-Finella Giordano-
"Se siamo espressione della Terra,
allora possiamo essere
espressione non solo del problema,
ma della cura.
La Terra riflette quello che siamo”
L’Internazionale della Terra. Cambiamento climatico, giustizia sociale ed ecologia
della relazione (edito da Minimum Fax) di Giuseppe De Marzo ha un ampio e profondo respiro teorico che investe il piano ontologico, epistemologico, etico-politico, proponendo come costitutivo un nuovo modo di pensare e di stare al mondo.
Il nucleo argomentativo della proposta di Giuseppe De Marzo
risiede nella capacità di articolare teoria radicale e pratiche territoriali:
l’autore elabora un orizzonte di pensiero e un lessico inedito, forieri di
nuovi paradigmi e di categorie alternative.
Tali categorie restituiscono centralità ai nessi relazionali tra
gli enti e consentono di interpretare la contemporaneità, non come sommatoria
di emergenze settoriali, bensì come crisi sistemica.
Ne consegue che il compito prioritario sia quello di costruire un
assetto concettuale e linguistico in grado di interrompere la razionalità
lineare e gerarchica dominante per lasciare spazio a nuove categorie, capaci di
nominare la realtà, di ribaltare la prospettiva tradizionale su soggetto,
cause, e soluzioni e di operare una decolonizzazione dello sguardo come atto
fondativo sia sul piano politico che su quello metodologico.
Il saggio decostruisce le crisi interconnesse del presente, evidenziando come il collasso climatico, le disuguaglianze sociali e le guerre non siano fenomeni accidentali ma conseguenze dirette del modello tecnocapitalista, caratterizzato da una concezione della tecnologia non più come semplice strumento ma come meccanismo di dominio, estrazione e accumulazione. Per Giuseppe De Marzo uscire dalla crisi richiede un cambio di paradigma che ripensi insieme giustizia sociale, clima, politica, a partire da un nuovo rapporto tra umani, natura e territorio.
In questa direzione il merito più grande de L’Internazionale della Terra è quello di aver sottratto il dibattito sulla
crisi climatica al terreno puramente tecnico per ricondurlo alla dimensione politica, giuridica e ontologica. Il testo di Giuseppe De Marzo non si configura, infatti, come un saggio sulla “sostenibilità” ma come un manifesto per una rottura di civiltà, un cambio di paradigma.
Tale operazione è dispiegata attraverso un impianto argomentativo
logico, articolato secondo una duplice procedura di sottrazione e
ricostruzione. In primo luogo De Marzo demolisce il linguaggio e le categorie
proprie del “Capitalocene”, in un gesto che può essere inteso come
decolonizzazione dello sguardo. In secondo luogo l’autore procede alla
fondazione di nuove categorie finalizzate al rovesciamento della visione
egemonica. Infine individua il soggetto storico capace di praticare tale
trasformazione: un soggetto politico deputato globale deputato a “federare” le
pratiche.
Il punto di partenza è una
critica radicale al concetto stesso di “transizione ecologica”.
Per De Marzo la transizione è la forma con cui il “Capitalocene”,
un sistema preciso che trasforma ogni vivente in risorsa, promuove
disuguaglianze e distruzione, basandosi sul mito della crescita infinita,
ignorando i limiti del pianeta, tenta di salvarsi, non di superarsi.
Cambiare gli strumenti (motore elettrico, pannelli fotovoltaici)
lasciando intatta la grammatica economica, la logica dell’estrazione, della
concorrenza e del comando centralizzato significa riprodurre la crisi con altri
mezzi.
Da qui nasce la necessità
di parlare di “Conversione”. La “Conversione” non è un adattamento tecnologico,
è un cambio di paradigma, un cambio di civiltà. Sposta l’asse dalla crescita
illimitata all’autolimitazione, dall’individuo isolato all’interdipendenza, dal
dominio alla cura. È in questo spostamento che risiede il primo e più
grande contributo teorico di De Marzo:esso ci costringe a pensare che la crisi
non attiene alla sfera quantitativa delle emissioni di CO2, bensì alla sfera
qualitativa delle relazioni, alla frattura antropologica e giuridica nelle
relazioni che legano l’uomo alla Terra, da ripensare in termini di patto
di reciprocità.
La soluzione alla crisi è
dunque di natura relazionale: richiede la ricostruzione del patto di cura con
la terra. Questa intuizione teorica si regge su una diagnosi scientifica
puntuale e stringente che impone uno spostamento epistemologico di fondo.
