-Rossella Puca-
Cosa cambia davvero con la riforma della giustizia
Rossella Puca
Inizialmente questa riforma si è presentata come qualcosa per addetti ai lavori, per chi fosse in grado di comprenderla fino in fondo: sembrava collocarsi soprattutto su un piano tecnico. Proprio per questo vorrei partire dal merito della riforma, perché spesso nel dibattito pubblico tutto resta molto astratto, mentre qui si parla in realtà di interventi molto concreti sull’assetto della magistratura: la divisione del Csm in due organismi distinti, il sorteggio dei componenti, l’istituzione dell’Alta Corte disciplinare.
Se guardiamo a questi tre punti insieme, che tipo di trasformazione producono nel governo della magistratura? E poi: perché, secondo molti giuristi, non si tratta di semplici modifiche tecniche ma di un vero e proprio cambiamento degli equilibri istituzionali?
Giso Amendola
Come dicevi, nel dibattito pubblico non c’è stata solo molta confusione iniziale, ma si è fatta strada anche questa idea di una contrapposizione tra discorso tecnico e discorso politico, come se la riforma costituzionale fosse una semplice collezione di interventi tecnici, a cui un significato politico venga poi appiccicato dall’esterno.
Dobbiamo dire subito che non è così. Mai come in questo caso l’aspetto tecnico, l’intervento concreto sulla Costituzione e il disegno politico in cui questi interventi si inseriscono vanno di pari passo. È un intervento tecnico che riforma il rapporto tra governo e magistratura, in particolare in senso securitario — poi spiegheremo in che senso — e che si inserisce in un progetto politico più ampio di svolta securitaria complessiva che riguarda il nostro ordinamento. Le due cose, quindi, il momento politico e i contenuti tecnici della riforma, vanno completamente a braccetto.
Rossella Puca
Parliamo dunque di cosa succede all’autogoverno?
Giso Amendola
Tu facevi riferimento ai contenuti della riforma costituzionale. La riforma interviene sull’assetto dell’autogoverno della magistratura. Il primo intervento è quello di spaccare in due l’organo di autogoverno della magistratura, e questo già ci dice qualcosa del principio generale che ispira la riforma: separare il più possibile la magistratura giudicante dalla magistratura requirente, in altri termini i giudici dalle procure della Repubblica. Questa separazione avviene a livello di autogoverno, cioè a livello di Consiglio superiore della magistratura. Il Csm si scinde in due parti, non in due componenti collegate, ma proprio in due organi assolutamente distinti: uno per le procure e un altro per la magistratura giudicante.
Che cosa significa? Significa che le procure, l’accusa, i pubblici ministeri, avranno un autogoverno autoreferenziale proprio, completamente scollegato dai giudicanti; e dall’altro lato i giudicanti avranno un loro autogoverno. In termini generali, questo vuol dire che il pubblico ministero viene separato dal giudicante. E una certa separazione, in alcune forme, poteva anche essere utile, ma va detto che è già stata realizzata: nel nostro ordinamento è già molto difficile cambiare carriera da pubblico ministero a giudicante e viceversa, e infatti lo fanno in pochissimi, meno dell’1%. Ma con due distinti autogoverni accade qualcosa di più profondo: il PM viene separato dalla cultura della giurisdizione, diventa un affare del tutto diverso, un mestiere del tutto diverso da quello del giudicante.
E questo non è un bene. Così facendo, una delle caratteristiche che il PM conserva ancora oggi nel nostro ordinamento, anche dopo l’entrata in vigore del processo accusatorio, viene fortemente indebolita: quella di essere titolare anche di una funzione di garanzia. Per spiegarci meglio, il nostro processo non è un duello a pistolettate, come quelli che un po’ rozzamente invocano il modello americano credono. Non è una lotta libera tra l’avvocato, parte privata, e il PM, parte pubblica. Il PM è accusa, ma è anche il titolare di una funzione di garanzia: deve stare dentro regole che riguardano anche le garanzie dell’imputato.
