-Aurelio Angelini-
il capitale sfugge alla gravità terrestre 

i costi restano sulle spalle di noi tutti
Nel XXI secolo l’appropriazione sistematica di beni comuni trasformati in rendita non riguarda più solo miniere, foreste o giacimenti petroliferi. Essa investe anche l’atmosfera, gli oceani, i dati digitali e, oggi, persino lo spazio circumterrestre. L’Ipo (Offerta pubblica di acquisto) di 75 miliardi di dollari dell’azienda spaziale di Elon Musk (primo trilionario della storia finanziaria del mondo) è l’indicatore di un salto di qualità senza precedenti. Ma chi ne paga i costi? Musk raccoglie liquidità dal risparmio diffuso, concentra la ricchezza in pochissime mani, e proietta sulle generazioni future e sull’ambiente i costi delle sue operazioni. Solo nei primi sei mesi del 2025, i satelliti Starlink hanno effettuato 145.000 manovre per non scontrarsi nella bassa orbita terrestre: quattro attivazioni per veicolo spaziale al mese. Un bene comune dell’umanità rischia di essere inservibile per l’accumulo di detriti orbitali, precludendo l’accesso allo spazio di satelliti per il monitoraggio climatico, le comunicazioni di emergenza, i sistemi Gps. E la fuliggine dei razzi si deposita nella stratosfera con effetti climatici peggiori di quella terrestre_
La distopia come modello di business
È questo il quadro teorico
entro cui va letta l’offerta pubblica di acquisto (Ipo) di SpaceX: non un
evento finanziario eccezionale, ma la manifestazione più spettacolare e più cara di un pattern
che Jason W. Moore, in Capitalism in the Web of Life, ha definito come la
tendenza strutturale del capitale ad appropriarsi della natura – intesa come
frontiera da colonizzare – ogni volta che i vecchi territori di accumulazione
si esauriscono. Quando la Terra non basta più come riserva di esternalità, si
comincia a guardare in su.
Il
trilionario nell’era della fame: la geometria della disuguaglianza
Nel 2025 oltre 3.000 miliardari
hanno controllato una ricchezza complessiva di 18.300 miliardi di dollari —
cifra quasi equivalente alla ricchezza detenuta dalla metà più povera
dell’umanità, ovvero 4,1 miliardi di persone. A un ritmo tre volte superiore
rispetto alla media dei precedenti cinque anni, le ricchezze dei paperoni sono
cresciute del 16%. In questo scenario, Elon Musk diventa il primo trilionario
della storia. Non come esito di un’invenzione che ha migliorato la vita di
miliardi di persone, ma come effetto di un moltiplicatore finanziario applicato
a una narrazione. Musk non ha un patrimonio: ha una posizione. SpaceX e Tesla
si tengono in piedi a vicenda come due impalcature appoggiate l’una all’altra —
finché il vento non cambia direzione. Naomi Klein, in This Changes Everything, ha mostrato come la crisi
ecologica e quella della disuguaglianza abbiano la medesima radice: un sistema
economico che esternalizza i costi, privatizza i benefici e delega al futuro e
ai più poveri il pagamento del conto. L’Ipo di SpaceX è la versione finanziaria
di questa struttura: raccoglie liquidità dal risparmio diffuso, concentra la
ricchezza in pochissime mani, e proietta sulle generazioni future e
sull’ambiente i costi delle sue operazioni. Jason Hickel in una intervista alla
rivista “Altraeconomia”, ha descritto con esattezza il meccanismo sottostante: «Non abbiamo altra scelta che
lavorare e competere con gli altri per essere sempre più produttivi, produrre
per il bene della crescita aziendale e dell’accumulo di capitale. Se falliamo,
perdiamo i nostri mezzi di sostentamento, una paura che porta le persone e le
imprese a adottare strategie di sfruttamento brutali e spesso violente». Il risultato è un sistema
in cui la crescita economica diventa sempre più “estrattiva”: beneficia pochi e
lascia indietro molti. Un uomo vale mille miliardi su carta. Nel 2025 il tasso
di riduzione della povertà estrema ha subito uno dei rallentamenti più
significativi degli ultimi decenni. Il mercato applaude. La Terra brucia.
