sabato 6 aprile 2024

LA CADUTA DELL’OCCIDENTE E LA “RIVOLUZIONE DEL MIGRANTE”

   -Antonio Minaldi - Un fantasma si aggira per l’Europa e per l’intero Occidente 

 ma non è quello del comunismo

       Un fantasma si aggira per l’Europa e per l’intero Occidente, ma non è quello del comunismo. La tragedia prossima ventura che viene paventata e che toglie il sonno alle nostre classi dirigenti, (ma che come un virus malevolo si insinua in ogni dove, anche tra i meno abbienti), porta il nome di “grande sostituzione”. Si tratterebbe del pericolo ritenuto ormai imminente, di una vera e propria sostituzione etnica come esito finale della grande pressione migratoria che spinge ormai da tempo i neri africani verso l’Europa, ma che per altri versi riguarda anche gli Stati Uniti alle prese con la frontiera messicana_

      Prima di ogni altra considerazione ci piace sottolineare come, per certi versi le attuali preoccupazioni rappresentino una sorta di nemesi storica. È stato proprio l’uomo bianco ed europeo che a partire dagli inizi della modernità, dalla cosiddetta scoperta dell’America in poi, ha globalizzato il mondo imponendo la propria presenza in ogni angolo della terra, e condizionando in modo determinante la storia dell’intera umanità e dei singoli popoli, a volte perpetrando dei veri e propri etnocidi come nel caso dei nativi americani, altre volte entrando in rotta di collisione con grandi civiltà come ad esempio quelle del profondo oriente o del mondo islamico, in un tentativo di imporre i propri modelli culturali mai andato completamente in porto, e determinando un rapporto di incontro scontro che è tuttora in corso.

       Sin dall’inizio della modernità, e parallelamente allo svolgersi di tali eventi, ci si è interrogati su due grandi questioni. La prima riguardava la domanda: “Esiste un diritto a migrare?”. Inutile dire che fin tanto che a spostarsi (e nel caso specifico a conquistare e devastare) erano i bianchi europei, la risposta non poteva che essere positiva, motivata o con la pretesa di “portare la civiltà” (anzi alle origini la “vera religione”) a popolazioni ritenute inferiori, oppure col diritto di occupare ciò che era considerato res nullius, nel caso in cui quelle popolazioni, più che come inferiori, fossero pensate come sostanzialmente inesistenti, o irrilevanti, rispetto ad una qualche presunta idea di “civiltà umana”. Fatto sta che la possibilità di migrare era ancora considerata un diritto all’inizio del secolo scorso, quando si facevano piani che prevedevano l’occupazione in massa delle terre africane da parte delle popolazioni bianche europee, in una situazione demografica che era l’esatto opposto di quella attuale. (120 milioni la popolazione dell’Africa nel 1900 a fronte di 425 milioni di europei. Oggi in Africa sono 1,4 miliardi e sono in costante crescita, mentre l’Europa è praticamente ferma al palo).   

.       L’altra domanda, strettamente legata alla prima sul diritto a migrare, che gli invasori bianchi si ponevano era “Chi è l’altro, col quale devo confrontarmi?”. “Chi sono i barbari o i selvaggi?” “Sono uomini come lo siamo noi o sono qualcosa di diverso?”. Tutte le diverse visioni che ancora oggi animano il dibattito culturale e lo scontro politico, erano già tutte presenti sin da quei tempi lontani. Dal razzismo all’identitarismo escludente, fino al relativismo culturale con la sola esclusione del meticciato culturale. Cosa, quest’ultima, che per la verità può apparire alquanto strana se solo si considera che proprio la civiltà europea, che diveniva allora egemone a livello globale, in realtà era nata da un grande incontro tra culture diverse. Ci riferiamo a quella fusione tra mondo romano e mondo barbarico, che, agevolata dalla diffusione del cristianesimo, fu talmente radicale da rendere indistinguibili i popoli d’origine, dando inizio alla moderna civiltà occidentale con tutti i suoi mali, ma anche con la sua intrinseca grandezza.

       Aprirsi oggi al confronto con l’altro, sostanzialmente rappresentato dalla figura del “migrante”, sarebbe questione fondamentale ma pure irta di difficoltà, anche a prescindere dalla possibilità del realizzarsi di un vero e proprio meticciato culturale, o addirittura del caso limite della nascita di un mondo totalmente nuovo, figlio di una positiva fusione “bastarda”. Una immagine, quest’ultima, che fa pensare a come si genera la vita, quando due genitori tra loro molto differenti mettono insieme il loro patrimonio genetico per dare alla luce un essere che gli somiglia, ma che è anche da loro sostanzialmente diverso. Nel mondo delle appartenenze sociali e culturali, che generano quegli aggregati chiamati in genere “popoli” o “etnie”, termini per altro alquanto amkbigui, le cose sono però più difficili e complesse. A differenza dello stare insieme della procreazione che, proiettandosi verso il futuro, fa pensare alla riproduzione, seppure mediata, di sé, l’incontro con l’altro rimanendo legato alla contingenza del presente, genera la paura della perdita in termini di valori, di cultura e di identità. 

       In verità questa attenzione alla salvaguardia di sé, in quanto tale, è un dato naturale, e può dunque essere coniugato sia in senso positivo che in senso negativo. In ogni caso l’incontro con l’altro non può essere determinato da una totale messa in discussione di sé, figlia di un completo darsi. In gioco vi è sempre, e necessariamente, un rapporto dialettico di incontro e scontro, di dare ed avere, di perdita e di acquisizione. Se considerato nella sua prospettiva astrattamente ed idealmente più positiva, e dunque nel suo esito migliore, è come se, oltre le soggettività in gioco e le loro scelte particolaristiche e spesso antagoniste, si determinasse un processo in cui, nel darsi dei tempi lunghi della relazione, il meglio, o solo ciò che è possibile e più adatto, finisse per prevalere sul meno buono, o su ciò che è semplicemente più difficile e meno fattibile. Un processo al cui punto d’arrivo ideale non sta la semplice tolleranza, intesa come sola accettazione e convivenza, ma il coesistere delle diversità entro un quadro che deve essere necessariamente di comune e convinta adesione a valori etici primari, universalmente acquisiti come indisponibili e costitutivi. Valori che non possono mai essere oggetto di possibili contrattazioni, in quanto da considerare come le basi fondative della comunità, o dell’insieme plurale delle comunità coesistenti e in qualche modo tra loro confederate.  

