Némec: Si è deciso a scrivere le Sue memorie, il lettore ritrova molti aspetti del Suo percorso intellettuale e politico già presenti nella Sua adolescenza.

S.F.B. Guardi che mi sono tenuto nel cassetto quel testo per più di vent’anni, semmai c’è da chiedersi perché mi sia deciso a pubblicarlo solo ora.

Némec: Mi può rispondere solo Lei.

S.F.B.: Oggi si parla continuamente di guerra. E se non si parla di guerra si rilancia continuamente il militarismo, in Italia l’esercito fa propaganda nelle scuole, la divisa militare sembra sostituire i modelli di Armani, di Dolce&Gabbana… e allora mi sono detto che forse è utile ricordare cos’è una guerra vera, soprattutto per la popolazione civile, per un ragazzo. Alcuni miei coetanei erano sfollati a quel tempo. Io invece la morte me la son vista in faccia, anzi, i traumi della guerra mi hanno dato la coscienza di me stesso, la mia memoria è nata allora.

Némec: In effetti il Suo racconto è una testimonianza storica. Ma non ci sono anche degli intenti letterari nella sua scrittura?

S.F.B.: Per tutta la vita ho scritto saggi, articoli, non ho mai scritto poesie o romanzi. Ma anche il saggio è una forma letteraria, anzi, un genere, come ci ricorda il Lukàcs de L’anima e le forme che tradussi in italiano quando avevo vent’anni. Scrivere in un buon italiano, chiaro ed elegante, ho sempre ritenuto mio dovere per rispetto del lettore ma è stato al tempo stesso un piacere enorme, quanto quello, credo, del musicista verso il suo strumento. Che ci sia riuscito non lo so, lo giudicherà il lettore.

Némec: Dicevo che il lettore ritrova molti aspetti del Suo percorso intellettuale e politico già presenti nel libro, per esempio l’operaismo.

S.F.B.: Beh, qui tocchiamo l’essenza del libro. Chiariamo innanzitutto cosa s’intende per operaismo. È quella teoria, quella metodologia analitica, che consente di capire che cosa è la classe operaia, la forza lavoro in tutte le sue segmentazioni, dal sottoproletariato al lavoro intellettuale. Di capire quale è il ruolo sociale, la posizione che occupa nella società, di chi presta le sue energie materiali e immateriali a terzi, a coloro che se ne appropriano e in cambio gli danno una parte risibile del valore prodotto. Io ho avuto la fortuna di stare negli strati più alti, docente universitario per un certo tempo, ma mio padre era invece un tecnico, doveva timbrare il cartellino, e mio zio Giaci un manovale, un uomo di fatica che ha dovuto andare a guadagnarsi il pane a 11 anni. Noi abitavamo in una dignitosa dimora piccolo borghese, zio Giaci per molto tempo in una casa senza servizi e mia nonna lo stesso. Queste differenze hanno marcato la mia visione del mondo, differenze di comportamento, di linguaggio, di abitudini. È un tema ricorrente nel libro. Ma hanno inciso anche nella mia formazione. Io ho fatto un ottimo liceo, ho fatto l’università, ma mio padre non è mai riuscito a laurearsi, ad avere quel maledetto “pezzo di carta”, e mio zio è arrivato solo alla terza o alla quinta elementare. Perché? Perché non avevano voglia di studiare? Perché dovevano portare soldi a casa. E quando all’oratorio io, liceale, davo lezioni private a ragazzi degli istituti tecnici, il problema delle differenze di classe si ripresentava. Io potevo permettemi lezioni private di tedesco, di pianoforte, oltre a un ottimo liceo. Insomma, è diventato per me un istinto avvertire le differenze di classe. Sin da ragazzo. San Giacomo ha fatto il resto. Chi viveva a San Giacomo allora, quando c’era l’industria, i cantieri, capiva subito di trovarsi in un quartiere diverso dal centro città e che lì c’era la classe operaia. Una classe operaia multietnica, una parte della quale entrò nelle file della resistenza yugoslava, l’Osvobodilna Fronta.

Némec: Il tema dei rapporti tra italiani e slavi è presente in maniera massiccia.

S.F.B.: Lei è sloveno e ha colto al volo, ma a molti lettori questa centralità è sfuggita. Penso che la mia testimonianza mandi all’aria molti luoghi comuni che su quel tema si sono costruiti e sedimentati. Tutto nasce ancora una volta dalle condizioni di classe. Mio nonno, padre di mia madre, se l’era svignata lasciando la moglie con quattro figli. Mia madre, la maggiore, va a vivere con la nonna paterna nei sobborghi di Trieste a maggioranza slovena. Con la tubercolosi frequenta tanti sanatori, dove la percentuale di pazienti slovene è molto alta. E queste cose le restano dentro anche quando aderisce all’andazzo nazionalista. Ma un ruolo fondamentale nei miei rapporti con la comunità slovena lo gioca zio Giacinto, che è un ammiratore di Tito. Tuttavia al liceo mi lascio intruppare nei cortei antititini e per il ritorno di Trieste all’Italia, ma della patria non me ne frega niente, ci vado per far casino. Quanti miei amici erano figli di famiglie miste, all’oratorio per esempio! Qui però quello che scrivo è pesantemente influenzato dalla mia scelta di fare lo storico e in particolare lo storico della Germania nazista. Il mio maestro è stato Enzo Collotti, che ha insegnato a Trieste ed è quello che ha messo a nudo, assieme agli storici dell’Istituto della Resistenza, la vicenda del forno crematorio della Risiera di San Sabba. Una vergogna che Trieste si porterà dietro per sempre. Io comincio a scrivere queste memorie proprio nell’anno in cui viene istituita la sciagurata “giornata del ricordo”, che permette di cambiar le carte in tavola della storia di quelle terre e trasforma le vittime in carnefici. Quello che più m’indigna è che accusa gli storici italiani di aver occultato la storia dell’esodo degli istriani e di aver taciuto sulle foibe. Menzogna! Basta leggere i lavori degli anni ’80 dell’Istituto di storia dell’Università di Trieste diretto da Giovanni Miccoli. Sono tuttora membro del ristretto comitato scientifico di un’importante Fondazione tedesca per la storia del nazismo, nota in tutto il mondo. Trieste dal settembre del ‘43 all’aprile del ‘45 è stata un pezzo di Terzo Reich, non era più Italia, né repubblica di Salò. Era Terzo Reich. Come si spiega altrimenti il forno crematorio? Quindi chi conosce bene la storia degli orrori nazisti capisce meglio alcuni risvolti della storia di Trieste di quel periodo. E capisce quanti meriti abbia la giustizia partigiana ad aver eliminato personaggi come Christian Wirth.