Al centro della critica di De Marzo si colloca la
categoria di “Antropocene”, definizione all’apparenza neutra ma politicamente
problematica. Essa, infatti, opera un appiattimento delle differenze e delle
responsabilità storiche, geografiche e di classe, imputando la crisi climatica
all’“Uomo”, inteso come specie, rendendo, così, indistintamente colpevoli tutti
i soggetti (sia i popoli colonizzati che le élite industriali che hanno
prodotto l’80% delle emissioni) e assolvendo i veri artefici.
Con tale operazione la
crisi viene sottratta alla sfera delle scelte politiche ed economiche concrete,
legate al profitto e al dominio, per essere ricondotta a una dimensione di
inevitabilità e di destino.
L’effetto di tale slittamento è una progressiva
depoliticizzazione del dibattito teorico e pubblico: il conflitto relativo a
capitalismo, potere e giustizia viene traslato in una prospettiva
meramente tecnica, che invoca un ulteriore sviluppo ingegneristico, una crescente
sofisticazione tecnologica, una raffinata capacità di progettazione e di
gestione, rispondenti a logiche di assoggettamento e controllo.
Per superare questa narrazione depoliticizzante, De Marzo
propone l’adozione della categoria di “Capitalocene”. Con essa si individua un regime storico preciso, nato nel XV secolo, dall’incontro tra colonialismo e capitalismo. Attraverso tale categoria l’autore ricolloca la responsabilità della crisi all’interno di un preciso modello di sviluppo, fondato su estrazione, accumulazione e dominio, e restituisce alla crisi climatica la sua natura di prodotto storico e politico.
Il “Capitalocene” rappresenta, di fatto, l’antropocentrismo
assunto a sistema economico che si struttura su tre grandi separazioni
fondative: la prima è la separazione tra uomo e natura. In questo paradigma
l’uomo è pensato come unico soggetto titolare di diritti, mentre la natura è ridotta
a oggetto, a “res”: una merce che può essere comprata, venduta, inquinata e
svuotata. Essa non ha diritti, ma solo un prezzo. La seconda è la separazione
tra uomo e uomo: il dominio sulla natura si traduce in dominio tra gli esseri
umani; sfruttamento, guerre tra sfruttati, divisioni Nord/Sud, disuguaglianze
di genere e discriminazioni razziali diventano dispositivi di potere funzionali
al sistema. La terza è la separazione tra presente e futuro:non solo l’uomo
domina le altre specie, ma continua a esercitare il proprio dominio anche sulle
generazioni future, avvalendosi di strumenti più efficienti, apparati
tecno-scientifici più sofisticati, consumando risorse oggi e scaricando i costi
domani. Questa temporalità rende irresponsabile chi oggi decide, poiché le
scelte vengono legittimate da una logica di breve periodo che esclude le future
generazioni dal calcolo
politico.
La forza analitica della categoria di “Capitalocene” risiede proprio nella sua capacità di ricondurre a un’unica cornice interpretativa fenomeni oggi trattati come emergenze separate: la crisi climatica, la crisi alimentare, la crisi migratoria, la crisi energetica e la crisi della democrazia.
Non si tratta di problemi
tecnici distinti, bensì di sintomi di una medesima patologia sistemica: un modo
di produrre e di abitare il mondo che consuma la rete della vita.
L’alternativa proposta da
De Marzo non si configura come un semplice aggiustamento del sistema
esistente, ma come un futuro “ecologico”, sottratto all’accumulazione
predatoria del “Capitalocene”.
Tale prospettiva si articola e si incarna attraverso ciò che
l’autore definisce “ecologia delle relazioni”. Essa implica lo smantellarmento
della figura dell’“uomo padrone” del “Capitalocene”: un soggetto atomizzato, autosufficiente,
che considera la Terra e gli altri esseri come mere risorse da sfruttare.
L’obiettivo è, pertanto, quello di ricollocare l’essere umano all’interno
della comunità della vita, riconoscendone l’interdipendenza costitutiva con gli
altri viventi e con i territori.
In questo quadro
l’“ecologia delle relazioni” si configura come metodo per ripensare il rapporto
tra umano e non-umano. Essa consente di operare un cambiamento radicale sia
negli assetti materiali che negli immaginari, privilegiando la cura e la
relazione come principi centrali dell’organizzazione politica ed
economica.
Sul piano ontologico viene
superata la concezione della terra come puro “capitale naturale” o “carbonio da
stoccare”. La terra è, al contrario, intesa come una rete di relazioni da
coltivare, all’interno della quale fiumi, foreste, semi, acqua ed energia non
sono riducibili a risorse, bensì sono soggetti con cui entrare in negoziazione
e ai quali riconoscere diritti.
