-Finella Giordano-
NOTE A MARGINE DEL DIBATTITO ALL'ISTITUTO GRAMSCI SICILIANO
Giovedì 3 settembre, presso l'Istituto Gramsci Siciliano, si è tenuto un incontro promosso dalla Biblioteca delle donne e dall'UDI Palermo per la presentazione del libro di Luana Zanella - femminista storica ed ecologista, deputata Verde e AVS - La sostituzione della madre. Ecologia e femminismo pensano insieme. Hanno dialogato con l'autrice Augusto Cavadi, Daniela Dioguardi, Angela Galici, Elia Randazzo, con il coordinamento di Elena Di Liberto
Una postura situata
Non intendo restituire una cronaca esaustiva dell'incontro. Non solo per ragioni di spazio, ma per una scelta di metodo. Un dibattito come quello sulla gestazione per altri (GPA) è troppo vasto e stratificato per essere contenuto nella pretesa di un resoconto fedele: costringerebbe a una sintesi che neutralizza le differenze in nome di un falso equilibrio. Assumo dunque una postura volutamente situata e selettiva. Situata perché parlo da una posizione che non si nasconde dietro la neutralità del cronista, ma dichiara il proprio luogo di interrogazione. Selettiva perché non mi interessa ricomporre un mosaico, ma isolare alcuni nodi teorici, seguire alcune faglie, sottoporle a critica immanente. Il mio tentativo non è esaurire il dibattito, ma abitarne la complessità. Attraversare posizioni favorevoli e contrarie non per bilanciarle, ma per coglierne gli attriti più fecondi, là dove il pensiero si fa inquieto e costringe a pensare. È una questione che chiama in causa, contemporaneamente, diritto, filosofia, femminismo ed esperienza vissuta. Proprio per questo non tollera le scorciatoie dicotomiche del sì o del no, del pro o del contro. Esige lentezza; impone di tenere insieme principi e conseguenze, autodeterminazione e condizioni materiali che la rendono possibile, libertà individuale e limite. Non per trovare una sintesi pacificata, che non c'è, ma per attraversarne la tensione. È in questo spazio scomodo, non neutrale ma aperto al dialogo, che vorrei collocare questa riflessione.
Il corpo nel mercato: lo sguardo di Daniela Dioguardi ed Elena Di Liberto
Daniela Dioguardi ed Elena Di Liberto si sono riconosciute nell'orizzonte teorico di Luana Zanella: la gravidanza come un’esperienza incarnata e non come prestazione esternalizzabile, e la critica alla disponibilità del corpo femminile reso accessibile a chi ha potere economico e rivendica un diritto alla genitorialità. D. Dioguardi, in particolare, con la sua lunga storia nel femminismo e nell'UDI, ha insistito su un punto che la teoria da sola non può eludere: le derive concrete del mercato riproduttivo globale. Ha evocato con preoccupazione il turismo procreativo come forma di neocolonialismo riproduttivo, la forbice di classe e di provenienza tra committenti e gestanti, la filiera opaca delle agenzie di intermediazione, i tariffari differenziati per colore della pelle e nazionalità, le clausole di selezione. D. Dioguardi sposta poi lo sguardo dal piano teorico a quello materiale: le cliniche e le realtà che accolgono giovani donne, spesso in condizioni di vulnerabilità, che mettono a disposizione il corpo per la GPA. Dietro l'astrazione del consenso c'è una filiera. Infine, in dialogo con E. Di Liberto, pone il tema del rimosso: il trauma dei bambini una volta nati, la prima separazione da un corpo che poi scompare, e il diritto a conoscere la propria storia. Non sono astrazioni, ma dati di realtà che ancorano la critica filosofica di L. Zanella a una dimensione materiale e che interrogano direttamente ogni ipotesi regolamentativa.
