- Toni Casano -
Dopo lo start parlamentare sul via libera alle pre-intese, la partita sull’autonomia differenziata s’è riaccesa con grande furore
Tra l’altro questa prova di forza per accelerare l’inter parlamentare, ha come obiettivo quello di portare nel prossimo 20 settembre, in occasione del raduno annuale sul pratone di Pontida, il trofeo da esibire per la celebrazione della supposta “superiorità padana” e distanziarsi finalmente quanto più possibile dalla “zavorra penzolante dello stivale” quella compresa nel calzante che va da “Roma ladrona” alla “terronia parassitaria”. Insomma, non è un caso che, in piena canicola agostana, le quattro regioni nordiste – Piemonte, Veneto, Lombardia e Liguria – hanno iniziato la corsa contro il tempo, al fin di varare a tambur battente le famigerate pre-intese, per l’attribuzioni delle competenze esclusive delle materie soggette al nuovo regime differenziato (protezione civile, professioni, previdenza complementare e integrativa), in uno con la parte del comparto-sanità che sarà regolato dal coordinamento finanziario.
C’è da dire, comunque, che alla fine della corsa le pre-intese dovranno essere trasformate dal Governo in specifici disegni di legge (tanti quanti sono le regione in questione), i quali dovranno essere approvati da entrambi i rami del Parlamento a maggioranza assoluta dei componenti. Ovviamente, nel caso di emendamenti modificativi approvati dal potere legislativo, occorrerà raggiungere una nuova intesa con le regione interessate.
In altri termini, l’obiettivo dichiarato dal malcelato “sovraregionalismo nordista” è quello di riuscire a far passare il quadro normativo con l’approvazione regionale entro la metà del prossimo mese. D’altro canto le commissioni parlamentari competenti sembra siano già state convocate allo scopo di dare senza indugio il loro via libera, prima del dovuto passaggio nei Consigli regionali e, successivamente, dell’approvazione definitiva del Parlamento. Di questo tour de force non manca di farsi vanto il leghista lombardo Mauro Piazza, sottosegretario con delega all’Autonomia, il quale – lanciando frecciatine avvelenate agli oppositori del sovraregionalismo nordico – dice: il metodo leghista è «la risposta concreta alle “cassandre” che ancora oggi remano contro l’approvazione di questa Riforma»1.
In sostanza col modello sovraregionalistico si vuole tracciare in modo irreversibile la strada del non-ritorno, superando ogni sterile freno centralista e sbarrando la via ad ogni principio solidaristico costituzionalmente tutelato volto a stabilire – concretamente – l’uguaglianza dei diritti di cittadinanza.
Di tutt’altro segno sono le voci che si sollevano dal Sud, come – per esempio – quella di Daniela Palaia, consigliera comunale di Catanzaro e Referente per la Calabria del Comitato Nazionale “NOAD” (No all’Autonomia Differenziata), la quale non ha esitato affatto a non far mancare il suo sostegno alla petizione popolare2 promossa dal Comitato “Difendiamo la Costituzione” di Lamezia Terme, unitamente al Tavolo regionale NOAD che si è mosso in sinergia con altre associazioni, forze sociali, sindacali e politiche.
La suddetta consigliera non solo ha annunciato la piena adesione alla petizione del Comitato, ma nella sua dichiarazione ad una testata locale online, ha lanciato l’invito all’appello per una grande mobilitazione sociale: «L’autonomia differenziata – dice Daniela Palaia – torna a minacciare l’unità del Paese e i diritti fondamentali dei cittadini. Di fronte alle nuove pre-intese in corso tra il Governo nazionale e le Regioni Veneto, Lombardia, Piemonte e Liguria, non possiamo rimanere a guardare: è il momento di mobilitarsi per difendere la Calabria e i principi cardine della nostra Costituzione3.
Già lo scorso luglio s’era già pronunciato criticamente Luca Bianchi (direttore generale di Svimez) in una intervista rilasciata ad Avvenire4, dimostrando come il “modello sovraregionalista” sull’autonomia differenziata della Lega (con un unico testo fotocopiato per ciascuna delle quattro regioni) abbia fondamentalmente una valenza politica: «Non si può parlare di autonomia “differenziata” quando Regioni con caratteristiche economiche, demografiche e amministrative così diverse chiedono esattamente le stesse competenze con identiche argomentazioni. Una “differenziazione omogenea”, un ossimoro che nasconde l’obiettivo di un “sovraregionalismo” del Nord, nel quale i margini di autonomia vengono chiesti non per rispondere a peculiari esigenze territoriali, ma in ragione dell’appartenenza allo stesso blocco politico e geografico».
