domenica 14 luglio 2019

PICCOLI DAVID CONTRO GOLIA

 «NON MI IMPORTA SE  

  FAI LA DIFFERENZIATA»  



Mary Annaise Heglar

 la colpevolizzazione  della vittima 

 ∞ La famosa ricercatrice e psicologa Brené Brown, che ha studiato il senso di vergogna nella nostra cultura, descrive la vergogna come «sensazione o esperienza molto dolorosa derivata dalla convinzione di essere imperfetti e perciò non degni di amore o di appartenenza»  
  Ciò non deve essere confuso con il senso di colpa, che in realtà è utile perché ci permette di confrontare quanto i nostri comportamenti corrispondano ai nostri valori, e ci spinge a sentirci a disagio 
  La vergogna, al contrario, ci dice che siamo cattive persone, che non c’è redenzione possibile, e questo ci paralizza. Come scrive Yessenia Funes, reporter per Earther: «È inammissibile che le persone si debbano vergognare di vivere nel mondo che abbiamo costruito» 


Gli scienziati ci stanno avvertendo da decenni: noi umani stiamo causando alterazioni gravi e potenzialmente irreversibili al clima, stiamo sostanzialmente arrostendo il nostro pianeta e noi stessi, con il biossido di carbonio. Il report del 2018 dell’Intergovernmental Panel on Climate Change ci ha avvertito: abbiamo all’incirca 12 (ora 11) anni per attuare massicci cambiamenti che potrebbero mettere un freno alle conseguenze peggiori dei cambiamenti climatici. Un tempo, forse, ci sarebbero servite grandi conoscenze scientifiche per capire i cambiamenti climatici, ma ora basta leggere i titoli dei quotidiani, o semplicemente guardare fuori dalla finestra. Dal Camp Fire, un incendio che ha devastato i boschi della California, peggiorato dalle alte temperature e dalla siccità, all’uragano Michael, una tempesta che si è rapidamente intensificata a causa dell’innalzamento delle temperature degli oceani: i cambiamenti climatici sono già qui. Non incolpo chi è in cerca di un’assoluzione. Posso persino capire chi abdica dalle sue responsabilità, che è anch’essa una forma di assoluzione. Ma dietro tutto questo c’è una forza molto più insidiosa. È la narrazione che ha guidato ‒ e allo stesso tempo ostacolato ‒ la discussione sui cambiamenti climatici per decenni. Quella che ci dice che avremmo potuto risolvere i cambiamenti climatici se solo tutti noi avessimo ordinato meno cibo da asporto, usato meno buste di plastica, spento più luci, piantato qualche albero o guidato una macchina elettrica. E che arriva alla conclusione che se tutte queste cose non bastano, allora a che serve lottare? La convinzione che avremmo potuto risolvere questo enorme problema esistenziale se solo tutti noi avessimo modificato le nostre abitudini consumistiche non è solo ridicola; è pericolosa. Questa convinzione trasforma l’ambientalismo in una scelta individuale che viene giudicata peccaminosa o virtuosa e diventa una condanna per coloro che non adottano, o che non possono adottare, un comportamento etico. Se si considera che lo stesso report dell’IPCC ha evidenziato che la maggior parte delle emissioni globali di gas serra derivano solo da un numero esiguo di aziende ‒ sovvenzionate e appoggiate dai governi più potenti del mondo, inclusi gli Stati Uniti ‒ siamo di fronte a un’evidente colpevolizzazione della vittima. Quando le persone che incontro mi confessano i loro peccati contro l’ambiente come se io fossi una specie di eco-suora, vorrei dire loro che si stanno facendo carico delle colpe di crimini perpetrati dall’industria dei combustibili fossili. Vorrei dire loro che il peso del nostro pianeta malato è troppo grande perché siano i singoli individui ad assumersene la colpa. E che quella colpa conduce a un’apatia che può davvero sancire la nostra definitiva condanna. Ma questo non significa che non ci sia nulla da fare. Il cambiamento climatico è un problema vasto e complicato e ciò implica che anche la risposta non può essere semplice. Dobbiamo lasciar perdere l’idea che dipenda tutto dagli errori dei singoli individui e dobbiamo assumerci l’impegno collettivo di mettere i veri responsabili davanti ai crimini che hanno commesso. In altre parole, dobbiamo diventare tanti piccoli David contro un unico gigante e nefasto Golia.

PIÙ “GREEN” DI TE
Quando pensiamo ai cambiamenti climatici, non vediamo quasi mai il quadro completo. In generale si parla di conseguenze su una scala talmente macroscopica che è quasi impossibile immaginarle: innalzamento dei livelli dei mari, scioglimento dei ghiacciai, acidificazione degli oceani. Come per un perverso incantesimo, i cambiamenti climatici diventano qualcosa che aleggia nell’aria, ma che rimane anche lontanissima da noi. È ovunque e in nessun luogo. Ma se poi vogliamo prenderne in considerazione le cause, i discorsi si riducono a guardare il nostro ombelico. Dopo l’uscita del report dell’IPCC del 2018, internet è stato inondato da decine e decine di articoli su “cosa puoi fare tu contro i cambiamenti climatici”. Cambia le lampadine. Usa sacchetti riutilizzabili. Riduci il consumo di carne. Se le risposte sono tutte alla nostra portata, allora la colpa può essere trovata solo dentro le nostre case. E tutto ciò a cosa porta? A una popolazione assalita da un senso di colpa talmente forte che già solo pensare ai cambiamenti climatici è un peso enorme, figurarsi concepire l’idea di combatterli. Ed ecco come si afferma la colpevolizzazione della vittima. Troppo spesso la nostra cultura identifica l’ambientalismo con il consumismo individuale. Per essere “buoni” dobbiamo passare all’energia al 100% solare, spostarci solo con biciclette riciclate, non prendere più l’aereo, mangiare vegano. Dobbiamo assumere uno stile di vita a rifiuti zero, non usare mai Amazon Prime ecc. ecc. Sento questi messaggi ovunque: nei media di destra come in quelli di sinistra e anche all’interno del movimento ambientalista. Questi argomenti sono stati usati anche dai tribunali e dalle industrie di combustibili fossili per difendersi da azioni legali. Infatti, le industrie hanno manipolato la narrazione ambientalista in modo da incolpare i consumatori a partire dalla campagna pubblicitaria “Crying Indian” degli anni ’70. E ora lo sento dai miei amici e dalla mia famiglia, da sconosciuti incontrati per la strada o da persone conosciute casualmente al corso di yoga. Tutto ciò rende molto più onerosa l’adesione al movimento per il clima, che spesso rischia di escludere le persone di colore o le categorie più emarginate. Così, mentre siamo impegnati a confrontarci su quanto siamo puri, permettiamo che i governi e le industrie ‒ artefici della devastazione di cui stiamo parlando ‒ si autoassolvano e restino impunite. Questa enfasi esagerata sulle azioni individuali fa in modo che le persone si vergognino dei loro comportamenti quotidiani, che sono praticamente inevitabili, dato che sono nate in un sistema completamente dipendente dai combustibili fossili. Infatti, i combustibili fossili costituiscono più del 75% della produzione energetica degli Stati Uniti. Se vogliamo far parte della società non avremo altra scelta se non quella di essere coinvolti in questo sistema. Incolparci di ciò significa farci vergognare per il solo fatto di esistere.

La versione integrale dell’articolo «NON MI IMPORTA SE FAI LA DIFFERENZIATA» di Mary Annaise Heglar è tratta dal sito www.fridaysforfutureitalia.it. La traduzione è di FFF Italia