L'interrogazione di A. Cavadi: dal divieto al paradigma
L'intervento di Augusto Cavadi ha avuto una funzione proemiale: ha ricollocato la questione della GPA all'interno della rivoluzione biotecnologica e del paradigma neoliberista. La GPA, in questa lettura, non è un'eccezione ma un rivelatore. Un tema piccolo in apparenza, che costringe a guardare il paradigma che lo rende possibile. L'ipotesi proposta è che la GPA sia l'esito coerente della cultura postmoderna dominante. Un paradigma che si articola così: sul piano cosmologico, un universo senza telos, dove l'essere accade senza ragione; sul piano etico, il tramonto di ogni lex naturalis, per cui non c'è bene o male inscritto nella natura o voluto da una trascendenza, ma solo storia e decisione autonoma; sul piano antropologico, la centralità dell'io come desiderio, e del desiderio come unica fonte di legittimazione insindacabile; sul piano socio-economico, l'idea che il libero incontro tra consensi - venditore e compratore, sadico e masochista, committente e prestatore - sia di per sé garanzia di libertà, purché senza coercizione fisica diretta; sul piano giuridico, il principio della proprietà assoluta del proprio corpo, declinabile come facoltà di cederne parti per dono o per compenso; sul piano biologico, la concezione del concepito non come altro soggetto, ma come parte del corpo femminile nella piena disponibilità della donna. Se si accetta questa concatenazione, la conclusione si impone da sé: chi può disporre del feto prima del parto, può disporne anche immediatamente dopo, anche cedendolo. Fermarsi al sesto tassello, rivendicando il diritto di aborto senza limiti, e rifiutare il settimo, la gestazione per altri, sarebbe una incoerenza logica. Così come sarebbe incoerente rifiutare le premesse, affermando ad esempio il diritto del concepito a nascere e ad avere continuità affettiva con colei che lo ha gestato, e poi accettare la conclusione. Il ragionamento, tuttavia, resta su un piano astrattamente filosofico, che interroga la coerenza interna delle visioni del mondo. Altro è il piano politico-giuridico, dove un giudizio etico negativo non implica necessariamente una strategia proibizionista. Come per alcol, droghe, prostituzione o aborto, si può ritenere la GPA moralmente problematica - perché subordina il diritto del neonato alla continuità con la madre gestante al desiderio di genitorialità altrui, e perché si radica spesso in un bisogno economico più che in un legame solidale e tuttavia sostenere, qui ed ora, una regolamentazione che ne limiti i danni, in attesa di costruire una società dove nessuna donna sia indotta per necessità a prestare il proprio corpo.
Il cuore del libro di Luana Zanella: dalla tecnica all'episteme
È a partire da questa interrogazione sul paradigma che si comprende il gesto teorico di Luana Zanella. Se Cavadi ci chiede perché la GPA è diventata pensabile, Zanella ci chiede come è diventata dicibile. Il cuore del libro è un gesto filosofico prima che politico: spostare la gestazione per altri dal piano della tecnica al piano dell'episteme. L. Zanella non discute una procedura medica, discute la ragione che la rende pensabile. Chiamarla gestazione per altri significa presupporre ciò che si dovrebbe dimostrare, e cioè che la gestazione sia una funzione isolabile, un contenitore neutro che si può prestare. L.Zanella la chiama “sostituzione della madre” perché non si affitta un organo, si sostituisce una figura relazionale. Il corpo che genera, nella sua prospettiva, non è mai un corpo-oggetto smembrabile in pezzi vendibili, ma un corpo vissuto che è già relazione prima di diventare madre giuridica. Qui si salda l'intreccio tra ecologia e femminismo che dà il titolo al libro: come l'ecologia ci ha insegnato che non si può estrarre un bosco dal suo ecosistema senza distruggerne il senso, così il femminismo deve ricordare che non si può estrarre la capacità generativa dalla trama di cura, di tempo, di linguaggio che la costituisce. È da questo impianto che discende la critica più affilata a quella che L. Zanella chiama tripartizione diabolica, diabolica nel senso etimologico di dia-ballein, ciò che divide e separa.
La GPA per potersi reggere, non solo giuridicamente ma simbolicamente, deve frammentare la madre in tre funzioni: la madre biologica che fornisce l'ovulo, la madre gestazionale che porta avanti la gravidanza, la madre legale che ne assume la titolarità.
Questa divisione non è una descrizione neutra: è un atto performativo, nel momento in cui nomina tre madri, rendendo pensabile che la madre sia sostituibile. Quando la figura materna viene resa incerta, moltiplicata e quindi revocabile, l'unico dato che resta certo, stabile, inconfutabile è la provenienza dello spermatozoo. Il padre torna così al centro della scena riproduttiva come origine unica, certa e proprietaria. Da qui il secondo nodo, quello sul desiderio. L. Zanella legge la GPA come espressione compiuta del paradigma neoliberista: non più bisogno, ma diritto illimitato. L'individuo contemporaneo si rappresenta come artefice assoluto del proprio destino e converte il desiderio di genitorialità in pretesa giuridica, resa effettiva solo dal potere economico.
