giovedì 2 aprile 2020

LA QUARANTENA DEL GEO-CAPITALISMO

 - Dario Padovan -  

    Corpi, virus, natura e valore     


“quello che sta avvenendo con un virus che si presenta più violento di quanto sembrasse all’inizio, nonostante il suo Ro di 2 (ma alcuni indicano un Ro di 4.1 ossia la potenzialità media di ogni contagiato di infettare altre quattro persone), implica molte interessanti riflessioni” 


per i lettori di Noteblock ne abbiamo estrapolate alcune che chiudono con l’apertura necessaria di un nuovo orizzonte sociale a cui c’impone questa epidemia che “anticipa – come sostengono diversi studiosi di bio-climatologia – altre possibili pandemie ed endemie provenienti da mutazioni genetiche influenzate anche dal cambiamento climatico”





§. Il capitalismo è preoccupato da questo virus, anche se alcune sezioni del capitale globale lo minimizzano, lo ignorano, o pensano di piegarlo nella direzione di un darwinismo socio-biologico che sembrava scomparso. In ogni caso, questo virus è qualcosa che gli sfugge, che non aveva previsto, così come il cambiamento climatico. Alcuni settori del capitale globale provano a fare profitti con le probabilità di catastrofe generate dall’attuale società del rischio. I catastrophic e pandemic bonds scommettono proprio sulle probabilità che una catastrofe, un’emergenza, una crisi, una pandemia, un terremoto, un ciclone, si possa verificare o non verificare producendo gravi conseguenze. Nondimeno, si profila all’orizzonte la fase cruciale di una crisi che ci accompagna in forma più o meno evidente da quindici anni. L’economia globale si contrae, la produzione rallenta, le esportazioni frenano, i consumi precipitano, il lavoro e i redditi spariscono, il denaro si svaluta. Si genera un capitalismo slow, che è quanto di più inverosimile ci si potesse aspettare, visto la centralità della velocità, della rapidità, del dinamismo di informazione, innovazione, circolazione, realizzazione, apprendimento, e così via. La civiltà dell’accelerazione trova qui un suo limite concreto, non astratto e non disegnato dai numeri o dalle previsioni. Qui il denaro si affloscia, il valore rimane cristallizzato nell’invenduto, in un valore d’uso ancora non estratto, ingabbiando così il valore monetario che lo segna. A parte alcuni beni di consumo non durevoli come il cibo, l’infinità varietà dei valori d’uso s’infrange contro le norme della desocializzazione. Si consuma per stare insieme, anche se non ci si conosce e si è indifferenti all’altro, ma la merce mette di fronte, crea contatti, lo scambio di merci disegna la società. Ha ragione Zizek, “l’epidemia di coronavirus è una sorta di attacco con la tecnica dell’esplosione del cuore con cinque colpi delle dita al sistema capitalistico globale – un segnale che ci dice che non possiamo andare avanti come abbiamo fatto finora, è necessario un cambiamento radicale”. Il cambiamento climatico avrà conseguenze ancor più radicali, al punto da mettere a rischio l’esistenza sociale, se non addirittura quella biologica. La “crisi virale” è già sufficiente per capire che occorre costruirla fin d’ora l’alternativa al capitale, e che forse proprio in questo rallentamento globale delle attività sociali si annida una parte di tale alternativa, considerando per esempio la perentoria riduzione delle emissioni di CO2 e di inquinanti a livello globale. E per fare questo occorre aprire il capitolo della cosiddetta “transizione”. Una società comunista o post-capitalista non potrà non porsi il problema delle crisi virali e climatiche, della perdita di biodiversità, delle anomalie nel ciclo del carbonio, dell’azoto, del fosforo, della deforestazione e della perdita di habitat, in una parola della fertilità della relazione metabolica tra società e natura, degli ibridi che emergono dalle violente mescolanze genetiche tra umani e non-umani.
§. Il coronavirus può contribuire a riscrivere gli scenari geo-politici, ma non si sa in quale direzione. Possono esserci rimaneggiamenti o metamorfosi dei rapporti di potere globali così come si sono scolpiti nelle fasi convulse della globalizzazione. Ma una trasfigurazione di tali relazioni era già presente prima del Covid-19, costituita da una veloce compressione dei movimenti della globalizzazione, da una riduzione dei suoi traffici commerciali che stava già provocando spasmodiche reazioni in tutti i continenti testimoniati da insurrezioni, crisi politiche, guerre civili. La crisi da virus può accelerare il caos sistemico, mettendo in crisi la quasi totalità delle economie avanzate ed emergenti che dipendono da complesse dinamiche di esportazione e importazione di energia, materie prime, manufatti. Forse si consoliderà l’egemonia sovranista, portando nel breve periodo a una riduzione drastica dei flussi di materia, energia, denaro e umanità tra continenti e paesi. Tale contrazione farà tuttavia i conti con l’impossibile autosufficienza dal lato delle risorse dei paesi sviluppati. In breve, se verranno meno le esportazioni di prosecco veneto verso la Cina, ciò potrà avere gravi conseguenze dal lato dell’approvvigionamento di energia e materie prime per la produzione, i consumi e i servizi. Le auto non si muovono a prosecco ma a benzina. Già oggi i consumi dell’Italia costituiscono il doppio della sua bio-capacità, ossia della disponibilità di materie prime. Le infrastrutture come strade, ferrovie, alberghi, impianti, centri commerciali, ristoranti, devono essere usati e popolati per ripagarsi le spese di mantenimento e manutenzione.
