- Marco Antonio Pirrone -
La questione migrante non riguarda l’ordine pubblico. È una questione sociale e politica: riguarda la libertà di movimento, l’irrisolta eredità del colonialismo, nel caso di Ceuta anche le relazioni tra Spagna, Marocco e Algeria. Il governo Sánchez? In questi anni ha condotto probabilmente la politica migratoria meno razzista d’Europa, eppure, di fronte a Ceuta, ha immediatamente inviato l’esercito e alzato una barriera in mare. “È la prova che il problema non è questo o quel governo, ma la cornice – scrive Marco Antonio Pirrone – Finché la questione migrante viene trattata come questione di sicurezza e ordine pubblico, ogni esecutivo, di qualunque colore, finirà per militarizzare la frontiera, alimentando la ferocia razzista delle destre internazionali che di quella cornice sono le interpreti più coerenti…”
Tra il 30 e il 31 luglio 2026 circa sessantamila persone
hanno attraversato la frontiera tra il Marocco e l’enclave di Ceuta1, a nuoto,
a piedi, aggirando il molo del Tarajal2: l’equivalente del 70% della
popolazione dell’enclave. Decine di morti – annegati o schiacciati nella calca
contro il frangiflutti, i bilanci provvisori oscillano tra 40 e oltre 80
vittime – e, nel giro di quarantotto ore, il rientro in Marocco della quasi
totalità degli entrati: senza cibo, senza un posto dove dormire, respinti anche
a sassate da parte della popolazione. La Spagna ha inviato l’esercito e ha iniziato
a installare una barriera marittima di contenimento lunga cinquecento metri3.
Al grido italico “invasione, invasione”, l’Italia di Giorgia Meloni ha chiesto
la sospensione della Spagna da Schengen, Trump ha usato Ceuta come spot
elettorale – ciò che fa abitualmente, sin da prima dell’inizio dei suoi due
mandati, con la frontiera messicana -, Musk ha rilanciato su X un video che
paragona i migranti agli zombie di World War Z. In poche ore la macchina
retorica dell’“invasione” e della “sicurezza” funzionava a pieno regime, come
avviene da quaranta anni a questa parte quando l’uso politico delle migrazioni
fa comodo, sia da parte dei governi che dei rappresentanti del neoliberismo.
Vorrei provare a dare di questa vicenda un’altra chiave di
lettura, sottraendola a quella macchina, evidenziando tre elementi.
Primo: la fabbrica dell’invasione. I dati smentiscono la
narrazione securitaria prima ancora che la si finisca di raccontare. Gli arrivi
irregolari in Spagna nel primo semestre del 2026 erano in calo rispetto al
2025; la stragrande maggioranza di chi è entrato a Ceuta è tornata indietro in
poche ore, a piedi, volontariamente. Non un’occupazione, dunque, ma un
movimento di corpi poveri, in gran parte giovani e giovanissimi marocchini,
attratti da una voce – una sentenza del Tribunal Supremo dalla portata in realtà
assai limitata, che le reti social e dei trafficanti hanno trasformato nella
promessa che chi arriva dal mare non possa essere espulso, a differenza di chi
arriva da terra (chissà poi perché!) – e respinti dalla realtà materiale di una
città di ottantacinquemila abitanti, simbolo oggi dei muri e delle frontiere
erette dalla “civile” e democratica Europa contro il libero movimento delle
persone. Eppure “invasione” e “sicurezza” restano le parole d’ordine dei
governi europei e delle destre fasciste e razziste. Come ho cercato di mostrare
altrove1, la retorica dell’invasione non descrive nulla: traduce in linguaggio
numerico e securitario la paura dell’erosione dei privilegi accumulati dalle
società più ricche. La vera invasione non è quantitativa ma qualitativa: è
l’irruzione di corpi che mettono in discussione il monopolio proprietario2
della libertà di movimento e rivelano che i diritti e le ricchezze di pochi
sono costruiti sull’esclusione e sullo sfruttamento di molti.