Per esempio, il PM dovrebbe ritrovare, segnalare, ricercare anche i mezzi di prova che scagionano l’imputato, se gli capita di trovarli. Il PM non è un partecipante a una gara o a un duello. Ecco, se tu separi il PM in modo così netto dal giudicante, ottieni un PM che somiglia molto a un super-poliziotto. Viene attratto dalla cultura della polizia giudiziaria e rischia di non essere più colui che controlla la polizia giudiziaria ma, in fondo, colui che ne è espressione. E questo, dal punto di vista delle garanzie, è molto grave: indebolisce molto le garanzie degli indagati.
Rossella Puca
Veniamo ora al secondo punto, il sorteggio?
Giso Amendola
Certo, secondo punto. Abbiamo detto che si tratta di questioni tecniche, ma non difficili da capire. Dire che le procure avranno un loro autogoverno significa dire che ci saranno meno garanzie, proprio perché si indebolisce quella funzione di garanzia che il pubblico ministero dovrebbe esercitare. Le componenti togate dei Csm, attualmente, vengono elette. Con la riforma verranno estratte a sorte. E così saranno estratti anche i componenti non togati, cioè quel terzo di membri nominati dal Parlamento. Che cosa significa estrarre? E tra chi vengono estratti i giudici e i PM che comporranno i due Csm? Da tutti. O meglio: non sappiamo da quali categorie precise, perché la riforma costituzionale non ce lo dice, rimandando alla legge ordinaria l’individuazione dei criteri del sorteggio. Sappiamo soltanto che verranno sorteggiati.
Questo che cosa significa? Che in una materia organizzativa e autorganizzativa come l’autogoverno della magistratura — ma stiamo parlando di autogoverno, quindi di una funzione anche politica, non nel senso politicante dell’appartenenza alla maggioranza o all’opposizione, ma nel senso di un ruolo di garanzia che è fortemente politico — andiamo a estrarre persone che magari non se ne sono mai occupate, che non sono più legittimate dal voto dei colleghi ma semplicemente dall’estrazione. E questo evidentemente ne indebolirà il ruolo.
Dall’altro lato, e questo è uno dei punti più paradossali della riforma, i componenti nominati dal Parlamento saranno sì estratti da una lista, ma questa lista sarà eletta dal Parlamento in seduta comune. Con quale quorum? Non si sa. Anche qui la riforma costituzionale non dice nulla e rinvia alla legge ordinaria. Nulla vieta di pensare — e a pensar male spesso ci si prende — che si possa arrivare anche alla maggioranza semplice. Quello che comunque di certo avverrà è che, mentre i giudici saranno sorteggiati tra tutti, i componenti nominati dal Parlamento avranno una selezione preventiva fatta dalla maggioranza parlamentare. In conclusione, avremo una componente togata figlia di nessuno, figlia di un sorteggio non legittimato, e invece una componente non togata, nominata dalla politica, sì sorteggiata ma dentro una lista selezionata dal voto del Parlamento, dove ovviamente la maggioranza parlamentare farà la parte del leone.
Rossella Puca
Veniamo ora all’istituzione dell’Alta Corte disciplinare: che ruolo avrà nel nuovo assetto della magistratura?
Giso Amendola
Attualmente i provvedimenti disciplinari sono presi dallo stesso organo di autogoverno. Con la riforma, invece, il potere disciplinare viene separato dall’autogoverno e affidato a un altro organo, non previsto attualmente in Costituzione. Il Costituente aveva pensato che il potere disciplinare spettasse al Csm proprio perché voleva tenere insieme il potere di autogoverno e quello disciplinare. Qui invece si costituisce una Corte che è un vero e proprio giudice speciale soltanto per i magistrati. Cambiano anche le proporzioni: rispetto all’attuale assetto del Csm cresce la quota dei non togati, cioè di quelli nominati dal Parlamento. Il problema della nomina è sempre lo stesso: abbiamo il sorteggio tra i magistrati e il sorteggio tra i non magistrati, ma questi ultimi vengono sempre da una lista formata dal Parlamento, con una maggioranza che non sappiamo quale sarà, ma in cui la longa manus della maggioranza parlamentare si farà sicuramente sentire.
