domenica 12 marzo 2023

" SFRUTTAMENTO E DOMINIO NEL CAPITALISMO DEL XXI SECOLO "

  Introduzione 

 -Toni Casano e Antonio Minaldi- 

Su gentile concessione dell’editore pubblichiamo l’Introduzione dei curatori al volume che presentiamo -editato per i tipi di Multimage (Firenze 2023, pp. 300)-  al quale hanno contribuito i seguenti Autori: Ernesto Burgio, Alessandra Ciattini, Marco Consolo, Andrea Fumagalli, Gabriele Giacomini, Giorgio Griziotti, Domenico Moro, Salvatore Palidda, Francesco Parello, Francesco Maria Pezzulli, Marco A. Pirrone, Sergio Riggio, Maria Concetta Sala, Francesco Schettino, Salvo Vaccaro   

 

Quando abbiamo programmato la serie di seminari sul “capitalismo nel terzo millennio” avevamo ben chiaro che il modello di produzione capitalistica avesse cambiato pelle e che il processo di trasformazione delle merci non potesse essere più definito secondo i parametri conosciuti nel sistema della fabbrica regolato dal “patto fordista”. Anche in Italia, con le grandi ristrutturazioni romitiane, enormi contingenti di forza-lavoro vennero esodati per far posto all’immissione di dosi massicce di automazioni del ciclo di produzione. Oltre agli incrementi considerevoli di produttività, il comando dell’impresa aveva ri-stabilizzato il regime distributivo della ricchezza riportandolo in equilibrio, secondo i canoni fattoriali della economia politica, rompendo così la conflittualità dell’autonomia operaia che avevo posto in essere una rigida indipendenza salariale.

Si imponeva, quindi, un processo di ristrutturazione-ristabilizzazione che sanciva la subalternità dei corpi del lavoro e il ripristino del comando dell’impresa. Ma non solo. Dopo l’ascesa retributiva negli anni tayloristici questo processo imperituro rappresentava il crinale da cui iniziava il versante di caduca del lavoro tangibile e del suo valore. Infatti, da lì in avanti, la dinamica salariale - come variabile indipendente della distribuzione capitalistica - comincia a perdere l’incidenza che veniva direttamente impressa nel sinallagma contrattuale dal movimento di lotta operaia. In luogo dell’affermazione di rapporti negoziali basati sulla crescita distributiva, generata dalla conflittualità della composizione lavoro-vivo, prendeva invece posto il “sistema concertativo” di una rappresentanza sindacale (sempre più appendice tecnica organica dell’impresa, basti pensare agli accordi negoziale sui fondi pensioni), nel quale i termini economici dei rinnovi contrattuali vengono predeterminati esclusivamente sulla base di un originale calcolo di mantenimento dei livelli del potere d’acquisto: dapprima, dal 93, calcolati sulla cosiddetta “inflazione programmata” governativa e, adesso, sulla base dell’indice-IPCA, adottato a seguito del “Patto della Fabbrica” siglato dalle “parti sociali” nel 2018, con il quale si fissano i rinnovi contrattuali al netto dei rincari dei costi energetici. Pertanto, de facto, possiamo dire che, chiusa la stagione degli automatismi contrattuali (disdetta della scala mobile) posti a salvaguardia dei salari contro l’inflazione, non vi sono più state vere relazioni sindacali, in cui fosse espressa nettamente una volontà negoziale in difesa degli interessi del lavoro subalterno, nemmeno in ragione di un recupero effettivo delle perdite salariali rispetto all’aumento del caro-vita.

Sulla “indicizzazione ponderata” al ribasso applicata ai rinnovi contrattuali, con la compiacente moderazione sindacale, va fatta risalire l’origine del percorso di depauperamento generale delle retribuzioni nel nostro paese, percorso d’impoverimenti al quale bisogna aggiungere quella sottrazione salariale indiretta, consumata a danno dei lavoratori, per effetto della dilazione estenuante dei tempi padronali nei rapporti relazionali, giacché alla mancata osservanza delle scadenze dei rinnovi non è previsto alcuna compensazione retroattiva né alcun minimo indennizzo, poiché i termini sono riconosciuti come ordinatori tra le parti rappresentative, rendendo caduca la perentorietà dell’adempimento alla scadenza dell’obbligazione.