Lo spazio come
nuova frontiera estrattivista
L’estrattivismo classico si riconosce in un pattern preciso: si prendono risorse comuni, la foresta amazzonica, i fondali marini, i giacimenti di litio, se ne privatizzano i benefici, se ne socializzano i costi ambientali. SpaceX ha semplicemente spostato questa frontiera in alto, fino all’orbita terrestre bassa. Kate Raworth, in Doughnut Economics, ha proposto un modello in cui l’economia deve restare entro due soglie: quella dei bisogni sociali fondamentali da garantire a tutti, e quella dei limiti planetari da non superare. La corsa allo spazio di Musk viola entrambe: ignora i bisogni sociali irrisolti sulla Terra e supera i limiti dell’orbita condivisa trasformandola in proprietà privata di fatto. Starlink rappresenta circa il 65% di tutti gli oggetti artificiali in orbita bassa, ed è destinata a crescere ancora. Gwynne Shotwell, presidente e COO di SpaceX, festeggia con i colleghi durante la cerimonia di apertura delle contrattazioni per l’IPO di SpaceX presso il Nasdaq di New York, venerdì 12 giugno 2026 (credit Foto AP/Frank Franklin II)
Solo nei primi sei mesi del 2025, i satelliti Starlink hanno
effettuato 145.000 manovre evasive per evitare collisioni, una media di circa
quattro attivazioni per veicolo spaziale al mese. L’orbita bassa terrestre è un
bene comune dell’umanità, regolato da trattati internazionali che risalgono
all’era della Guerra Fredda. Musk lo sta occupando con decine di migliaia di
satelliti privati come se fosse suo. Nessun parlamento ha votato. Nessun
referendum è stato indetto. La privatizzazione del cielo avviene per il
semplice fatto che qualcuno ha i razzi e il capitale per farlo.
La sindrome
di Kessler: il debito ambientale non compare nel bilancio
Con la crescita incontrollata
delle megacostellazioni, il tempo teorico medio di collisione tra oggetti in
orbita bassa è diminuito di circa 40 volte in soli 7 anni: si è passati da 121 a
soli 2,8 giorni. Senza interventi, la sindrome di Kessler non è un’ipotesi
catastrofista: è semplicemente la matematica dell’incuria applicata all’orbita
terrestre. La teoria della sindrome di Kessler, formulata nel 1978
dall’astrofisico della Nasa Donald Kessler, descrive una reazione a catena in
cui la collisione di due oggetti genera detriti che colpiscono altri satelliti,
innescando un processo auto-sostenuto. Questo sistema potrebbe collassare e
rendere inutilizzabili intere fasce orbitali per decenni. Tradotto:
l’espansione incontrollata di Starlink potrebbe rendere impossibile il lancio
di qualsiasi satellite in futuro, inclusi quelli per il monitoraggio climatico,
le comunicazioni di emergenza, i sistemi Gps. L’uomo che promette di salvare
l’umanità portandola su Marte potrebbe invece precludere alla stessa umanità
l’accesso allo spazio. Questo rischio non compare in nessuna voce del bilancio
SpaceX. Non è nei 75 miliardi raccolti in Ipo. Non è nella valutazione da
duemila miliardi. È esternalità pura: il costo lo pagherà qualcun altro, in un
futuro che Musk non dovrà rendicontare a nessun azionista.