Dall’altro lato, i magistrati vengono sì estratti a sorte, ma qui — siccome si tratta di potere disciplinare — non vengono estratti da tutti. Ed è significativo della logica della riforma: vengono estratti soltanto tra i magistrati con più esperienza, quelli che hanno svolto funzioni di legittimità, cioè per semplificare quelli che sono stati in Cassazione. Che cosa significa? Che nel momento in cui si passa al giudizio disciplinare, dove ogni giudice potrebbe giudicare i propri colleghi perché il suo mestiere è appunto quello di giudicare, e quindi non ci sarebbero particolari problemi di esperienza, qui viene invece reintrodotta la logica gerarchica della magistratura. Sono i più vecchi che giudicano i più giovani.
Ancora una volta, non sappiamo come verranno formati i collegi giudicanti, perché la riforma non ci dice niente neppure su questo. Ben può accadere che ci si trovi con collegi in cui uno solo è togato, perché il testo della riforma dice soltanto che nei collegi ci deve essere almeno un togato. E quindi può ben succedere che la maggioranza dei componenti del collegio sia non togata. Se ci aggiungiamo che la presidenza dell’Alta Corte è affidata a un non togato, capiamo chiaramente che l’Alta Corte è tutta dentro una logica semplicemente punitiva nei confronti della magistratura.
Rossella Puca
Proviamo a riassumere le modifiche tecniche principali
Giso Amendola
Possiamo riassumere così: due Csm distinti; i PM si governano da soli, i giudicanti si governano da soli; dentro i due Csm i giudici che ne fanno parte sono sorteggiati in modo indifferenziato, può capitare chiunque, anche chi non si occupava di nulla di tutto questo; invece i non togati nominati dalla politica sono sorteggiati da una lista votata dal Parlamento. In più viene introdotto un giudice speciale, l’Alta Corte, dove è ben possibile che i non togati siano la vera maggioranza e dove viene reintrodotto un principio gerarchico, per cui coloro che possono esercitare il potere disciplinare sono i giudici più anziani, più esperti, più alti in grado. Quell’esperienza che nell’autogoverno improvvisamente non serve, invece quando si tratta di giudicare viene ripristinata, perché è evidente la logica gerarchica che questa riforma vuole riportare.
Il giudizio generale è questo:
i PM vengono autonomizzati, si rompe la loro funzione di garanzia.
Il rischio è che ci troviamo davanti
a un’accusa tutta interna alla logica della polizia,
e quindi alla logica securitaria.
Si spezza ogni rapporto con il giudicante, il che significa che questo PM così autoreferenziale è pronto — la riforma non lo dice, ma la sua logica generale porta necessariamente lì — a una successiva sottoposizione all’esecutivo. Perché? Perché altrimenti abbiamo creato un mostro. Un mostro completamente autoreferenziale. E quindi, dal giorno dopo, ci saranno voci che diranno, a quel punto anche con una loro coerenza, che è meglio sottoporlo esplicitamente al controllo dell’esecutivo piuttosto che lasciare ai PM un’autonomia senza nessun contrappeso. I giudici, invece, vengono sorteggiati, e questo apre forse il problema più grosso: con lo slogan di combattere la magistratura politicizzata si tende a introdurre un modello di giudice spoliticizzato, apparentemente neutrale, ma proprio perché neutrale completamente disposto ad accettare la svolta autoritaria che per altri versi il nostro ordinamento sta subendo. Questo è, dal punto di vista dell’analisi tecnica, il senso della riforma.
Rossella Puca
Dicevi una cosa molto importante da capire. È vero che la riforma costituzionale non modifica l’articolo 104 della Costituzione, quello sull’autonomia e indipendenza della magistratura, però ci sono modifiche che fanno pensare che, in pratica, come spiegavi tu, il PM potrebbe essere sottoposto al potere esecutivo, mentre i giudicanti verrebbero spinti verso una sorta di spoliticizzazione, che in realtà non ha molto senso per come viene comunicata.
Giso Amendola
È molto probabile che il PM poi venga sottoposto al potere dell’esecutivo. Ma anche se non accadesse, l’esito di questa riforma costituzionale sarebbe comunque quello di avere un PM ormai sganciato dalla logica della giurisdizione, quindi un PM securitario, tutto interno alla logica della polizia giudiziaria, e non più a quella logica di parte pubblica che il nostro ordinamento gli affidava. Anche se non arrivassimo al controllo diretto del PM da parte dell’esecutivo, sarebbe comunque una bomba.
