sabato 22 marzo 2025

VENTOTENE E IL TEATRO DELLA SINISTRA INDIGNATA

 -Marco Bascetta-

È vero, il "Manifesto" Spinelli/Rossi/Colorni non è un tranquillo testo liberale e proprietario

 La sinistra degli indignati si è spesa soprattutto nel giustificare e sminuire (aggrappandosi a successive prudenti rettifiche) le affermazioni più radicali del testo, insistendo sul tragico contesto storico del 1941

L’indignazione, non quella potente e sovversiva di Spinoza, ma quella benpensante e narcisista del dibattito pubblico contemporaneo, ha sempre qualcosa di artificioso, ipocrita e vacuo. «Si vergogni!», «Chieda scusa agli italiani!»…

Sono le espressioni ricorrenti e inflazionate di una sconsolante indigenza politica e intellettuale, di un esibizionismo sfrontato e imbarazzante.
Le reazioni della sinistra parlamentare e mediatica che attribuiscono la solennità di un sacrilegio alla bricconata retorica della presidente del consiglio contro il Manifesto di Ventotene rientrano pienamente in questa desolante arena. Che quel testo antifascista, federalista e di ispirazione socialista risultasse indigesto a un partito postfascista affezionato al primato della sovranità nazionale e oggi disgraziatamente al governo, è un’ovvietà che non merita discussione.

Quel che invece rileva, più che stupire, sono le reazioni suscitate nei suoi estimatori dai passaggi dello scritto di Spinelli, Rossi e Colorni scelti dalla destra per denunciarne i presunti caratteri antidemocratici, se non proprio totalitari. La sinistra degli indignati si è spesa soprattutto nel giustificare e sminuire (aggrappandosi a successive prudenti rettifiche) le affermazioni più radicali del testo, insistendo sul tragico contesto storico del 1941 e sulla condizione di prigionieri del fascismo degli estensori del Manifesto. Al tempo stesso ne cancellava, così facendo, la logica politica rigorosa e per nulla contingente.

L’Europa, è chiaro, non poteva liberarsi dal nazifascismo attraverso un processo democratico o un pronunciamento popolare ma solo, nel pieno di una guerra devastante, con la resistenza armata e una sollevazione rivoluzionaria. Tuttavia lo stesso vale per tutte le numerose realtà politiche, presenti e future, in cui un cambiamento per via democratica è precluso o svuotato, il consenso popolare è estorto, manipolato o sequestrato dai suoi interpreti, e la democrazia non può essere la premessa ma semmai il traguardo. E dove, come nel caso dello stato liberale prefascista, il ritorno al passato non significherebbe altro che restaurare le condizioni della crisi e della sua risoluzione autoritaria.

La prospettiva socialista rivoluzionaria del Manifesto assume tutto questo ed è perfettamente coerente con il suo impianto generale orientato dalla logica di un potere costituente che mette in moto nuovi soggetti e nuove idee, qualcosa che prima non era. Lo scontro con le forze e le prerogative proprietarie che esasperano le diseguaglianze e rendono fittizio, vuoto o inefficace l’esercizio della democrazia potrà assumere oggi altri nomi e altre forme da quelli degli anni Quaranta, ma i termini del conflitto non mutano nella sostanza.

Anche in questa circostanza, più teatrale che politica, l’opposizione di sinistra si è ben guardata dal sottolineare quanto (e non per ragioni anagrafiche) il Manifesto di Ventotene sia in contraddizione non solo, come è ovvio, con i nazionalismi montanti, ma anche con lo stato in cui versa oggi l’Unione europea. Tanto da potersi considerare più che un santo protettore uno strumento acuminato per la critica delle sue gigantesche lacune e delle sue peggiori derive. L’attuale governance europea non rispecchia in alcun modo la cultura politica e le aspirazioni liberatorie dei confinati dell’isola pontina. E non è certo nelle devozioni tributate a una sorta di Bibbia europeista ripetutamente aggirata o nelle celebrazioni di un “prologo in cielo” rimasto tale, che potrebbero riconoscersi. E ancora di meno nella schiera “europeista” di Ursula von der Leyen, benedetta dalla sinistra.


fonte: il Manifesto