L’atmosfera come discarica
privata
Ogni
lancio del razzo Falcon 9 di SpaceX immette nell’atmosfera circa 336 tonnellate
di Co₂, l’equivalente di 395 voli intercontinentali. Nel 2023 i lanci spaziali
sono stati 98, nel 2024 sono saliti a 131, con emissioni complessive che
hanno superato i 3,7 milioni di tonnellate annue. Ma il problema più insidioso
non è la Co₂ — è il dove. I razzi rilasciano fuliggine e altri inquinanti
direttamente nella stratosfera, dove a differenza degli inquinanti emessi al
suolo, queste particelle possono restare sospese per anni. La fuliggine dei
razzi non è un dettaglio: depositandosi in stratosfera, produce effetti
climatici superiori a quelli delle emissioni terrestri. Secondo lo University
College London, entro il 2029 potrebbe rappresentare il 42% dell’impatto
climatico dell’intero settore spaziale — una percentuale cresciuta dal niente,
in silenzio, fuori da qualsiasi accordo internazionale sul clima. E i satelliti
stessi, a fine vita, diventano veleno. Nei soli primi 4 mesi del 2026, i
satelliti Starlink bruciati in atmosfera hanno rilasciato 5 tonnellate di
ossido di alluminio nell’alta atmosfera. Alcune stime ritengono che entro pochi
anni le megacostellazioni potrebbero rilasciare ogni anno 360 tonnellate di
ossidi di alluminio, ben sei volte la quantità dovuta a fonti naturali come
meteore e stelle cadenti. La professoressa Eloise Marais del University College London è stata categorica: «L’inquinamento prodotto
dall’industria spaziale è simile a un esperimento di geoingegneria su piccola
scala e privo di regolamentazione, che potrebbe avere numerose conseguenze
ambientali indesiderate e gravi». Un esperimento senza consenso planetario. Condotto su tutta
l’umanità. Finanziato dalla borsa valori. Bruno Latour, in Facing Gaia e in Down to Earth, ha scritto che il vero
conflitto del nostro tempo non oppone progresso e conservazione, ma diverse
modalità di abitare la Terra. La tecnologia non è mai neutrale: incorpora
priorità politiche, rapporti di potere e modelli economici. Anche i razzi, i
satelliti e le infrastrutture spaziali non sfuggono a questa regola. La
questione non è se tali tecnologie siano possibili, è a quale progetto di
società vengano subordinate. I razzi di Musk non sono strumenti tecnici neutri:
sono la materializzazione di una gerarchia precisa, in cui la libertà di
movimento del capitale non conosce limiti fisici o atmosferici, mentre i costi
di tale libertà ricadono sull’intero sistema vivente.
Il cielo rubato agli astronomi e ai popoli
Gli astronomi hanno lanciato l’allarme sull’impatto che la riflessione solare dei satelliti Starlink ha sulle osservazioni celesti. Il crescere incontrollato delle scie luminose nei cieli notturni compromette gli strumenti scientifici, fino a oscurare oggetti cosmici distanti. Il cielo stellato, patrimonio culturale e scientifico dell’umanità intera, contemplato da ogni civiltà nella storia, viene progressivamente colonizzato da scie di satelliti commerciali. Nessuna comunità indigena, nessun osservatorio pubblico, nessun contadino che si orienta con le stelle è stato consultato. Il cielo è diventato un asset. Si compra. Si vende. Si quota in borsa. È questa, nella sua forma più letterale, la privatizzazione dell’infinito.La nuvola dei satelliti attorno alla bassa orbita terrestre: i due terzi sono delle società di Elon Musk Starlink-SpaceX.
I 75 miliardi
che non si sono mai visti sulla Terra
Settantacinque miliardi di
dollari raccolti in un giorno. Per dare una misura concreta: secondo le Nazioni
Unite, eliminare la fame nel mondo richiederebbe circa 40 miliardi di dollari
l’anno.
Garantire accesso universale all’acqua potabile ne costerebbe 30. La
transizione energetica per i paesi a basso reddito ne richiede circa 50. In un
solo giorno, il mercato ha mobilitato una volta e mezzo il budget necessario
per sconfiggere la malnutrizione globale, e lo ha destinato a un’azienda che
perde quattro miliardi al trimestre e promette di portare i miliardari su
Marte. Come scrivono i firmatari dell’appello di Davos dei miliardari
consapevoli: «La disuguaglianza ha raggiunto
un punto critico e il suo costo per la nostra stabilità economica, sociale ed
ecologica è grave e cresce ogni giorno». Kate Raworth lo avrebbe pensato così: stiamo investendo enormi risorse
per superare il soffitto cosmico, mentre ignoriamo sistematicamente il
pavimento sociale la soglia minima di dignità, salute, istruzione e sicurezza
alimentare che miliardi di persone non raggiungono ancora. Il modello economico
che finanzia SpaceX è lo stesso che produce questa asimmetria.
