-Renato Franzitta-
Il Social Forum di Genova contro il G8 faceva parte del movimento transnazionale contro la globalizzazione che conquistò le prime pagine dei giornali già dalla fine del 1999 con le imponenti manifestazioni che videro decine di migliaia di persone scendere in piazza a Seattle (USA), intenzionate a bloccare il vertice del WTO (Organizzazione mondiale del commercio). A Seattle, gli scontri di piazza, la fermezza di migliaia di donne e uomini, le barricate erette per fermare la violenza della polizia, furono il battesimo sul campo di un potente e multiforme movimento internazionale che aveva l’obbiettivo unificante di contrastare i padroni del Mondo
Con un gruppo di compagne e compagni di Palermo che facevano riferimento ai COBAS e al “Network per i diritti Globali”, che riuniva oltre i cobas diverse strutture di base e centri sociali di tutto il Paese, il 19 luglio del 2001 partii in aereo da Palermo fino Milano per raggiungere da li Genova in treno (l’aeroporto di Genova era chiuso). Il grosso dei compagni di Palermo era arrivato direttamente a Genova con un treno speciale, fra di loro i compagni del CSOA ExKarcere che faceva riferimento al “Network per i diritti Globali”.
Cobas e “Network per i diritti Globali” erano riusciti ad ottenere dall’amministrazione comunale di Genova due scuole nella periferia di Levante della città, dove furono organizzate sia la logistica che le strutture abitative per migliaia di manifestanti.
A ben venticinque anni di distanza la memoria di quelle giornate è ancora presente come cosa viva, come se fosse ieri.
Il Social Forum di Genova contro il G8 faceva parte del movimento transnazionale contro la globalizzazione che conquistò le prime pagine dei giornali già dalla fine del 1999 con le imponenti manifestazioni che videro decine di migliaia di persone scendere in piazza a Seattle (USA), intenzionate a bloccare il vertice del WTO (Organizzazione mondiale del commercio). A Seattle, gli scontri di piazza, la fermezza di migliaia di donne e uomini, le barricate erette per fermare la violenza della polizia, furono il battesimo sul campo di un potente e multiforme movimento internazionale che aveva l’obbiettivo unificante di contrastare i padroni del Mondo.
Il movimento, chiamato dalla stampa “NoGlobal”, si diffuse in tutto il Pianeta. Il Movimento era multiforme e univa al suo interno sia idee che pratiche di piazza differenti. Tanti modi diversi di vedere lo scontro con i “Potenti”, una folta pluralità di approcci che però riuscivano a stare nello stesso contenitore. Religiosi, rete Lilliput, sindacati di base e componenti significative anche dei sindacati storici come la FIOM, anticapitalisti, ecologisti, comunisti di varie tendenze, femministe, movimenti dei migranti, centri sociali, movimento anarchico, pacifisti, insurrezionalisti, disobbedienti. Un variopinto aggregato dove non c’era distinzione fra buoni e cattivi.
Il Movimento globale fu presente a tutti gli appuntamenti scanditi dall’agenda del capitalismo internazionale. Dopo Seattle (dicembre 1999), a Praga (settembre 2000), a Nizza (dicembre 2000), a Palermo (dicembre 2000), a Davos (gennaio 2001), a Napoli (marzo 2001), a Göteborg (Giugno 2001).
Ad ogni appuntamento la violenza degli apparati repressivi dello Stato si fece vedere in modo sempre più marcato. La repressione fu gestita con estrema violenza sia da Governi di destra che da quelli di sinistra. Napoli fu l’ennesimo banco di prova. Nel capoluogo campano le forze del “disordine” attuarono una vera e propria mattanza in piazza Plebiscito e furono messe in atto torture sistematiche dei fermati portati nella caserma Raniero. Prove generali di repressione organizzate dal governo di “sinistra” a guida Amato (con al suo interno due ministri del Partito dei Comunisti Italiani) e dall’allora Ministro degli Interni Bianco.