       La possibilità che l’incontro con l’altro possa produrre i suoi esiti più positivi, anche oltre le difficoltà e le incomprensioni che sempre si generano lungo il cammino, deve comunque fare i conti con due macro problematiche, che usualmente si pongono, anche variamente intrecciandosi tra loro. 

       La prima riguarda il fatto che lo scontro non si genera solo rispetto ai grandi valori ideali, ma anche in riferimento agli interessi materiali, in relazione ai quali c’è sempre qualcuno che ha qualcosa da perdere più dell’altro. La seconda questione riguarda il fatto che in ogni processo che non può cancellare a priori la possibilità di potere degenerare in scontro, c’è sempre qualcuno che ha il vantaggio di essere più forte (o di credere di esserlo) e di potere pensare di fare valere questo suo privilegio.

       Tutte queste questioni entrano oggi in gioco rispetto all’attuale panico da Grande Sostituzione che attanaglia l’Occidente. Alla base di tutto credo ci sia la crisi che inevitabilmente e progressivamente attanaglia il mondo occidentale che sempre più si rende conto di vivere la propria decadenza attraverso la perdita di quella centralità che ne ha fatto per più di cinque secoli il padrone del mondo. Si tratta di qualcosa che nella sua essenzialità appare come inevitabile. In fondo la superiorità dell’Occidente e la sua capacità di porsi come dominatore incontrastato, si sono storicamente determinate grazie alle dinamiche legate alla nascita e allo sviluppo della moderna società capitalista, al suo modo di produrre, appropriarsi e accumulare la ricchezza, allo sviluppo del sapere scientifico e della tecnologia, agli strumenti di comando e controllo sociale legati alla nascita dello Stato moderno. Ma nulla di tutto questo rappresenta oggi un vantaggio esclusivo. Il resto del mondo, a cominciare dalle élites che si sono formate inizialmente come complici del dominio occidentale, ha imparato la lezione, e come sempre è avvenuto nella storia, ha copiato il più forte per rubargli l’arte e gli strumenti che rendevano possibile la sua forza. I modi della produzione e della rapina della ricchezza, la scienza e la tecnologia più avanzate, l’arte del dominio statalista fino alla guerra come sua estrema conseguenza, non sono più esclusivo monopolio dell’Occidente, e non possono perciò rappresentare armi decisive della sua volontà di perpetrare il suo dominio e il suo controllo su tutte le cose. 

       Le dinamiche tipiche della geopolitica contemporanea vedono la costante crescita di nuove potenze rispetto all’Occidente, e agli USA che ne rappresentano il cuore pulsante a datare dalla fine del secondo conflitto mondiale. Il dominio americano nello specifico è stato in grado di perpetrare da allora il proprio posizionamento dominante nel contesto globale, grazie al ruolo incrociato e centrale del dollaro sui mercati finanziari e del proprio esercito negli scenari di guerra. Si dice a questo proposito che lo strapotere dell’esercito si basa sul dollaro e quello del dollaro sulla forza militare. A tal riguardo è oggi plausibile dire che l’attuale crisi dell’Occidente si può misurare dalle crescenti difficolta che il dollaro sta da tempo palesando come moneta degli scambi internazionali e come riserva di valore dei singoli Stati. Segno evidente del venire meno della illusione, figlia della fine dell’URSS e del blocco sovietico, di un mondo unipolare a dominio USA capace di perpetrarsi indefinitivamente nel tempo. La nascita dei BRICS+ e la sempre maggiore spregiudicatezza da parte dei paesi emergenti di sapere giocare su più tavoli nella difesa dei propri interessi ne sono la dimostrazione. 

       Sembrerebbe che oggi il vero campo in cui forse è possibile marcare una reale superiorità strategica dell’Occidente a trazione USA sia quello della potenza militare, e dunque quello che in ultima istanza porta alla guerra come strumento estremo di dominio. Non sarà certamente un caso se gli USA con circa il 4% della popolazione mondiale hanno una spesa militare che sfiora il 40% di una spesa globale che è costantemente in crescita, soprattutto in Europa (dati 2022. fonte SIPRI). Una costatazione che appare veramente inquietante, anche perché la guerra può sortire tutto il suo potenziale di riaffermazione della propria forza dominante, anche venendo semplicemente minacciata come possibilità, quando il proprio dominio globale non è messo in discussione. Ben altra è la questione quando la situazione è tale che la potenza militare è tendenzialmente la sola o la principale arma che rimane da mettere in campo. In questo caso la guerra non puoi solo minacciarla per riaffermare lo status quo che ti vede dominante, ma devi farla effettivamente per ribadire il tuo ruolo di potere, che ti sta sfuggendo di mano. L’attuale situazione di crisi che attraversa l’Occidente, e gli USA in particolare, fanno pensare più alla possibilità della guerra come soluzione di un incerto equilibrio geopolitico, piuttosto che ad una pace armata segno di precise e consolidate gerarchie tra Stati.

      Sin dall’epoca del mondo bipolare, quando ancora l’Unione Sovietica era una grande potenza, si pensa che il migliore antidoto contro la guerra sia l’irreparabilità del suo potenziale distruttivo. Ma questa è sostanzialmente una illusione. Innanzitutto perché la pura razionalità non è mai stata il vero motore della storia (della guerra poi neanche a parlarne!). In secondo luogo perché comunque sia, “l’equilibrio del terrore”, come si diceva una volta, come si evince dallo stesso significato macabro delle parole, non potrà mai essere il fondamento di una vera pace duratura. Infine perché i modi in cui si può dare una guerra mondiale non sono univoci, e possono prevedere per esempio l’uso di armi nucleari tattiche, oppure il prodursi della cosiddetta “guerra a pezzi” o della guerra decentrata ecc. Tutto questo senza considerare che comunque pare molto difficile pensare che in situazioni estreme chi possiede armi nucleari decida di non usarle quando la possibilità della sconfitta dovesse farsi concreta.

