mercoledì 28 novembre 2018

scie\ COSA È UN POPOLO?-Michele Ambrogio- ontologia sociale o pratiche discorsive?

Un confronto a distanza con Benedetto Vecchi che prende spunto dalla recensione (L’«agonismo» disorientato di Chantal Mouffe, il manifesto, 13 novembre 2018)  del recente pamphlet della politologa belga, “Per un populismo di sinistra”, pubblicato in italiano (traduzione di Diego Ferrante) per i tipi di Laterza. Il contesto dell’analisi del saggio non è quello in salsa nostrana, condita con ingredienti residuali ereditati dal ceto politico novecentesco: nulla che possa paragonarsi lontanamente alle situazioni in cui si dà la sinistra, come nei casi della penisola iberica o dell’isola d’oltremanica fin nel cuore dell’Impero.
Non vi sono “poteri al popolo” in grado di competere con quello che è il populismo di destra dominante nelle nostre patrie terre e nel vecchio continente né il pensiero di Laclau-Mouffe si presta a legittimazione di immaginari autonomistici capaci di sottrarre egemonia politica e culturale all’asse sovranista reazionario sempre più minaccioso [acci]





La crisi evidente del modello neoliberista ed il naufragio della UE a fronte di un’avanzata delle destre su scala globale, anche a rischio di storcere qualche naso, impongono di interrogarsi sulla possibilità di costruire una sinistra popolare. La Chantal Mouffe sfida il lessico e le geografie politiche scrivendo addirittura “populista” accanto a “per una sinistra”. Populista è una parolaccia, soprattutto per la sinistra. Il libro ripropone, abbozzando un metodo di lavoro, temi che sono stati trattati dalla fine degli anni novanta, e lo fa con un pizzico di ottimismo che è giustificato da zone di ripresa del dibattito e della partecipazione popolare a partiti come il Labour britannico e a Podemos in Spagna. In Italia, al contrario, mai come oggi la sinistra è apparsa così elitaria e lontana dal popolo. Il libro quindi ha il merito di un’inattualità teorica, a dispetto della fortuna in libreria. Parla di popolo alla, e per una, sinistra. Ma cosa è un popolo? Chantal Mouffe riprende da qui il filo di una ventennale riflessione, condotta fino al 2014 con Ernesto Laclau. La risposta non può essere una definizione, un paradigma essenziale. È il prodotto di un’operazione che costruisce egemonia. Un fatto sempre storico e contingente. Un sindacato che rappresenta i lavoratori può legarsi e istituire un collegamento con una lotta antifascista e diventare un baluardo dei diritti. Non lo è in se stesso ma per qualche cosa che lo ha associato a quella storia di diritti e democrazia. Com'è stato un tempo, in quella storia passata in cui sta ancora, in queste note come per la Mouffe, una sinistra; una storia che potrebbe non ripetersi. Non abbiamo a che fare con un’ontologia dell’essere sociale, ma con pratiche politiche e formazioni discorsive. Questa risposta non implica una nebulosa cangiante e indefinita: le catene di equivalenze (la lotta per il salario che rinvia all’emancipazione della donna, il superamento del genere che si traduce nell’apertura a differenze etniche e razziali…) possono e devono ancora essere articolate da una domanda di democrazia radicale (libertà ed uguaglianza) in competizione con quella restaurazione di un noi figli di una stessa patria, quel “noi prima di loro” che anima il popolo (i populismi) delle destre. Possiamo provarci. La rivendicazione di sovranità popolare deve così competere oggi con le alleanze nazionali di turno, battendo - cosa nient’affatto facile- le destre. Può farlo solo se mette insieme chi si preoccupa del futuro del pianeta con chi ha paura di non arrivare a fine mese. Un populismo insomma che non snobbi i forconi o i gillet gialli, ma li convinca ad altre ragioni, li educhi ad associarle, tenerle unite non solo perché giuste, ma anche vincenti, capaci di dare un senso ed un riconoscimento soggettivo. Democrazia e uguaglianza, ripete la Mouffe, che sono  significanti vuoti, devono riproporsi come alternativa e sedurre, conquistare il consenso popolare. Non stigmatizzare ma muovere, spostare in avanti la frontiera di una differenza dalle destre, questione mai così attuale come oggi. Democrazia dunque, ma materializzata negli affetti di un popolo che si riconosca nella parte giusta. Democrazia che nelle opere di Laclau si impone come un “significante padrone”, una metafora che articola ciò che nella