Quando quelli del Sì scatenano la propaganda contro Gratteri e contro il modello del super-magistrato, del super-pubblico ministero, bisognerebbe obiettare loro che, al di là della polemica spicciola, il vero problema di questa riforma è che il modello del super-procuratore viene tradotto in Costituzione. Questo è il punto. Noi inseriamo in Costituzione un autogoverno delle procure che riproduce la logica dei super-procuratori. E questo va tenuto molto presente.
Rossella Puca
Visto che nell’ultima risposta parlavi della propaganda del comitato del Sì, e più in generale del governo: questa propaganda è stata costruita anche per parlare alla pancia del paese, che difficilmente riesce a comprendere la riforma in senso tecnico. Ma immagino anche perché il comitato del Sì abbia capito che spiegare davvero la riforma significherebbe muoversi su un terreno molto scivoloso. Così hanno messo in mezzo l’idea che la riforma servirebbe a evitare gli errori giudiziari, a non avere più casi Tortora, casi come quello della “famiglia nel bosco”. Ho sentito addirittura dire che, se vince il Sì, tanti giovani che sono andati all’estero torneranno in Italia. Insomma, siamo veramente alla fiera circense.
Recentemente, però, Meloni in diretta televisiva ha detto addirittura che la magistratura è super-politicizzata e non consente un pieno operato politico, e quindi il governo non riuscirebbe ad attuare il proprio programma elettorale per colpa della magistratura. Noi sappiamo bene che alla fine questa riforma, a nostro avviso — dimmi se sei d’accordo — nasce anche per punire quella magistratura non allineata: per esempio quella che ha messo in discussione i CPR in Albania, alcuni Tar che bocciano le zone rosse, il risarcimento alla Sea-Watch, l’assoluzione di Carola Rackete e così via. Però ti chiederei anche, dal punto di vista sociologico e politico: qual è l’operazione in atto da parte del governo? E questa retorica può davvero fare presa sulla “pancia del paese”?
Giso Amendola
È una retorica che però nasconde, come dicevi tu, un nucleo di verità. Nel senso che effettivamente la riforma costituzionale serve a rafforzare il rapporto tra esecutivo e magistratura, per riportare sotto controllo del braccio esecutivo una magistratura che viene ritenuta indisciplinata. Questo, in verità, una parte dei promotori — il governo, la maggioranza — lo sta dicendo dall’inizio. Ricordiamoci che questa è una riforma costituzionale strettamente votata a colpi di maggioranza. L’esempio dell’Albania è stato portato da Meloni già alla prima conferenza stampa. Hanno insistito per tutto il tempo sul fatto che servirebbe a riportare all’ordine una magistratura che impedirebbe che cosa? Impedirebbe di intervenire in quel bilanciamento tra libertà e sicurezza, che il governo vuole ormai tutto sbilanciato a favore di una logica securitaria e autoritaria. Cioè esattamente quell’operazione che sta portando avanti con i decreti sicurezza e che ormai connota la sua politica criminale e la sua politica penale.
Tu citavi l’Albania. Lì cosa succede? Succede che c’è una parte della magistratura che, contro gli attacchi al diritto d’asilo, interpreta da un lato il disegno costituzionale e dall’altro lo collega strettamente alla giurisprudenza della Corte europea e delle corti sovranazionali per difendere i principi del diritto d’asilo.
Ma non sono solo questi i casi. Gli esempi potrebbero essere tanti. Io penso alle procure che stanno lavorando sulle fattispecie del caporalato e dello sfruttamento lavorativo, sia in Sicilia sia a Milano, e che, partendo dal reato di caporalato, hanno sviluppato interventi molto importanti contro lo sfruttamento del lavoro. Abbiamo visto l’inchiesta sui rider milanesi, con un uso innovativo di strumenti cautelari come l’amministrazione controllata, per intervenire contro grandi soggetti economici, multinazionali, come è accaduto appunto a Milano. Questo tipo di magistratura che si attiva, non da sola ma perché si attiva anche grazie alle lotte dei migranti, alle lotte dei rider, a conflitti che arrivano nei tribunali e alimentano quel tipo di intervento, ecco, questa è la magistratura politicizzata a cui si riferisce il governo.