      In fin dei conti l’unico vero e definitivo ostacolo alla guerra è il suo esatto contrario, vale a dire la rivoluzione, qui intesa come la forza ideale di un desiderio di ribaltamento globale dell’esistente e delle sue contraddizioni legate alle pratiche di dominio e di guerra, che si materializza in qualche modo come capacità vincente. Tuttavia anche a prescindere da questa estrema e definitiva ipotesi di soluzione ai mali del presente, resta il fatto che nessuna guerra sarà mai possibile se non sarà in grado di avere dalla sua parte una opinione pubblica favorevole, o quanto meno incerta o spaccata, o anche solamente passiva. La questione del formarsi dell’opinione pubblica e del comune sentire nell’ambito del mondo Occidentale è questione complessa che mette in gioco il ruolo ormai storico dei media e quello più recente dei social, rispetto al controllo sul modo di formarsi delle idee e sulla loro circolazione. Tuttavia, al di là delle tecniche e degli artifici della comunicazione, ciò che in ultima analisi rende possibile il formarsi di un pensiero condiviso è la comune appartenenza ad un contesto sociale dato e di conseguenza ad un comune modello antropologico che definisce e regola credenze e comportamenti. È a questo modello antropologico diffuso che dedicheremo ora le nostre attenzioni per comprendere fino a che punto esso possa essere antagonista o complice delle élites occidentali e della loro propensione verso la guerra e la catastrofe come risposta alla crisi e alla decadenza. Lo chiameremo homo occidentalis.

       Chiariamo subito che l’idea stessa di un modello antropologico di riferimento comportamentale socialmente diffuso, è per sua natura interclassista e generica. La sua specificità e forza euristica sta proprio nella capacità di sapere cogliere i tratti comuni del sentire e del fare che sono capaci di imporsi oltre le differenze di status, di classe, di appartenenza sociale, ma anche di credenze politiche e religiose e di altre e più particolari caratterizzazioni culturali. Va da sé che questo tipo di appartenenza che si manifesta spesso attraverso atteggiamenti spontanei e poco consapevoli, può entrare in crisi, e a limite ed in gran parte dissolversi, di fronte alla consapevolezza della scelta soggettiva di tipo etico o politico che muta lo stato di cose di cui siamo parte, ponendosi innanzitutto come capacità di cambiare se stessi. L’homo occidentalis è dunque un modello astratto che indica una precondizione comune e irriflessa che in qualche modo condiziona comunque le soggettività sociali, e che può divenire più o meno centrale, ed al limite tendere ad assolutizzarsi, in situazioni di scarsa consapevolezza delle proprie scelte.

       Il volto più noto che a partire dagli anni ottanta del secolo scorso ha assunto l’homo occidentalis è quello conosciuto come homo oeconomicus, l’imprenditore di se stesso che interpreta la vita come un luogo di guerra continua con l’altro per l’affermazione egoistica di sé. L’autoriconoscimento come semplice espressione del successo e del prevalere in un mondo ridotto a puro scontro tra competitori. La logica della competizione di mercato posta fuori di sé come modello universale delle relazioni umane. Un tipo di involuzione che ha segnato la vittoria del neo liberismo e che è stata possibile radicalizzando in senso egoistico quella tensione verso la valorizzazione e l’autovalorizzazione delle singolarità che è effettivamente una caratteristica del modello antropologico prodotto dalla storia dell’Occidente. Gli stessi diritti umani, vanto e fiore all’occhiello del mondo occidentale, sono il prodotto di questa attenzione nei confronti dell’individuo e della sua realizzazione sociale. Tuttavia, nel corso della storia essi sono stati oggetto di scontro tra diverse interpretazioni, che possiamo schematizzare in due diverse tendenze: da un lato sta una lettura laico rivoluzionaria che vede i diritti della persona come processo di liberazione dai condizionamenti sociali e dall’oppressione classista, sessista e d’ogni altro tipo, verso il definirsi di una libertà che pone l’individuo di fronte al dovere di essere responsabile nei confronti della comunità ai fini di una crescita collettiva. Un percorso lungo il quale i diritti di libertà e di partecipazione politica democratica non possono non trovare necessario compimento nell’affermazione dei diritti sociali, attraverso i quali l’idea di libertà si incontra in un reciproco realizzarsi, con l’idea d’uguaglianza. Dall’altro lato, da parte delle forze della conservazione, si è sempre data una lettura dei diritti di libertà che ne facevano delle semplici regole del gioco della competizione sociale, una sorta di pari opportunità formali tra concorrenti.         

       Questo scontro tra differenti visioni del mondo, anche radicalmente contrapposte, seppure all’interno del costituirsi di uno stesso modello culturale e antropologico che ha il suo riferimento nella comunità d’appartenenza, non si determina solo attraverso il prodursi della piena consapevolezza della coscienza, ma anche grazie alla forza mitica e irrazionale del costituirsi di un immaginario collettivo proiettato nella speranza di un futuro migliore da conquistare. L’homo oeconomicus, ad esempio, si è imposto trovando la sua forza nell’ipotesi, illusoria per la stragrande maggioranza dei soggetti, che una società aperta possa dare a tutti una opportunità di affermazione e di successo personale, con la conseguenza che la mancata scalata sociale, ma anche il semplice permanere in una condizione di minorità e di esclusione, venga tendenzialmente percepito, in un’ottica di solipsismo sociale, come una sconfitta personale di cui si portano da soli la colpa e le conseguenze. 

      Dinamiche in qualche modo simili hanno agito anche rispetto alle ipotesi di cambiamento rivoluzionario, entro le quali l’autovalorizzazione individuale di sé, tipica espressione storica del mondo occidentale, era coniugata in modo da essere proiettata verso una dimensione di realizzazione collettiva ed egualitaria. Anche le ipotesi di trasformazione radicale hanno potuto avvalersi in un passato, ancora relativamente recente, dei loro miti che possono essere esemplificati da espressioni come ad esempio l’agognato “Sol dell’avvenir”, a marcare il sentimento di una speranza poi venuta meno insieme alla fine dell’esperienza del socialismo sovietico.

      Di fronte alla percezione della decadenza che affligge, in modo ormai fortemente significativo, il mondo occidentale, anche la paura per la grande sostituzione etnica che viene annunciata, tende ad occupare l’immaginario collettivo, con una caratterizzazione fortemente mitica ed irrazionale. Un processo che può contare su diverse circostanze che tendono a favorirlo.

      Va Innanzitutto sottolineato come nei periodi di crisi e di maggiore incertezza verso il futuro, il sentire comune e l’opinione pubblica media che ne è la più immediata manifestazione, tendono a reagire ai pericoli attraverso la radicalizzazione di idee e sentimenti, e infine di posizioni politiche. In questo quadro la crisi della sinistra storica e il crollo di un immaginario rivoluzionario giocano un ruolo centrale, lasciando campo libero all’affermarsi di valori (o meglio disvalori), posture culturali e ipotesi politiche sempre più tendenti verso una destra estrema, seppure per molti versi di tipo nuovo. 