Némec: Però Suo padre era fascista e pare che abbia rischiato la pelle all’arrivo dei partigiani.

S.F.B.: Sì, ma anche nel suo caso clichés e luoghi comuni saltano. Non ha mai avuto nei miei confronti atteggiamenti autoritari, mi ha lasciato libero sempre, mi ha insegnato la dignità del lavoro e il rispetto per la donna. Ha dedicato l’intera sua vita ad assistere mia madre. Lavorava ai cantieri ed ha preso la tessera del fascio quando sono stati nazionalizzati. Lo hanno messo fuori i comitati di epurazione un mese e mezzo dopo che le truppe di Tito si erano ritirate da Trieste e le autorità yugoslave non contavano più nulla. Ma meritava davvero restare fuori per 14 mesi, con un piccolo sussidio – non riesco a immaginare come abbia sopravissuto la mia famiglia – per aver dato dei ”disfattisti” ai colleghi? Gli hanno offerto il patteggiamento, non ha accettato. Ricordo quando, agli inizi degli anni Settanta, i miei genitori erano venuti a vivere a Montegrotto per stare vicino a me che insegnavo a Padova. Un giorno promisi loro di presentarli a Toni Negri. Erano emozionatissimi, mia madre si provò davanti allo specchio l’abito più adatto che avrebbe indossato. Toni, come al suo solito, dando la mano batté i tacchi e s’inchinò leggermente. Loro ne furono estasiati. Mi chiedo, se fossero vissuti qualche anno di più (morirono uno nel ‘76 e l’altra nel ’77) cosa avrebbero detto quando il nome di Toni Negri apparve sulle prime pagine dei quotidiani nell’aprile del ’79 come quello di un efferato criminale. Sono certo che avrebbero capito, così come zio Giaci capì subito che si trattava di una montatura e che il sistema aveva bisogno di un capro espiatorio.

Némec: La figura di questo zio Giacinto sembra sia stata importante per Lei.

S.F.B.: Moltissimo, la sua esperienza di vita mi ha insegnato cosa è stato veramente il fascismo, cosa è stata la guerra e l’infamia di Mussolini che ha portato alla distruzione del paese e alla morte di centinaia di migliaia di italiani. Per difendere la patria? No, per spalleggiare Hitler nell’aggressione a tanti paesi che non ci avevano fatto nulla. Oggi invece, con il successo del libro di Scurati, ci vogliono convincere che tutto sommato quella del delitto Matteotti è l’unica cattiva azione che Mussolini avrebbe commesso.

Némec: L’altra figura importante è quella di Sua madre, le avete dedicato la copertina.

S.F.B.: L’amore che mia madre ha avuto per me potrei definirlo sconfinato. Non ebbe mai un amore morboso, di quelli che opprimono, mi ha lasciato libero in tutto e per tutto, ha rispettato la mia indipendenza in maniera assoluta. Potevo andare e fare quello che volevo, senza chiedere il permesso ai genitori. Ma io ero un ragazzo disciplinato, con un forte “senso del dovere”. La vicenda dell’oratorio lo fa capire molto bene.

Némec: Vorrei chiudere questa intervista sul tema del confine. Un tema con moltissime valenze, dal suo punto di vista.

S.F.B.: È un tema centrale, forse “il” tema centrale. Perché porta al problema dell’identità. La mia identità è quella di non averne avuta nessuna e questo mi ha dato una libertà di pensiero straordinaria. Nemmeno l’operaismo mi ha dato un’identità. Quando fui espulso dall’Università e dovetti trovare il modo per sopravvivere, scelsi il lavoro autonomo del consulente a partita Iva. La mia nuova identità non era più quella del lavoratore subordinato, figura sulla quale l’operaismo e lo stesso marxismo avevano costruito le loro teorie. Ma a me non interessava portare la divisa dell’operaismo tutta la vita. L’importante era ribadire la necessità per il lavoro, qualunque esso sia, di organizzarsi collettivamente per farsi sfruttare di meno. E da qui è nata la mia adesione a ACTA, il sindacato dei freelance, che poi si è gemellata con l’analogo sindacato americano (che oggi fornisce assessori alla giunta Mamdani).

Némec: Grazie per aver accettato questa intervista.

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