Attenzione: non ha molto a che fare con la vecchia storia delle correnti. Spessissimo questi magistrati non appartengono neanche alla vecchia mappa delle correnti della magistratura. Questa è una politicizzazione del tutto diversa. Sono magistrati e magistrate che stanno interpretando il nucleo forte del nostro progetto costituzionale, il nucleo politico, in questo senso, del nostro progetto costituzionale, e reinterpretano la legislazione nazionale e sovranazionale alla luce di quei principi.
Questa è una magistratura che io definirei interventista, politicizzata nel senso di riattivare i principi fondamentali del nostro disegno costituzionale, a partire dal suo impianto welfaristico, e anche i principi che in questi anni si sono addensati, grazie per esempio alle lotte migranti, a livello sovranazionale nelle giurisprudenze delle Corti. Una politicizzazione molto importante, che però non ha nulla a che fare con la tessera di Magistratura democratica. È piuttosto la ripresa della capacità, da parte di una parte della magistratura, di fare quello che il Parlamento non fa più: difendere i diritti fondamentali.
Quello che non riusciamo più a fare con la legge ordinaria, perché la legge ordinaria è ormai in piena crisi e i governi la utilizzano piegando il Parlamento in senso completamente securitario, quella parte della magistratura cerca di farlo. Ecco allora che questa magistratura sta diventando un motore di difesa dei diritti fondamentali, ma perché è a sua volta stimolata, messa in movimento, fatta agire dalle lotte sociali e dai movimenti.
C’è un manifesto particolarmente orribile della campagna governativa in cui si vede, durante una manifestazione, una militante dei centri sociali che bacia in bocca un ermellino, cioè un giudice di Cassazione, e il manifesto commenta: “C’è un’alleanza tossica che attraversa la nazione”. Al di là dell’immagine raccapricciante, quel manifesto però svela uno degli incubi di questo governo: che una parte della magistratura, che si sta riattivando nella difesa forte dei diritti fondamentali, e le lotte dei movimenti sociali possano costruire una coalizione in grado di respingere il tentativo di spingere in senso autoritario i nostri equilibri costituzionali. Questo mi pare fondamentale.
E questo ci porta a guardare all’orizzonte generale in cui si scrive questa riforma, che non dobbiamo perdere di vista: un ribilanciamento complessivo che non riguarda solo l’Italia ma tutto l’Occidente, tra libertà e sicurezza nei nostri ordinamenti costituzionali.
Questo ribilanciamento, tutto a favore della sicurezza,
rompe l’equilibrio tra i poteri e consegna i nostri assetti costituzionali
alla prevalenza di una assoluta centralità dell’esecutivo.
Esecutivo che si fa portatore di esigenze di sicurezza mai declinate come sicurezza sociale, ma sempre come sicurezza poliziesca e ordine pubblico. Questo è fondamentale tenerlo presente. Questo è l’orizzonte generale in cui oggi ci muoviamo. E, come abbiamo visto, gli aspetti tecnici della riforma — il PM autoreferenziale, il sorteggio dei giudici per far prevalere il giudice apparentemente neutrale rispetto al giudice politicizzato, l’Alta Corte che vede la prevalenza del principio gerarchico nei giudizi disciplinari — tutto questo complesso è esattamente finalizzato a quell’operazione generale di riequilibrio securitario dei nostri sistemi e di esecutivizzazione, per usare una brutta parola, dei nostri ordinamenti.
Rossella Puca
Volevo inserire in questo discorso un’osservazione che deriva dal fatto che, in pochissimi mesi, abbiamo avuto l’approvazione di due pacchetti sicurezza, due decreti sicurezza. E tra i due, pur dentro la stessa matrice autoritaria, ho notato un cambio di assetto nella scrittura normativa. Se il primo decreto sicurezza era molto centrato sulla creazione di nuovi reati nel codice penale o sull’aumento delle pene per reati già esistenti, il secondo decreto, quello approvato il 24 febbraio scorso, è molto più impostato sull’aumento dei poteri che riguardano la polizia giudiziaria, quindi sul fermo preventivo, sul cambiamento delle regole per le perquisizioni nelle manifestazioni di piazza, sull’implementazione delle zone rosse, quindi Daspo, fogli di via e in generale tutti quei poteri che sono nelle mani di organismi controllabili dallo stesso esecutivo, quindi prefetti e questori.