       Il concetto stesso di sostituzione etnica è di destra. 

       È certamente vero che l’identità come sentimento di appartenenza è questione fondante e irrinunciabile dell’esistenza umana. Tuttavia se tale riconoscimento di sé e del proprio ambito d’esistenza, sente la necessità di ricorrere ad una riaffermazione radicalizzata dei caratteri, vero o presunti, della propria etnia, allora, il più delle volte, l’identità si trasforma in pretesa di superiorità e di esclusione dell’altro e del diverso, considerato inferiore o comunque portatore di valori incompatibili. 

       Chiariamo che il concetto di etnia va oltre il riconoscimento di sé del soggetto e delle sue appartenenze valutate innanzitutto su basi etiche e razionali. L’etnia, nel modo con cui viene comunemente considerata (e spesso politicamente usata e strumentalizzata), è un concetto che mette in gioco aspetti mitici che in molti casi non hanno nulla a che fare con il prodursi dell’identità. Ci riferiamo per esempio alla pretesa di determinare l’appartenenza di un soggetto ad un contesto sociale o ad un (presunto) popolo attraverso la comunanza dei tratti somatici, piuttosto che rispetto a considerazioni di ordine culturale, per cui spesso chi ha la pelle di un colore diverso viene considerato “straniero” anche se nato e vissuto nello stesso contesto di chi pretende di escluderlo. Oppure all’idea che un popolo si definisca attraverso la continuità dell’appartenenza ad un territorio, per cui a volte (giusto per dire) qualcuno pretende di considerare gli italiani discendenti diretti dell’impero romano. Si tratta in fondo della vecchia concezione del nazionalismo militarista e imperiale della comunità “del sangue e del suolo” (blut und buden), che rivive in ogni pretesa che pone al centro ed esalta l’etnia come fattore di esclusione. Ribadiamo che l’unica identità concepibile e accettabile è, in ultima analisi, di ordine culturale, anche oltre la consapevolezza che possano averne i soggetti coinvolti.

      Le difficoltà del presente tendono a radicalizzare e moltiplicare gli aspetti negativi di quello che abbiamo definito l’homo occidentalis. La percezione della crisi accompagnata dalla mancanza di una valida e credibile alternativa sociale e politica, spingono verso un accentuato senso di perdita che non si manifesta solo sul piano ideale e valoriale. È un dato di fatto incontrovertibile che il cittadino che abita la parte ricca del mondo, anche quando appartiene alle classi più povere e della ricchezza è destinato a raccogliere solo qualche occasionale briciola, in fondo non è mai l’ultimo della fila. Qui da noi, in Occidente, nessuno muore letteralmente di fame, come avviene in altre parti del mondo. Qui in fondo tutti (anche gli ultimi) hanno (o semplicemente temono d’avere) qualcosa da perdere. Uno stato delle cose che infine spinge verso un atteggiamento difensivo e fortemente pessimista nei riguardi del futuro. Due condizioni che sommandosi creano un vicendevole e nefasto effetto moltiplicatore.

      L’homo occidentalis nella sua ultima e compiuta espressione ha ormai ampiamente travalicato i confini e i limiti dello homo oeconomicus, assumendo i caratteri del “libertariano”, punto d’arrivo e figura tipica di un neoliberismo estremo che si è fatto vero e proprio progetto di ingegneria sociale trovando il proprio approdo nelle varie concezioni che costituiscono le teorie del cosiddetto anarco capitalismo. Una concezione della società capitalista il cui presupposto è che il gioco delle parti nel darsi della competizione e dei conflitti, oltre a moltiplicare la ricchezza prodotta, sia anche in grado di determinare a tutti i livelli una completa autoregolazione capace di assicurare l’ordine sociale al punto da rendere superflua ogni istituzione pubblica, compresi polizia e sistema giudiziario di cui si ipotizza la gestione privata e concorrenziale. A questo punto lo stesso Stato diviene superfluo di fronte alla compiutezza della macchina capitalista, anche quello “Stato minimo” ipotizzato dal neo liberismo meno estremo come semplice “guardiano notturno”, col solo compito, cioè, di essere garante dell’ordine stabilito. 

      Il libertariano dunque non conosce limiti all’espressione della propria egoistica libertà. Nessuna preoccupazione di doversi districare tra vizi privati e pubbliche virtù. Il proprio interesse egoistico rappresenta il massimo dell’altruismo possibile. Più si è efficienti nel curare il proprio tornaconto più si fa il bene collettivo, nella illusione che la somma di tutti gli interessi, divergenti ed in competizione, produce sempre il bene comune. L’unica condizione è il rispetto di poche regole del gioco, per le quali non serve neppure la presenza di un arbitro indipendente. Basta rivolgersi a delle agenzie private.

      Il libertariano è dunque una sorta di riscoperta della assoluta libertà dell’uomo allo stato di natura ma con esiti diametralmente opposti rispetto a quelli ipotizzati da Hobbes. Non l’uomo che costretto a scontrarsi con i suoi simili, si riduce alla più miserevole delle condizioni, dovendo costantemente temere per la propria vita, quanto piuttosto un uomo che vive di competizione e che da questa trova sempre vantaggio, senza neppure dovere mettere in discussione l’ordine stabilito. Miracoli di uno stato di natura di nuovo tipo, figlio delle presunte virtù taumaturgiche del capitalismo trionfante. 

      Si tratta in fondo della radicalizzazione, portata alle estreme conseguenze, del concetto di libera concorrenza in quanto capace di massimizzare l’utile generale, e dunque vista sempre come giusta e necessaria, anche e malgrado i suoi effetti collaterali negativi, come quello di creare gerarchie tra i forti e i meno forti, o di minimizzare costantemente gli interessi degli ultimi. 

       Uno stato di natura che trasborda dalla società civile allo Stato rendendolo superfluo. Il privato che si erge ad ordine supremo fagocitando la sfera pubblica. Ma si noti a questo punto come questa riscoperta della positività progressiva del libero scontro tra le parti, può tranquillamente essere trasferita dalla dimensione nazionale a quella internazionale della geopolitica. In questo modo qualsiasi considerazione riguardante l’etica, o qualsiasi principio di giustizia tendente alla equa distribuzione delle risorse e della ricchezza prodotta, verrebbe azzerato in nome del diritto del più forte, derubricato da atto di imperio a prodotto del libero gioco delle parti e degli interessi in campo, che sul lungo periodo ed in ultima analisi finirebbero col fare gli interessi dell’intera umanità. Il libero mercato globale della geopolitica. In sostanza nulla di nuovo rispetto a quanto già c’è, ma con un surplus ideologico di giustificazione e di presunta legittimazione.

