mercoledì 19 giugno 2019

L’ASSENZA DEL CONFLITTO (ALCUNE CONSIDERAZIONI)

Salvatore Cominu 

 Il voto di protesta o “populista” non va letto 

 come sostituto funzionale della lotta 

 Perché la Lega ha guadagnato tutti questi voti? 

 Perché il M5S li ha persi? 

 La Lega è in grado di consolidare e stabilizzare questo consenso? 
Questi gli interrogativi a cui Cominu tenta una risposta, sintetizzata nel  titolo dell’articolo dato dalla nostra testata, richiamando le conclusioni dello stesso:
                          "La variabile in grado di sparigliare il quadro, la sola che potrebbe   riaprire su scala   allargata una contesa sulla gestione della crisi, sarebbe l’irrompere di conflitti in grado  di combinare nuova questione salariale e temi della riproduzione sociale

Il M5S ha subito un calo di consensi impressionante; ci andrei cauto nel pronosticare una imminente estinzione (a meno di cause “endogene”), ma sono in un cul de sac, al punto che qualsiasi scelta possano compiere, nel breve sono destinati a pagarla. Perché hanno perso così? Non mi convince la tesi del tradimento del progetto originario. Né quella simile, per cui pagano l’atteggiamento accondiscendente verso la Lega. Può darsi, vorrei in fondo sperarlo. Nei due mesi precedenti le elezioni, però, i 5S compiono una svolta comunicativa, si contrappongono alla Lega, “dicono cose di sinistra”, ma non è che da ciò siano stati premiati, anzi! Il “tradimento” ci sarà anche stato, ma non mi pare la spiegazione principale. A me sembra che l’elettore pragmatico di cui si è detto, presti viceversa molta attenzione al “potere positivo”, la capacità di concretizzare, la credibilità di attuatore. Ad esempio, il M5S ha fatto del reddito di cittadinanza una bandiera, ma la traduzione pratica e la sua attuazione sono abbastanza deludenti, per quanto poi occorra chiedersi come sia percepita da chi ne beneficia; al Nord sono diventati una forza sotto il 10%, al Sud hanno perso molti voti ma sono tuttora il primo partito. Credo che se al governo non ti dimostri capace di mettere in pratica le politiche redistributive promesse, se manifesti insipienza, finisci per apparire destabilizzante per la composizione che ti vota più che per i poteri che dichiaravi di voler mandare a casa. Quel ceto medio declassato e i settori popolari che ne hanno sostenuto la fase ascendente, non è una composizione votata al conflitto. Il voto di protesta o “populista” non va letto come sostituto funzionale della lotta. Se usiamo come chiave di fondo l’uso pragmatico del voto, chi “vince” deve confrontarsi con la capacità di fare. I 5S non dimostrano capacità “realizzativa”, né a livello locale (a Torino stanno in fondo facendo cose non dissimili dai predecessori) né su scala nazionale. Questo pone in secondo piano anche gli elementi positivi o almeno ambivalenti che hanno introdotto nel dibattito. Posso dire che decreto dignità, reddito di cittadinanza e salario minimo siano proposte insufficienti o che producono effetti perversi, ma non posso ignorare come siano criticati soprattutto dal mondo imprenditoriale o dal sindaco di Gabicce (quello che “non si trovano più bagnini” perché i meridionali col reddito preferiscono non lavorare). Certamente, il fallimento M5S consegna un problema; il messaggio, forte e chiaro, per cui ai vincoli di bilancio e al primato degli interessi dominanti non possono darsi alternative. Più in generale, la capacità di realizzare, oggi, è in apparenza del tutto in mano al capitale, che si propone come solo motore in grado di fornire soluzioni pratiche ai problemi degli individui e delle comunità, si vedano ad esempio le retoriche con discreto appeal della green economy e del social impact, attraverso l’impresa e la forma-merce. L’idea che si possa ottenere qualcosa per via politica è bandita; il che ci riporta alla grande questione del conflitto e alla sua assenza.  
Cosa succederà ora?
È difficile azzardare previsioni nel breve. Non credo ad una improbabile (al limite è più facile che si spacchino) svolta del M5S, magari intorno a Fico, né che un ritorno alle origini possa riportarli in auge. Ciò non significa che siano destinati a scomparire. Però difficilmente riusciranno a superare l’impasse. Se escono dal governo devono dichiarare fallimento. Stando al fianco di Salvini,  ne diventano il partner subalterno. Si andrà avanti finché alla Lega converrà avere dei consorziati, ma prima o poi vorrà ratificare appieno il suo consenso. Votare conviene anche ad altri (allo stesso Zingaretti), anche se non è detto che il partito del Presidente – a cui vanno ascritti Conte e Tria – sia disposto ad assecondare queste spinte.  Il medio periodo dipenderà anche dall’evoluzione della situazione economica, ossia dal ripresentarsi della crisi in forma di recessione conclamata o di crescita zero, in cui siamo già inseriti. In realtà, una fase recessiva è ormai data per certa, ma il contesto è profondamente mutato, le risorse scarseggiano e difficilmente economie come quella cinese potranno funzionare, come fecero dopo il 2008, come polmoni per il rilancio della produzione mondiale. È  chiaro che questo scenario potrebbe saldare l’instabile legame di parti importanti dei settori colpiti dalla crisi con la Lega di Salvini. Non si può sottovalutare la possibilità che il risentimento di questi ceti dal voto pragmatico, infatti, possa stabilizzarsi in una prospettiva apertamente nazionalista. Non è tuttavia un progetto semplice neanche per la Lega, se si parte dal presupposto che il processo di ritirata del ceto medio abbia prodotto una  frattura, nel senso della fine della co-appartenenza culturale, simbolica, ideologica, tra questi strati, che formano una parte significativa della condizione proletaria odierna, e le classi dominanti. Il problema è che questa frattura sembra produrre ancor più individualizzazione, piuttosto che ricomposizione.:, come credo si possa definire il movimento dei gilet jaunes, possibilmente in una dimensione non solo nazionale. I movimenti non si possono pianificare o prevedere, anche se si possono in qualche modo anticipare e “organizzare”.  
per la lettura integrale delle considerazioni di Salvatore Cominu “ Il consumo volubile della merce voto”  COMMONWARE