È un desiderio senza limiti perché incapace di riconoscere alterità. A questa epistemologia del frammento, L. Zanella oppone un'epistemologia della relazione, che è insieme femminista ed ecologica. La maternità non è un destino obbligato, ma non è nemmeno una funzione neutra affittabile. È potenza simbolica, relazione originaria che fonda la civiltà.
L’ultimo nodo della sua critica è politico, il più radicale: se il corpo femminile non è proprietà privata ma bene comune dell'umanità e limite invalicabile al mercato, allora la sua mercificazione non si può regolamentare, la si deve vietare. Regolamentare, per L. Zanella, significa già legittimare l'idea che la maternità sia sostituibile. Il divieto universale non è un tabù moralistico, ma un limite di civiltà.
Tre nodi critici: filosofico, femminista, giuridico
La coerenza logica delle argomentazioni di L.Zanella è ferrea e quasi sacrale: se la maternità è potenza originaria, relazione fondante e non funzione, allora renderla sostituibile significa far saltare un fondamento di civiltà. È una tesi che non ammette compromessi e proprio questa assolutezza genera le critiche più dure. La critica va articolata su tre registri distinti e intrecciati. Il primo è filosofico. L.Zanella viene dal femminismo della differenza. Da qui la suggestiva metafora ecologista: come non si estrae un bosco per venderlo a pezzi senza distruggerne il senso, così non si estrae la capacità di generare dal suo tessuto relazionale. È evocativa, ma è un ritorno all'essenza. È proprio ciò che Simone de Beauvoir ha speso una vita a decostruire quando scriveva che “donna non si nasce, ma si diventa”. Michela Murgia lo riprende con una formula fulminante: il medium non è il messaggio. Il medium è l'utero: nove mesi di corpo, di rischi, di sangue. Il messaggio è la maternità, cioè la scelta di prendersi cura per sempre. Se si afferma che il corpo che genera e maternità sono inscindibili, allora per coerenza si dovrebbe rimettere in discussione anche la possibilità di non riconoscere un figlio alla nascita. Anche lì, infatti, il medium viene portato a compimento senza che si traduca in maternità. L.Zanella non vuole farlo, ma è ciò che la sua premessa implica logicamente. E qui la metafora ecologista smette di reggere: un bosco non ha volontà, non sceglie. Una donna sì. Il secondo registro è quello femminista. Quale donna stai tutelando? A questo snodo interviene la lezione del femminismo intersezionale, da K. Crenshaw a bell hooks, da A. Lorde a M. Murgia. L. Zanella parla de “la donna” al singolare, come se fosse un universale trasparente. Il femminismo intersezionale ne decostruisce la pretesa: quell'universale non esiste, è sempre situato.L. Zanella parla di esproprio della maternità. Ma la nostra società è già strutturalmente fondata sull'esproprio della cura: la badante rumena che lascia i figli in Moldavia per accudire nostra nonna ventiquattro ore su ventiquattro non vende nove mesi, vende vent'anni di maternità. E noi lo chiamiamo lavoro. Allora: perché quello è lavoro e la gestazione diventa esproprio? È una critica di classe che M. Murgia coglie con lucidità: ci scandalizziamo della vendita della gravidanza perché tocca un simbolo, l'utero come ultimo residuo di sacralità naturale, non ci scandalizziamo della vendita della cura quotidiana perché ci fa comodo. Se vieti ovunque, come vorrebbe l'istanza abolizionista, non abolisci il bisogno economico che spinge una donna a farlo. Lo sposti soltanto in Kenya, in India, in Ucraina, dove costa meno e dove ci sono meno tutele. Il divieto universale non abolisce il mercato ma lo duplica, creando un mercato a due velocità: uno legale e iper-garantito e uno clandestino e pericolosissimo.
Infine il nodo giuridico: qui la posizione di L. Zanella si fa meno solida, perché il divieto non protegge, cancella. Il diritto italiano conosce già la separazione tra gravidanza e maternità. Puoi abortire anche per una ragione economica, puoi partorire in anonimato e non riconoscere il figlio, puoi diventare madre con l'adozione senza alcuna gravidanza.