Può essere che il governo si sia reso conto che, non potendo controllare la magistratura, diventa necessario implementare strumenti di diritto amministrativo, perché per i loro fini il diritto penale è diventato sostanzialmente inutile?
Giso Amendola
Noi abbiamo assistito a una continua rincorsa del governo a controllare quei momenti di garanzia giurisdizionale che comunque continuava a trovarsi davanti e che non poteva evitare. Faccio un esempio: l’espulsione per pericolosità dello straniero decisa dal ministero dell’Interno, in chiave antiterrorismo — pensiamo al cosiddetto imam di Torino, e così via. Lì la garanzia giurisdizionale è necessaria, e il governo si è inventato la competenza della Corte d’appello, sempre dentro questa idea per cui la gerarchia potrebbe servire a qualcosa, pensando banalmente che giudici più anziani possano essere più ligi alle indicazioni governative. Poi però abbiamo visto come è andata a finire. La garanzia giurisdizionale è servita a dire che non c’erano i fondamenti dell’espulsione per motivi di sicurezza interna in quel caso. Ecco, questi sono ostacoli che il governo incontra continuamente. E allora dice la verità quando afferma di avere un problema.
Governare nel segno della sicurezza significa sfondare
queste linee di resistenza giurisdizionale che sta incontrando.
E allora devi intervenire sull’ordinamento: non fa una piega. Come fai a intervenire sull’ordinamento? Umili il giudicante e, nel frattempo, rendi autoreferenziale e autonoma la procura. Quando l’accusa è diventata autoreferenziale e autonoma, è pronta o a finire nelle braccia dell’esecutivo oppure a diventare uno strumento docile e organico della polizia giudiziaria. In tutti e due i casi al governo va bene lo stesso, perché ha trasformato l’ordinamento in senso securitario, di polizia. Il ragionamento è lineare.
Teniamo però presente che questo processo il governo lo sta costruendo sulle sconfitte. Se sono ricorsi alla riforma costituzionale e oggi attaccano in questo modo è perché hanno incontrato resistenze forti. Resistenze dovute a una parte della magistratura, ma — insisto — una parte della magistratura che si muove dietro lotte precise, che la stanno attivando e che stanno costruendo questo binario di riscoperta di un lavoro politico di effettività della Costituzione, di rilancio di una effettività profonda della Costituzione. È davanti a queste difficoltà che il governo accentua il suo intervento autoritario. E, come notavi tu, non basta intervenire sul penale sostanziale: deve intervenire sull’ordinamento, perché col penale sostanziale non ce l’ha fatta.
Rossella Puca
In tutto questo percorso abbiamo sempre letto questa riforma come parte di un intervento molto più ampio, di una torsione autoritaria complessiva: quindi non un intervento tecnico isolato, ma qualcosa che riguarda sia il rafforzamento dell’esecutivo sia l’indebolimento dei contropoteri. Però, come spesso invita a fare Euronomade, bisognerebbe guardare anche a una dimensione più globale: la connessione tra questa svolta autoritaria e il regime di guerra che stiamo attraversando, e più in generale la trasformazione degli assetti democratici.
Se guardiamo a questo quadro più ampio, ti chiederei: qual è il ruolo che gioca una riforma della giustizia come questa? E soprattutto, quali forme di contropotere possono emergere oggi, se gli equilibri costituzionali tradizionali sembrano sempre più insufficienti e se diventa necessario costruire connessioni più ampie, internazionaliste e intersezionali - anche all’alba dello sciopero scorso del 9 marzo - che sappiano mettere insieme democrazia, diritti e opposizione alla guerra?
