NUOVI INIZI ALLA FINE DEL MONDO COME LO CONOSCIAMO
-Sandro
Mezzadra / Brett Neilson-
Il pianeta sta affrontando molteplici crisi concatenate: guerre, cambiamenti climatici fuori controllo, disuguaglianze sempre più profonde, ridotte capacità di riproduzione sociale, conflitti lungo i confini e il collasso epistemico determinato dall’intelligenza artificiale, per citare solo le più evidenti.
Eppure, per ogni crisi in corso, sembra esserci una corrispondente transizione: una transizione geopolitica, una transizione ecologica, una transizione energetica, una transizione digitale, per citare solo le più evidenti. Che cosa dobbiamo pensare di questa proliferazione di transizioni? E come si intersecano con la congiuntura attuale, che emerge solo nel momento in cui si proietta un’unità niente affatto data sui tempi e sugli spazi disgiunti del presente?
Poco più della sopravvivenza
Un problema nello scrivere sulla transizione è che può sembrare che sia sempre in pieno svolgimento. Ma è facile dire la stessa cosa della fine del mondo, con cui abbiamo messo in contrasto la transizione. Basti pensare ai millenaristi durante l’interregno britannico del XVII secolo o ai cupi presagi che accompagnarono l’avvento dell’era nucleare a metà del XX secolo. Il pensiero apocalittico pervade tanto i sogni rivoluzionari di far esplodere la storia quanto le visioni antropologiche del collasso culturale. E mentre risuona nei miti induisti e buddisti del diluvio, sembra essere per sempre complice delle spinte occidentali al dominio e all’universalismo. Anche nel presente, quando la paura di una fine accompagna i pericoli crescenti del cambiamento climatico, gli sforzi di gruppi di attivisti come Ultima Generazione per bloccare le rotte della circolazione logistica e del consumo di combustibili fossili sembrano a malapena rallentare questa spinta.
Il catastrofismo porta con sé una volontà di potenza, una spinta verso una totalità che contiene e distrugge tutti gli esseri umani e le cose. Le fantasie ecomoderniste di una via d’uscita tecnologica da questo caos si rivoltano su se stesse, cercando di salvare il mondo attraverso un’accelerazione che preannuncia poco più che la sopravvivenza. Nel frattempo, i sostenitori della resilienza abbracciano un’escatologia che oscilla tra il lasciar andare e il controllare il tempo attraverso pratiche di self-management e adattamento. Eppure, di fronte a tutto questo senso della fine, la vita continua. Al di là di qualsiasi attesa o salvezza, c’è tempo.
Transizione al comunismo
La transizione si colloca nell’intervallo tra il passare del tempo e la durata. Implica un movimento verso qualcos’altro, un altro momento, un altro luogo. Per noi, rimane importante parlare della transizione al comunismo. Siamo consapevoli del fatto che si tratta di una transizione con una storia, e che questa storia è segnata da vicoli ciechi, delusioni ed esiti tragici. Tuttavia, finché il capitale continua a radicarsi nelle relazioni sociali, dominandole, continua a essere necessaria una rottura politica, una transizione radicata all’interno della molteplicità delle lotte sociali, nelle differenze e nei conflitti che esse incarnano.
Non pensiamo che il capitale spieghi tutto: guerre, riscaldamento globale, esperienze indigene, sessismo e razzismo, le violenze del genocidio e del colonialismo. Né immaginiamo che un unico soggetto politico, una sorta di sostituto o successore della classe operaia industriale, possa spingere il mondo verso nuovi campi elisi. Per noi, il comunismo non è un idillio o un’utopia. Sebbene una condizione fondamentale per la sua realizzazione sia l’abolizione della proprietà privata, quest’ultima non coincide con la ricerca di una comunanza assoluta che neghi tutte le forme di possesso personale. Lungi dall’immaginare una società completamente pacificata e paradisiaca, il comunismo coincide per noi con l’istituzione di canali per l’articolazione di lotte che non possono non continuare.
Questo non significa che la transizione al comunismo debba unificare una miriade di lotte sociali in una spinta dialettica inarrestabile. Nulla è dato o inevitabile. Stiamo parlando di una transizione che richiede un enorme sforzo di organizzazione politica, strumenti per tradurre tra diverse lotte in diverse parti del mondo, per disfare e rifondare le soggettività politiche e per forgiare un nuovo internazionalismo. In questo senso, la transizione al comunismo non può darsi che al plurale, nel movimento tra molte transizioni.