L’obiettivo del Social Forum di Genova era quello di dimostrare che “un altro Mondo è possibile”, e che era possibile disturbare pesantemente i lavori degli 8 “padroni” della Terra. Assediare, infrangere e penetrare la cosiddetta zona rossa (zona interdetta delimitata da barriere metalliche e alti muri fatti con container) era un comune obiettivo delle varie componenti del Movimento.
Come andò a Genova nelle giornate dal 19 al 21 luglio del 2001 lo sappiamo tutti. Dopo la grandissima manifestazione dei migranti del 19 luglio le cose cambiarono drasticamente. Venerdì 20 luglio mattina i Cobas furono pesantemente attaccati dalle forze della repressione a piazza da Novi, da dove doveva partire un grossissimo corteo, che oltre ai COBAS aveva in prima fila le Mamme di Plaza de Mayo argentine, i Sam Terra brasiliani, la Confédération Paysanne di Bovè francese e tanti altri. La piazza fu letteralmente aggredita da carabinieri e poliziotti inferociti in assetto di guerra. Una pioggia fitta di candelotti lacrimogeni ammorbò l’aria.
Con grande prontezza di spirito serrammo i ranghi, contrastammo con fermezza gli aggressori e riuscimmo a portare diverse migliaia di manifestanti nel vicino piazzale Kennedy, dove innalzammo alte barricate per fermare l’avanzata delle forze della repressione. Ma la storia non era finita li.
Mezzi cingolati militari con enormi pale meccaniche atte a demolire le nostre difese si videro all'orizzonte. Con prontezza riuscimmo a fare sgattaiolare le migliaia di manifestati concentrati a piazzale Kennedy attraverso la linea di costa lungo la battigia e dirigerli verso i concentramenti di Sestri Levante. Il lunghissimo serpentone si mosse appena in tempo per evitare l’invasione violenta delle forze della repressione che di lì a poco invasero piazzale Kennedy. La marcia verso i nostri campi non fu facile, più volte cellulari e blindati di polizia e carabinieri cercarono di bloccarci con caroselli e cariche violente. La nostra risposta fu decisa e dura e riuscimmo a portare tutte e tutti nelle scuole che ci erano state assegnate.
Al campo durante una affollatissima assemblea arrivarono le notizie che il corteo pomeridiano dei disobbedienti/tute-bianche, partito dallo stadio Carlini, era stato attaccato violentemente dai carabinieri. Le “tute bianche” avevano retto lo scontro e i disordini si erano diffusi nelle vie e nelle piazze adiacenti la manifestazione. Durante gli scontri si contavano decine e decine di feriti ed era cominciata a circolare la notizia di eventuali morti.
Dall’assemblea fu deciso di scendere il giorno dopo (il 21 luglio) in piazza con un serrato e organizzato servizio d’ordine di almeno 200 compagne/i, con tanto di caschi, maschere anti gas e bandiere rinforzate, per garantire la sicurezza delle migliaia di manifestanti che avrebbero seguito le nostre bandiere.
Solo a sera inoltrata, dai telegiornali, apprendemmo la tragica notizia dell’uccisione di Carlo Giuliani. Fummo assaliti da tanta rabbia, dolore e parecchia preoccupazione.
La mattina seguente la tensione era salita alle stelle. In una giornata estiva con tanto caldo, compagne e compagni non riuscivano a governare l’emozione e piangevano abbracciandosi a vicenda. Il nostro corteo si mosse aperto dallo striscione del network dei diritti globali “viviamo per calpestare i re”, subito dietro noi del servizio d’ordine composto da diverse file di compagne/i incordonate/i per garantire la sicurezza di tutte/i.
Un lunghissimo fiume di almeno trecentomila persone invadeva le vie di Genova. Il lungo serpentone veniva aperto dallo striscione “noi 8 miliardi, voi G8”. Sfilava un enorme corteo pieno di famiglie con bambini, con i movimenti non violenti, pax cristi, le femministe, quelli di Cancellare il debito (tutti con le mani tinte di bianco), i comunisti di varie parti del Mondo, l’ARCI, ATTAC, la FIOM, i sindacati di base, gli anarchici, gli ecologisti, le tute bianche, tantissimi partecipanti del blocco nero venuti da tutta Europa.