      In questo modo nell’immaginario culturale e nelle credenze e ed aspettative del cittadino dei paesi occidentali (almeno nel modello propugnato dalle forze del dominio), accanto ad una tendenza libertariana di autonomia personale senza limiti nella difesa dei propri interessi, tende ad insinuarsi la propensione verso uno Stato forte capace di difendere il nostro stile di vita e i nostri valori (ma in realtà soprattutto i nostri privilegi), dall’attacco di altri paesi e di altre culture che non conoscono “le nostre libertà”. Uno Stato forte in politica estera, ma anche uno Stato capace di difendere i confini dalla guerra subdola e silenziosa portata avanti con l’insinuarsi dei migranti nel giardino di casa nostra.

      Il modello dello homo occidentalis, almeno così come si configura nelle aspettative del sistema e nella propaganda di regime, tende a definirsi infine come un ibrido, per certi versi mostruoso, tra lo homo oeconomicus, ormai giunto alla sua estrema rappresentazione nel libertariano, e il cittadino identitario fortemente abbarbicato nella difesa dei valori tradizionali dell’Occidente, tendenzialmente non visti come un patrimonio da socializzare con altri, ma come una dote da preservare gelosamente in quanto privilegio al servizio di una ricchezza che ci rende superiori. Spesso l’espressione politica di questo modello antropologico è il militante o l’elettore di estrema destra, neo fascista o post fascista in molti casi (ma non sempre), sicuramente sovranista e caratterizzato da una forte propensione verso la difesa dei caratteri etnici del popolo nazione, sistematicamente enfatizzati e quasi sempre frutto di “invenzione storica” o di distorsione scientifica.

      Questa tendenza ad una riaffermazione di stampo nazionalista non deve però ingannare. Non si tratta di un semplice ritorno al passato. Se è vero che alla base sta il bisogno di riconoscersi entro un luogo difensivo e fortificato, che escluda l’altro come inferiore e pericoloso per la propria sopravvivenza, è altrettanto vero che questo spazio rassicurante ha travalicato i confini del vecchio Stato nazione, ormai (quasi sempre) troppo angusto per essere credibile come fortezza inespugnabile. La propaganda politica, specialmente delle forze più reazionarie non manca di esaltare i valori della patria, del suo popolo e dello Stato nazione che li rappresenta, ma in realtà l’Occidente altre guerre in famiglia, sul modello dei due conflitti mondiali del secolo scorso, non se li può più permettere. Si da ormai per scontato che il modello della massificazione democratica ha prevalso sulla massificazione totalitaria nazi fascista. La democrazia, con i suoi riti e con tutte le sue mancate promesse, è ormai iscritta nelle bandiere dell’Occidente unito. Credo si possa ormai ben dire che al nazionalismo legato ai valori dello Stato nazione, si è infine sostituito il nazionalismo dell’Occidente nazione. Un unico indirizzo di riferimento storico, politico e culturale. Un immaginario collettivo che tende ad unificarsi oltre le residue differenze locali. Il nazionalismo di vecchio stampo, legato all’ambito ristretto dello Stato nazione, rimane in vita, e sembra a volte addirittura rafforzarsi come strumento di controllo interno e come sostegno alle politiche anti migratorie, ma anche come pura ideologia consolatoria e machista. Sul piano globale invece l’identitarismo nazionalista si dà ormai come un dato unico con riferimento all’intero Occidente a guida politica e militare statunitense. È questa la ragione per la quale la possibilità della guerra, che come abbiamo visto è la concreta e realistica extrema ratio dell’Occidente in risposta alla propria decadenza, non è questione che possa riguardare le scelte dei singoli Stati, ma qualcosa che coinvolge tutti a seguito di una scelta che, in tutta evenienza, non potrà che venire dagli Stati Uniti. Non è un caso, d’altra parte, che ciò che abbiamo chiamato homo occidentalis, come indicato dal nome stesso, è qualcosa di comune ad una intera area geografica e storico politica, ed è esattamente lui che esprimendosi come soggetto sociale e politico, più o meno condizionato dalla forza del potere, dovrà in ultima analisi decidere a favore o contro la guerra, perché resta comunque inteso che nessun governo potrà mai intraprendere un conflitto armato, in qualunque forma esso si possa realizzare, senza avere dalla sua un qualche significativo consenso popolare.

     Riuscirà il cittadino europeo e americano, nella molteplicità delle sue forme, a partire dagli strati più sfruttati oppressi o marginalizzati, a liberarsi dell’abito dello homo occidentalis, che le mani del potere gli hanno cucito addosso? Non è facile, ma certamente sarebbe giusto, ed è infine indispensabile! 

       Il passato di quella che chiameremo “La civiltà europea occidentale”, e di cui ci sentiamo eredi e difensori presenta due facce interconnesse ma contrapposte. Da una parte ci sta la colonizzazione del mondo, il dominio e il privilegio esclusivo della ricchezza. Per un altro verso questa stessa forza dominante è stata resa possibile grazie ad una inestimabile, e mi permetto di dire straordinaria, ricchezza di tipo culturale, artistica e letteraria, filosofica e scientifica, ed anche sociale. Sta a noi figli di questo Occidente così complesso e contraddittorio decidere da che parte stare. Arroccarsi nella difesa del privilegio inseguendo un ruolo dominante che ormai non c’è più, oppure considerare il nostro passato non come qualcosa di esclusivo da chiudere in cassaforte, ma come un patrimonio da consegnare all’intera umanità, senza imporlo ma cercando la socializzazione e l’incontro con l’altro e col diverso, dando ma anche prendendo. La conservazione del nostro grande patrimonio culturale sarà possibile solo arricchendolo, e in parte trasformandolo, grazie all’incontro con le altre culture.

       È bene chiarire che questo processo rispetto ai tempi lunghi della storia non ha alternativa. Non si tratta solo di una questione etica che porta a considerare ingiusto volere difendere una condizione di privilegio, ma anche una constatazione di ordine fattuale. La pretesa di arroccarsi in difesa della nostra cittadella è destinata comunque alla sconfitta. L’homo occidentalis ha già perso la sua battaglia. Di fronte a lui si pone un modello antropologico diverso, dinamico e vincente: quello del migrante. 