De Marzo evidenzia
come il diritto proprio del “Capitalocene”si fondi sul paradigma della
proprietà privata assoluta e sul soggetto giuridico individuale, in coerenza
con un modello estrattivista che riduce la terra e gli organismi viventi a
oggetti funzionali alla crescita economica. Da ciò discende la necessità di un
superamento che investa non soltanto il modello economico, ma anche il
corrispondente ordinamento giuridico.
Per uscire dal “Capitalocene” è, dunque, indispensabile mettere in
discussione il diritto stesso: quell’assetto normativo che istituzionalizza lo
sfruttamento della Terra e la separazione ontologica tra umano e vivente.
A tal fine De Marzo propone
l’elaborazione di una “grande giurisprudenza”e di una “giurisprudenza della
terra”, orientate al riconoscimento di titolarità e tutela non esclusivamente
agli esseri umani ma a tutti gli abitanti della Casa comune.
Il nodo centrale di
tale proposta consiste nel rovesciamento del principio istitutivo: dal diritto
di sfruttare si passa al dovere di curare. Un primo esito concreto di questa
spinta è rintracciabile nella Dichiarazione universale dei diritti
della Madre Terra, approvata dall’Assemblea Generale ONU nel 2010. Tale
documento rappresenta il primo riconoscimento istituzionale a livello
internazionale della necessità di superare i limiti dell’antropocentrismo
giuridico.
Proprio a partire da questo riconoscimento si è configurato un percorso straordinario, sia per il grado di partecipazione dal basso sia per la qualità delle proposte politiche. Esso ha, infatti, favorito fortemente l’emergere costruttivo di una società in movimento caratterizzata da alleanze inedite, mobilitazioni
collettive e passaggi epocali negli assetti normativi. Imprescindibile è stato il dialogo interculturale e multicriteriale, inteso come confronto permanente tra filosofia, antropologia , giurisprudenza, volto a decolonizzare il vecchio immaginario antropocentrico e aggressivo.
Oggi le istanze provenienti
da questi mondi si sono consolidate dando vita a “un universo plurale di
alternative al sistema tecnocapitalista”.Tale universo è rappresentato
dai movimenti del post-sviluppo, accomunati “dalla necessità di superare il
paradigma della crescita economica al fine di perseguire equità sociale e
sostenibilità ambientale”.
I
movimenti del post-sviluppo costituiscono un insieme eterogeneo e plurale di
pratiche, lotte e produzioni di sapere che si pone in rottura radicale con il
paradigma dello sviluppo, inteso come crescita economica illimitata,
omologazione culturale e dominio tecnocapitalista.
Non si tratta di un
movimento unitario, dotato di un programma unico, ma di un reticolo di percorsi
alternativi, tenuto insieme dalla consapevolezza che il problema centrale del
presente non sia rendere lo sviluppo più sostenibile, bensì superarlo come
orizzonte di senso.
Dal punto di vista
epistemologico questi movimenti partono dal rifiuto dell’idea che esista un
solo modello, una sola soluzione o una sola democrazia da universalizzare.
Riconoscono invece la coesistenza di una molteplicità di mondi, saperi e
pratiche. Tale riconoscimento si traduce politicamente nella scelta di
disperdere il potere anziché concentrarlo e accumularlo, e nella costruzione di
spazi locali e federali in cui le comunità decidono in autonomia.
Il pluralismo diventa, quindi, non solo un metodo, ma anche un
obiettivo: legittimare la diversità culturale, organizzativa e decisionale come
ricchezza e non come problema da omologare. Sul piano storico e critico i
movimenti del post-sviluppo assumono una prospettiva decoloniale. Con questo
termine non si indica soltanto la questione geografica Nord-Sud, ma un lavoro
più ampio di smontaggio dell’eredità coloniale che attraversa ancora i saperi,
le economie e gli immaginari.
La decolonialità serve a
collegare tra loro le diverse forme di oppressione prodotte dal medesimo
sistema: quella razziale, di genere, ambientale e di specie. Per questo i
movimenti rifiutano sia le “politiche di sviluppo”, esportate dal Nord al Sud
del mondo, sia la cultura suprematista e specista, che dispone l’uomo bianco
occidentale al centro di ogni relazione.
Decolonizzare significa anche liberare l’immaginario dalla
trappola della crescita infinita, oltre i limiti planetari, e restituire
centralità a concetti come relazione, cura e comunità.