§. Il coronavirus pone il problema della conoscenza scientifica. Questo forse è il problema più sottile. Le nostre società si confrontano spesso con esperti, se non con una espertocrazia. Ora questi scienziati/esperti esercitano una certa influenza quando si tratta di prendere decisioni in situazioni impreviste ed incerte, e lo esercitano su più piani e su più orizzonti, dal politico, al sociale, all’economico, al biologico. Il caso coronavirus è un prodotto della scienza, come il cambiamento climatico. Senza climatologi, o senza virologi, non avremmo mai saputo che il clima stava cambiando e un virus ci stava infettando. Credo che tutti sappiano che i politici, ma anche i movimenti che si oppongono giustamente a molte scelte della cosiddetta politica, prendono decisioni tra diverse opzioni che sono spesso fornite da esperti e scienziati i quali si muovono con una certa disinvoltura tra simulazioni e scenari – in questo caso del coronavirus – e pressione politica. Nel caso in questione la politica al governo si è fatta trascinare in maniera riluttante verso drastiche scelte securitarie, che ora appaiono ai più come fondamentalmente legittime. Di sicuro il fatto di voler mettere in sicurezza la popolazione italiana dipende da una retorica della sicurezza e della paura che si è fatta largo negli ultimi anni. Ma finora essa aveva funzionato come ideologia di un sociale compattato da definizioni nazionaliste e razziali, come fuga da dilemmi reali, come quello di accogliere o lasciare morire nelle acque del Mediterraneo migliaia di esseri umani. Il virus cambia la prospettiva e pone all’ideologia securitaria un problema materiale: la riduzione delle libertà non solo individuali ma anche quelle più cruciali del mercato. Mai come in questa situazione la decisione bio-politica di assicurare le vite dei membri della popolazione biologica si scontra con la restrizione radicale delle libertà di movimento e riproduzione (mentre la produzione di merci deve continuare, ma non i servizi, il che indica come la produzione conti ancora più del terziario, per quanto esso sia avanzato) della popolazione sociale. Nella protezione della popolazione biologica contano i numeri, e qui l’astrazione riduce ogni vittima del contagio a numero astratto e a denaro sottratto al circuito dell’autovalorizzazione del capitale; i costi della cura e della sicurezza sono costi direttamente improduttivi. Qui la bio-politica dovrebbe riafferrare il suo originario significato foucaultiano: la bio-politica e il bio-potere si occupano della protezione o miglioramento delle condizioni biologiche della popolazione. Vi è chi vorrebbe reinserire in questa messa in sicurezza del corpo biologico della popolazione fratture razziali, quindi decidendo a priori “chi far vivere e chi lasciar morire”, come nel caso delle migliaia di morti delle traversate del Mediterraneo. Ma non è chiaro se tali spaccature razziali della popolazione potranno manifestarsi, giuridicamente e costituzionalmente non sarebbe possibile. Ma è possibile che si manifestino strategie di abbandono differenti da quella razziale ma sempre di natura biologica. Per esempio è possibile che alcune strategie di affrontamento dell’epidemia decidano di privilegiare cinicamente l’abbandono della popolazione anziana e già indebolita al suo destino, risolvendo in questo modo diversi problemi di natura sia organizzativa (sistema sanitario) sia economica.
§. Ogni infettato costa molto. Il conto finora per l’Italia si aggira attorno ai 25 miliardi di euro per quasi ventimila contagiati. Un milione di euro per ogni vittima. Il conto si fa salato, e sebbene crolli il prezzo del petrolio, riducendo così la spesa energetica dei paesi consumatori, i costi di ogni società saranno molto alti, anche perché si tratta di spese improduttive dal punto di vista del capitale. Nemmeno il capitale finanziario resta immune dal coronavirus, sebbene mischiato con altre condizioni di instabilità come la fluttuazione violenta dei prezzi del petrolio: i 700 miliardi di capitalizzazione persi lunedì 9 marzo 2020, sono un indicatore di ulteriori possibili tracolli. Forse i futuri vaccini faranno guadagnare un bel po’ di profitti all’industria farmaceutica e di conseguenza al capitale globale ma rispetto alle perdite il conto è in rosso. E’ possibile che anche in questo caso ci si trovi di fronte a una shock economy, ossia alla possibilità che vari capitali guadagnino sulle conseguenze di tale emergenza, come già capita con i cat bond, o che si approfitti della crisi virale per trasformazioni radicali dell’organizzazione sociale, come è successo in altri numerosi casi. Ma questa epidemia è più democratica di ogni altra