Dallo stesso sito Svimez v’è un esplicito invito a “Regioni ed enti locali del Sud a mobilitarsi per evitare un ulteriore incremento delle diseguaglianze”5. Ma l’economista dell’Associazione per lo Sviluppo dell’Industria nel Mezzogiorno – in modo propositivo – senza alcun partigianeria va anche oltre: «Un sistema politico serio dovrebbe chiedere che il percorso dell’autonomia venga ricondotto dentro il federalismo previsto dalla Costituzione: prima la perequazione, prima la garanzia effettiva dei diritti e solo dopo ulteriori forme di autonomia. Non si tratta di opporsi per principio all’autonomia, ma di evitare un ulteriore incremento delle disuguaglianze. Ridurre il confronto a una contrapposizione tra Nord e Sud oscura la vera posta in gioco: l’indebolimento delle politiche pubbliche. L’autonomia differenziata deve diventare un tema centrale del confronto politico nazionale. I partiti devono assumersi la responsabilità di spiegare con chiarezza quale modello di regionalismo e quale idea di Repubblica intendano costruire».
Quasi a voler dare una chiara risposta all’invito fatto dalla SVIMEZ agli amministratori locali che non vogliono stare a guardare passivamente nell’interesse delle comunità locali che governano, segnaliamo la presa di posizione del Primo Cittadino di Cosenza, Franz Caruso: “Negli ultimi anni – scrive il Sindaco dal portale del Comune6 – insieme a tanti sindaci, amministratori, associazioni, organizzazioni sindacali, forze politiche e cittadini, abbiamo condotto una battaglia convinta contro un impianto di riforma che abbiamo sempre ritenuto critico per il Mezzogiorno e per la Calabria. È stata una mobilitazione ampia, fondata non su contrapposizioni ideologiche, ma sulla difesa dei principi di solidarietà, coesione nazionale e uguaglianza sostanziale sanciti dalla Costituzione. Quella battaglia – prosegue – non è stata inutile. Ha contribuito a mantenere alta l’attenzione del Paese su una riforma destinata ad incidere profondamente sull’organizzazione dello Stato e ha posto al centro del confronto temi che oggi nessuno può più ignorare: il finanziamento dei Livelli essenziali delle prestazioni, il superamento della spesa storica e la necessità di garantire pari diritti ai cittadini, indipendentemente dal territorio in cui vivono”.
Molto critico è anche l’intervento di Pietro De Sarlo su Basilicata24, dimostrando – a partire dall’analisi dei CPT-Conti Pubblici Territoriali – l’assoluta falsificazione propagandistica (“IL NORD PRODUTTIVO MANTIENE IL SUD PARASSITARIO”) a supporto dell’autonomia differenziata basata su un supposto credito fiscale vantato (e mai restituito) dalle regioni del nord, grazie al quale sarebbero state finanziate le politiche economiche clientelari meridionaliste dei governi centralisti: «Nel 2023 la spesa pubblica corrente pro capite del Settore Pubblico Allargato – fa osservare De Sarlo – è stata di 21.609 euro nel Nord-Ovest, 20.220 euro nel Nord-Est, 22.298 euro nel Centro, 14.927 euro nel Sud e 16.875 euro nelle Isole. C’è altro da aggiungere?»7
Sostanzialmente l’operazione verità introdotta dai CPT – ci dice De Sarlo – ha avuto un merito fondamentale, quello di passare dalla propaganda ai conti. Infatti, «non basta sommare i fondi formalmente destinati al Mezzogiorno. Bisogna vedere dove finiscono complessivamente spesa corrente, investimenti, infrastrutture e attività delle imprese pubbliche. Perché esiste un fenomeno che nella discussione italiana viene sempre dimenticato: la ricchezza tende a concentrarsi dove la ricchezza è già concentrata».
Il tema politico decisivo della critica sull’autonomia differenziata non è una questione che ruota attorno alla Lega. Gli appetiti “nordisti” riguardano trasversalmente quel “partito del nord”8 che ha accumunato sia le forze del centrodestra sia quelle del centrosinistra: «L’autonomia differenziata è entrata nella Costituzione con la riforma del Titolo V approvata dal centrosinistra nel 2001. Nel 2018 il governo Gentiloni sottoscrisse gli accordi preliminari con Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna. Il percorso continuò con il governo Draghi e con Mariastella Gelmini ministra per gli Affari regionali(…) . Persino il presidente Mattarella ha in più occasioni trattato l’autonomia differenziata come un percorso costituzionale possibile. Un atteggiamento che ha contribuito alla sensazione che il problema riguardasse soprattutto il come, più che il perché».
Abbiamo voluto dare molto più spazio al contributo che precede, giacché nell’approfondire il tema del rapporto nord-sud coglie alla radice le distanze siderali che separano il ceto politico formatosi dalla “seconda repubblica” ad oggi, rispetto alla pur legittimamente criticata classe politica raccoltasi attorno il cosiddetto “arco costituzionale”, emerso nella ricostruzione postbellica e che aveva attraversato in buona parte anche la lotta di resistenza partigiana, dando vita alla legge fondamentale dell’ordinamento repubblicano.
Quella che si sta tracciando con l’autonomia differenziata è una strada irreversibile, un colpo di mano malcelato del “partito unico del nord” volto a modificare sostanzialmente – e in modo subdolo – i principi della Carta costituzionale. In questo senso siamo d’accordo con chi, a ragione, solleva con nettezza il dubbio se sia corretto accettare il terreno di discussione sul come trasformare i fondamentali del patto sociale, oppure interrogarsi sul perché di una tale necessità.
Autonomia differenziata… cui prodest?
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