venerdì 7 dicembre 2012

Ma l’economia è democratica?

di Luigi Ferrajoli

una nostra sintesi del saggio che nella versione integrale esamina compiutamente i temi della crisi del nostro tempo, mettendo a fuoco il rapporto tra economia e politica nel quadro del mercato globale, la criticità dei capisaldi della democrazia occidentale maturata nel corso dell’ultimo secolo – la sovranità e lo stato di diritto- ed alcune ipotesi essenziali per la fuoriuscita dall’attuale tunnel che caratterizza lo scenario politico non solo nazionale (per la lettura completa cliccare il link a piè di pagina)

1.         Io credo che il tema di questo intervento – il rapporto tra economia e politica e la dipendenza della seconda dalla prima – sia il tema di fondo del nostro tempo: un tema che è tutt’uno con il tema della crisi della sfera pubblica, del ruolo e ancor prima della natura della politica e perciò, in ultima analisi con il tema, al tempo stesso teorico e politico, della crisi della democrazia, non solo in Italia ma in Europa e più in generale a livello globale.
Il rapporto tra politica ed economia si è ribaltato. Non abbiamo più il governo pubblico e politico dell’economia, ma il governo privato ed economico della politica. Non sono più gli Stati, con le loro politiche, che controllano i mercati e il mondo degli affari, imponendo loro regole, limiti e vincoli, ma sono i mercati, cioè poche decine di migliaia di speculatori finanziari e qualche agenzia privata di rating, che controllano e governano gli Stati. Non sono più i governi e i parlamenti democraticamente eletti che regolano la vita economica e sociale in funzione degli interessi pubblici generali, ma sono le potenze incontrollate e anonime del capitale finanziario che impongono agli Stati politiche antidemocratiche e antisociali, a vantaggio degli interessi privati e speculativi della massimizzazione dei profitti. Le ragioni di questo ribaltamento sono molte e complesse. Non parlerò dei conflitti di interesse e delle molte forme di corruzione e condizionamento lobbistico attraverso cui l’economia condiziona la politica. Questi condizionamenti ci sono come mostrano le cronache di questi giorni. Ma il ribaltamento dipende da due ragioni, una di ordine strutturale, l’altra di ordine culturale e ideologico.
La prima ragione consiste in un’asimmetria intervenuta nelle dimensioni della politica e in quelle dell’economia e della finanza: l’asimmetria tra il carattere ancora sostanzialmente e inevitabilmente locale dei poteri statali e il carattere globale dei poteri economici e finanziari. La politica è tuttora ancorata ai confini degli Stati nazionali, in un duplice senso: nel senso che i poteri politici, soprattutto dei paesi più deboli, si esercitano soltanto all’interno dei territori statali e nel senso che gli orizzonti della politica sono a loro volta vincolati al consenso degli elettorati nazionali. Al contrario, i poteri economici e finanziari sono ormai poteri globali, che si esercitano al di fuori dei controlli politici, e senza i limiti e i vincoli apprestati dal diritto – dalle legislazioni e dalle costituzioni – che è tuttora un diritto prevalentemente statale. È insomma saltato – o si è quanto meno indebolito, ed è destinato a divenire sempre più debole – il nesso democrazia/popolo e poteri decisionali/regolazione giuridica. In assenza di una sfera pubblica alla loro altezza, i poteri economici e finanziari, da Marchionne alla finanza speculativa, si sono sviluppati come poteri illimitati, sregolati e selvaggi, in grado di imporre le loro regole e i loro interessi alla politica. […]
Il secondo fattore del ribaltamento del rapporto tra politica ed economia è di carattere ideologico. Esso consiste nel sostegno prestato al primato dell’economia dall’ideologia liberista, basata su due potenti postulati: la concezione dei poteri economici come libertà fondamentali e delle leggi del mercato come leggi naturali. Le due raffigurazioni ideologiche sono tra loro connesse: la prima, ben più che rafforzata, è per così dire “verificata” dalla seconda, cioè dalla concezione della lex mercatoria come legge naturale, sopraordinata alla politica e al diritto come una sorta di necessità naturale, e della scienza economica come scienza a sua volta naturale, dotata della stessa oggettività empirica della fisica. […]
Il sopravvento dell’economia sulla politica e l’abdicazione della seconda al ruolo di governo nei confronti della prima non sarebbero infatti possibili senza un simultaneo processo di liberazione della politica da limiti e da vincoli legali e costituzionali. È  in questo duplice processo che risiede la crisi sistemica che sta investendo le democrazie occidentali: la sostituzione al governo politico e democratico dell’economia del governo economico e ovviamente non democratico della politica, che a sua volta richiede la rimozione della costituzione dall’orizzonte dell’azione di governo onde consentirle l’aggressione all’intero sistema dei diritti fondamentali e delle loro garanzie: dai diritti sociali alla salute e all’istruzione ai diritti dei lavoratori, dal pluralismo dell’informazione alle molteplici separazioni e incompatibilità dirette a impedire concentrazioni di potere e conflitti di interesse.