       Il migrante, nella sua considerazione astratta ed idialtipica, oltre la contingenza e il sentire dei migranti reali, è colui che viene non per operare inverosimili sostituzioni etniche, ma per diventare parte di noi. Egli ha certamente una sua identità culturale, ma ugualmente giunge da noi a mani nude. La sua prima preoccupazione sarà conoscere capire ed adattarsi. Manterrà per quanto possibile tutto ciò che caratterizzava il suo passato, ma inevitabilmente dovrà adattare il suo stile di vita al nostro. Che il nostro mondo gli si sveli è per lui una questione di sopravvivenza, mentre noi possiamo anche, fino ad un certo punto, considerarlo un estraneo che si aggira per casa. È lui dunque, il migrante, il soggetto di ogni possibile incontro e reciproco arricchimento culturale. Colui che venendo non porta con sé il pericolo di sostituirci, ma, almeno sul lungo periodo, la possibilità di salvare la civiltà europea occidentale sottraendola dall’impoverimento e dalla sclerosi a cui sarebbe condannata nelle mani dell’homo occidentalis.

      D’altra parte è sempre così che è funzionata la storia. Le civiltà, grandi o piccole che siano, prima o dopo, si sono sempre estinte. Una civiltà si caratterizza innanzitutto in ragione dei valori e dei contenuti culturali che le sono costitutivi, in secondo luogo (in senso logico e non di importanza gerarchica) essa è anche definita da uno stile di vita e da una capacità di autorappresentazione e di senso di appartenenza da parte della comunità di riferimento. Queste cose insieme definiscono ciò che con termini molto generici viene chiamato “popolo” o “etnia”. Col tempo immancabilmente gli stili di vita e il cemento delle appartenenze si logorano e si perdono. Le civiltà crollano e i “popoli” e le “etnie” svaniscono. Al contrario avviene spesso che i valori e i contenuti culturali di una civiltà si salvino e rivivano anche col mutare dei modi d’esistenza, delle abitudini, del senso di appartenenza, col mutare in sostanza del “nome” che indica una civiltà o un popolo. Le grandi civiltà mediterranee del passato, quella greca e quella latino romana, sono scomparse da millenni, eppure senza la loro eredità il mondo attuale non sarebbe neppure pensabile. 

       Potremmo dire, a questo punto in modo paradossale e provocatorio, che “la sostituzione etnica” è storicamente inevitabile, perché nulla si ripete invariato nel tempo. Essa è sempre il prodotto della fine di una civiltà, o per cause endogene o per cause esogene, o per l’interagire di cause di diversa natura. Spesso, ed in modo che può apparire paradossale, quando a prevalere sono i fattori di crisi interna, senza che vi sia l’intervento determinante di una mano estranea, il crollo è tendenzialmente più catastrofico e quasi nulla si salva. Quando invece la fine è prevalentemente provocata da un contatto esterno gli esiti possono essere diversi, ma la storia ce ne indica due radicalmente opposti. Il primo è quello, già citato, delle cosiddette invasioni barbariche, conclusosi con una perfetta simbiosi tra invasori ed invasi, e col sostanziale recupero e salvataggio dei valori e della cultura degli sconfitti, che rivive entro un quadro storico totalmente mutato. L’altro esempio è quello della colonizzazione delle Americhe che ha portato ad un vero e proprio etnocidio con la scomparsa delle civiltà autoctone e l’affermarsi, senza mediazioni, del modello sociale e culturale dei conquistatori.

       Appare subito evidente che quella che qualcuno indica e paventa come “l’invasione del migrante” non somiglia né alle invasioni barbariche, né alla conquista delle Americhe, in quanto essa non è neppure una vera invasione e non si avvale dei mezzi cruenti della conquista, ma di quelli pacifici della migrazione. Per questa ragione, ed anche per il grande spessore storico della civiltà europea ed occidentale, che non è facile da cancellare, né è pensabile che qualcuno possa avere un reale interesse a farlo, il migrante non può che porsi, come abbiamo già detto, almeno idealmente e tendenzialmente, come il soggetto imputato a guidare un processo di incontro e di mediazione positiva tra diversi per storia e cultura. Le condizioni materiali sono favorevoli ad un tale possibilità.

      Il migrante innanzitutto, venendo a noi, è costretto ad apprendere la nostra lingua per potere comunicare. Questo potrebbe essere già una sorta di garanzia per la riproduzione dei contenuti di civiltà del nostro mondo. La lingua è il luogo della comunicazione e dello scambio e socializzazione dei beni materiali e immateriali. Essa non è mai un semplice strumento neutro e puramente tecnico. La cultura di un popolo vive e si riproduce dinamicamente nelle cose che vengono dette e nel modo in cui sono dette. Il migrante attraverso l’uso della nostra lingua entra nella nostra vita e nei meandri del nostro vissuto. Ci conosce e può interagire con noi. Egli vivendo tra noi e parlando con noi con il nostro linguaggio, diviene il punto di incontro tra diverse identità, la sua e la nostra, che contemporaneamente lo attraversano come parte della sua personalità e che in lui per forza devono trovare un punto di congiunzione e di ricomposizione, a meno del prodursi di una doppiezza patologica. Egli ha dunque tutte le possibilità (ovviamente ipotetiche) di farsi guida e promotore di un processo di assimilazione, conservazione e trasformazione di valori, contenuti culturali, abitudini e stili di vita, anche molteplici e diversi, che lo caratterizzano innanzitutto come parte del suo vissuto. Noi al contrario non conosciamo il migrante. Non parliamo la sua lingua e tendiamo sempre a vederlo come un estraneo, se non come un vero e proprio pericolo. Al massimo interagiamo con lui tramite il “noi” che è divenuto parte della sua esistenza. Il migrante è straniero ma diviene già nativo grazie ai suoi figli. Vive a cavallo di due mondi e almeno potenzialmente può riunirli in un mondo nuovo, a differenza dell’europeo di lunga generazione, che spesso vive nel disagio di un mondo che gli appare spesso (io credo erroneamente) preda di una crisi senza soluzioni. 

      La possibilità del concreto realizzarsi di un mondo futuribile, e sperabilmente migliore, legato alle dinamiche messe in atto dalla presenza del migrante, si può avvalere di un altro importantissimo dato oggettivo. Si tratta della questione che riguarda l’età media della popolazione. Il migrante è giovane, l’europeo di antica origine è anziano.