Secondo: l’uso politico del corpo migrante. Che la polizia
marocchina non abbia fermato l’enorme flusso di persone “improvvisamente” in
fuga dal Marocco non è un mistero né un complotto: è una decisione politica,
con un precedente esplicito nel maggio 2021, quando Rabat “aprì” la stessa
frontiera per punire Madrid dell’ospedalizzazione del leader del Polisario,
ottenendo un anno dopo la capitolazione spagnola sul Sahara Occidentale. Questa
volta il segnale arriva dieci giorni dopo la visita di Sánchez ad Algeri, cioè
dopo il riavvicinamento della Spagna al rivale storico del Marocco. Circolano
anche, rilanciate da voci autorevoli, tesi su una regia statunitense e
israeliana. Qui occorre distinguere con rigore. Che esista una pressione
documentata di Washington e di ambienti neocon filo-israeliani sulla Spagna –
un rapporto della Commissione Appropriazioni del Congresso USA che ad aprile
definiva Ceuta e Melilla “situate in territorio marocchino”, le uscite
dell’ambasciatore israeliano all’ONU, gli editoriali che invocano una “seconda
Marcia Verde” – è un fatto. Che Washington e Tel Aviv abbiano orchestrato
operativamente l’apertura della frontiera non è, allo stato, documentato da
nulla. La lettura più fondata è intermedia: la rottura tra Madrid da un lato e
l’amministrazione Trump e Israele dall’altro (sulle basi negate per la guerra
all’Iran, sul riconoscimento della Palestina, sulla definizione di Israele come
“Stato genocida”) ha creato le condizioni permissive dentro cui Rabat ha potuto
azzardare un ricatto migratorio di scala inedita. Non serve il complotto per
riconoscere che i migranti vengono usati come arma nelle tensioni tra Stati e
tra aree regionali: lo fece la Libia di Gheddafi e post-Gheddafi, lo fa il
Marocco, lo ha fatto la Bielorussia sul fronte est. Ma l’arma funziona solo
perché l’Europa ha esternalizzato ai regimi di confine il lavoro sporco del
contenimento, consegnando loro la leva. E tanto il ricatto quanto il modo in
cui la vicenda viene rappresentata e gestita rivelano, come ha scritto Giorgio
Cremaschi, “tutta la miseria e l’ottusità colonialista con cui l’Europa, come
gli Usa, affronta la questione migrante”3. In fondo sono i due lati della
stessa medaglia: il capitalismo usa i migranti come spauracchio dell’invasione
e della insicurezza, i paesi terzi cui è ceduto il lavoro sporco del controllo
sulle migrazioni aprono le maglie per ricattare i paesi colonizzatori e ricchi
con la minaccia dell’invasione e dell’insicurezza quando possono trarne un
vantaggio o alzare il prezzo delle loro sporche prestazioni.
Terzo: ciò di cui non si parla mai, lavoro e libertà. La
domanda che nessun governo si pone è perché decine di migliaia di giovani
marocchini si gettino in mare al primo spiraglio. La risposta sta nelle
condizioni materiali del Maghreb: disoccupazione giovanile di massa, economie
subordinate, promesse tradite prima dalla decolonizzazione e poi da
cinquant’anni di neoliberismo – gli “aggiustamenti strutturali” del FMI che
hanno soffocato sul nascere società civili e movimenti sociali in Algeria,
Marocco e Tunisia4, dentro quella frattura Nord-Sud del Mediterraneo che è
insieme economica, sociale e di rappresentazioni5. È la sovrappopolazione
relativa del capitalismo mediterraneo: forza-lavoro eccedente, prodotta dagli
stessi rapporti capitalistici e neocoloniali che poi la respingono. Un
chiarimento è però necessario, perché la categoria marxiana di esercito
industriale di riserva viene oggi manipolata – dalle destre come da certa
sinistra sovranista – per dipingere i migranti come minaccia ai salari degli
autoctoni. Come ha mostrato Pietro Basso, lavoratori emigranti ed esercito
industriale di riserva non sono la stessa cosa; la produzione da parte del
capitale di un esercito di riserva è una legge dell’accumulazione, non un
evento passeggero legato a questa o quella politica migratoria; ed è il
capitale, non chi migra, ad alimentare la concorrenza tra occupati e
disoccupati, corredandola da secoli di politiche e rappresentazioni tese ad
approfondire le linee di divisione tra i due campi. La conclusione politica di
Marx era l’esatto contrario del chiudi-frontiere: la «collaborazione
sistematica» tra occupati e disoccupati – oggi, la lotta unitaria tra nativi e
migranti, a partire dalla piena uguaglianza di diritti – perché «ogni
solidarietà tra occupati e disoccupati turba infatti il “puro” gioco di quella
legge»6. I muri, le barriere galleggianti, i droni di Frontex, gli accordi con
i paesi terzi non servono a fermare le migrazioni: servono a selezionare e
inferiorizzare chi entra nell’ordine salariale europeo, producendo quella
clandestinità che rende la manodopera ricattabile e a buon mercato7. La
razzializzazione – la costruzione del migrante come minaccia, come
inassimilabile, come “nemico” – è il dispositivo ideologico che rende possibile
e “legittimo” tutto questo: gerarchizzare gli esseri umani sulla base del
valore è una necessità strutturale del capitalismo, non una questione culturale
o di ignoranza8. E quando la selezione fallisce, resta la tanatopolitica: le
morti al frangiflutti del Tarajal, come quelle nel Mediterraneo centrale e nel
deserto di Sonora, non sono fatalità ma esiti previsti e accettati delle
strategie di governo dei confini9.