serie non troveremo che per combinazioni differenziali orizzontali. La necessità di un universale  - una metafora - che renda dialettico il particolare - gli scambi orizzontali, o metonimie- rinvia alle letture di sinistra di J. Lacan. Non ho alcuna pretesa, e capacità, di restituirne in poche righe la complessità e i rimandi, tanti, a Deleuze, Badiou, Zizek… Semplifico e lo illustro con un esempio: vogliamo più democrazia, e lo esprimiamo con rivendicazioni assai diverse, come una libera stampa o l’indisponibilità a lavorare come schiavi per una vita intera. Inutile rimpiangere la classe operaia o qualunque soggetto puro, portatore dell'onore perduto del lavoro. Sia chiaro che questo non significa la fine della lotta di classe, semmai una metamorfosi di cui non importa ricordare l’origine. La contraddizione che muove l’azione politica non segue un copione ideale. Laclau non credeva che fosse possibile e neppure auspicabile comprendere sempre e comunque la storia universale come lotta di classe e, almeno nei fatti, pare che oggi abbia ragione. Non sapremo per questo più proporre un paradigma per il cambiamento? Non dovremo intendere nei conflitti gli antagonismi e scegliere da che parte stare? Non possiamo chiedere più democrazia e immaginare un’uguaglianza che non sia la moltiplicazione di particolarismi irriducibili? Peraltro tutti subalterni alla logica del profitto capitalistico. Su questo la Mouffe non rinuncia al mito, o al logos di una ragione universale, ancora illuminista. Quale variante propone? Il conflitto è ineludibile, ma la proposta politica sovversiva contingente (ossia potrebbe non essere). Basta, pare poco, costruire egemonia e collegare in un progetto comune di sinistra il popolo. In quest’ottica anche se non sapremo mai dire cosa sia una vera democrazia, possiamo ancora benissimo criticare quelle di volte in volta esistenti, perché formali, classiste, autoritarie… Per riuscirci dovremo però inventarcelo quel popolo, un soggetto che interpreti quelle domande non passandole in giudicato, soprattutto quando non sono espresse dagli attori che abbiamo conosciuto in passato. Penso allo streaming di Bersani e i pentastellati e mi chiedo se in quella cosa lì altri avrebbero potuto inventarlo, un popolo. Forse no, ma la suggestione resta. Non per un indistinto sommarsi di quote di consenso, che del resto sappiamo che più che sommarsi si annullano. Sbaglia in questo, a mio parere, B. Vecchi (mi riferisco alla sua recensione del libro della Mouffe sul Manifesto) quando intende il politico - nella prospettiva proposta di un populismo di sinistra - come la sintesi dei particolari percorsi di emancipazione. Nelle opere di Laclau e Mouffe, come nelle letture politiche di Deleuze, semmai trovo il contrario. Non c’è verticalizzazione delle lotte ma la loro estensione, che impone una geografia di alleanze contingenti, subordinate ancora ad una logica di sinistra. Ancora più fuori strada l’idea che una qualsiasi sintesi sia consegnata a un partito o - peggio - allo stato. La Mouffe è convinta sì che non si possa praticare un esodo generalizzato dalle regioni di una rappresentanza parlamentare del conflitto; ciononostante è controproducente anche solo proporre una riduzione delle istanze soggettive ad un unico attore collettivo. La dialettica tra movimenti ed istituzioni deve essere incentrata da un’idea di democrazia radicale non appiattita sul neo liberismo liberale. La Mouffe non è socialdemocratica, ma una pluralista anticapitalista non neoliberista. Qui però la sua proposta populista mostra anche una netta preferenza per un’opzione che - per contro -mi pare insita nel dna della sinistra italiana postoperaista: non c’è omogeneità e corrispondenza puntuale tra movimenti e rappresentanze istituzionali (il partito) ma - per la Mouffe come per Laclau - neppure autonomia del sociale e potere costituente (il comune caro a Negri ed Hardt). Sono strade differenti, e libri, che non mi sentirei di opporre in astratto. Intanto il populismo di sinistra spiazza la ossessiva astratta contrapposizione tra sovranisti nazionali e popolari, da una parte, e globalisti al soldo di interessi particolari, dall’altra. Un universalismo che sporchi la pallida ragione illuminista con il sanguigno populismo del coatto? Nel suo libro cita Sanders, Corbin, Podemos, glissando su Di Maio e Salvini. C’è ancora un tempo, quindi, per questa partita?