È perlomeno da un buon trentennio che si assiste a questo processo di desalarizzazione e decontrattualizzazione del lavoro che, in uno con il restringimento degli spazi negoziali, entro cui trovare il punto di equilibrio delle compatibilità distributive della redditività economica dei fattori produttivi, ha generato parimenti quella precarietà diffusa socialmente insostenibile strutturando permanentemente la crisi del sistema capitalistico.

Quel che sopra abbiamo argomentato, sostanzialmente è la risultante della deregulation postfordista del rapporto di lavoro, ossia del processo di depotenziamento giuridico della contrattazione collettiva, la cui sfera giuridica generale, come abbiamo visto sempre più derogabile, si contrae per estendere la sfera normativa dei contratti integrativi aziendali e territoriale, spostando così gli effetti salariali prevalentemente dal piano verticale categoriale a quello orizzontale aziendalistico, adottando parametri retributivi premiali legati all’andamento congiunturale della singola azienda e, soprattutto, legati ai risultati individualizzati piuttosto che collettivi. Questo era l’obiettivo politico dichiarato della deregulation neoliberista, perseguito sin dai tempi di Reagan e della Thachter. Ovvero: la spaccatura trasversale sul piano sociale generale del reticolo di solidarietà della classe operaia. Questo passaggio era la condicio sine qua non del sistema neoliberista per imporre il nuovo corso della desalarizzazione del lavoro. Di converso, la forbice del benessere si è divaricata a dismisura, facendo sì che la concentrazione della ricchezza si addensasse in sempre meno mani con una competizione individualistica sempre più selvaggia e ristretta nel “gioco dell’ascensore” della mobilità sociale.

In altre parole, rompere questo accerchiamento ideologico corruttivo iniziato con la supply side economics, di cui in nome della competizione postmodernista sono stati intrisi anche gli apparati sindacali verticalizzati, oggi è una condizione necessaria se si pensa ancora di poter sottrarre la chiave dello sviluppo al capitale e riprendere il discorso sull’uguaglianza, immaginando una nuova stagione di lotte che solo un diverso sindacalismo sociale potrà riunificare oltre l’ideologia lavorista: «In un capitalismo che ha distrutto la forza politica della classe operaia - faceva osservare Christian Marazzi qualche anno addietro su il Manifesto (19 settembre 2014) -, i movimenti sociali, a causa anche di una crisi ormai permanente, hanno caratteristiche spurie. Dobbiamo quindi immaginare una lotta di classe che si faccia carico della sofferenza alimentata dalla crescita delle diseguaglianze».

Insomma, per sintetizzare rispetto all’economia della nostra curatela del presente lavoro, rispetto all’aurea resistenza dell’operaio massa, con le lotte sviluppatesi nel corso dell’epopea fordista della produzione industriale, abbiamo voluto approfondire il complesso dei temi emersi dalla crisi di quella composizione di classe e su come si fosse ridefinito il conflitto sociale, unitamente alla omologazione di un movimento operaio trasfigurato dalla sua rappresentanza tradizionale, sia politica che sindacale (eccezion fatta per le poche isole resistenziali – come oggi è da considerare l’ammirevole esperienza degli operai della GKN – che ancora tentano di ripensare ad altre forme di soggettivazione di autonomia di classe oltre la centralità operaia). Quello che traspare dalla direzione intrapresa negli anni settanta colla autonomia del politico, assunta dal movimento operaio storico come orizzonte prospettico statalista, ci porta di filato all’accettazione del “pensiero unico” incarnato dal nuovo spirito capitalistico. Cosicché la missione dell’operaio-massa di compiere quel salto storico-politico (cioè quello di portare il lavoro-vivo dalla catena di montaggio all’autovalorizzazione sociale) è rimasto politicamente irrisolto. Non è tanto la questione concreta della separatezza del capitale-fisso dalla produzione su cui vogliamo intervenire, poiché questa -potremmo dire - è stata già anticipata e risolta nei fatti dalla cooperazione sociale. Quel che rimasto fin qui sospeso è un passaggio fondamentale, quello di riuscire a dare forma politica alla soggettivazione del lavoro-vivo, dentro un processo costituente capace di mettere in comune ciò che sul piano della concrezione storica non ha più ragion d’essere separato. In sostanza l’unificazione di tutto il lavoro umano è un questione politica che va definita in una processualità di liberazione dalla sussunzione capitalistica, mediante la riappropriazione del sapere comune frutto della messa a setaccio del marxiano general intellect. Questa concrezione, nel corso di quel ciclo conflittuale animato dall’operaio-massa socializzato, sembrava una delle determinazione offerte dal campo delle possibilità, per fuoriuscire dalla crisi del sistema tangibile della produzione fordista.