Oltre le oscillazioni a destra
Allora, che cosa sta cambiando nel mondo oggi? Sembra quasi inevitabile passare in rassegna i nostri recenti rovesci politici, insistere sulla triste realtà che sembra sia la destra piuttosto che la sinistra a offrire alle popolazioni una via d’uscita storica dal neoliberalismo. Ma mentre il capitalismo è certamente soggetto a transizioni interne, come dimostra la transizione dal capitalismo industriale allo stesso neoliberalismo, è tutt’altro che chiaro che una tale via d’uscita sia imminente. Non si tratta solo della compatibilità dei dettami neoliberali e delle pratiche di governance con il nazionalismo e il rafforzamento dei confini favoriti dalla destra e, non di rado, da settori della stessa sinistra.
Si tratta anche della persistenza di processi e connessioni globali che possono coesistere con, e persino prevalere sulle, tendenze nazionaliste. Si pensi all’attenzione prestata al commercio nella cosiddetta politica populista preoccupata per i posti di lavoro e i dazi. Nonostante un internazionalismo reazionario emergente attorno a politici come Trump, Putin, Modi e Milei, il commercio, come la migrazione, rimane una preoccupazione centrale delle loro piattaforme. Questo accade nonostante il fatto che il volume degli scambi nei mercati finanziari globali superi di gran lunga le cifre del commercio tra qualsiasi delle nazioni più importanti e metta in luce i gradi elevati di integrazione a cui l’economia mondiale continua a essere soggetta. Per identificare i vettori attuali della transizione, dobbiamo guardare oltre le oscillazioni a destra e rivolgere la nostra attenzione analitica ai processi e alle operazioni globali che allo stesso tempo superano e si intrecciano con i ripiegamenti nazionalisti.
Procedere in questo modo offre una nuova prospettiva sull’attuale proliferazione delle transizioni. Ad esempio, diventa possibile collocare le guerre che si sono approfondite e sono esplose in seguito alla pandemia da COVID-19 nella cornice di un passaggio verso una multipolarità instabile in cui le relazioni tra capitalismo e territorialismo stanno subendo importanti mutazioni – piuttosto che vedere queste guerre semplicemente come guidate da rivalità tra grandi potenze. Gli Stati-nazione non competono prioritariamente per il controllo sovrano del territorio, anche se gli scontri territoriali continuano a divampare, come nei casi dell’Ucraina e di Taiwan, e le ambizioni territoriali esistono ancora, come nelle aspirazioni degli Stati Uniti riguardo alla Groenlandia (per tacere del Canada). Oggi, gli Stati sono più interessati a gestire e controllare le geometrie fratturate e variabili del sistema mondiale in cambiamento, specialmente quelle associate alle operazioni finanziarie e logistiche e all’estrazione di materie prime.
Questo è evidente nell’uso del dollaro come strumento di dominio finanziario da parte degli Stati Uniti, nell’iniziativa cinese della Belt and Road, o nel controllo russo dei flussi di combustibili fossili. È anche chiaro nelle tensioni crescenti sul Canale di Panama e nella narrazione israeliana della guerra di Gaza come una contesa tra la “maledizione” dell’Iran e dei suoi alleati in tutto il Medio Oriente e la “benedizione” di una rotta logistica aperta tra India ed Europa basata su accordi con l’Arabia Saudita e altri Paesi. In questa ottica, la guerra non è un segno della fine del mondo, ma piuttosto l’indice della fine di un ordine mondiale basato sui precetti liberali e sull’egemonia statunitense.
Collegare le lotte contro la guerra e le lotte climatiche
La catastrofe ecologica è probabilmente il motore più forte delle visioni apocalittiche oggi. Con il termine transizione ecologica, ci riferiamo all’intero insieme di aggiustamenti sociali, tecnologici, economici e politici necessari per affrontare una serie di questioni interconnesse come il cambiamento climatico, la perdita di biodiversità, la deforestazione, l’inquinamento dell’acqua e dell’aria, la pesca eccessiva, la produzione di rifiuti, l’acidificazione degli oceani, l’esaurimento delle risorse naturali, il degrado del suolo e l’urbanizzazione. Qui, la questione del rapporto tra cambiamento ambientale e capitalismo pone un problema. Anche se non pensiamo che il capitalismo fornisca una spiegazione completa del degrado ecologico, prendiamo sul serio le argomentazioni sullo sfruttamento della “natura a basso costo” da parte del capitale e sul superamento dei limiti del metabolismo sociale con la natura.
I dibattiti sulla decrescita, sull’ecomodernismo o il realismo planetario sollevano la questione se una transizione ecologica implichi necessariamente una transizione verso una vita dopo il capitalismo. Tuttavia, anche se rispondiamo affermativamente a questa domanda, rimane la questione se questa vita debba assumere la forma di piccole società collettivizzate locali in grado di perseguire la sostenibilità o coinvolgere una transizione energetica guidata dal proletariato con l’obiettivo di risolvere le contraddizioni ecologiche insite nella stessa società di classe.