Un’ultima osservazione riguarda proprio la Spagna. Il
governo Sánchez ha condotto in questi anni la politica migratoria più aperta
d’Europa – regolarizzazioni di massa, l’ammissione che l’economia e il welfare
spagnoli hanno bisogno dei migranti – dimostrando, contro tutte le retoriche,
che un’accoglienza sostenibile è possibile. Eppure, di fronte a Ceuta, anche
l’avanzata e democratica Spagna ha immediatamente inviato l’esercito e alzato
una barriera in mare. È la prova che il problema non è questo o quel governo,
ma la cornice: finché la questione migrante viene trattata come questione di
sicurezza e ordine pubblico, ogni esecutivo, di qualunque colore, finirà per
militarizzare la frontiera, alimentando la ferocia razzista delle destre
internazionali che di quella cornice sono le interpreti più coerenti.
Perché la questione migrante non è una questione di ordine
pubblico. È una questione sociale, politica, economica, civile ed etica:
riguarda il lavoro e la libertà10. Riguarda il diritto di non emigrare e il
diritto di muoversi; riguarda chi produce la ricchezza e chi se ne appropria;
riguarda l’irrisolta eredità del colonialismo e del neocolonialismo che ha
fatto del Mediterraneo una frontiera armata invece che un mare fra le terre. I
sessantamila di Ceuta, tornati indietro in un giorno, hanno mostrato al mondo –
più di qualunque saggio – che a premere sulle frontiere non è un’orda ma una
domanda universale di libertà e di dignità. La vera paura del capitale non è
l’arrivo dei migranti: è che la loro rivendicazione della libertà diventi
universale e contagiosa. Per questo si fa la “guerra ai migranti”.
Chi ha a cuore le sorti dei poveri e degli oppressi, a
questa domanda non deve rispondere con le boe galleggianti, ma rifondando
universalismo e internazionalismo dal basso: un internazionalismo delle
pratiche, delle soggettività migranti, delle reti solidali che attraversano i
confini11, capace di riconoscere che nella libertà di movimento – ancorata
all’emancipazione economica, non alla sua mistificazione liberale – si gioca
oggi una posta fondamentale della lotta di classe.
Note
1 M.A. Pirrone, Guerra ai migranti. Neoliberismo e neoschiavitù
nel XXI secolo, PM edizioni, 2025, in particolare le Conclusioni
2 F. Gambino, Sulla cittadinanza proprietaria. Dai bagagli
appresso all’investimento proprietario, in A. Dal Lago (a cura di), Lo straniero e il nemico. Materiali per
l’etnografia contemporanea, Costa & Nolan, Genova-Milano 1998, pp.
187-208
3 G. Cremaschi, A Ceuta tutta la miseria e l’ottusità
colonialista dell’Europa, il Fatto Quotidiano (blog), 31 luglio 2026
4 M.A. Pirrone, Dalla colonizzazione all’”islamismo radicale”.
Globalizzazione, identità culturale e sviluppi politici nel mondo
arabo-islamico, «Studi Emigrazione/Migration Studies», XXXVII, n. 137,
2000, pp. 67-97
5 M.A. Pirrone, Movimenti, frontiere e fratture mediterranee,
Mimesis, Milano 2007
6 P. Basso, Marx sull’esercito industriale di riserva e le
migrazioni: vietato abusarne!, in M. Musto, A.M. Iacono (a cura di), Ricostruire l’alternativa con Marx. Economia,
ecologia, migrazione, Carocci, Roma 2023, pp. 219-40; le citazioni da K.
Marx, Il Capitale, libro I, sono
riportate ivi, p. 222
7 Sul confine come dispositivo di
“inclusione differenziale” della forza-lavoro si veda S. Mezzadra, B. Neilson, Confine come metodo, ovvero la moltiplicazione
del lavoro, ombre corte, Verona 2014. Sull’industria globale della
frontiera e la sua violenza: H. Walia, Border
and Rule, Haymarket Books, Chicago 2021; P. Molnar, The Walls Have Eyes. Surviving Migration in the
Age of Artificial Intelligence, The New Press, New York 2024
8 M.A. Pirrone, Razzismo, razzializzazione e valorizzazione del
capitale all’epoca del capitalismo globale, in M. Grasso (a cura di), Razzismi, discriminazioni e confinamenti,
Ediesse, Roma 2013, pp. 55-82
9 Ho affrontato la questione nel mio Guerra ai migranti, cit. Chi volesse
approfondire il tema della necropolitica e della tanatopolitica delle frontiere
può leggere A. Mbembe, Necropolitica,
ombre corte, Verona 2016, e i lavori di S. Palidda; sul deserto come arma di
deterrenza: J. De León, The Land of
Open Graves. Living and Dying on the Migrant Trail, University of
California Press, Oakland 2015
10 Sulla questione del nesso
migrazioni/libertà ho dedicato molto spazio nel mio Guerra
ai migranti, cit. perché credo sia una questione teorica fondamentale che
ha a che fare proprio con le origini del capitalismo, il quale ha bisogno della
libertà individuale per avere la forza lavoro da comprare ma al tempo stesso la
teme perché è anche libertà di sottrarsi alle condizioni di questa vendita e di
lottare contro di esse
11 S. Mezzadra, B. Neilson, cit.;
cfr. anche le conclusioni di M.A. Pirrone, Guerra
ai migranti, cit.
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