Mai come prima d’allora s’intravedevano le opportunità di un inveramento comunistico senza più transizioni socialistezzanti: quella soggettivazione incarnatasi a partire dal movimento sessantottino – dalle proteste contro la guerra alla liberazione dal colonialismo, dalle lotte operaie alla contestazione generazionale fino alle battaglie femministe – era riuscita a mettere in comune il necessario immaginario sociale e culturale, sperimentando e agendo i luoghi stessi della comunitarietà costituenda come “utopia concreta negativa”, o meglio come distopia vissuta capace di scuotere le fondamenta della società patriarcale in tutte le sue istituzioni costituite, dal pubblico al privato.

Con il sessantotto si chiude non solo il 900, ma entra in crisi l’età moderna che con la macchina a vapore aveva sancito l’affermazione della produzione capitalistica con la separazione del lavoro manuale da

quello intellettuale che aveva introdotto la mistificazione dell’operaio-venditore della propria merce-lavoro. Con la rivoluzione sociale sessantottina si compie un salto ontologico fondamentale, ovvero il passaggio dal soggetto al linguaggio, cioè lo svelamento dell’individualismo alla moltitudine relazionale come vero archetipo dell’umano. Tuttavia la chiave disvelata da questo grandioso movimento – che tra gli anni sessanta e settanta ha fatto scuotere le istituzioni ereditate dalla modernità - è stata sottratta da una nuova essenza del capitale. Luc Boltanski ed Ève Chiapello avevano anticipato questa sottrazione che avrebbe portato all’edificazione del nuovo spirito del capitalismo descritto nel volume dell’omonimo titolo, editato in Francia nell’ultimo anno del secolo scorso e pubblicato in Italia soltanto nel 2014 da Mimesis, dopo varie vicissitudini editoriali su cui ci riferiva Benedetto Vecchi in una sua recensione di otto anni fa. Il merito degli autori de Il nuovo spirito del capitalismo – osservava Vecchi – è quello «di aver messo a tema la necessità per le scienze sociali di indagare come il capitalismo stava cambiando, all’interno di una dinamica che alterna «dialetticamente» discontinuità a continuità con il suo passato». Infatti il lavoro dei nostri ricercatori dimostra come «la critica all’alienazione e alla parcellizzazione del lavoro è stata piegata all’innovazione della organizzazione produttiva».

Pertanto il cosiddetto “management del fattore umano” va considerato come « un dispositivo teso a riprendere il controllo di un lavoro vivo ribelle all’ordine costituito nell’impresa». Aggiungeva il buon Vecchi che questa è una condizione costante per il «superamento di una crisi o quando vanno ripristinati i rapporti di forza nella società dopo un periodo di aspro e radicale conflitto sociale e di classe».