Quel che ci interessa non è fare una scelta o proporre una mediazione tra queste posizioni. Piuttosto, osserviamo che il dibattito sulla transizione ecologica spesso si svolge in un contesto separato dalle dinamiche geopolitiche e geoeconomiche attuali. Oggi, il compito politico di connettere le lotte contro la guerra e le lotte climatiche assume una nuova urgenza. Non si tratta semplicemente del fatto che la guerra ha conseguenze ambientali devastanti. Né è solo il fatto che la guerra offre uno strumento contundente per affrontare le questioni sistemiche del capitalismo, di cui le sfide ambientali forniscono un chiaro promemoria. Il nesso tra geopolitica, geoeconomia e crisi ambientale diventa chiaramente visibile quando mettiamo al centro la questione della transizione energetica all’interno di quella della transizione ecologica, riconoscendo che gli sforzi di decarbonizzazione devono necessariamente coinvolgere la riprogettazione e la riorganizzazione dei sistemi energetici e delle economie esistenti.
A questo proposito, la posizione di leadership attuale della Cina nel controllo delle catene di approvvigionamento per i minerali critici e l’hardware per l’energia rinnovabile è un fattore primario. Lo è anche, del resto, l’ethos del “drill, baby, drill” che ha rianimato il capitalismo fossile negli Stati Uniti e accelerato il rollback delle politiche industriali per sovvenzionare la transizione energetica all’interno di una strategia di “de-risking”. È importante ricordare che non solo i grandi stati imperiali sono coinvolti in queste dinamiche e che quasi ovunque il passaggio alle energie rinnovabili è stato accompagnato da un incremento dell’estrazione e del consumo di combustibili fossili. Tuttavia, anche se il capitalismo si trova di fronte ostacoli nel finanziare e trarre profitto dalle energie rinnovabili, una prospettiva che considera la transizione energetica come un mezzo per stimolare una transizione verso una vita dopo il capitalismo deve operare nel contesto di un ambiente geopolitico frammentato e multipolare. Il punto non è dunque tanto la decisione da prendere a favore della decrescita, dell’ecomodernismo o di qualche altro approccio: quella che si pone è in primo luogo una questione pragmatica relativa alle risorse e alle tecnologie disponibili per gestire collettivamente i sistemi energetici su scale rilevanti.
L’intreccio delle transizioni
L’intreccio delle transizioni geopolitiche, ecologiche ed energetiche è solo un esempio di come le transizioni attuali si intersecano. Potremmo moltiplicare gli esempi, osservando come le transizioni digitali e l’Intelligenza Artificiale taglino trasversalmente le trasformazioni della riproduzione sociale, ad esempio, o le topologie di chiusura e apertura dei confini. Quel che sosteniamo è (1) che qualsiasi discussione su una transizione al comunismo o su una vita dopo il capitalismo oggi deve fare i conti con questa proliferazione di transizioni. E (2) che il punto non è assumere la transizione al comunismo come una grande narrazione che assorba e riconcili tutte queste altre transizioni in un’unica traiettoria di organizzazione e lotta.
In The Rest and the West: Capitalism and Power in a Multipolar World (Verso, 2024), descriviamo come il sistema capitalistico mondiale si stia riorganizzando attorno a molteplici poli che fratturano le geografie del potere e della ricchezza in spazi operativi nidificati e in circuiti transnazionali di produzione e circolazione che divergono e si sovrappongono a livello mondiale. I regimi di guerra contemporanei sono incorporati e si estendono simultaneamente attraverso questi sistemi multipolari. In questa situazione, la politica che punta a immaginare una vita dopo il capitalismo deve necessariamente essere una politica mondiale. Ma una tale politica deve essere in grado di affrontare condizioni eterogenee di dominio e sfruttamento nel momento stesso in cui punta ad articolare un comune desiderio di liberazione.
In altre parole, questa politica deve essere aperta tanto alla differenza quanto a tendenze all’unificazione. La politica comunista della transizione è dunque necessariamente una politica della traduzione, in una fitta rete di scambi, trasfusioni e incontri con l’intraducibile che spostano e destabilizzano le soggettività stabilite e le rivendicazioni di nativismo. La politica dell’apocalisse, d’altra parte, cerca di cancellare ogni differenza in una corsa totalizzante verso il nulla. Questo è il motivo per cui le visioni della fine del mondo, siano esse guidate da escatologie climatiche o da altre narrazioni di chiusura, tendono a ostacolare una politica che punta ad abolire un mondo basato sulla conquista coloniale e capitalistica.