Giso Amendola
Noi stiamo vedendo che, sul piano internazionale, l’esecutivizzazione degli ordinamenti non è certo una primizia italiana. Il caso statunitense è evidentemente quello che più ci impressiona, ma direi che tutte le democrazie occidentali stanno vivendo un processo in cui è saltato l’equilibrio classico della divisione dei poteri e si afferma una centralità dell’esecutivo, un accentramento dei poteri che fa saltare i vecchi equilibri. Qui, secondo me, come hanno ben capito o stanno capendo i movimenti sociali, non si tratta di sognare un semplice riequilibrio dei vecchi poteri. Evidentemente non ce la fai, perché quell’equilibrio è ormai archiviato. E non ce la fai né in termini di scala nazionale — perché è vero che l’attacco alla Costituzione si produce su scala nazionale, ma si inserisce dentro un fenomeno più ampio — né senza una capacità di guardare in scala globale quello che sta accadendo e di tessere reti su scala globale.
Io prendo molto sul serio il fatto che gli esempi più ricorrenti, anche in questa campagna referendaria, vengano quasi sempre dal mondo delle migrazioni. Perché proprio lì si vede, con la massima chiarezza, che la sfida non riguarda soltanto la trasformazione degli ordinamenti nazionali, ma il nesso tra gli ordinamenti nazionali e un diritto internazionale e sovranazionale che viene continuamente sfidato e messo in crisi, anche perché contiene capacità di resistenza che sono il prodotto dell’accumulo delle lotte di questi decenni.
Quindi bisogna riattivare la capacità di fare rete internazionale,
di costruire coalizioni, e d’altro canto cercare
di avere un atteggiamento non semplicemente difensivo,
ma di reinvenzione dei contropoteri democratici.
Faccio due esempi, uno interno e uno esterno, per chiarire. Quello interno l’abbiamo visto proprio in questa campagna referendaria. Nessuno ne parlava fino a quando il cosiddetto comitato dei 15 non ha deciso di raccogliere le firme per richiedere il referendum. Questo è stato molto importante, perché ha restituito alla battaglia referendaria il suo vero significato oppositivo: il referendum costituzionale è pensato come un contropotere democratico. La maggioranza se l’era in qualche modo mangiato, chiedendolo essa stessa sulla propria riforma costituzionale, trasformandolo in un referendum plebiscitario, in una richiesta di plebiscito. Il fatto di aver rilanciato il referendum come contropotere democratico è dovuto a una lettura della Costituzione molto fiduciosa nel fatto che dentro la Costituzione esistano ancora contropoteri di opposizione democratica. E questo dobbiamo tenerlo presente.
L’altro esempio che voglio fare, più importante e più globale, è quello del movimento americano, del movimento No Kings, che è nato inizialmente come un movimento che chiedeva il riequilibrio dei poteri e la difesa della Costituzione americana. Poi si è sviluppato — penso a Minneapolis — con una intensa alleanza soprattutto con le componenti migranti, come un movimento che ha fatto propria l’esperienza dell’auto-organizzazione e dell’azione diretta. Perché dalla semplice difesa della Costituzione ha dovuto fare i conti con il fatto che gli equilibri costituzionali sono ormai saltati e che bisogna essere capaci di contrapporre al disegno autoritario una nuova lettura, consapevole che le mediazioni di un tempo non funzionano più. Questo noi dobbiamo tenerlo presente.
Questa campagna referendaria può essere anche il laboratorio, o uno dei laboratori, per costruire coalizioni che non si limitino a illudersi di poter difendere i vecchi equilibri costituzionali, ma che producano un contrattacco.
In questo senso, il disegno costituzionale diventa qualcosa di cui rivendicare l’effettività nelle nuove condizioni e anche con riferimento a nuove soggettività: la riproduzione sociale, i movimenti ecologici, i movimenti femministi.
Questo, secondo me, deve convincere chi sta nei movimenti sociali che la battaglia che abbiamo costruito in questi ultimi anni contro i decreti sicurezza è la stessa battaglia che oggi si gioca intorno alla riforma costituzionale. Non è vero che si tratta di una faccenda semplicemente tra governo e magistratura. È invece una battaglia tra autoritarismo e capacità di attivare coalizioni per il superamento dell’autoritarismo e del securitarismo, per la riaffermazione di nuovi processi di liberazione, di autonomia e di contropotere.
Giso Amendola è docente ordinario dell’Università degli Studi di Salerno, componente del collettivo Euronomade
Rossella Puca è laureata in Giurisprudenza, abilitata alla professione forense e specializzata in criminologia