Cosicché, se si rimuovesse il conflitto sociale, quale elemento politico indispensabile dell’analisi, si farebbe apparire il germogliare del nuovo spirito del capitalismo come un «fluire neutro delle dinamiche sociali e culturali». In definitiva possiamo dire che in qualche modo anche noi ravvisiamo la necessità di approfondire l’analisi non solo su come il capitalismo sia cambiato, ma contribuendo allo sviluppo della ricerca militante sui possibili processi di soggettivazione, non tralasciando l’uso degli strumenti analitici offerti dalla cornice dei saperi critici, non a caso questo volume raccoglie e fa incrociare diversi contributi degli autori che afferiscono il campo delle discipline sociali, senza tralasciare altre opportune contaminazione scientifiche che mettano a fuoco innanzitutto le questione ecologiste ed epidemiologiche.

Chiudiamo proponendo una sintesi dei capitoli che prendono il nome dei seminari organizzati.

Antropocene e capitalocene

Il nostro viaggio tra gli “orrori” del capitalismo del XXI secolo inizia da molto lontano, come a testimoniare che nella storia dell’umanità, virtù e misfatti hanno sempre radici molto profonde affondate in un passato, che tuttavia come vedremo resta spesso nascosto ai nostri occhi finché i suoi frutti, dolci o più spesso malefici, non si palesano in tutta la loro evidenza. Non sarà certo un caso che il termine Antropocene, e quello strettamente imparentato di Capitalocene, sono coni recenti divenuti rapidamente punti di riferimento non più eludibili per qualunque studioso voglia addentrarsi nei meandri del passato per capire la storia dell’uomo e del rapporto che il sapiens ha intrattenuto dalle origini ad oggi con madre natura.

Come apparirà chiaro dalla lettura dei saggi dei nostri autori, col termine Antropocene si intende definire una nuova era geologica legataall’impatto decisivo (e distruttivo) che la presenza dell’uomo ha avuto sull’ecosistema terrestre. Ma quando inizia l’era del nostro dominio sulla natura? Su questo non c’è accordo e il dibattito resta aperto. In genere i momenti crucialiche vengono citati dagli studiosi a suffragare le varie tesi, vanno dallelontane origini della civiltà umana, con la scoperta del fuoco prima e poi con la domesticazione di piante e animali, fino a fatti molto più recenti come la rivoluzione industriale del XVIII secolo o addirittura l’inizio praticamente contemporaneo dell’era nucleare.

Certo se si guarda agli effetti più evidenti dell’inquinamento globale e del cambio climatico con cui oggi siamo costretti a fare i conti, allora la data più plausibile a cui fare riferimento sembrerebbe essere quella della nascita della rivoluzione industriale. Eppure Burgio nel suo contributo di medico e scienziato, ci avverte come con la rivoluzione del neolitico, l’uomo entrando nell’era dell’agricoltura e dell’allevamento, abbia dato inizio ad un cambiamento radicale che oltre a mutare il volto della terra ha segnato per sempre anche il proprio destino, (e non sempre e non necessariamente in senso positivo).

È in effetti plausibile pensare l’agricoltura come inizio della “civiltà” e della Storia umana. Per la prima volta, impossessandosi della terra e imprigionando gli animali, gli uomini erano in grado di creare un surplus, innanzitutto alimentare, che permetteva a una parte di loro di affrancarsi dal lavoro produttivo per dedicarsi ad altre attività. È da questo processo che nascono la divisione del lavoro, le gerarchie sociali e la divisione in classi..

Attenzione però alla trappola di considerare l’uomo “in generale”, e sin dalle origini, come il responsabile dell’attuale catastrofe ambientale. Il pericolo è che se tutti siamo colpevoli, allora nessuno è colpevole! Per questo Pirrone preferisce usare il termine Capitalocene (coniato da Moore). Giusto a significare che appropriazione, sfruttamento e messa in valore della natura (come del lavoro umano), tipiche del capitalismo, sono oggi i veri killer dell’ambientale.

Ha ragione probabilmente Griziotti che, nello stile della sua “fabulazione speculativa” venata di pessimismo, parla dell’uomo come da sempre “malato di distruzione”, ma vede nel capitalismo il punto d’arrivo, la sintesi e il livello estremo della propensione alla morte e al dominio su uomini e cose.