2.         Ne consegue, da questo ribaltamento del rapporto tra economia e politica una triplice crisi.
2.1       In primo luogo la crisi della democrazia politica. La democrazia politica è nata ed è tuttora vincolata alle forme rappresentative dei parlamenti e dei governi nazionali. La subalternità delle politiche nazionali ai cosiddetti mercati – il fatto che è ai mercati ben più che ai loro elettorati che i governi nazionali devono rispondere – ha svuotato, insieme al ruolo di governo della politica, il ruolo e la stessa legittimità delle istituzioni rappresentative, alle quali i mercati impongono interventi antisociali, in danno del lavoro e dei diritti sociali e a vantaggio degli interessi privati della massimizzazione dei profitti, delle speculazioni finanziarie e della rapina dei beni comuni e vitali . Ne consegue un ruolo parassitario della politica e delle istituzioni democratiche e un inevitabile e generalizzato discredito del ceto politico, attestato dai tassi sempre più bassi di popolarità dei partiti, dei loro leader e delle stesse istituzioni rappresentative: che è un discredito e una crisi della politica in quanto tale, sempre più subordinata all’economia, sempre più in crisi di autorevolezza, sempre più lontana – per incapacità, o per subalternità ideologica, o per connivenza con il mondo degli affari – dai bisogni e dai problemi dei paesi che sarebbe chiamata a governare. [...]
2.2       C’è poi una seconda crisi o un secondo aspetto della crisi: la crisi del diritto e delle forme dello stato di diritto consegnateci dalla tradizione liberale. Il paradigma dello “stato di diritto”, come dice questa stessa espressione, si è sviluppato nei confronti soltanto dello Stato, cioè dei poteri statali. Non ha investito né i poteri sovrastatali, essendo stato il diritto positivo identificato per lungo tempo con il solo diritto statale, né i poteri economici privati, a loro volta ideologicamente concepiti, dalla tradizione liberale – da Locke a Marshall – anziché come poteri, come diritti di libertà. Di qui, da questa limitazione del ruolo del diritto, l’impotenza degli Stati, in grado solo di dare risposte locali a problemi globali e, soprattutto, non all’altezza di quei poteri insieme privati e globali che sono i poteri della finanza. […]
2.3       Infine questa dipendenza della politica dall’economia segnala un terzo aspetto, il più profondo e vistoso, della crisi che stiamo vivendo: la crisi, ancor prima che della democrazia e dello stato di diritto, dello stesso Stato moderno, inteso lo Stato quale sfera pubblica deputata alla difesa degli interessi pubblici, separata dall’economia e rispetto a essa eteronoma e sopraordinata. è una crisi epocale: la crisi dello Stato quale istituzione politica separata e sopraordinata all’economia. La separazione tra società civile e stato, tra economia e politica, è infatti un tratto caratteristico della modernità giuridica e politica che fa parte del costituzionalismo profondo dello Stato moderno, in opposizione allo stato patrimoniale dell’ancien regime.[…]
È questa la triplice crisi sistemica che sta investendo le democrazie occidentali: la sostituzione al governo politico e democratico dell’economia del governo economico e ovviamente non democratico della politica. Il suo aspetto paradossale è il carattere fallimentare, sotto gli occhi di tutti, delle politiche imposte dai mercati alle tecnocrazie deputate alla loro attuazione. Il mercato senza regole, dopo essere stato la causa della crisi – in assenza di politiche capaci di governarlo – continua a riproporsi come la terapia: tagli alla spesa pubblica nella sanità e nell’istruzione, privatizzazioni, liberalizzazioni, imposte su pensioni e salari e, insieme, riduzione degli investimenti e delle entrate fiscali, crescita delle disuguaglianze e rottura della coesione sociale. Una terapia distruttiva, anche sul piano economico, dato che aggrava le cause stesse della crisi, a cominciare dalla maggiore povertà e dalle restrizioni del potere d’acquisto e dei diritti sociali, dando vita a una spirale recessiva incontrollata.
