martedì 17 settembre 2019

QUANTITATIVE EASING FOR THE PEOPLE


-Biagio Quattrocchi \ Francesco Raparelli-

 Preparare la svolta del conflitto sociale  


 il governo giallo-rosé è l’esito di nuove istanze riformatrici nate 

 nel “laboratorio” ordoliberale del continente   

Il progetto sovranista ha subito una sonora sconfitta politica, mettendo all’angolo quei segmenti imprenditoriali di quel «capitalismo molecolare» del Nord “poco incline all’innovazione tecnologica e impoverito dalla crisi”. Più in generale, la crisi di governo giallo-verde è stata determinata dalla presa d’atto del fallimento degli intenti originari della compagine  neo-corporativa, intenti volti alla costituzione di un “nuovo «assemblaggio di ceti», che avrebbe dovuto subordinare gli interessi dei poveri del Meridione (vedi il Reddito di cittadinanza), alle ambizioni dei piccoli e medi proprietari del Nord alla ricerca di nuovi profitti (leggi: Flat tax)”  
L’esecutivo giallo-rosé appena varato è – sostanzialmente - il frutto alchemico ordoliberale che apre a nuove prospettive riformatrici nel vecchio continente, ma è anche effetto del “nuovo consensus interno alle élite e alle classi dirigenti del Bel paese”. Il governo giallo-rosè è stato il risultato politico necessario, frutto “della resa dei conti per nulla lieve tra «frazioni» della borghesia, in permanente e convulso conflitto tra loro”.  Ciò che è più importante -dal nostro punto di vista-  è interrogarsi sulla apertura di questa complessa fase. Cioè: possono innestarsi  sulle contraddizioni del capitale i conflitti sociali per un mutamento dal basso dello spazio comune europeo? In altri termini, come scrivono Quattrocchi  e  Raparelli: “ il sindacalismo sociale può conquistare un’estensione quanto meno europea? I movimenti che ora ci sono – quello femminista, quello ecologista, quello dei migranti in fuga – possono essere traino per una ampia convergenza sociale, e per conflitti che superino confini e steccati identitari?”   [accì]

L’agenda della nuova Presidentessa della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, introduce temi che da almeno un ventennio, se non di più, sono programma dei movimenti sociali: salario minimo e sussidio di disoccupazione continentali; ovviamente in un quadro di socializzazione dei debiti sovrani, di uniformazione dei regimi fiscali. Sappiamo, e lo abbiamo già scritto nella calura d’agosto, che il governo giallo-rosé appena nato è un effetto di questo “nuovo corso”. Senza revisione del Patto di Stabilità, per il Sud Europa e non solo il destino ha il nome di Matteo Salvini. Pochi giorni fa, a Cernobbio, il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che non è mai stato comunista, ha detto che occorre quanto prima tassare le multinazionali. L’Europa al bivio, scossa dai dazi di Trump e dai populismi autoritari foraggiati da Putin, promuove almeno a parole un mite riformismo. Non si tratta di buone azioni, intendiamoci: la locomotiva tedesca si è fermata, lo squilibrio della bilancia commerciale – che ha visto nell’export germanico il solo protagonista europeo in Europa e nel mondo – non è più sostenibile.
Arriviamo al sodo: riteniamo plausibile una vera stagione di riformismo del capitale europeo? Sì e no. Sì, perché in assenza di esso l’Europa non può che frammentarsi sotto la spinta della barbarie, anche bellica. No, perché senza una massiccia dose di scioperi del lavoro precario, sottopagato, migrante, informale, ecc. niente ci assicura che alle parole roboanti non seguano topolini ancora ordoliberali. Di più: se l’Europa non cambia, e può cambiare solo con la pressione delle lotte, Salvini e i suoi sodali continentali conquisteranno la maggioranza assoluta. L’Europa al bivio impone a chi non si è arreso all’impotenza e al rancore un salto di qualità: ora più che mai servono movimenti sociali radicali, europei, offensivi. Un sindacato continentale, capace di scioperare lo stesso giorno in dieci città dell’Unione, potrebbe inaugurare un nuovo ciclo di lotte vincenti, mentre le tecnocrazie promettono politiche espansive e investimenti, continuando a tagliare i tassi di interesse.