Sulla stessa lunghezza d’onde Parello, che dopo avere sciorinato una serie impressionante di dati, conclude amaramente: “... il 21°  secolo sembra essere destinato a produrre lo sterminio della gran parte delle specie viventi sulla Terra (tra cui naturalmente anche gli esseri umani). Nel sistema di produzione immateriale l’apparato dell’ICT - Information and Communication Technologies- ha assunto una determinazione strategica sui nuovi modelli di ccumulazione capitalistica, essendo la forza-lavoro cognitiva la principale merce-risorsa generatrice di ricchezza. L’inarrestabile espansività della rete internet, a partire dagli anni novanta ha via via messo in seria discussione quello spazio di libertà che originariamente sembrava essere a portata di mano, in cui la cooperazione sociale poteva liberarsi dalla sussunzione capitalistica, favorendo la condivisione e la comunicazione delle conoscenze. Così non è stato e le aspettative della comune soggettivazione sono state soggiogate dal capitalismo delle piattaforme che si è appropriato della rete.

Come ci fa osservare Giacomini: « Internet è stato visto come una sorta di far west digitale in cui il principale obiettivo era ‘conquistare la frontiera’». Ciò consentiva al sistema economico, ed in particolare all’economia americana, « di rigenerarsi e di avanzare con risultati eccellenti ». Come evidenzia Giacomini, però, « la fase (neo)liberista non ha portato solo concreti progressi, ma anche un contesto economico (e poi politico) di “libera volpe in libero pollaio”, in cui la carenza di vincoli statali ha permesso la formazione di posizioni dominanti e di oligopoli, in contesti anche molto delicati come la sfera pubblica ».

Cosa è accaduto e cosa ci sta accadendo? Da quì le domande poste da Maria Concetta Sala nel suo contributo. Un lavoro ricco di riferimenti che – sul tema della sorveglianza delle piattaforme - costituiscono il meglio della letteratura critica. Ovviamente – così come gli altri autori - si misura con l’opera della Zuboff, che ha avuto il merito “di rompere l’incantesimo che annebbia mente e cuore”. In un certo senso la Sala, nel porsi e nel porci tanti interrogativi, ci mette in guardia dalle facili soluzioni. Anzi , ci invita a riprendere quelle esperienze di ricercazione faticose del passato “affinché – così come auspicava il compianto Benedetto Vecchi (altro suo riferimento) – si possa di nuovo lavorare alla costruzione e allo sviluppo di una utopia concreta».

Il sistema della sorveglianza, anche sul piano securitario e del controllo sociale, ha elaborato nuovi dispositivi di indagine a vantaggio delle forze di polizia. Palidda nel suo intervento analizza i sistemi digitalizzati di sorveglianza, documentando le misure adottate dal comando neo-liberista per allargare il raggio d’azione nel campo della prevenzione dei comportamenti devianti, sommando a vecchi strumenti repressivi nuove tecniche investigative. Si pensi all’utilizzo della ’Intelligenza Artificiale (IA) per le schedature biometriche che hanno generato un vero boom del business nel settore, che si è esteso perfino all’uso di dati biometrici nelle procedure di reclutamento al lavoro. Abbiamo di fronte una macchina pervasiva che impunemente utilizza l’IA, mettendola a protezione del dominio neoliberista.

Vaccaro infine – richiamandosi alla Zuboff – sottolinea come l’intrinseca politicità della sorveglianza sembra allontanarsi dai modelli di controllo politico esercitati dalle « èlites di governo per traslocarli in una dimensione capitalistica», trainata dalla valorizzazione dei dati a fini di profitto imprenditoriale. Il sistema oligarchico delle Big Tech che controlla il flusso dei dati è capace di valorizzare “quantità di capitalizzazione finanziaria senza pari nella globalità delle borse mondiali”. Questo ci indica che “La loro capitalizzazione nelle borse mondiali (---) deriva dalla plus-valorizzazione di ciò che è diventata una merce: i dati di ciascun utente del web, dello smartphone, delle piattaforme”. È stata la datificazione di massa ha rendere culturalmente possibile la dilatazione del regime di sorveglianza.

