscimento di titolarità e tutela non esclusivamente agli esseri  umani ma a tutti gli abitanti della Casa comune.

 Il nodo centrale  di tale proposta consiste nel rovesciamento del principio istitutivo: dal diritto di sfruttare si passa al dovere di curare. Un primo esito concreto di questa spinta è rintracciabile  nella  Dichiarazione universale dei diritti della Madre Terra, approvata dall’Assemblea Generale ONU nel 2010. Tale documento rappresenta il  primo riconoscimento istituzionale a livello internazionale  della necessità di superare i limiti dell’antropocentrismo giuridico.

Proprio a partire da questo riconoscimento si è configurato un percorso straordinario, sia per il grado di partecipazione dal basso sia per la qualità delle proposte politiche. Esso ha, infatti, favorito fortemente l’emergere costruttivo di una società in movimento caratterizzata da alleanze inedite, mobilitazioni collettive e passaggi epocali negli assetti normativi. Imprescindibile è stato il  dialogo interculturale e multicriteriale, inteso come confronto permanente tra filosofia, antropologia , giurisprudenza, volto a decolonizzare il vecchio immaginario antropocentrico e aggressivo.

 Oggi le istanze provenienti da questi mondi si sono consolidate dando vita a “un universo plurale di alternative al sistema tecnocapitalista”.Tale universo è  rappresentato dai movimenti del post-sviluppo, accomunati “dalla necessità di superare il paradigma della crescita economica al fine di perseguire equità sociale e sostenibilità ambientale”.

I movimenti del post-sviluppo costituiscono un insieme eterogeneo e plurale di pratiche, lotte e produzioni di sapere che si pone in rottura radicale con il paradigma dello sviluppo, inteso come crescita economica illimitata, omologazione culturale e dominio tecnocapitalista.

 Non si tratta di un movimento unitario, dotato di un programma unico, ma di un reticolo di percorsi alternativi, tenuto insieme dalla consapevolezza che il problema centrale del presente non sia rendere lo sviluppo più sostenibile, bensì superarlo come orizzonte di senso.

 Dal punto di vista epistemologico questi movimenti partono dal rifiuto dell’idea che esista un solo modello, una sola soluzione o una sola democrazia da universalizzare. Riconoscono invece la coesistenza di una molteplicità di mondi, saperi e pratiche. Tale riconoscimento si traduce politicamente nella scelta di disperdere il potere anziché concentrarlo e accumularlo, e nella costruzione di spazi locali e federali in cui le comunità decidono in autonomia.

Il pluralismo diventa, quindi, non solo un metodo, ma anche un obiettivo: legittimare la diversità culturale, organizzativa e decisionale come ricchezza e non come problema da omologare. Sul piano storico e critico i movimenti del post-sviluppo assumono una prospettiva decoloniale. Con questo termine non si indica soltanto la questione geografica Nord-Sud, ma un lavoro più ampio di smontaggio dell’eredità coloniale che attraversa ancora i saperi, le economie e gli immaginari.

 La decolonialità serve a collegare tra loro le diverse forme di oppressione prodotte dal medesimo sistema: quella razziale, di genere, ambientale e di specie. Per questo i movimenti rifiutano sia le “politiche di sviluppo”, esportate dal Nord al Sud del mondo, sia la cultura suprematista e specista, che dispone l’uomo bianco occidentale al centro di ogni relazione.

Decolonizzare significa anche liberare l’immaginario dalla trappola della crescita infinita, oltre i limiti planetari, e restituire centralità a concetti come relazione, cura e comunità.

 Un ulteriore elemento costitutivo è il riconoscimento della fragilità. I movimenti del post-sviluppo rompono con il mito capitalista dell’infrangibilità, della produttività illimitata e dell’autosufficienza individuale. Affermare che “siamo tutte e tutti vulnerabili e fragili” non è vissuto come un limite, ma come il punto di partenza etico di ogni politica. La fragilità ricorda la necessità di cura, di riconoscimento degli altri, e sposta l’asse dal soggetto competitivo e autosufficiente al soggetto relazionale e interdipendente. In questo rinnovato universo di pensiero nasce anche una nuova idea di forza: non quella che domina ed estrae, ma la forza autentica che ripara, sostiene e rigenera. Per tale motivo  al centro delle pratiche  elette dai movimenti del post-sviluppo viene posta la cura dei corpi, dei territori e dei legami sociali. 

