di Giacomo Pisani
Una strage di centinaia persone generalmente scatenerebbe reazioni di
portata altrettanto grande. Un’ecatombe di tali dimensioni è umanamente atroce
ed esige prepotentemente un’indagine rapida sulle cause, la ricerca dei
colpevoli, l’elaborazione di rimedi. Perché ciò non accada mai più
Si ricorderà per una tragedia altrettanto
grave, ma molto più contenuta nelle dimensioni, come quella della Costa
Concordia, l’amplificazione mediatica che ha portato l’evento a divenire parte
fondamentale del sentire comune. Tutte le dinamiche e i rischi connessi con
l’avvicinamento delle crociere alle coste, fino ad ogni dettaglio riguardante
gli aspetti controversi della vicenda sono penetrati nel sapere collettivo.
Questo è avvenuto nelle forme più varie, spesso distorte o banalizzate, ma è
innegabile che i fattori di rischio connessi con quella tragedia sono stati
assunti dalla maggior parte della gente, stimolando una maggiore attenzione
rispetto alla sicurezza in mare.
Nel caso di Lampedusa c’è qualcosa di
diverso. Nella maggior parte dei titoli sui giornali si legge “strage di
migranti”. La categoria del migrante, in un evento di tragicità immane dal
punto di vista umano, è decisiva. Quella negatività estrema, che porterebbe
inevitabilmente ad una disperazione ammorbante, alla ricerca spasmodica delle
cause e delle soluzioni, perché la vita è ridotta a mucchi di corpi immobili in
fila su un’isola, è immediatamente ridimensionata. La categoria del migrante
conduce quell’evento così terribile entro una dimensione di normalità, che ne
riconduce la straordinarietà ad una ragione puramente numerica. Lampedusa è una
strage enorme perché sono morti più migranti del solito.
È incredibile la potenza della categoria
in questione. Basta quella a far cambiare tutto, a rendere la morte di
centinaia di persone un fatto usuale, certamente non incommensurabile rispetto
alle nostre categorie. Se tante persone morissero in un naufragio o per
un’avaria rimarremmo completamente spiazzati, mortificati, denudati delle
nostre certezze. Percepiremmo la tragedia di vite riversate in un mare di
benzina, l’assurdità di un barcone fatiscente caricato di corpi affamati di
speranza, la lotta della nuda vita contro le fiamme e le onde, la morte che ti
entra nei polmoni e che cancella ogni sogno, ogni idea che giaceva sull’altra
sponda del Mediterraneo.
Questo evento farebbe crollare ogni
riferimento, ci spingerebbe a cercare le cause e le soluzioni, perché lo spazio
mediatico si riempirebbe di troppi quesiti, sarebbe carico di troppa ansia di
verità. La politica dovrebbe dare delle risposte, vagliare le responsabilità,
ricostruire una visione in cui rientrino i fattori di rischio che hanno
provocato quella tragedia per rimettere il futuro in sicurezza, riconoscendo la
giusta dignità alla vita.
Ma basta la categoria del migrante a
placare ogni ansia, a rimettere a posto il nostro quadro di certezze. Le stragi
di vite che si spingono oltre il Mediterraneo a bordo di carrette sono
all’ordine del giorno e Lampedusa si inserisce in questa lunga linea, con un
esubero di vittime. Eppure la forza di quella categoria potrebbe essere la
chiave di volta di questa addomesticazione alla tragedia. Il fatto che il migrante
sia di per sé stesso una categoria tragica, fatta di persecuzione, di
reclusione se non addirittura di morte potrebbe indurci ancor più ad
oggettivare il problema.
Sarebbe però forse ancor più disarmante
scoprirsi corresponsabili di una strage. Di un assassinio sistematico, che
consegna la vita alle carrette del mare pur di recludere l’alterità e negare
l’accesso al migrante. Ciò che consideriamo è il migrante rinchiuso nei CIE,
esposto all’immagine pubblica del clandestino usurpatore, non l’uomo ricco di
storia, che sfida l’assolutezza delle nostre politiche per farci cogliere, al
fondo di esse, decisione e progetti umani che investono l’esistenza intera.
Non serve, allora,
richiamarsi ad argomentazioni formali per giustificare l’accoglimento del migrante.
Non c’è bisogno di ripescare Kant e il diritto di visita che a tutti
spetterebbe in forza dell’originario possesso comune della Terra. Così come non
ci serve riprendere Marx e mettere in questione la proprietà privata per
cogliere l’umanità del ladro. Basta assumere questo riconoscimento originario
per rimettere in questione leggi assurde che mortificano l’esistenza e la
riducono a corpi da coprire sulle spiagge. In questo senso il migrante è una
sfida alle nostre categorie e ai nostri diritti, perché possano calarsi nei
processi che investono la vita al di là del Mediterraneo e riaffermare la
possibilità di esistere dignitosamente.