Il capitalismo della produzione immateriale

La rivoluzione tecnologica, sin dai tempi delle grandi ristrutturazioni industriali degli anni settanta del ‘900, ha impresso una fortissima accelerazione degli investimenti sostitutivi di manodopera, indebolendo la soggettività operaia costituitasi attorno la centralità del lavoro salariato all’epoca del capitalismo fordista, il cui destino egemonico da tempo è stato segnato dal decadimento progressivo per far posto all’inesorabile avanzata del cosiddetto nuovo spirito del capitalismo, sebbene permangano ancore forme cristallizzate di produzione tradizionali in molte aree del pianeta, dove – però, va detto – il costo del salario è assestato ad un livello talmente basso, tanto da indurci a dover pensare che accanto al nuovo spirito del capitalismo possano coesistere le vecchie forme schiavistiche del lavoro. Ma persino all’interno del sistema avanzato ipercapitalistico si possono trovare sacche di produzione terzomondizzate, in cui i lavoratori sopravvivono in condizioni sociali al limite della schiavitù con orari insostenibili e paghe da fame.

Tutto ciò sembrerebbe stridere con l’analisi sull’egemonia del lavoro biocognitivo determinatasi – secondo noi – nell’attuale fase storica della produzione intangibile. Ora, tralasciando i lavori di cura e i servizi  terziari (che manuali non sono affatto, eccezion fatta della temporalità destinata alla specifica attività lavorativa), per egemonia biocognitiva non si deve intendere la scomparsa tout court del lavoro manuale. Infatti, in diversi settori manifatturieri ed in diversi strati di mercato, il sistema industriale, avendo acquisito il controllo della dinamica salariale ed essendo stato favorito dalla governamentalità dominante da strumenti di regolazione iperliberistici (delocalizzazione, vincoli di produttività, flessibilità e precarizzazione diffusa), può certamente trovare ancora redditizio il mantenimento di ampie sacche di sfruttamento tradizionale della forza-lavoro, giacché – così come considerato nel contributo d’apertura del capitolo (Casano) – potrebbe, non tanto paradossalmente, rilevarsi diseconomico investire in una seppur minimale innovazione tecnologica, potendo incidere sulla manovra della leva del dumping salariale.

Nella sua introduzione Andrea Fumagalli fa un raffronto (dal ’92 fino a qualche anno prima dell’avvento pandemico) sull’andamento di crescita negli ultimi decenni del settore manifatturiero, relativamente alle maggiori economie dell’Unione europea, mettendo in risalto la perdita di terreno rispetto agli altri settori della produzione. Si tratta di una rilevazione statistica omogenea che ha visto una continua crescita del settore terziario, facendo registrare un tasso di crescita del PIL – con lievi percentuali di scostamento - di ben oltre il 60%.

In sostanza, gli elementi intangibili sono quelli che hanno in generale caratterizzano il sistema produttivo. Ma l’attività economica biocognitiva non si restringe esclusivamente alle merci intangibili, ma comporta anche la produzione dei suoi destinatari, ovvero – come precisa Francesco Pezzulli – “delle soggettività che consumeranno tali merci”. Ed è proprio a partire dall’università, e dalle regolazioni neoliberali subite in questi decenni, che Pezzulli ci dimostra come sia stata trasformata questa agenzia formativa in una macchina di soggettivazione dei processi intangibili della produzione: la soggettività diventa essa stessa merce del consumo.

Infine, vogliamo far notare lo sfondo politico del contributo di Sergio Riggio, il quale, nell’analizzare le trasformazioni della forma lavoro contemporanea e i meccanismi attraverso cui “si genera l’estrazione del plusvalore” e su “come le nuovissime tecnologie intervengano modificando tempi e modi della produzione”, ha cercato di cogliere parimenti le possibili trame di lettura delle necessarie ragioni che sussistano nella ricomposizione sociale in chiave anticapitalistica.

