- Michele Ambrogio -
Cacciari ricorda il Pci di Amendola e Ingrao, portandolo ad esempio di quello che dovrebbe essere un partito dove differenti linee si confrontano e progettano insieme un’idea condivisa. Ma quando mai vinse Ingrao? Cacciari, e tanti altri, dimenticano che la linea di Pietro Ingrao non vinse mai nei congressi del Partito Comunista Italiano_
Lo scontro storico con la componente migliorista e centrista facente capo a Giorgio Amendola e alla maggioranza del partito vide quasi sempre la sconfitta della sinistra "ingraiana", in particolare al celebre XI Congresso del PCI nel 1966, dove la sua mozione sul "modello di sviluppo" fu battuta e il diritto al dissenso fu duramente ridimensionato. Ingrao perse le battaglie cruciali sulla politica economica e sul modello organizzativo del partito, restando minoritario negli organismi dirigenti.
Più che vincere i congressi, Ingrao rappresentò una voce critica e innovativa permanente, capace di anticipare i temi dei movimenti sociali e del Sessantotto senza rompere l'unità del partito.
Quando Cacciari (ed altri) portano ad esempio quel PCI, forse intendono dire che nel partito di allora la minoranza esisteva, contava, discuteva duramente con la maggioranza e veniva "tollerata" e ascoltata, pur nella regola ferrea del centralismo democratico che assegnava la vittoria finale alla linea ufficiale.
Ma, glielo devo perché di Cacciari ancora oggi riconosco un credito che risale alla lettura del suo Krisis, nel discorso del rimpianto chi è e soprattutto dove era il narratore del “canto”?
Nel PCI, Massimo Cacciari militò in una posizione eccentrica rispetto alle correnti tradizionali: proveniva dalla sinistra radicale e dall'operaismo, ma nel corso degli anni Settanta sostenne fermamente la linea della segreteria di Enrico Berlinguer.
Negli anni Sessanta, prima di entrare nel PCI, Cacciari faceva parte della galassia operaista. Insieme a figure come Toni Negri, Alberto Asor Rosa e Mario Tronti, fondò la celebre rivista Contropiano. Questa componente si collocava inizialmente a sinistra del PCI, criticando il partito per le sue posizioni giudicate troppo moderate o integrate nel sistema istituzionale.
A differenza di Toni Negri (che scelse la strada della sinistra extraparlamentare e dell'Autonomia), Cacciari, insieme a Tronti e Asor Rosa, decise di entrare (o rientrare) nel PCI alla fine degli anni Sessanta.
In questa fase teorizzarono l'autonomia del politico. La loro idea era che per cambiare la società non bastassero le lotte di fabbrica, ma servisse l'uso forte e tattico delle istituzioni e dello Stato, identificando nel PCI l'unico vero strumento di massa capace di governare i processi economici.
Deputato dal 76 all’83, strinse un legame con la "destra" del partito e si occupò prevalentemente di politica industriale in Veneto.
Pur avendo un background di sinistra radicale, Cacciari sostenne la svolta di Enrico Berlinguer, la politica di solidarietà nazionale e la strenua difesa dello Stato democratico contro il terrorismo degli anni di piombo.
Per ironia della storia, gli intellettuali "operaisti" entrati nel partito (come Cacciari e Tronti) (https://www.google.com/search?q=tronti&kgmid=/m/0g5s6ps)) vennero accolti e valorizzati a livello nazionale proprio dalla "destra" amendoliana e riformista (tra cui un giovane [Giorgio Napolitano](https://www.google.com/search?q=giorgio+napolitano&kgmid=/m/08nb6g)). Entrambe le componenti condividevano infatti l'idea che la politica istituzionale e il governo dello Stato fossero centrali, pur partendo da presupposti ideologici opposti.
Cacciari si mosse come un intellettuale libero, difficilmente incasellabile perché non era un amendoliano "riformista" classico, ma non faceva più parte nemmeno della sinistra ingraiana o del gruppo del Manifesto (da cui si dissociò quando Magri, Rossanda e Pintor, nel novembre del 1969, vennero radiati dal partito. Cacciari, pur essendo un intellettuale critico e radicale, rimase convinto che la classe operaia avesse un bisogno vitale del PCI come grande organizzazione di massa. Cacciari e i suoi sodali consideravano le posizioni del manifesto troppo venate di "spontaneismo" idealista, slegate dalle dure dinamiche dello sviluppo capitalistico moderno e industriale che l'operaismo invece analizzava freddamente a partire dalle fabbriche di Marghera e del Nord Italia.
Proprio nel 1969 la componente operaista di Cacciari teorizzò l'autonomia del politico. Uso tattico delle istituzioni, si diceva allora. Secondo questa visione, per battere il capitalismo non serviva rifugiarsi nella pura contestazione extraparlamentare o lanciare sfide minoritarie. Al contrario, bisognava occupare le istituzioni statali e governare i processi economici reali, una tattica per cui la macchina del PCI era l'unico strumento efficace.
Col senno di poi direi che aveva proprio ragione, ma non “per battere il capitalismo” quanto per supportarlo in quella prospettiva di governo nella Crisi con la roccaforte di un presupposto inconfessato apertamente ma scritto a caratteri indelebili: dal capitalismo non si esce, e di vita, anche se sei un intellettuale accreditato nel mondo accademico ed oggi anche nei media, ce n’è una sola. La tua.
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