      La cosa è complessa e occorre fare chiarezza. È noto come sia tipico di una visione politica di destra lamentare il calo demografico e la costante crescita dell’età media della popolazione europea come una delle cause che agevolano il presunto processo di sostituzione etnica che ci porterà ad un futuro, per loro inconcepibile e terrificante, in cui i neri saranno la maggioranza in casa nostra. Al contrario la cultura di sinistra ritiene che una propensione verso il calo delle nascite sia assolutamente necessaria per cercare di evitare quel disastro ambientale che vede tra le sue possibili cause proprio il costante crescere degli abitanti del pianeta. 

     È ovvio che le preoccupazioni degli ambientalisti sono corrette e che il colore della pelle dei futuri abitanti del nostro continente è questione ininfluente rispetto ai problemi che riguardano il nostro futuro.  Aggiungiamo che il controllo delle nascite sarebbe certamente necessario ma esso comporterebbe enormi problemi, legati intanto al prodursi di una coscienza generalizzata a livello globale onde evitare inaccettabili imposizioni. Si tenga inoltre conto che il calo demografico dovrebbe essere sostanzialmente omogeneo tra le varie popolazioni onde evitare cambiamenti negli assetti geopolitici globali, e soprattutto che esso dovrebbe essere lento (e forse anche molto lento) e progressivo onde evitare un invecchiamento generalizzato della popolazione mondiale che rappresenterebbe una vera catastrofe per i destini dell’intera umanità. Problema enorme e che nella sua generalità, esula dai fini di questo lavoro. Qui basterà tenere conto solo di quegli aspetti demografici che riguardano attualmente il nostro continente e la questione migratoria evitando di entrare in questioni e prospettive di ordine generale. 

       È mia personale convinzione che il calo demografico, che riguarda ormai da tempo l’Europa, non sia dovuto ad una generalizzata presa di coscienza della esigenza di ristabilire un corretto rapporto tra la presenza dell’uomo e le esigenze della natura. Non credo neppure che la causa, almeno non quella principale, sia la crisi della famiglia, che in effetti nella società industriale e post industriale perde quella funzione di unità produttiva di base che aveva in genere nelle società contadine e tradizionali. Penso piuttosto che il calo della popolazione sia dovuto in maggior misura ad una visione fortemente pessimista nei confronti del nostro futuro. Una percezione della crisi non del tutto razionalizzata, che noi noi europei riferiamo spesso all’intera umanità, ed in cui hanno certo parte anche le questioni ambientali, ma che riflette, io credo soprattutto ed in modo largamente inconsapevole, il senso della decadenza del ruolo egemone dell’Occidente e dell’Europa, e che spesso, in mancanza di alternative credibili, vira anche verso forme di edonismo individualista.

      Al contrario l’eccezionale crescita demografica che ha portato il continente africano a moltiplicare di dodici volte la sua popolazione in poco più di un secolo, è dovuta, mi azzardo a dire, probabilmente ed in modo prioritario, ad un atteggiamento difensivo di lotta per la sopravvivenza nei confronti della colonizzazione dell’Occidente. Fossero rimasti poco più di cento milioni in tutto il continente come erano all’alba del 900, oggi sarebbero a rischio di estinzione e probabilmente sarebbero rinchiusi in riserve appositamente istituite come succede da tempo ai discendenti dei nativi americani. Fare figli e moltiplicarsi per affermare il potere del numero e della giovinezza come arma politica di lotta, di resistenza e di sopravvivenza, in un processo che si dà spontaneamente, senza alcuna programmazione politica o di altro genere. 

      Di fronte a questo urlare il proprio diritto alla vita l’Europa farebbe volentieri orecchie da mercante, ma purtroppo per lei il nostro continente è invecchiato ed è edonista e per queste ragioni del migrante ha bisogno. Ne ha bisogno per i lavori che nessuno da noi vuol fare e ne ha bisogno per tenere bassi i salari. Ne ha bisogno per produrre ricchezza in un mondo ormai pieno di pensionati, giustamente improduttivi. Il nostro vecchio mondo respinge il migrante fintanto che può, ma infine è costretto ad accettarlo senza accoglierlo mai veramente. Lo lascia morire in mare quando giunge inaspettato, ma vorrebbe programmarne i flussi a partire dai luoghi di origine, in modo da renderlo schiavo prima ancora che abbia messo piede a casa nostra, in modo da farne per sempre uno estraneo.

      In questo modo il migrante, escluso ed umiliato ma assolutamente indispensabile, entra nei meccanismi del sistema. Li apprende e li valuta con l’occhio di colui che non ha nulla da perdere. Senza saperlo e senza volerlo si ripete qui la vecchia dialettica tra il servo e il padrone che Hegel per la prima volta immaginò, e che già Marx utilizzò per mostrare come il proletariato poteva impossessarsi del mondo del capitalista per utilizzarlo ai propri fini, escludendone il vecchio padrone. Allo stesso modo oggi il migrante può impossessarsi del mondo che lo opprime, può fagocitarlo e farlo suo, e così facendo può farlo rivivere, recuperandone gli aspetti più sani e più vivi e dando loro una nuova prospettiva, aperta alle diversità etniche e culturali che lo stesso migrante, per sua storia pregressa, rappresenta. Il migrante può divenire il nostro salvatore, l’erede e il continuatore che tiene in vita la grande tradizione dell’Occidente, liberata dagli altrettanto grandi suoi mali.

      Sarà così? Non lo so! Ho usato toni troppo ottimistici? Può darsi. D’altra parte questa è solo la sintesi semplificata di una prospettiva ideale, spurgata da tutti i suoi possibili accidenti e possibili difficoltà. Inoltre bisogna anche tener conto che neppure in questo senso generale si può dare nulla per scontato. La storia non la si può mai scrivere in anticipo e spesso prende vie imprevedibili.

       Se il futuro c’è complessivamente ignoto, tuttavia qualcosa, a partire dall’oggi, la possiamo pure pensare. 