catastrofe. Come ogni epidemia, essa tocca marginalmente chi ha meno contatti sociali. Tuttavia, in situazioni marginali estreme come le carceri, la popolazione di tale istituzione totale potrebbe difficilmente sopportare un contagio (e l’indulto rimane l’unica misura di buon senso ora applicabile). La densità sociale delle relazioni è proporzionale al rischio di essere infettati, e queste relazioni si mantengono là dove vi sono risorse economiche personali. Il virus discrimina per lo più dal punto di vista delle diversità biologiche: età, difese immunitarie, patologie, genere. Ovviamente, le condizioni biologiche che amplificano l’impatto del virus hanno anch’esse una componente socio-ecologica. Vivere in salute, con poche patologie, mangiando cibo buono dipende da condizioni sociali che influenzano le debolezze biologiche del corpo umano. Nondimeno, i vincoli sociali di riproduzioni sono soggetti a una metamorfosi biologica che segnano in modo diverso i corpi individuali. Di conseguenza, è difficile poter speculare in modo efficace sulle differenze socio-biologiche come nel caso delle catastrofi ambientali. Rimane il fatto che chi non ha accesso ai servizi sanitari rimane in una condizione di estrema vulnerabilità, ed è qui che si aggiunge l’ulteriore discriminazione e selezione di coloro i quali, infettati dal virus, possono avere o meno accesso a posti in rianimazione, vista la loro scarsità. Qui si apre un ulteriore dilemma: da un lato vi sono coloro che, visto lo squilibrio tra necessità e risorse disponibili del sistema sanitario inorridiscono di fronte al fatto che alcuni saranno esclusi dalle cure e quindi sacrificati, normalmente i più anziani e quelli già segnati da patologie. Dall’altro vi sono coloro che per esempio ritengono che vi sia un eccesso di cura: come dice Esposito siamo “costretti a curarci”. Il virus non discrimina in modo razionale ma solo funzionale.
§. La risoluzione della “crisi virale” comporterà alti costi sociali. Un alto e spropositato onere è quello che stanno già affrontando i lavoratori del sanitario e di quei comparti della produzione e distribuzione che non possono essere interrotti. Qui si manifesta la profonda centralità della produzione e circolazione di merci per i processi di riproduzione sociale, così come del settore sanitario. Là dove alcuni settori del terziario ad alto valore aggiunto – come lo spettacolo, i servizi aziendali e in generale il comparto della cosiddetta economia della conoscenza – possono pure essere sospesi, il settore sanitario e quello della produzione di merci rimangono al centro delle operazioni del capitale, costringendo i dipendenti a sacrifici e rischi che il resto della popolazione può evitare. Il sanitario sta all’incrocio tra la riproduzione e conservazione della vita dei corpi e della loro capacità di lavoro, e l’accompagnamento e prolungamento del fine vita biologico della popolazione, come accade nella presente occasione. La produzione di merci deve proseguire, ma questo sta generando numerose proteste tra i lavoratori. Gli alti costi della “crisi virale” graveranno su un sostanziale aumento del debito pubblico, che si scaricherà probabilmente nel tempo breve su nuovi tagli ai servizi di protezione della popolazione biologica, per la quale si dovrà spendere sempre di più ad ogni epidemia e ad ogni catastrofe naturale. La popolazione dei consumatori – che non corrisponde alla popolazione biologica – invece non ha bisogno in linea di massima di protezione: i consumatori si proteggono da soli pagandosi i servizi di protezione come previsto dalle più semplici disposizioni neo-liberali, ovviamente chi se lo può permettere. In ogni caso questo debito accumulato peserà ancora sulle spalle degli oppressi in termini di licenziamenti, peggioramento dei servizi, riduzione della protezione biologica, privatizzazione. E’ possibile evitare questi costi? Sì, facendo finta che il virus non esista, come nel caso del cambiamento climatico. Ma era possibile ignorarlo, come capita nel caso del cambiamento climatico? Sembra di no. Una differenza fra i due tipi di crisi riguarda la temporalità: nel caso del Covid-19 si è convinti che la crisi sia di breve durata e che le misure prese per farvi fronte saranno temporanee e contingenti. Nel caso del cambiamento climatico le misure devono essere permanenti e perciò destinate a influenzare in modo perentorio e definitivo i modi di vita collettivi. In ogni caso, le analogie tra gli scenari sollevati dall’uno e dall’altro orizzonte degli eventi catastrofici sono molte e da non sottovalutare. Questa epidemia anticipa altre possibili pandemie ed endemie provenienti da mutazioni genetiche influenzate anche dal cambiamento climatico, come sostengono diversi studiosi di bio-climatologia.

Dario Padovan è professore associato di Sociologia generale presso il Dipartimento di Culture, Politica e Società dell’Università degli Studi di Torino. Tra i suoi interessi di ricerca: razzismo, discriminazione, biopolitica, consumi, sostenibilità ambientale e decrescita

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