Il nostro ordinamento ha già accettato che generare e diventare madre non siano la stessa cosa. Se la legge ritiene legittimo che una ragione economica possa portarti a interrompere una gravidanza, come può ritenere illegittimo che la stessa ragione possa portarti a iniziarla? In questo frangente L. Zanella sovrappone due piani che andrebbero tenuti distinti: la mercificazione della gravidanza e la mercificazione del bambino. Da una parte c'è la gravidanza come lavoro corporeo rischioso, come tempo di vita ceduto. Dall'altra c'è il bambino come prodotto reso conforme alle aspettative dei committenti. La seconda è inaccettabile e va impedita con ogni strumento giuridico. Ma non la si impedisce con un divieto totale. La si impedisce con una legge che dica l'opposto della logica del mercato: che il feto non è mai proprietà dei committenti, che la gestante non può mai essere costretta ad abortire, che può sempre cambiare idea e tenere il bambino con sé, che i committenti non possono rifiutarlo se nasce disabile.
Dalla protezione alla tutela: la proposta di Angela Galici
Su un piano diverso, quasi rovesciato epistemologicamente, si colloca l'intervento di Angela Galici. Se L. Zanella muove dal principio della non mercificabilità del corpo materno, A. Galici prende le mosse da un dato materiale, da un'esigenza concreta che definisce transfemminista, intersezionale e sindacale: chi tutela le donne che, nonostante il vuoto normativo o il divieto assoluto italiano, scelgono comunque di accedere alla GPA, spesso all'estero e senza garanzie? La sua analisi procede in chiave decostruttiva: distingue la gestazione come fatto biologico e lavoro corporeo dalla sacralità che vi si costruisce sopra. Quel simbolico materno è storico, quindi interrogabile e rifiutabile. Il fulcro del suo discorso è la distinzione tra protezione e tutela. La protezione è paternalistica: decide al posto tuo perché la scelta sarebbe troppo delicata per essere tua. A metterla in atto è lo Stato nel momento in cui si fa padre, arrogandosi il potere di definire cosa sia bene per te e sospendendo così la tua autodeterminazione. È lo schema che ha escluso le donne dal voto, dal lavoro e dalla proprietà, in nome della loro presunta fragilità. La tutela, al contrario, non sostituisce la volontà, ma crea le condizioni perché quella volontà possa esercitarsi liberamente, riconoscendo diritti, salute, consenso informato e recesso reale.
Da sindacalista, la sua tesi è netta: non proteggere le donne dalla GPA, tutelarle dentro di essa. Il divieto assoluto, infatti, non elimina la pratica, la esporta laddove le tutele sono minori. L'alternativa che cita come esempio è la Gestación solidaria cubana: né mercato deregolato né tabù, ma regolazione pubblica e sanitaria. Difendere la possibilità della GPA non significa negarne i rischi né ridurre la gestante a strumento del desiderio altrui. Significa riconoscerla come soggettività piena che può essere decisiva in una nascita senza dover coincidere con la figura della madre. Se vogliamo dichiararci intersezionali, conclude A.Galici, dobbiamo chiederci chi tutela davvero il divieto e chi può permettersi di aggirarlo: senza eguali condizioni materiali di scelta, il divieto si rovescia in privilegio di classe.
Quando una scelta è libera? La terza via di Elia Randazzo
Se, come mostra A. Galici, il divieto si legittima come protezione ma produce disuguaglianza, resta da chiarire a quali condizioni una scelta possa dirsi davvero libera.
È qui che si innesta la posizione di Elia Randazzo: la questione non è se la GPA sia lecita in astratto, ma se lo siano le condizioni materiali in cui una donna decide. E proprio perché nessuna essenza di Donna o di Madre precede l'esistenza concreta, vietare la GPA in nome di quell'essenza significa reintrodurre surrettiziamente una norma metafisica.
Discutere di GPA significa confrontarsi su cosa siano maternità, libertà e genitorialità.