Dominio e ricatto del capitalismo finanziario

Il tema della finanza ci pone al cuore delle questioni che riguardano i temi affrontati in questo volume. Il potere che ha assunto oggi il denaro negli scenari globali, rappresenta infatti il tratto più peculiare del moderno capitalismo, insieme (e crediamo non a caso) all’imperante neoliberismo, compreso il suo egoistico modello di homo oeconomicus.

Tutto ciò che si impone alla nostra attenzione come qualcosa di nuovo, pone evidentemente difficoltà, più o meno marcate, al lavoro teorico, che per noi sono oggi probabilmente acuite dalla contemporanea crisi storica che ha investito la sinistra di classe con la fine delle esperienze rivoluzionarie del secolo passato, e che è certo una delle concause della “crescente arroganza” delle forme del dominio

È lecito anche chiedersi se di fronte alle mutate condizioni e alle più recenti tendenze del dominio finanziario del capitale, sia possibile usare in maniera immediatistica, e per così dire “letterale”, l’armamentario teorico che Marx nella sua sconfinata opera e il marxismo classico ci hanno lasciato. Se non sia invece necessario avere il coraggio di azzardare risposte nuove ai nuovi problemi, senza porsi eccessive preoccupazioni di aprioristiche adesioni ai dettami dell’ortodossia, cercando magari, laddove possibile, entro “i sacri testi”, ciò che in diverse situazioni storiche e con diverse priorità, restava il “non esplicitamente detto”, e che si manifestava al contrario in cenni, allusioni, rimandi, verso qualcosa che in quel momento era solo una possibile tendenza di futuri scenari.

È in ragione di queste specifiche difficoltà che per affrontare l’argomento, a differenza di quanto avviene per le altre tematiche discusse in questo volume, abbiamo scelto la forma dell’intervista che ci sembrava più immediata e aperta rispetto al saggio breve. Ad essa abbiamo sottoposto due studiosi entrambi appartenenti all’area della sinistra antagonista, ma tra loro anche molto diversi per formazione politica e culturale, e per esperienze militanti. Ebbene il risultato, come il lettore potrà constatare, pur nelle marcate differenze è abbastanza univoco e in qualche modo “confortante”: La necessaria ricerca di nuovi percorsi di lotta e di ricerca militante deve per forza di cose mantenere un profondo legame col passato, non solo in senso ideale, ma anche e soprattutto nella capacità di sapere mettere a frutto i contenuti sempre attuali dell’armamentario teorico che Marx e il marxismo ci hanno lasciato.

È Schettino a dirci senza mezze misure che una new economy nella sostanza non esiste, e che la definizione della crisi del 2007/2008 come “crisi finanziaria” è semplicemente una etichetta truffaldina che tende solo a mistificare le difficoltà in cui si trova il sistema globale del capitalismo, afflitto da una crisi permanente che va considerata, in pieno accordo con i dettami del pensiero marxista, come crisi di valorizzazione e di sovrapproduzione.

Fumagalli, dal canto suo, sottolinea, tra le altre cose, come il dominio della finanza si afferma attraverso una moneta-segno senza alcun valore reale, che può liberamente fluttuare e circolare determinando una concentrazione di potere tale che oggi l’80% dei prodotti derivati è in mano a solo 12 istituti finanziari. Il moltiplicatore finanziario oggi, agendo in senso inverso al moltiplicatore keynesiano, non fa altro che ridistribuire la ricchezza a favore dei più ricchi.

Volendo semplificare al massimo potremmo dire che per entrambi, scavando dentro i misteri della finanza altro non c’è alla fine che lo scontro geopolitico per il dominio globale, giocato sul potere variamente combinato della moneta e delle armi (vedi oggi il ruolo dominante, ma  in prospettiva incerto, del dollaro, e per altro verso, i venti di guerra che percorrono il mondo). Purtroppo le verità semplici stanno spesso nascoste sotto cumuli di menzogne. Sta a noi e alla politica tornare a fare chiarezza.