Dunque pluralismo, decolonialità, fragilità  e infine, ultimo cardine portante, l’interdipendenza che rappresenta la sintesi logica delle categorie precedenti. Essa si fonda sul riconoscimento di essere “vita in mezzo alla vita che vuole vivere”. Significa comprendere che il benessere personale dipende dal benessere collettivo, e che il benessere collettivo comprende non solo gli umani, ma anche gli animali, le piante, l’acqua, il suolo e le generazioni future. L’interdipendenza si traduce politicamente in reciprocità, mutualismo e responsabilità, e costituisce il riferimento tematico di concetti provenienti da tradizioni diverse come il sumak kawsay, il buen vivir, il tikkun olam o l’Agaciro, assimilati dall’idea che nessuno si salva da solo.

 Proprio su queste basi De Marzo individua nei movimenti del post-sviluppo la “spina dorsale” del nuovo soggetto politico che chiama “Internazionale della Terra”: un soggetto politico composito, costituito  da coloro che sono stati scartati, esclusi, impoveriti, avvelenati dal sistema dominante. 

 A tale soggetto afferiscono i movimenti indigeni, le reti mondiali contadine, le organizzazioni ecologiste, i comitati di quartieri popolari e delle periferie urbane, i movimenti per l’acqua pubblica, nonché le numerose realtà di opposizione alle grandi opere e ai disastri ambientali.

 Il compito di tale soggetto non è l’occupazione dello Stato finalizzata all’imposizione di un nuovo modello egemonico, bensì la costruzione, dal basso, di una civiltà della cura, che si realizza attraverso la  pratica immediata di  relazioni alternative calibrate su reciprocità, solidarietà, responsabilità verso il vivente

 L’autore chiarisce il significato, gli obiettivi e l’orizzonte etico-politico del soggetto collettivo che dà il titolo all’opera. Il presupposto da cui muove è la constatazione dell’assenza di uno schema unico e di una ricetta predeterminata per affrontare la crisi. L’efficacia dell’azione  trasformativa dipenderà, pertanto, dal desiderio di cambiamento degli abitanti della Terra e dalla capacità dei movimenti del post-sviluppo di elaborare pratiche inedite. 

A questo scopo viene proposto il progetto dell’Internazionale della Terra: una rete volta ad articolare le dimensioni locale, nazionale e internazionale, e a favorire la coscienza di appartenere ad una comunità di destino. Si tratta di una comunità composta da esseri umani e non-umani legati dal medesimo  futuro e dalla medesima esigenza di tutela.

 Gli obiettivi che De Marzo assegna a tale Internazionale sono di natura sistemica. Essi comprendono la trasformazione dei sistemi di governo, con lo spostamento del  baricentro dal centro alla periferia e il riconoscimento di un pluralismo di autogoverni; l’ampliamento della soggettività politica attraverso il cambiamento delle modalità decisionali e l’adozione di forme di democrazia partecipativa; la riconversione ecologica della produzione e dell’energia; il superamento dell’ordinamento giuridico omocentrico;la revisione delle politiche internazionali; il ricollocamento dell’essere umano all’interno della comunità della Terra.

 Non si tratta quindi di riforme settoriali, ma di una trasformazione strutturale delle relazioni tra uomo, società e natura.  Attraverso la formula “La Terra riflette quello che siamo”, De Marzo ribadisce l’appartenenza inscindibile dell’uomo al sistema Terra. 

 In questo quadro concettuale, l’Internazionale della Terra assume la funzione di recuperare la  multidimensionalità dell’essere umano, ricostruendo la “ragnatela di relazioni” che lo lega alle altre comunità della vita. Riconoscersi come “vita in mezzo alla vita che vuole vivere” implica, inoltre, una ridefinizione  del concetto di libertà: non più intesa come indipendenza assoluta, ma come armonia che si realizza attraverso ciò che siamo e non soltanto attraverso ciò che conosciamo.