Il “Pianeta
B” come ideologia dell’abbandono
Mentre la comunità scientifica continua a ricordare che la finestra temporale per contenere il riscaldamento globale si sta rapidamente restringendo, una parte crescente del capitale finanziario sembra investire non nella rigenerazione degli ecosistemi terrestri, ma nella costruzione di una narrativa di evasione. La colonizzazione di Marte viene così presentata come frontiera del progresso, quando il problema politico decisivo rimane la capacità di abitare in modo sostenibile il solo pianeta realmente disponibile. L’idea che Marte sia una soluzione ai problemi della Terra non è soltanto scientificamente infondata: è politicamente pericolosa. È l’ideologia dell’abbandono elevata a modello di business. Afferma implicitamente che il pianeta è consumabile, che l’ambiente è sacrificabile, che l’umanità può continuare a esternalizzare i costi del proprio metabolismo economico finché non si trova un’uscita di sicurezza. Latour, in Down to Earth, aveva già smontato questa illusione con precisione chirurgica: la fuga verso la frontiera, che si tratti dell’Ovest americano, delle colonie, o oggi di Marte, è sempre stata la risposta del capitale ai conflitti redistributivi che non voleva affrontare. Invece di discutere chi deve pagare il costo della crisi ecologica, si propone una nuova terra promessa. La narrazione marziana di Musk è la versione aggiornata e stellare di questa stessa logica. Jason W. Moore direbbe che siamo di fronte a un nuovo ciclo di “cheap nature”: ogni volta che i costi ambientali di un modello di accumulazione diventano insostenibili, il capitale trova una nuova natura di cui appropriarsi a basso costo. Oggi quella natura si chiama orbita bassa terrestre. Domani si chiamerà Marte. Il meccanismo non cambia: cambia solo il codice postale dell’estrattivismo.
Il bivio che
non si può quotare in borsa
Per oltre due secoli il
capitalismo fossile ha costruito la propria fortuna appropriandosi di foreste,
miniere, fiumi, oceani e atmosfera. Oggi il medesimo impulso espansivo si
proietta oltre la Terra. Lo spazio diventa il nuovo territorio da occupare, l’orbita il
nuovo bene comune da privatizzare, Marte la nuova promessa di salvezza. Ma il
problema fondamentale rimane immutato. Non esiste alcuna tecnologia capace di
sostituire gli ecosistemi terrestri, la biodiversità perduta, il clima stabile
che ha reso possibile la civiltà umana. Nessun razzo può trasportare su un
altro pianeta gli equilibri ecologici costruiti in miliardi di anni. Nessuna
Ipo può capitalizzare la fotosintesi, il ciclo dell’acqua, la complessità di un
suolo fertile. Galbraith aveva già scritto l’epitaffio di ogni bolla: «Le cause del disastro sono
tutte nell’orgia speculativa che lo precedette». Ma questa bolla ha
una caratteristica che le precedenti non avevano: è la prima che non si limita
a distorcere i prezzi di un mercato. È la prima che distorce il senso di realtà
collettivo, convincendo un’intera civiltà che il futuro è lassù, fuori
dall’orbita terrestre, mentre il presente qui in basso continua a bruciare. Il
vero bivio del XXI secolo non è tra Terra e Marte. È tra un modello economico
fondato sull’accumulazione illimitata e uno fondato sulla cura dei beni comuni.
Tra l’illusione della fuga e la responsabilità dell’abitare. Tra una finanza
che scommette sull’abbandono del pianeta e una politica che scommette sulla sua
rigenerazione.
Non c’è nessun Pianeta B. C’è soltanto la scelta, ancora aperta, di salvaguardare il Pianeta A.
immagine: 23 maggio 2019: veduta dei primi 60 satelliti Starlink di SpaceX in orbita, ancora in configurazione impilata, con la Terra sullo sfondo