3.         A me pare che l’uscita dalla crisi debba far fronte alle cause strutturali di tutti e tre i suoi aspetti; e richieda perciò tre ordini di mutamenti alla loro altezza.
3.1       In primo luogo la costruzione di una sfera pubblica europea e in prospettiva globale all’altezza dei poteri globali dell’economia e della finanza speculativa. Proprio il riconoscimento del fallimento e dell’irrazionalità delle “politiche liberiste” – una contraddizione in termini, dato che il liberismo equivale a un’abdicazione della politica e all’abbandono del mercato a una sorta di stato di natura – suggerisce la sola possibile via d’uscita dalla crisi: l’inversione della rotta fallimentare fin qui seguita. E invertire la rotta è possibile, come mostrano le tante proposte alternative formulate nel dibattito odierno da innumerevoli economisti democratici: l’istituzione e perfino il semplice annuncio di una garanzia europea comune per i titoli pubblici dei paesi dell’euro; un’adeguata tassazione delle transazioni finanziarie con la Tobin Tax; il divieto di acquisti e vendite di titoli allo scoperto; l’istituzione di agenzie di rating pubbliche in luogo di quelle private, che sono di fatto condizionate dai poteri finanziari; l’eliminazione dei paradisi fiscali; una fiscalità europea realmente progressiva.
In tutti i casi – e sembra che su questo siano tutti d’accordo – la sola alternativa al crollo dell’euro e al fallimento dell’Unione è una maggiore integrazione politica ed economica. Il processo di costruzione dell’Europa, in breve, o va avanti, sul piano politico e istituzionale, oppure va indietro, verso la disgregazione, come in parte sta avvenendo e come è segnalato dal crescente venir meno, nelle politiche e nell’opinione pubblica, del senso di solidarietà e di comune appartenenza. Se non si vuole che salti l’euro e che la stessa Unione europea vada in pezzi, deve insomma crescere un’altra Europa rispetto a quella disegnata dalle politiche liberiste. E a tal fine non bastano le politiche, anche progressive, dei governi. Occorre una rifondazione costituzionale della sfera pubblica europea in grado di assoggettare i mercati, ponendosi all’altezza dei nuovi poteri economici globali attualmente sregolati e selvaggi e perciò trasformando le politiche indicate dal pensiero economico progressista in nuove regole e istituzioni.[…]
3.2       La seconda via d’uscita dalla crisi è lo sviluppo di uno stato di diritto in grado di limitare e disciplinare i poteri privati: di un costituzionalismo di diritto privato che imponga limiti e vincoli non soltanto ai poteri pubblici ma anche ai poteri economici e finanziari, e perciò la riaffermazione del primato della Costituzione in luogo di quella nuova grundnorm che è la lex mercatoria: in materia di lavoro, di ambiente, di diritti sociali. Lo strumento consegnatoci dalla nostra tradizione è di nuovo la costituzionalizzazione di limiti e vincoli, correlativi ai diritti e ai beni fondamentali, sia allo stato che al mercato.