 Da tale premessa discende la sfida politica finale. Poiché l’umanità è espressione della Terra e parte di un processo di trasformazione continuo, anche le istituzioni, le norme e i saperi devono essere sottoposti a revisione.   

 L’Internazionale della Terra è chiamata ad agire sul piano globale, al fine di incidere e influenzare su tale processo. Se l’umanità è espressione della Terra, allora può scegliere di non limitarsi a  essere espressione del problema, ma di farsi espressione della cura. 

 L’ultimo capitolo  del libro segna il  passaggio dal piano della critica a quello della costruzione. L’Internazionale della Terra è concepita come una pratica politica dal basso, plurale e relazionale, il cui fondamento è il riconoscimento dell’interdipendenza. È su questa base che  può aprirsi una conversione ecologica, giuridica e culturale alternativa al paradigma del dominio.

 In questa scelta si gioca la possibilità di un futuro: la Terra, conclude De Marzo, rifletterà ciò che noi saremo.

 

L’Internazionale della Terra si delinea come un testo di rilevante portata teorica e politica, capace di andare otre i confini tradizionali della letteratura ambientalista contemporanea.

Ciò che rende il testo particolarmente solido è la sua capacità di tenere insieme la diagnosi della crisi, la proposta di un nuovo paradigma e l’individuazione di un soggetto politico in grado di realizzarlo.

 De Marzo non si limita a descrivere lo stato di emergenza ecologica e sociale. Egli fornisce al contrario un insieme di categorie concettuali, di strumenti normativi e di riferimenti organizzativi utili a pensare un superamento effettivo del modello dominante. Per questo motivo il libro assume  il valore di un manifesto teorico e politico che offre una grammatica per nominare le pratiche di resistenza già esistenti e le ricompone in un progetto di trasformazione sistemica.

Sul piano metodologico l’opera si distingue per l’adozione di un pensiero logico-deduttivo di tipo circolare che si allontana dalla razionalità lineare e gerarchica tipica della visione meccanicistica.    La scelta strutturale adottata da Giuseppe De Marzo garantisce al testo coerenza e compattezza interna. Proprio tale impianto consente, infatti, all’autore di ricomporre teoria e prassi in un unico disegno unitario, evitando la frattura tra analisi e proposta politica

 Il contributo originale e distintivo di De Marzo risiede nell’aver tradotto il principio dell’interdipendenza, inteso come relazione reciproca di dipendenza tra gli elementi di un sistema, in categorie operative. Tale principio viene declinato dall’autore su tre piani posti in connessione: sul piano ontologico, in quanto ridefinisce il rapporto tra umano e vivente; sul piano ecologico, in quanto supera la visione meccanicistica a favore di un’“ecologia delle relazioni”; sul piano politico-giuridico, in quanto si traduce nella necessità di un nuovo diritto fondato sulla cura e non sullo sfruttamento. La “Conversione”, in questo senso, non è un’utopia morale, ma un elemento fondamentale che attraversa tutti e tre i livelli: ecologico, giuridico e culturale

 L’itinerario teorico-politico proposto da De Marzo si muove costantemente tra critica e proposta, tra diagnosi del presente e disegno di un futuro possibile. Da questo attraversamento emerge con chiarezza un punto centrale: la “policrisi” contemporanea non può essere affrontata mediante riforme settoriali o mediante un ricorso strumentale all’innovazione tecnologica.

 La posta in gioco è di natura ontologica, perché investe direttamente il modo in cui l’umano si concepisce e si colloca in relazione al vivente, alla Terra e alle generazioni future.

 In definitiva, l’Internazionale della Terra si attesta come un dispositivo teorico e politico che tenta di trasformare la crisi in progetto.

 Proprio a partire dal riconoscimento dell’interdipendenza reciproca diviene pensabile una conversione ecologica, giuridica e culturale che reca in sé l’audacia di porre fine al paradigma del dominio per fondare un nuovo scenario: quello di una comunità umana e non-umana sostenuta dal principio della relazione, della responsabilità e della cura.