Per E. Randazzo la capacità gestazionale, per quanto significativa, non coincide automaticamente con la maternità. Madre non si è per il solo fatto di mettere al mondo; lo si diventa nella cura, nella relazione, nell'assunzione di responsabilità. Identificare gestazione e maternità significa ricadere in una visione essenzialista che riduce l'essere donna e madre alla biologia, cancella la dimensione sociale, culturale e relazionale della maternità e crea un paradosso insostenibile: madri di serie A che partoriscono e madri di serie B che adottano, aprendo un varco pericoloso alle argomentazioni pro-life. Altro passaggio in causa è l'autodeterminazione. Se per L. Zanella l'accordo giuridico che regola la GPA comprime la libertà, per E.Randazzo può rovesciarsi in garanzia: consenso informato, consulenza indipendente, tutela sanitaria, tempi di ripensamento, revoca, controllo pubblico. Che la prestazione coinvolga il corpo non rende la persona una res. Il problema non è se il corpo possa rientrare in un patto, ma quali siano i limiti dell'autonomia privata e a quali condizioni un accordo non annulli la libertà che pretende di esercitare. E. Randazzo riconosce che il consenso possa essere viziato da coercizione o da vulnerabilità economica e pone la qualità del consenso al centro della questione. Il condizionamento, tuttavia, non è automaticamente coercizione: nessuna decisione è mai immune dal contesto in cui matura. Se il femminismo afferma che sul corpo delle donne non decidono altri, questo deve valere tanto per dire no quanto per dire sì; altrimenti si emancipa il corpo per poi tornare a stabilire dall'esterno quali scelte siano legittime. La questione diventa allora di soglia: quando una scelta è sufficientemente libera da dover essere rispettata dallo Stato e quando, invece, giustifica un intervento protettivo. Da qui il nodo della mercificazione: cosa si mercifica davvero, la persona, il corpo intero o una funzione? Per E.Randazzo occorre distinguere la persona dalla funzione che, entro certi limiti, mette a disposizione. Tra l'estremo del tutto lecito e quello del divieto assoluto in nome del rischio di sfruttamento, propone una terza via: una regolazione rigorosa che distingua consenso e coercizione, autonomia e sfruttamento, disponibilità del corpo e mercificazione della persona. Il compito del femminismo, in questa prospettiva, non è stabilire che cosa una donna debba fare del proprio corpo, ma creare le condizioni affinché nessuno lo stabilisca al suo posto: né il mercato, né il patriarcato, né lo Stato, né una concezione della differenza sessuale che trasforma la capacità di gestare in destino giuridico.
Conclusione: il limite come spazio di libertà, non come destino
A cosa ci ha condotto questo attraversamento? A una consapevolezza che non può più essere elusa: discutere di gestazione per altri non significa discutere di una tecnica. Significa discutere del modello di civiltà che la rende pensabile. Il merito di Luana Zanella è averci costretti a guardare l'episteme: quando la maternità viene frammentata in tre funzioni per renderla sostituibile, ciò che resta saldo è un paradigma proprietario. La sua critica al dispositivo neoliberista che trasforma ogni desiderio in diritto e ogni limite in ostacolo tecnico è un monito ecologico prima che femminista. Eppure, proprio la forza sacrale di questa coerenza ne rivela il limite. Come ci ha ricordato A. Cavadi, se la GPA è l'esito coerente di un paradigma che fa del desiderio senza limite la sua unica legge, la risposta non può essere solo una contro-coerenza altrettanto assoluta che fa dell'essenza materna un destino. Tra il paradigma che dice “tutto è disponibile” e quello che dice “nulla è disponibile” si perde la donna come soggetto che decide. Il divieto universale, allora, non è un limite di civiltà, come lo pensa L. Zanella, ma la rinuncia a costruire civiltà. È un gesto simbolico che punisce dopo, lasciando vuoto il prima, proprio quel vuoto dove si annida lo sfruttamento. Solo una regolazione rigorosa – con consenso informato, consulenza indipendente, tutela sanitaria, tempi di ripensamento, revoca, controllo pubblico – rende lo sfruttamento nominabile, visibile, sanzionabile. La domanda che resta aperta, e che questo incontro al Gramsci ha lasciato come compito a tutte e tutti noi, non è se la maternità sia sostituibile. Sappiamo che non lo è, se per maternità intendiamo relazione, cura, responsabilità. La domanda è un'altra, più scomoda e più politica: chi ha il potere di decidere che cosa una donna può fare del proprio corpo? Se rispondiamo che quel potere spetta ad altri – al mercato, allo Stato, persino a un femminismo che si fa custode di un'essenza – avremo tradito proprio quell'autodeterminazione che volevamo difendere. Se rispondiamo che spetta a lei, allora il nostro compito non è giudicare la sua scelta, ma garantire che sia davvero sua: libera, informata, tutelata e revocabile.