Un ulteriore elemento
costitutivo è il riconoscimento della fragilità. I movimenti del post-sviluppo
rompono con il mito capitalista dell’infrangibilità, della produttività
illimitata e dell’autosufficienza individuale. Affermare che “siamo tutte e
tutti vulnerabili e fragili” non è vissuto come un limite, ma come il punto di
partenza etico di ogni politica. La fragilità ricorda la necessità di cura, di
riconoscimento degli altri, e sposta l’asse dal soggetto competitivo e
autosufficiente al soggetto relazionale e interdipendente. In questo rinnovato
universo di pensiero nasce anche una nuova idea di forza: non quella che domina
ed estrae, ma la forza autentica che ripara, sostiene e rigenera. Per tale
motivo al centro delle pratiche elette dai movimenti del
post-sviluppo viene posta la cura dei corpi, dei territori e dei legami
sociali.
Dunque pluralismo, decolonialità, fragilità e infine, ultimo cardine portante, l’interdipendenza che rappresenta la sintesi logica delle categorie precedenti. Essa si fonda sul riconoscimento di essere “vita in mezzo alla vita che vuole vivere”. Significa comprendere che il benessere personale dipende dal benessere collettivo, e che il benessere collettivo comprende non solo gli umani, ma anche gli animali, le piante, l’acqua, il suolo e le generazioni future. L’interdipendenza si traduce politicamente in reciprocità, mutualismo e responsabilità, e costituisce il riferimento tematico di concetti provenienti
da tradizioni diverse come il sumak kawsay, il buen vivir, il tikkun olam o l’Agaciro, assimilati dall’idea che nessuno si salva da solo.
Proprio su queste basi De
Marzo individua nei movimenti del post-sviluppo la “spina dorsale” del nuovo
soggetto politico che chiama “Internazionale della Terra”: un soggetto politico
composito, costituito da coloro che sono stati scartati, esclusi,
impoveriti, avvelenati dal sistema dominante.
A tale soggetto afferiscono
i movimenti indigeni, le reti mondiali contadine, le organizzazioni ecologiste,
i comitati di quartieri popolari e delle periferie urbane, i movimenti per
l’acqua pubblica, nonché le numerose realtà di opposizione alle grandi opere e
ai disastri ambientali.
Il compito di tale soggetto
non è l’occupazione dello Stato finalizzata all’imposizione di un nuovo modello
egemonico, bensì la costruzione, dal basso, di una civiltà della cura, che si
realizza attraverso la pratica immediata di relazioni alternative
calibrate su reciprocità, solidarietà, responsabilità verso il vivente
L’autore chiarisce il
significato, gli obiettivi e l’orizzonte etico-politico del soggetto collettivo
che dà il titolo all’opera. Il presupposto da cui muove è la constatazione
dell’assenza di uno schema unico e di una ricetta predeterminata per affrontare
la crisi. L’efficacia dell’azione trasformativa dipenderà, pertanto, dal
desiderio di cambiamento degli abitanti della Terra e dalla capacità dei
movimenti del post-sviluppo di elaborare pratiche inedite.
A questo scopo viene proposto il progetto dell’Internazionale
della Terra: una rete volta ad articolare le dimensioni locale, nazionale e
internazionale, e a favorire la coscienza di appartenere ad una comunità di
destino. Si tratta di una comunità composta da esseri umani e non-umani legati
dal medesimo futuro e dalla medesima esigenza di tutela.
Gli obiettivi che De Marzo
assegna a tale Internazionale sono di natura sistemica. Essi comprendono la
trasformazione dei sistemi di governo, con lo spostamento del baricentro
dal centro alla periferia e il riconoscimento di un pluralismo di autogoverni;
l’ampliamento della soggettività politica attraverso il cambiamento delle
modalità decisionali e l’adozione di forme di democrazia partecipativa; la
riconversione ecologica della produzione e dell’energia; il superamento
dell’ordinamento giuridico omocentrico;la revisione delle politiche
internazionali; il ricollocamento dell’essere umano all’interno della comunità
della Terra.
Non si tratta quindi di
riforme settoriali, ma di una trasformazione strutturale delle relazioni tra
uomo, società e natura. Attraverso la formula “La Terra riflette quello
che siamo”, De Marzo ribadisce l’appartenenza inscindibile dell’uomo al sistema
Terra.