Dopo ore di corteo pacifico sotto il sole cocente di luglio (i cittadini di Genova in modo solidale hanno supportato i manifestanti portando bottiglie d’acqua e lanciando secchiate d’acqua dai balconi per combattere la calura) in corso Italia inizia la mattanza. Le forze della repressione “bombardano” dagli elicotteri, dalle motovedette dal mare, dai blindati la manifestazione con centinaia di lacrimogeni tossici. L’aria diventa irrespirabile. Il corteo sbanda, la gente cerca rifugi di fortuna, noi con il nostro servizio d’ordine restiamo fermi grazie alle maschere antigas che ci consentono di respirare normalmente. Diveniamo un argine per tantissimi che si rifugiano dietro i nostri cordoni. Davanti a noi c’è la mattanza messicana.
Poliziotti, carabinieri, finanzieri pestano con estrema violenza senza tregua e senza pietà il gruppo dei non violenti, lo spezzone di “cancellare il debito”, le famiglie con i bambini a seguito. La fermezza del nostro servizio d’ordine fa sì che gli squadroni dei “tutori dell’ordine”, che avanzano come coorti romane sbattendo i manganelli in modo ritmato sugli scudi, vedendoci fermi e compatti, con le bandiere al vento e con i ranghi ben serrati, decidano di non accettare il confronto e di dirigersi verso le componenti del corteo meno organizzate e meno protette, pestando con estrema violenza tutte e tutti coloro che incontreranno.
Dopo diverse ore, di continui fronteggiamenti con i delinquenti in divisa, riusciamo nuovamente a raggiungere in corteo i campi di Sestri Levante, dove organizziamo la smobilitazione del campo e il ritorno verso le città di provenienza.
La sera assistiamo inermi dagli schermi televisivi alla mattanza nella scuola Diaz, dove in modo freddo e predeterminato le squadre del Viminale compiono un vero e proprio massacro contro donne, uomini, ragazze e ragazzi di varie parti del Mondo che in modo assolutamente pacifico stavano riposando dopo la lunga e pesante giornata.
Le notizie delle atrocità di stampo nazista fatte dai “tutori dell’ordine” a tanti ragazzi e ragazze inermi e terrorizzati presso la caserma di Bolzaneto saranno apprese solo nei giorni successivi.
A Genova lo Stato è intervenuto con estrema forza per spezzare il fronte unitario di tante diversità che si erano concentrate nei Social Forum.
La repressione dello Stato a Genova 2001 è stata mirata per sancire la frattura fra “buoni” e “cattivi” all’interno del movimento. L’unità di tante diversità aveva fatto tanta paura. A Genova si segue uno schema già ampiamente sperimentato già negli anni ‘70 e durante le lotte contro i missili a Comiso: colpire duro, dividere il movimento, etichettare come “cattiva” la sua parte più radicale per isolarla e ghettizzarla.
Il 2001 si conclude con l’attacco alle torri gemelle a New York, la conseguente guerra all'Afghanistan dei Talebani, la caccia a Bin Laden.
Un tentativo di riorganizzare il movimento dei Social Forum sarà fatto nell’autunno del 2002 a Firenze, con l’intento di rilanciare l’iniziativa antimperialista indicando nella politica del governo Statunitense uno dei maggiori fautori del disordine globale. Il Forum fu un grande successo politico e mediatico ma il movimento “NoGlobal” dopo pochi mesi, nell’inverno del 2003, si confronterà con la nuova guerra imperialista mobilitando milioni di persone che riempiranno le piazze in tutto il Mondo. Quella enorme mobilitazione internazionale non riuscì a fermare la guerra imperialista contro l’Iraq, il declino del Forum Sociale divenne inevitabile.
Renato Franzitta
Pubblicato su “Sicilia libertaria” di luglio/agosto