Ciò vale anzitutto per i beni comuni. La nostra tradizione conosce da sempre, quale tecnica di sottrazione al mercato di tali beni, la figura dei beni demaniali. Ma tali beni sono di solito previsti come demaniali dalla legge ordinaria, in Italia dal codice civile, e possono perciò, come in Italia è avvenuto con le privatizzazioni, essere sdemanializzati per legge. Solo la stipulazione in costituzioni rigide e in trattati internazionali di quei beni che riteniamo vitali – l’aria, l’acqua, i farmaci salva-vita, il cibo per l’alimentazione di base – come beni fondamentali può garantirne l’inalienabilità e l’accessibilità a tutti. Solo l’istituzione di demani costituzionali – di livello europeo e, in prospettiva, internazionale – può garantire i beni vitali, sottraendoli alla devastazione e all’appropriazione privata.
Ma lo strumento della costituzionalizzazione vale anche per la garanzia, a livello europeo oltre che statale, dei diritti sociali. […] In materia di bilancio … sarebbe opportuno la costituzionalizzazione di un’autentica progressività fiscale, diretta ad assicurare tetti massimi a qualunque reddito. Sono infatti incompatibili con la democrazia redditi e ricchezze sterminate in capo a singole persone: non solo per l’insostenibilità di eccessive disuguaglianze sociali, ma anche per i poteri politici impropri, di condizionamento o peggio di corruzione della sfera pubblica, di fatto inevitabilmente associati alle eccessive ricchezze private.
Infine la costituzionalizzazione, dopo lo smantellamento per via legislativa operato sistematicamente in questi anni del diritto del lavoro, si richiede altresì, contro l’arbitrio delle contingenti maggioranze, per le concrete garanzie dei diritti dei lavoratori, prima tra tutti “il diritto alla tutela contro ogni licenziamento ingiustificato”, già previsto dall’art. 30 della Carta dei diritti dell’Unione Europea. D’altro canto, nell’impossibilità di garantire, in una società capitalistica, la piena occupazione, un’effettiva garanzia della sopravvivenza che parimenti dovrebbe essere stipulata nelle costituzioni è il diritto a un reddito minimo di cittadinanza.
3.3       Da ultimo la rifondazione della rappresentanza. In questi ultimi vent’anni di berlusconismo si è prodotta in Italia una deformazione delle istituzioni rappresentative generata da molteplici fattori: la sostituzione del sistema elettorale proporzionale con sistemi di tipo maggioritario che hanno verticalizzato la rappresentanza e trasformato le forze politiche in partiti personali e talora padronali con vocazioni populiste; la deformazione nel dibattito pubblico e nel senso comune dell’immagine stessa della democrazia politica, identificata, ben più che nella rappresentanza della pluralità degli interessi sociali e nella loro mediazione parlamentare, nella scelta elettorale di una maggioranza e soprattutto del suo capo; l’idea di una legittimazione assoluta proveniente dal voto popolare e la conseguente insofferenza per i limiti costituzionali e per la separazione dei poteri; lo svuotamento infine del ruolo del parlamento, attraverso una legge elettorale che ha trasformato le elezioni dei parlamentari nella loro nomina da parte dei vertici dei partiti – ai quali, ben più che agli elettori, essi rispondono e dai quali dipendono – e la rottura e il sostanziale capovolgimento del rapporto di fiducia tra parlamento e governo.
Contro una simile crisi, ovviamente, non bastano rimedi giuridici. E tuttavia alcuni rimedi, pur se insufficienti sono necessari […].
È difficile di fronte a questa triplice crisi essere ottimisti. Sarebbe tuttavia necessaria, nel momento in cui si prospetta una vittoria elettorale del centrosinistra, una consapevolezza delle dimensioni e della gravità e profondità della crisi. Accompagnata da un’altra consapevolezza: che in quel che è accade e è accaduto non c’è nulla di naturale né di irreversibile; che una, anzi una molteplice quantità di vie d’uscita dalla crisi è possibile; che questa uscita dipende da un rinnovato rapporto dei partiti della sinistra con la società: non solo con i suoi bisogni ma anche con il mondo della cultura giuridica ed economica progressista. Dipende in breve da una rifondazione e da un’autoriforma della politica.