Prima di passare il testimone a Christine Lagarde, Mario Draghi ha rilanciato il Quantitive Easing. A soli dieci mesi dalla fine del primo. La BCE acquisterà titoli di Stato sul mercato secondario per 20 miliardi al mese. Ciò, fin quando sarà «necessario». Terminerà dunque solo quando la BCE alzerà i tassi, ovvero una volta che l’inflazione sarà «robusta e sufficientemente vicina al 2%». Uno scossone: l’euro sarà debole a fronte del dollaro forte; l’export europeo sarà enormemente avvantaggiato. Le banche, poi, avranno liquidità a sufficienza per fare credito alle imprese, che pagheranno tassi di interesse bassissimi. Così dovrebbe essere per i mutui e i prestiti a favore delle famiglie che investono nel mattone. Scende lo spread, con ciò che ne consegue per i paesi come l’Italia molto indebitati. A questo punto, chiarisce Draghi, la palla passa nelle mani delle politiche fiscali europee e degli Stati.
Il rischio ci è già fin troppo noto: l’accesso al denaro è facile, ma il denaro continua a non circolare; meglio, a circolare sempre nelle stesse mani. Con imprese che dovrebbero investire in innovazione e ricerca e che, soprattutto in Italia, continuano a non farlo. Ancora: ma quali sono le famiglie che si indebitano per il mattone quando la precarietà del lavoro e la disoccupazione hanno frammentato biografie e affetti? È dal 2008 che gli stimoli monetari non si traducono in politiche effettivamente espansive, capaci di favorire crescita dei salari diretti e indiretti (welfare: previdenza, salute, istruzione). Saprà, il nuovo QE appena battezzato da Draghi, andare in direzione diversa del precedente? In piccola parte sì, in buona parte no. Perché la moneta da sola, se non ci sono politiche pubbliche coraggiose, non “sgocciola” verso il basso. Ma non è forse questo il momento migliore per rilanciare la parola d’ordine: ‘Quantitative Easing for the People’? Rispondiamo senza incertezze: sì.
Proprio oggi, come spesso è accaduto nella storia della lotta di classe, dovremmo prendere sul serio e praticare from below i timidi enunciati riformistici del capitalismo europeo. Compreso quello, assai più globalizzato, dell’economia circolare e del Green New Deal. Proprio oggi, con la forza dell’esperienza femminista di Ni una menos, e i potenti scioperi transnazionali dell’8 marzo, con l’esempio dei gilets jaunes francesi, ci vorrebbero blocchi continentali della produzione, della circolazione, del consumo. Pretendendo un vero – e non un miserabile – salario minimo europeo, un reddito di base garantito da una fiscalità unica comunitaria, un modello di sviluppo sostenibile. Proprio oggi, in combinazione con i salvataggi in mare e la riapertura di corridoi umanitari anche aerei, servirebbero scioperi della forza-lavoro migrante per il salario e per il welfare, antidoti al razzismo dilagante.
Ma la domanda da farsi è ovviamente la seguente: il sindacalismo sociale può conquistare un’estensione quanto meno europea? I movimenti che ora ci sono – quello femminista, quello ecologista, quello dei migranti in fuga – possono essere traino per una ampia convergenza sociale, e per conflitti che superino confini e steccati identitari? Tra ciò che servirebbe per la trasformazione radicale, e la realtà, difficilmente c’è coincidenza. Soprattutto nel pieno di un ciclo reazionario che a livello globale, dagli Stati Uniti alla Russia, dal Brasile all’India, si è tutt’altro che sopito. E dopo anni in cui i “pozzi” sono stati avvelenati, con la mutazione antropologica che fa da sfondo e da base sociale della reazione neoliberale e al tempo stesso sovranista. Eppure non possiamo, e non dobbiamo, nasconderci la portata epocale della sfida fin qui delineata. Senza organizzazione e lotte, nessun riformismo è davvero possibile. E se il riformismo fin qui per la maggior parte enunciato dovesse fallire malamente, la guerra tornerà in EuropaMa le riforme in questione, seppur solo verbali, possono diventare terreno offensivo per i movimenti.
Forse, come nel 1929, è stata la relativa passività della «classe operaia», del lavoro vivo, a favorire la crisi europea e, soprattutto, la «stagnazione secolare» che ne è conseguita. Ed è proprio adesso allora, che nelle lotte e nei movimenti occorre preparare la svolta.
abstract dell’ articolo “L’ora della convergenza, il momento di attaccare”, pubblicato su  DINAMOPress