       Abbiamo immaginato la figura ideale del migrante come un possibile ponte gettato tra l’Occidente, innanzitutto europeo, e il resto del mondo capace di produrre una sorta di pacificazione valoriale e culturale di lungo periodo, fondata su un incontro dialogante e produttivo di reciproche acquisizioni e trasformazioni. In questa prospettiva una delle maggiori difficoltà potrebbe essere rappresentata dalle diverse appartenenze religiose. La credenza religiosa, nella sua veste moderna rappresentata dalle grandi religioni monoteiste, si pone come elemento identitario estremo, spesso una barriera gettata tra “il noi” e il resto del mondo. Per la verità nella storia la funzione delle religioni non sempre è stata negativa, ed ha avuto anzi un valore fortemente propulsivo specialmente rispetto alla nascita delle grandi civiltà. Abbiamo già detto di come la stessa Europa sia nata da una fusione tra l’antico mondo mediterraneo, già unificato dall’impero romano, con le popolazioni barbariche, e di come tale esito estremo fu possibile solo grazie alla comune adesione al cristianesimo. Vale per il cristianesimo a casa nostra e qualcosa di simile vale anche per l’Islam rispetto al mondo arabo. 

       Non ho spazio, né interesse specifico ad approfondire l’argomento ai fini del nostro discorso, mi limito allora a dire che il vero problema che può dividere i popoli non è la religione in sé, ma l’integralismo religioso. Quella forma di dogmatismo assolutizzante che non ammette altro da sé e che si chiude rispetto a qualsiasi tipo di ipotesi dialogante. È mia convinzione, (che affido al vostro giudizio senza darne particolari spiegazioni), che l’integralismo religioso, (ma non solo religioso) sia l’esito finale della percezione di una crisi estrema e di un disagio fortemente sentito. Un modo di chiudersi in se stessi nella consapevolezza che la propria fragilità rende particolarmente vulnerabili nel rapporto con l’altro. Credo che sia questa la genesi attuale dell’integralismo islamico, o forse sarebbe meglio dire del suo successo, di fronte allo strapotere dell’Occidente armato, percepito legittimamente come ingiusto ed invasivo. Creare quanto meno le premesse per abbattere ogni forma di integralismo è possibile solo se ci si pone su di un piano di uguaglianza e di pari dignità. 

      L’Occidente è fino ad ora rimasto abbastanza immune dal prodursi dell’integralismo religioso proprio in ragione della sua posizione dominante che gli ha permesso di esportare la propria intransigenza oltre i propri confini sotto forma di (finta) “democrazia”, da imporre con la forza ai popoli e agli Stati riluttanti. In passato l’estremismo integralista si era espresso in forma politica e non religiosa, attraverso il totalitarismo nazi- fascista, come risposta alle contraddizioni inter-imperialiste all’interno stesso del mondo occidentale. Oggi lo spettro potrebbe riapparire in forma di integralismo religioso, con possibilità di penetrazione di massa, proprio in virtù della profonda crisi e senso di perdita che attanaglia le popolazioni europee ed occidentale. Una pericolosissima avvisaglia potrebbe essere rappresentata dal sempre maggiore successo che hanno, soprattutto nelle Americhe, le chiese evangeliche, specialmente quelle più radicalmente orientate verso il fondamentalismo cristiano. Uno scontro tra opposti integralismi religiosi rappresenterebbe l’esatto contrario di quanto abbiamo fino ad ora ipotizzato come la possibile rivoluzione del migrante. Ci troveremmo, al contrario, di fronte all’approfondirsi della attuale spaccatura tra l’Occidente ed il resto del mondo, aggravata da presupposti falsificanti e puramente ideologici, senza fondamento costruttivo e senza prospettive di pacifica risoluzione.

       Mi pare ovvio che per opporsi al prodursi di una simile nefasta possibilità, non sia affatto necessario ricorrere agli strumenti di un razionalismo ateo ed estremo nel suo essere anti religioso, e che pure è in qualche modo parte della nostra cultura, creando in questo modo ulteriori tensioni e spaccature sia dentro che fuori le mura di casa nostra. Realisticamente il problema non è la religione in sé, ma la sua deriva integralista. L’antidoto non è l’anti religiosità di principio, ma la riscoperta dei vecchi valori della laicità, che guarda caso è uno degli aspetti più tipici e positivi del bagaglio di tradizioni culturali del nostro Occidente, e che può ora risultare utile, se non essenziale, anche per il migrante e per la sua rivoluzione. 

      Proprio il tema della laicità necessaria al cambiamento mi permette di introdurre un’ultima questione che mi pare fondamentale trattare. 

       Quanto abbiamo fin qui detto potrebbe fare pensare ad uno scontro tra il migrante e la totalità dei soggetti che trova nel nuovo mondo in cui aqpproda. Tra colui che viene da lontano e chi invece ha costruito, o si è trovato ad avere da lungo tempo, casa in Occidente. Ma le cose non stanno propriamente in questo modo, e il bisogno di laicità come valore che attiene più alla nostra cultura che a quella del migrante serve a riaprire le questioni.

     Fin qui ho costruito il discorso intorno alla contrapposizione tra homo occidentalis e migrante, ma si tratta con tutta evidenza di due astrazioni tipizzanti, utilizzate solo per semplificare le cose e porre le questioni nella loro generalità ed essenzialità costitutiva. Ora occorre fare un passo avanti e frantumare l’homo occidentalis in tutte le sue concrete realtà esistenziali, negandolo nella sola astrattezza del servo fedele nei confronti dei padroni del mondo di cui si fa parte, che per l’appunto è l’Occidente. È ora di andare più a fondo e riscoprire le differenze che ci parlano di uno specificarsi e moltiplicarsi delle appartenenze, che danno conto e risignificano le distanze che dividono le classi sociali, i sessi, le razze, il cerchio dei visibili di successo da quello degli invisibili, i ricchi e i forti dai poveri e dai fragili ed esclusi. In sintesi fare a pezzi l’illusione che il solo fatto di appartenere all’Europa o al mondo occidentale, significhi essere invitati al banchetto dei ricchi e di quelli che comandano. Riscoprire il senso dell’alleanza intersezionale per la costruzione del fronte dell’essere contro e della rivolta. Incontrarsi col migrante e divenire parte della sua rivoluzione. Anzi di più: fondersi con lui, portando il nostro contributo di storia e di idee (la laicità e i diritti, per esempio), e trasformare la “rivoluzione del migrante” in “rivoluzione degli esclusi”.

     Questo il possibile cammino di liberazione che mi sento di immaginare. Ma non fatevi ingannare dalla perentorietà dei toni, usati per rendere incisiva l’esposizione e chiari gli intenti. In realtà non sono affatto ottimista. (La guerra potrebbe essere vicina e a noi non resta molto altro se non sperare nei migranti e negli esclusi….per l’appunto!).