In questo quadro
concettuale, l’Internazionale della Terra assume la funzione di recuperare la
multidimensionalità dell’essere umano, ricostruendo la “ragnatela di relazioni”
che lo lega alle altre comunità della vita. Riconoscersi come “vita in mezzo
alla vita che vuole vivere” implica, inoltre, una ridefinizione del
concetto di libertà: non più intesa come indipendenza assoluta, ma come armonia
che si realizza attraverso ciò che siamo e non soltanto attraverso ciò che
conosciamo.
Da tale premessa discende
la sfida politica finale. Poiché l’umanità è espressione della Terra e parte di
un processo di trasformazione continuo, anche le istituzioni, le norme e i
saperi devono essere sottoposti a revisione.
L’Internazionale della
Terra è chiamata ad agire sul piano globale, al fine di incidere e influenzare
su tale processo. Se l’umanità è espressione della Terra, allora può scegliere
di non limitarsi a essere espressione del problema, ma di farsi
espressione della cura.
L’ultimo capitolo del
libro segna il passaggio dal piano della critica a quello della
costruzione. L’Internazionale della Terra è concepita come una pratica politica
dal basso, plurale e relazionale, il cui fondamento è il riconoscimento
dell’interdipendenza. È su questa base che può aprirsi una conversione
ecologica, giuridica e culturale alternativa al paradigma del dominio.
In questa scelta si gioca
la possibilità di un futuro: la Terra, conclude De Marzo, rifletterà ciò che
noi saremo.
L’Internazionale della Terra si delinea come un testo di rilevante portata teorica e politica,
capace di andare otre i confini tradizionali della letteratura ambientalista contemporanea.
Ciò che rende il testo particolarmente solido è la sua capacità
di tenere insieme la diagnosi della crisi, la proposta di un nuovo paradigma e
l’individuazione di un soggetto politico in grado di realizzarlo.
De Marzo non si limita a
descrivere lo stato di emergenza ecologica e sociale. Egli fornisce al
contrario un insieme di categorie concettuali, di strumenti normativi e di
riferimenti organizzativi utili a pensare un superamento effettivo del modello
dominante. Per questo motivo il libro assume il valore di un manifesto
teorico e politico che offre una grammatica per nominare le pratiche di
resistenza già esistenti e le ricompone in un progetto di trasformazione
sistemica.
Sul piano metodologico l’opera si distingue per l’adozione di un
pensiero logico-deduttivo di tipo circolare che si allontana dalla razionalità
lineare e gerarchica tipica della visione meccanicistica. La scelta strutturale adottata da Giuseppe De Marzo garantisce al
testo coerenza e compattezza interna. Proprio tale impianto consente, infatti,
all’autore di ricomporre teoria e prassi in un unico disegno unitario, evitando
la frattura tra analisi e proposta politica
Il contributo originale e
distintivo di De Marzo risiede nell’aver tradotto il principio
dell’interdipendenza, inteso come relazione reciproca di dipendenza tra gli
elementi di un sistema, in categorie operative. Tale principio viene declinato
dall’autore su tre piani posti in connessione: sul piano ontologico, in quanto
ridefinisce il rapporto tra umano e vivente; sul piano ecologico, in quanto
supera la visione meccanicistica a favore di un’“ecologia delle relazioni”; sul
piano politico-giuridico, in quanto si traduce nella necessità di un nuovo
diritto fondato sulla cura e non sullo sfruttamento. La “Conversione”, in
questo senso, non è un’utopia morale, ma un elemento fondamentale che
attraversa tutti e tre i livelli: ecologico, giuridico e culturale
L’itinerario
teorico-politico proposto da De Marzo si muove costantemente tra critica e
proposta, tra diagnosi del presente e disegno di un futuro possibile. Da questo
attraversamento emerge con chiarezza un punto centrale: la “policrisi”
contemporanea non può essere affrontata mediante riforme settoriali o mediante
un ricorso strumentale all’innovazione tecnologica.
La posta in gioco è di
natura ontologica, perché investe direttamente il modo in cui l’umano si
concepisce e si colloca in relazione al vivente, alla Terra e alle generazioni
future.
In definitiva,
l’Internazionale della Terra si attesta come un dispositivo teorico e politico
che tenta di trasformare la crisi in progetto.
Proprio a partire dal
riconoscimento dell’interdipendenza reciproca diviene pensabile una conversione
ecologica, giuridica e culturale che reca in sé l’audacia di porre fine al
paradigma del dominio per fondare un nuovo scenario: quello di una comunità
umana e non-umana sostenuta dal principio della relazione, della responsabilità
e della cura.