Imperi, guerra e destini del mondo

Il termine geopolitica da sempre, e ancor più oggi nell’era del “villaggio globale”, ci rimanda alla difficile comprensione del complesso intreccio delle relazioni politiche tra Stati, evocando immediatamente scenari che da sempre ci parlano di scontri e di alleanze finalizzate allo scontro, di guerre guerreggiate e di guerre fredde, del dominio dei pochi e della sudditanza dei molti, in una logica che sin dalle origini della storia umana, ci consegna un mondo plasmato dalla volontà e dall’imperio del più forte a danno dei più deboli. Entrare dentro i meandri della politica internazionale è compito complesso perché implica la capacità di sapere guardare oltre il velo delle apparenze, fatto spesso di narrazioni e propaganda di parte, per capire oggi cosa ci riserva il domani, svelando anche come dietro le verità (e le menzogne) della geopolitica si nascondano quelle della geoeconomia, con i suoi flussi di ricchezze e di merci, e quelle della geocultura, che ci parla della difficile convivenza di popoli portatori di valori (e con negazione di disvalori) maturati in millenni di storia.

Compito ancora più difficile per chi, come gli autori del nostro volume, non si accontenta semplicemente di capire l’evidenza dello stato presente delle cose, ma cerca nelle debolezze (spesso solo potenziali e “nascoste”) del forti, e nella forza delle ragioni di chi subisce, la chiave per ribaltare la storia verso un domani dove la guerra e le diseguaglianze siano bandite, in una visione al tempo stesso concreta e “utopica”, e seppure in una prospettiva che ad oggi appare ancora molto lontana.

Ulteriore difficoltà di non poco conto per tutti noi è stato il fatto che, mentre questo nostro lavoro era in gestazione, le vicende del pianeta hanno subito una improvvisa accelerazione, prima con una devastante pandemia e poi con una guerra inter imperialista dagli esiti ancora incerti e che insieme sembrerebbero essere i prodromi di una pesante recessione globale. Nell’attuale incertezza però tutti concordiamo sul fatto che ormai il vecchio mondo unipolare fondato sul dominio del dollaro e delle armi nordamericane stia andando in soffitta, annunciando l’avvento di un mondo bipolare, o forse multipolare, in cui purtroppo ancora per molto i venti di guerra e il fragore delle armi sembrerebbero volerla fare da padrone.

Un esempio di analisi delle attuali incertezze ci viene da Consolo, che guardando al sudamericana vede la possibilità di esiti diversi, legati sia al “nemico”, con lo scontro tra i vecchi “padroni” norda-mericani e i nuovi arrivati (Russia e soprattutto Cina), sia in campo amico, auspicando un incontro tra la sinistra antagonista, definita “carnivora”, e i riformisti “vegetariani”.

La Ciattini, dal canto suo, inquadra l’attuale guerra in Ucraina nel secolare scontro tra “Eurasia” ed “Atlantismo”, con gli USA da sempre impegnati a controllare l’Europa (ancora una volta perdente) cercando di creare una invalicabile barriera ad evitare qualsiasi vicinanza del vecchio continente con la Russia, in una prospettiva di alleanza euroasiatica.

Anche Moro guarda oltre il presente vedendo nell’attuale crisi una “stagnazione secolare”, che annuncia la fine del dominio USA, figlio del parassitismo della finanza speculativa e stretto nel circolo vizioso della guerra permanente per sostenere dollaro e del dominio del dollaro per sostenere la guerra. Tutto sembra preannunciare l’avvento di un “secolo” cinese.

Minaldi infine, in una prospettiva geoculturale, sottolinea l’ambiguità dei valori occidentali di libertà, democrazia e diritti umani, figli delle lotte rivoluzionarie dei popoli, ma oggi usati dall’occidente imperiale come bandiere per giustificare la guerra. Riappropiarsi dal basso degli antichi valori è oggi necessario se si vuole promuovere un nuovo incontro tra i popoli.