sabato 9 giugno 2018

commenti&movimenti\ CSA TRA MARGINALITÀ E CONVERSIONE

-marco spagnuolo-
LO SPAZIO LIBERATO COME ISTITUZIONE DEL COMUNE
\riaffermare la socialità alternativa estendendo il perimetro sull’intero territorio metropolitano ed avviare un processo di conversione degli spazi in luoghi vertenziali dove far convergere le lotte. facendo emergere le nuove soggettivazioni


Ripensare una politica antagonista, capace di creare conflitto e all’altezza dei tempi che viviamo, significa innanzitutto ripensare gli spazi dove pratichiamo la nostra politica. Purtroppo, l’atto di pensare nuovi modi fare politica prescinde da questo dato di fatto (che, a parer mio, costituisce una necessità) e l’analisi, anche laddove è acuta, resta in superficie e si scontra con la gestione pratica “tradizionale” degli spazi. Insomma, il nocciolo duro col quale bisogna combattere è la retorica, ormai incorporata da molt* compagne e compagni, secondo la quale gli spazi siano immutabili e sempre uguali a se stessi. O in altri termini, che i centri sociali debbano rimanere così come sono, con la loro impostazione, la loro retorica, la loro organizzazione. Peccato che, però, proprio il continuo modificarsi dei centri sociali sia il motivo per cui questi rimangono ancora oggi gli spazi privilegiati per pratiche autorganizzate e conflittuali nei territori.
L’analisi contenuta ne Il Comune come modo di produzione, che è in effetti una vera e propria genealogia dei centri sociali1, traccia l’evoluzione dei centri sociali dagli anni ’70 ad oggi – e prova a proseguire questa linea, colma di discontinuità e salti, in una tendenza futura. Ripercorrendo tale genealogia, ci troviamo fondamentalmente davanti a quattro generazioni:
1.       La prima generazione, situata «tra la fine degli anni Settanta e gli anni Ottanta, può essere intesa come una sorta di riconfigurazione dei Circoli del proletariato giovanile», di cui un importante esempio rilevato dagli autori è quello del CSOA Leoncavallo di Milano (1975);
2.       La seconda generazione, situata negli anni Novanta, in cui si situa il CSOA Forte Prenestino a Roma con le sue autoproduzioni e i suoi festival, oltre che ad esempio il CSOA Corto Circuito – altro spazio chiave in quella federazione che, a partire dal 1990, prenderà il nome di Grande Raccordo Autoproduzioni;
3.       Inoltre, a partire dagli anni Duemila, si registra una terza generazione (si fa riferimento al Cantiere di Milano e a ESC Atelier di Roma) che organizza le prime università popolari oltreché centri di coworking e altre esperienze di condivisione di pratiche e saperi;
4.       Infine, vi è la quarta generazione – a partire dagli anni della crisi economica – in cui «la costruzione di commons metropolitani […] si combina con il moltiplicarsi di sperimentazioni che mobilitano i lavoratori della conoscenza su un terreno più specifico: quello dei teatri e dei cinema occupati e delle fabbriche recuperate [un esempio per tutti è il Teatro Valle, NdA]2» .
Questi passaggi, queste quattro generazioni, non sono stati possibili solo grazie all’impegno della militanza di tanti e tante, ma soprattutto grazie alla logica dello stare dentro le trasformazioni della società. Infatti, gli autori motivano i vari passaggi proprio a partire dalle trasformazioni delle pratiche: «dalla resistenza ai cambiamenti socioeconomici […], si passa alla costruzione diretta di un’esistenza alternativa sociale possibile», poi la centralità del «tema della produzione autonoma dei saperi e dell’autoformazione, che si intreccia strettamente con la tematica della riappropriazione delle istituzione del welfare»3 e poi ancora il passaggio dallo spazio occupato allo spazio liberato.
Dunque, ad oggi, la sfida da affrontare è quella della «conversione dei centri sociali che, da luoghi di socialità alternativa, possono a tutti gli effetti diventare camere del lavoro e case del mutuo soccorso»4. Non pensare e praticare questa conversione significa marginalità ed estinzione, come suggerivano Sica e Raparelli due anni fa… e in questi due anni ne abbiamo vista di marginalità, fin troppa in alcuni centri sociali. La conversione non è semplice, perché non è un atto, ma un processo di costruzione e di continua modificazione del percorso. Costruire camere del lavoro e case del mutuo soccorso, come ESC Atelier a Roma e (seppur differentemente) Je so pazzo a Napoli hanno dimostrato, apre la breccia che negli anni molti spazi hanno contribuito a costruire separandosi dai territori. Seppur sia una forma di autodifesa, questa chiusura che viene da lontano non è riuscita né a costruire quella separazione di classe di cui si parlava anni fa né una sorta di riserva in cui i/le militanti giocano a fare da indiani – perché, presente o meno in città, silenzioso o rumoroso che sia, uno spazio è sempre sotto minaccia di sgombero. Una cosa, però, questo chiudersi su se stess* ha fatto: generare una paranoia diffusa tra compagne e compagni verso pratiche che potessero investire i territori creando partecipazione, condivisione attraverso un’apertura verso la città-metropoli. È ora di praticarla, questa apertura, visti i tempi che corrono e soprattutto col ministro degli Interni che ci troviamo.
L’apertura, dunque, una sfida che se giocata bene si traduce in partecipazione e politicizzazione, produzione di conflitto e promozione di pratiche di autorganizzazione e autogestione. Sennò…  non ci si pensa, da comunist* si accetta la sfida del proprio tempo e si alzano le barricate, ma sempre ricordandosi di non alzarle – un’altra volta – tra noi e quelli che con noi dovrebbero lottare. Quest’apertura, che pare così dolorosa, che è così mal vista e addirittura temuta da molt* – beh, è proprio il momento di praticarla. Pur riconoscendo di averlo sentito centinaia di volte, anche nelle peggiori delle occasioni, bisogna «fare rete», costruire campagne di rivendicazione da sperimentare e declinare differentemente in ogni territorio in cui si è presenti in base alle proprie capacità e alle proprie affinità. E per fare questo, che i centri sociali non si chiamino più “centri sociali” o almeno smettano di ripetere le stesse storie da anni: di laboratori in cui sperimentare nuove forme di vita, nuovi modi di produzione – spazi liberati dal capitale che si interroghino e pratichino una società post-capitalistica, di questo abbiamo bisogno.
Solo mettendo al lavoro la cooperazione, condividendo saperi e pratiche, promuovendo autoproduzioni – solo così possiamo tradurre la volontà di cambiare questo mondo di merda in potenza di cambiamento. Non si tratta più di immaginare una società altra né di praticare un infinito corpo a corpo dal quale uscire sempre e soltanto rotti, ma ancora una volta invece si tratta di entrare dentro le contraddizioni, studiarle, viverle, farle esplodere.

Note bibliografiche
1)           Facciamo, qui, riferimento al paragrafo I centri sociali come commons urbani in C. Vercellone, F. Brancaccio, A. Giuliani, P. Vattimo, Il Comune come modo di produzione, Ombre Corte, Verona 2017, pp.88-101
2)           Op. cit., pp.88-96
3)           Ib.
4)           F. Raparelli, C. Sica, “Incrociamo le braccia, incrociamo le lotte”. Lo sciopero sociale e la nuova grammatica dei movimenti in A. De Nicola, B. Quattrocchi (a cura di), Sindacalismo sociale, DeriveApprodi, Roma 2016, p. 85